Tuesday October 9, 2007
È una pittura estremamente colta e raffinata quella di Fabrizio Clerici (Milano, 1913 - Roma, 1993), artista visionario e pittore di archeologie chimeriche, a cui l'Ente Mostra di Pittura Contemporanea "Città di Marsala", in collaborazione con l'Archivio Fabrizio Clerici di Roma dedica un'importante antologica, curata da Sergio Troisi e in corso, fino al prossimo 28 ottobre, nelle sale del Convento del Carmine di Marsala.
La mostra ripercorre cinquantacinque anni di un'attività divisa tra fantasia e fantascienza, decadenze antiquarie e grandiosità monumentali, elementi scenici di paesaggi immaginari evocatori di vite e universi equidistanti. E non solo dipinti: Clerici fu anche grafico, illustratore e scenografo. Le grandi fasi della sua intera produzione vengono dunque analizzate, dai famosi labirinti alle cosiddette "stanze", alla serie dedicata alle figure e ai simboli dell'antico Egitto, fino alle opere ispirate a Friedrich, Böcklin e Signorelli, fino ai disegni e ai bozzetti di scena (l'Incoronazione di Poppea per il Teatro La Fenice di Venezia nel 1949; