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equilibriarte.org : Vittorio Losito : blog : il manierismo vecchio e nuovo

il manierismo vecchio e nuovo

"Nascendo l’esperienza manierista in alternativa alla “maniera moderna”, non può che svilupparsi nei centri che hanno dato i natali a quest’ultima: Firenze e Roma. In ambito toscano, l’elaborazione di questo linguaggio anti-moderno segue sostanzialmente due ondate: gli anni ‘20 e ‘30 del XVI secolo palesano i primi sintomi sull’onda di proposte eccentriche riconducibili a più diffusi rivolgimenti epocali, mentre la definitiva consacrazione e, per certi versi, riduzione a “gusto ufficiale”, avviene negli anni ’40, nell’ambito di un generale consolidamento dei poteri restaurati. La fucina del manierismo toscano è rappresentata dalla bottega di Andrea del Sarto, artista che, pur non venendo mai meno alla sua vocazione pienamente moderno-rinascimentale, introduce nelle sue opere tratti che, portati alle estreme conseguenze dagli allievi Pontormo e Rosso Fiorentino, danno luogo ad un “linguaggio altro” rispetto a quello del naturalismo moderno. I citati allievi, sin dalle prime opere optano senza indugi per un’evidente artificiosità, palesata nell’allungamento delle anatomie che, in alcuni casi, si fanno rigide e spettrali. In ambito toscano seguono la strada manierista anche artisti come Beccafumi, Bronzino e Cellini. In ambito romano è invece dalla cerchia degli aiuti di Raffaello attivi presso le Stanze Vaticane che si sviluppano gli esiti manieristi grazie a Giulio Romano e Perin del Vaga che, sull’onda del “rompete le righe” determinato dal Sacco di Roma del ’27, diffonderanno ben oltre l’Urbe il nuovo linguaggio. Dissidenze le troviamo anche in altre aree geografiche: particolarmente interessanti appaiono i confronti proposti dall’autore in ambito emiliano tra Correggio e Parmigianino ed in territorio veneto tra Tiziano e Tintoretto.
La “fiammata manierista” ha comunque vita breve; lo spirito controriformista non manca di supportare soluzioni stilistiche antitetiche a quelle manieriste, richiamando l’impostazione naturalistica. Alla nuova esigenza di controllo espressivo è legata la stessa nascita delle accademie, intese come sacrari di un fare artistico strutturato secondo apparati di regole. Contrariamente a quanto hanno suggerito le letture settecentesche, il XVII secolo si apre proprio con la precisa volontà di recuperare quel naturalismo che il fenomeno manierista aveva abbandonato. Si possono individuare almeno tre correnti principali di recupero mimetico secentesco: una carraccesca di tipo classicista, una caravaggesca di intonazione realista ed una più strettamente sensualista sull’onda delle opere berniniane e rubensiane. Barilli suggerisce che proprio dalle accantonate soluzioni manieriste sembrano patire “artisti visionari” come Füssli, Goya e Blake nel loro anticipare l’età contemporanea e proprio di questa nuova “stagione ribelle” si occupa il suo saggio L'alba del contemporaneo. L'arte europea da Fussli a Delacroix (Feltrinelli, 1996).
[Gioacchino Toni]"

Intervista a Renato Barilli su Maniera moderna e Manierismo

D. Il titolo di questo suo recente volume è doppio: c'è un ordine gerarchico tra i due temi?
R. Sì indubbiamente l'accento prevalente cade su "maniera moderna", che a sua volta fornisce la chiave d'accesso, quasi per dirla in termini informatici, alla mia modalità d'approccio al Manierismo. Lo slogan di fondo dell'intero libro potrebbe essere: torniamo al Vasari! Infatti merito dell'Aretino è stato quello di aver impostato una progressione di taglio larghissimo, da Cimabue e Giotto fino al culmine rappresentato dalla triade Leonardo-Michelangelo-Raffaello. Questa progressione lunga due secoli potrebbe essere posta all'inegna del Rinascimento, ma in senso molto generico, come volontà di far rinascere, dall'antichità classica, una rappresentazione di cose e persone convenientemente rimpolpata e rimessa in carne. Ma il Vasari era interessato soprattutto ad articolarlo questo lungo segmento in fasi successive, separate l'una dall'altra da soglie di sbarramento. Le prime due "maniere", a suo avviso, soffrivano ancora di impacci e secchezze, mentre solo la terza, aperta dal genio di Leonardo, merita di essere detta "moderna". Ebbene, questa "maniera moderna" altro non è che la fondazione del grande naturalismo occidentale, che poi continuerà, oltre il Vasari, nella grande stagione secentesca, articolata nelle tre filiere del classicismo di annibale Carracci, del naturalismo caravaggesco e del barocco del Bernini, ma senza sostanziali distinzioni reciproche.

D. E il Manierismo che cosa c'entra, in tutto questo?
R. Non si dovrà più dire, secondo la formula scolastica, che il Manierismo è stato una reazione al Rinascimento, bensì solo alla "maniera moderna", che a sua volta è maturata solo nel triangolo Firenze-Roma-Venezia. Il Vasari, coerente con la sua impostazione, esclude dalla maniera moderna molti "lombardi", a cominciare dal Lotto; e infatti, dove non viene raggiunta la maniera moderna, cioè una pittura intinta di effetti atmosferici e immersa in un sapiente gioco delle lontananze, là non trova posto neppure una reazione manierista. Ciò porta a un risultato sensazionale per quanto riguarda il resto dell'Europa, dove invano cercheremmo qualche traccia di maniera moderna nel Cinquecento, e infatti là questa incomincia solo alla fine del secolo, e ai primi del Seicento, con Rubens, Poussin, Velàzquez; e dunque, in Francia, in Germania, nelle Fiandre ecc. si trova un unico Manierismo esteso, che fa tutt'uno con la nozione di Rinascimento.

D. Ma in definitiva, quali sono le peculiarità del Manierismo, così come lo troviamo a Firenze e a Roma?
R. E' appunto un tentativo di "fermare la macchina", di impedire che si consumi il reato di giungere a una rappresentazione del reale troppo corriva, troppo mimetica. Diciamo insomma che i vari Pontormo e Rosso e Beccafumi, o, a Roma, i Giulio e Perin del Vaga presagiscono l'avvento di un naturalismo troppo conforme e scorrevole, e contro di esso inalberano i valori di immagini tormentate, di composizioni studiate, presi anche dall'angoscia che la nostra presenza si diperda in un cosmo eccessivamente ampio; meglio allora richiamare il protagonista umano a starsene su una ribalta vicina e immanente.

D. Questa sua interpretazione del Manierismo come si colloca oggi, sul fronte critico?
R. Essa rilancia la concezione "eroica" che del Manierismo davano i grandi studiosi della critica tedesca e austriaca negli anni '30, p. es. lo Hauser, vedendo nei suoi esponenti dei precursori dell'arte contemporanea, che infatti sarà impegnata a distruggere il modello di un naturalismo corrivo e puramente ottico-speculare. Ma più di recente è nata una diversa interpretazione che a suo modo è anch'essa fedele al Vasari. Infatti egli fu incerto se basare la sua maniera moderna su Michelangelo, o non piuttosto sull'asse Leonardo-Raffaello. Nel primo caso, l'accento cade piuttosto sulla "bella maniera", quello che conta è giungere a composizioni bilanciate e armoniche, facendo sfoggio di talento nel disegno dei corpi e nella sofisticazione delle pose; mentre nell'altro caso prevale la ricerca di effetti di disinvoltura e di vicinanza alla vita. Insomma, la "bella maniera" porta a un Manierismo che può soffrire di accademismo, come era quello praticato dal Vasari stesso in quanto pittore, mentre la maniera moderna risulta inconciliabile col Manierismo, lo condanna come fonte di soluzioni attardate e arcaizzanti. Ma proprio da queste soluzioni volutamente anchilosate e schematiche ripartiranno i grandi artisti che ho studiato nel mio precedente volume "Alba del contemporaneo" (Füssli, Goya, Blake, Canova), aprendo al clima delle avanguardie storiche, dal Simbolismo all'Espressionismo al Surrealismo.
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La situazione attuale dell'arte è caratterizzata dalla pratica diffusa di quelle che si possono definire "maniere
contemporanee" ...tenendo conto tuttavia del fatto che la storia dell'arte colloca l'inizio dell'arte "contemporanea" all'inizio dell'Ottocento.
"Ogni qualvolta la distinzione strutturale fra segno e immagine si offusca,è sintomo di una grave alterazione, che, per così dire, minaccia o inceppa gli ingranaggi della civiltà" scriveva C.Brandi nel 1960...
adesso a noi compete la diagnosi sull'oggi...

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