separazioni
Tuesday May 20, 2008
La solubilità tecno-planetaria indotta e provocata ora da Internet è tutta un’altra cosa e ben più profonda. Di essa ho messo in evidenza altrove alcuni caratteri fondamentali che qui appena riassumo:
1) su Internet non si tratta tanto di “navigare”, così come si dice, ma piuttosto di “naufragare” nella infinità delle connessioni che si aprono ad ogni tentativo di delimitare e arrestare un campo, ciò che provoca una radicale “perdita del centro” o di ogni possibile punto di riferimento con conseguente svilimento della coscienza;
2) l’esperienza della rete apre ad una sorta di sciamanismo o di “doppia coscienza” perché permette di essere ad un tempo in un luogo e in infiniti altri e ciò non è senza conseguenze per l’unità e l’identità del soggetto;
3) su Internet il soggetto è “solubile” perché si apre e si dissolve in un iper-soggetto che è il vero soggetto occulto della rete e la sua finale destinazione.
Ho definito poi il blocco comunicante nel modo seguente: “il ‘blocco’ si va sempre meglio differenziando e articolando, e va crescendo sempre di più su se stesso: telefonate radiofoniche, trasmissioni televisive che interagiscono col telefono e con trasmissioni radiofoniche e viceversa, televisione e radio in rete, software di telefonia in rete, web-cam e teleconferenze, messaggi SMS in transito dappertutto, cellulari che si collegano alla televisione e ad Internet, e così via e in maniera sempre più intricata. Il “blocco comunicante” è insomma costituito da un complesso di strumenti che comunicano continuamente l’un l’altro e che per farlo hanno bisogno degli affanni degli uomini; il ruolo che attualmente ci è dato è quello di far funzionare tutto questo, mentre l’ “astuzia” che essi manifestano consiste nel farci credere che essi rispondono ai nostri bisogni sociali di comunicazione”, ed è come dire che la comunicazione non può più in alcun modo essere radicata alla profondità della coscienza e che essa è diventata soltanto “una mera pulsione, tecnologicamente indotta e priva di scopo e di contenuto”.
“La situazione antropologica attuale è caratterizzata insomma da un irrealistico galleggiamento della “coscienza”, della “comunicazione” e del “corpo”, su un universo tecnologico che continua ad intricarsi e ad infuriare”.
Le indicazioni provenienti dagli artisti, si capisce da quelli che non credono di poter far finta di niente, muovono dal dato di fatto della disumanizzazione, che considerano come uno stato ormai irreversibile, e procedono oltre l’umano; ma vediamo in che senso.
Un atteggiamento fortemente “disumanizzante” compare già in artisti ancora “tradizionali” come Fernad Léger, Jean Dubuffet, Mark Tobey: “Non ci sono più paesaggi, nature morte, volti. C’è il quadro, l’oggetto, l’oggetto-immagine, l’immagine oggetto - scrive Léger – […] Nella moderna pittura l’oggetto dovrebbe divenire il personaggio principale […] Se dunque le persone, le figure, il corpo umano divengono da parte loro oggetti, si offre una grandissima libertà […] Ma se il corpo umano nella pittura continua a essere considerato come valore sentimentale o espressivo, nessuno sviluppo è possibile […] Tutto il corpo umano visto come oggetto”; in quanto a Dubuffet , per lui si trattò sempre di fare una pittura “basata sulla disumanizzazione dei soggetti, dell’uomo e del suo sguardo”, e l’ art brut fu la conseguenza estrema di questo atteggiamento; e Tobey si addestrò alla disumanizzazione praticando lo Zen: “Quando viveno nel monastero Zen mi fu dato per la meditazione un disegno sumi : un ampio cerchio tracciato a mano libera con un grosso pennello. Cosa era? Giorno per giorno lo andavo osservando. Era l’annullamento dell’ego? Era l’universo in cui potevo perdere il mio io? […] ‘Lascia che la natura prenda il sopravvento nella tua opera’ : queste parole del mio vecchio amico Takizaki mi apparvero dapprima oscure, ma si chiarirono poi in questo concetto: ‘togliti di mezzo’ ”.
