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equilibriarte.org : Vittorio Losito : blog : internet e la disumanizzazione dell'arte

internet e la disumanizzazione dell'arte

La solubilità tecno-planetaria indotta e provocata ora da Internet è tutta un’altra cosa e ben più profonda. Di essa ho messo in evidenza altrove alcuni caratteri fondamentali che qui appena riassumo:


1) su Internet non si tratta tanto di “navigare”, così come si dice, ma piuttosto di “naufragare” nella infinità delle connessioni che si aprono ad ogni tentativo di delimitare e arrestare un campo, ciò che provoca una radicale “perdita del centro” o di ogni possibile punto di riferimento con conseguente svilimento della coscienza;

2) l’esperienza della rete apre ad una sorta di sciamanismo o di “doppia coscienza” perché permette di essere ad un tempo in un luogo e in infiniti altri e ciò non è senza conseguenze per l’unità e l’identità del soggetto;

3) su Internet il soggetto è “solubile” perché si apre e si dissolve in un iper-soggetto che è il vero soggetto occulto della rete e la sua finale destinazione.

Ho definito poi il blocco comunicante nel modo seguente: “il ‘blocco’ si va sempre meglio differenziando e articolando, e va crescendo sempre di più su se stesso: telefonate radiofoniche, trasmissioni televisive che interagiscono col telefono e con trasmissioni radiofoniche e viceversa, televisione e radio in rete, software di telefonia in rete, web-cam e teleconferenze, messaggi SMS in transito dappertutto, cellulari che si collegano alla televisione e ad Internet, e così via e in maniera sempre più intricata. Il “blocco comunicante” è insomma costituito da un complesso di strumenti che comunicano continuamente l’un l’altro e che per farlo hanno bisogno degli affanni degli uomini; il ruolo che attualmente ci è dato è quello di far funzionare tutto questo, mentre l’ “astuzia” che essi manifestano consiste nel farci credere che essi rispondono ai nostri bisogni sociali di comunicazione”, ed è come dire che la comunicazione non può più in alcun modo essere radicata alla profondità della coscienza e che essa è diventata soltanto “una mera pulsione, tecnologicamente indotta e priva di scopo e di contenuto”.

“La situazione antropologica attuale è caratterizzata insomma da un irrealistico galleggiamento della “coscienza”, della “comunicazione” e del “corpo”, su un universo tecnologico che continua ad intricarsi e ad infuriare”.

Le indicazioni provenienti dagli artisti, si capisce da quelli che non credono di poter far finta di niente, muovono dal dato di fatto della disumanizzazione, che considerano come uno stato ormai irreversibile, e procedono oltre l’umano; ma vediamo in che senso.

Un atteggiamento fortemente “disumanizzante” compare già in artisti ancora “tradizionali” come Fernad Léger, Jean Dubuffet, Mark Tobey: “Non ci sono più paesaggi, nature morte, volti. C’è il quadro, l’oggetto, l’oggetto-immagine, l’immagine oggetto - scrive Léger – […] Nella moderna pittura l’oggetto dovrebbe divenire il personaggio principale […] Se dunque le persone, le figure, il corpo umano divengono da parte loro oggetti, si offre una grandissima libertà […] Ma se il corpo umano nella pittura continua a essere considerato come valore sentimentale o espressivo, nessuno sviluppo è possibile […] Tutto il corpo umano visto come oggetto”; in quanto a Dubuffet , per lui si trattò sempre di fare una pittura “basata sulla disumanizzazione dei soggetti, dell’uomo e del suo sguardo”, e l’ art brut fu la conseguenza estrema di questo atteggiamento; e Tobey si addestrò alla disumanizzazione praticando lo Zen: “Quando viveno nel monastero Zen mi fu dato per la meditazione un disegno sumi : un ampio cerchio tracciato a mano libera con un grosso pennello. Cosa era? Giorno per giorno lo andavo osservando. Era l’annullamento dell’ego? Era l’universo in cui potevo perdere il mio io? […] ‘Lascia che la natura prenda il sopravvento nella tua opera’ : queste parole del mio vecchio amico Takizaki mi apparvero dapprima oscure, ma si chiarirono poi in questo concetto: ‘togliti di mezzo’ ”.

Ma per Duchamp la “disumanizzazione” è tutta un’altra cosa: egli lavora ad essa, poi la dà per scontata, capisce che ogni arte non può veramente essere disumanizzante fino a quando continua, come in Leger, Dubuffet e Tobey, ad essere in qualche modo arte, e si regola di conseguenza.

In realtà già le avanguardie storiche tracciano il percorso della disumanizzazione: si tratta di accantonare l’umano, o almeno quella forma dell’umano considerata da millenni la sola possibile (la personalità, l’espressione, il significato, il sentimento, il simbolico, la metafora…) e di esercitare, in senso estetico, il solo pensiero astratto radicandolo al divenire della scienza e della tecnologia.

Tutta la vicenda può essere riassunta in tre nomi: Duchamp, Gabo e Moholy-Nagy.

Duchamp dissolve la nozione di “arte” introducendo in essa la riflessione e il pensiero; tutte le sue operazioni sono pensiero astratto oggettivato; Gabo e Moholy-Nagy precisano la natura e il punto di applicazione di questo pensiero: Gabo opera uno sfondamento della dimensione artistica fondendola con quella della scienza e della tecnologia, Moholy-Nagy coglie il carattere di fondamento dei materiali e delle tecniche e li attiva in senso estetico depurandoli da ogni contenuto simbolico o immaginario.

Il punto d’arrivo di questo percorso è rappresentato dalle teorie del “sublime tecnologico” che ho cominciato a sviluppare dalla metà degli anni ’80 e che molto ci dicono sull’ “opera d’arte” e sulla situazione antropologica, appena appena post-umana, dell’avvenire.


(estratto da un articolo di Mario Costa)

comments

Ciro D' Alessio 05/21/2008 08:01 AM
Ciao Vittorio, grazie per questo intervento molto interessante.
Mi permetto però di non condividerne alcuni aspetti: è vero che internet mette in crisi il soggetto inteso in senso moderno ( cartesiano, per intenderci), ma questo soggetto era in crisi già da un bel pezzo prima dell'arrivo della rete; la filosofia di Heidegger dagli anni venti del 900 in poi, non è che una riflessione su questa crisi.
Penso piuttisto che con internet si ridescriva la soggettività in una direzione che può essere quella che ha indicato Costa, ma potrebbe essere anche un' altra meno pessimistica; nella naufragio i soggetti hanno l' obbligo di imparare a scegliere autonomamnete per non naufragare; internet potrebbe portare ad un rafforzamento dell' autonomia del soggetto, visto che questi deve farsi da le sue riceche nella selva di informazioni, e non può più contare sugli autori, in senso classico, che la facevano per lui. Ovviamente molti naufragheranno, purtroppo, ma questo è un altro problema.