Ma per Duchamp la “disumanizzazione” è tutta un’altra cosa: egli lavora ad essa, poi la dà per scontata, capisce che ogni arte non può veramente essere disumanizzante fino a quando continua, come in Leger, Dubuffet e Tobey, ad essere in qualche modo arte, e si regola di conseguenza.
In realtà già le avanguardie storiche tracciano il percorso della disumanizzazione: si tratta di accantonare l’umano, o almeno quella forma dell’umano considerata da millenni la sola possibile (la personalità, l’espressione, il significato, il sentimento, il simbolico, la metafora…) e di esercitare, in senso estetico, il solo pensiero astratto radicandolo al divenire della scienza e della tecnologia.
Tutta la vicenda può essere riassunta in tre nomi: Duchamp, Gabo e Moholy-Nagy.
Duchamp dissolve la nozione di “arte” introducendo in essa la riflessione e il pensiero; tutte le sue operazioni sono pensiero astratto oggettivato; Gabo e Moholy-Nagy precisano la natura e il punto di applicazione di questo pensiero: Gabo opera uno sfondamento della dimensione artistica fondendola con quella della scienza e della tecnologia, Moholy-Nagy coglie il carattere di fondamento dei materiali e delle tecniche e li attiva in senso estetico depurandoli da ogni contenuto simbolico o immaginario.
Il punto d’arrivo di questo percorso è rappresentato dalle teorie del “sublime tecnologico” che ho cominciato a sviluppare dalla metà degli anni ’80 e che molto ci dicono sull’ “opera d’arte” e sulla situazione antropologica, appena appena post-umana, dell’avvenire.
(estratto da un articolo di Mario Costa)
May 20, 2008 03:14 PM [edited: May 20, 2008 03:34 PM]
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Mi permetto però di non condividerne alcuni aspetti: è vero che internet mette in crisi il soggetto inteso in senso moderno ( cartesiano, per intenderci), ma questo soggetto era in crisi già da un bel pezzo prima dell'arrivo della rete; la filosofia di Heidegger dagli anni venti del 900 in poi, non è che una riflessione su questa crisi.
Penso piuttisto che con internet si ridescriva la soggettività in una direzione che può essere quella che ha indicato Costa, ma potrebbe essere anche un' altra meno pessimistica; nella naufragio i soggetti hanno l' obbligo di imparare a scegliere autonomamnete per non naufragare; internet potrebbe portare ad un rafforzamento dell' autonomia del soggetto, visto che questi deve farsi da sé le sue riceche nella selva di informazioni, e non può più contare sugli autori, in senso classico, che la facevano per lui. Ovviamente molti naufragheranno, purtroppo, ma questo è un altro problema.
Un altro punto non condivido; amesso e non concesso che l' umanità vada verso il post-umano ( cosa sulla quale sono molto scettico, perché l' uomo è comunque un animale e questa sua natura, fatta di corpo, bisogni, e sentimenti, oltre che di ragione e comunicazione, non la si può semplicemente mettere da parte), gli artisti si devono forse adeguare a questo corso della storia, o non piuttosto cercare di reagire ad esso?
Perché considerare significativi quegli artisti che, in un mondo disumanizzato, fanno rappresentazioni disumane, e non piuttosto quelli che, reagendo a questa situazione, cercano l' umano?
L' arte ha il dovere di essere inattuale, lo è sempre stata, ed il suoi legame coi tempi consta nella sua reazione ad essi, non nel suo adeguarsi. Il primo '500 fu un epoca di guerre e distruzioni in Italia eppure produsse, per reazione dialettica, il Rinascimento, che può essere letto come un tentativo di creare un universo idelae dove fosse possibile l' armonica convivenza in un mondo reale dove ciò non era più possibile.
Credo che un mondo sempre più disumanizzato, avvertirà sempre più forte il bisogno dell' umano, e ne vedremo le conseguenze in arte.