Un altro punto non condivido; amesso e non concesso che l' umanità vada verso il post-umano ( cosa sulla quale sono molto scettico, perché l' uomo è comunque un animale e questa sua natura, fatta di corpo, bisogni, e sentimenti, oltre che di ragione e comunicazione, non la si può semplicemente mettere da parte), gli artisti si devono forse adeguare a questo corso della storia, o non piuttosto cercare di reagire ad esso?
Perché considerare significativi quegli artisti che, in un mondo disumanizzato, fanno rappresentazioni disumane, e non piuttosto quelli che, reagendo a questa situazione, cercano l' umano?
L' arte ha il dovere di essere inattuale, lo è sempre stata, ed il suoi legame coi tempi consta nella sua reazione ad essi, non nel suo adeguarsi. Il primo '500 fu un epoca di guerre e distruzioni in Italia eppure produsse, per reazione dialettica, il Rinascimento, che può essere letto come un tentativo di creare un universo idelae dove fosse possibile l' armonica convivenza in un mondo reale dove ciò non era più possibile.
Credo che un mondo sempre più disumanizzato, avvertirà sempre più forte il bisogno dell' umano, e ne vedremo le conseguenze in arte.
Vittorio Losito 05/21/2008 09:35 PM
Ciao Ciro, le tue considerazioni sono interessanti
tuttavia tendono ad essere consolatorie,
perché l'arte interpreta e anticipa i cambiamenti del mondo (umano ma neo-tecnologico)...
la "inattualità" dell'arte può diventare una ipotesi di chiusura difensiva, tesa a ripetere in modo , appunto, consolatorio modi di dipingere e di pensare fuori del tempo...
mi interrogo sulle possibilità di condurre oggi
una credibile sperimentazione nella pittura...
non condivido gli esiti estetici delle posizioni di Mario Costa (ipotizza che oggi l'epressione e il significato , di fronte ai nuovi significanti neo-tecnologici, sono finiti, che oggi si deve guardare al flusso e all'evento in luogo della forma, ipotizza una trasformazione della "personalità artistica" in quella del "ricercatore estetico-epistemologico"). Gli artisti sono più importanti degli altri per capire il mondo.L'arte come modello di comprensione del mondo.Gli artisti quindi vanno visti come soggetti della "domesticazione" dell'eccesso tecnologico : e per domesticazione Costa intende l'esibizione dell'eccesso tecnologico nel registro dell'estetico. Oggi ogni ipotesi artistica di assoggettamento o di umanizzazione
della tecnologia è puramente velleitaria : l'avanguardia più lucida aveva già ben compreso
che il destino dell'arte stava nell'arretramento del significato e nella disumanizzazione.La non compromissione non consiste nell'evadere in un'arte pre-tecnologica e neppure che si deve tendere a una umanizzazione delle tecnologie.
La neo-tecnologia ci mette di fronte a nuove cose digitali , vere e proprie epifanie in grado già di turbare di per sé fortemente tutti i modi in cui la realtà , la "cosa" è stata pensata. La cultura e il simbolico che noi abbiamo conosciuto si rivelano e agiscono come forze regressive, e questo perché
tutte le nozioni-supporto sulle quali il simbolico si è antropologicamente edificato sono ora teoreticamente liquidate : l'identità, la presenza , lo spazio, il tempo, la cosa, la sensibiltà, la ragione... assumono sempre più lo statuto esistenziale e ontologico deciso dalla neo-tecnologia, che ha ben poco a che vedere col passato.
Se ci pensiamo un attimo, anche queto nostro scambio virtuale e tutto questo sito seguono questa logica neo-tecnologica...
Vittorio Losito 05/21/2008 09:55 PM
rileggevo ... e notavo che il denominare "sito"
questo spazio virtuale è già una prova...della derealizzazione neo-tecnologica.
I nostri pennelli e colori sono altra cosa rispetto a ciò che erano ( e rappresentavano) 20,
50, 200 anni fa...cerchiamo di capire che cosa sono...oggi.
Ciro D' Alessio 05/23/2008 09:06 AM
Quello che dici è indubbiamente vero, Vittorio.
I nuovi media hanno radicalmente cambiato il nostro modo di essere al mondo, cioè hanno cambiato radiacalmente la nostra natura e tutte le sue modalità, se si considera che noi essenzilemente non siamo che un' apertura sul mondo.
Rifarsi al passato può essere sicuramente una forma di chiusura, ma può essere anche un momentanteo prendere le distanze, per poter poi mettere meglio a fuco il presente.
Io non ho una ricetta per le sfide del presente, ma non mi sento di accettare la soluzione di Costa; mi sembra che in tutti questi tentativi di ridurre l' umano sul post-umano, ed anche in molto pensiero post-moderno che insiste sulla fabulizzazione e la virtualizzazione del reale, cioè sulla perdita del reale, vi sia una sopravvalutazione dell' uomo in quanto mente( che dunque si plasma a seconda del media) ed uan sua sottovalutazione in quanto portatore di bisogni e desideri legati alla sua natura biologica, al suo essere animale, che è, quanto meno, meno malleabile, e dunque meno tecnicamente "plasmabile".
La tecnica non è addomesticabile con l' arte;vero. Però l' arte ha la possibilità di puntare su quegli aspetti dell' umano che la tecnica tende a mettere da parte.
Non so se condividi, o ritieni ancora attuale, la tesi heideggeriana secondo cui la tecnica è "oblio dell' essere". Credo che sia una tesi da non accettare acriticamente, ma sicuramente ancora molto interessante.
->. >. >. -Experada -<. <. <. - 05/26/2008 12:48 AM
Scusate se lascio un mio pensiero ... proprio Heidegger non affermava già che l'uomo è wichtigste Rohstoff( la più importante materia prima) e bestellt (impiegato)? E quindi non più signore della natura , ma la tecnica padrona dell'uomo e del mondo.L'arte può ancora scaturire da colui che percepisce ormai se stesso non più a partire dalle sue idee mitiche,religiose, filosofiche, scientifiche,ma dall'apparato tecnico all'interno del quale l'uomo ormai legge ed intende se stesso?Quando un falegname entra in un bosco non vede le stesse cose che vede un poeta......
Vittorio Losito 05/26/2008 01:06 PM
ma la tecnica è anche liberazione e libertà di essere... le condizioni di vita già solo dal mondo contadino di non più di due o tre generazioni fa,
sono senza dubbio progredite... l'arte non appartiene al mondo pre-tecnologico, ma al mondo di oggi: perciò interrogarsi sul senso e sui modi
di fare arte oggi significa misurarsi con la dimensione neo-tecnologica : del resto LO STIAMO GIA' FACENDO quando utilizziamo questo mezzo e chiamiamo quadri le immagini digitali delle opere ... e su queste immagini costruiamo
i nostri pensieri e giudizi...
Adolfo Brunacci 05/27/2008 10:34 PM
disumanizzante mi pare un forte come considerazione,dietro da ogni sistemo tecnologico c'è sempre la mente, il cuore, un pensiero in crescita e uno sviluppo continuo dello stesso,tutto quello che viene trascodificato in forma visiva e frutto di creatività e intelligenza umana.Ma.....c'è sempre l'altra faccia della medaglia.
Se è vero che l'Arte non esiste, esistono gli Artisti, e se è vero che l'espressione dell'arte è data dal Cuore, dagli occhi, dalla Mente, un valore aggiunto è la MANO

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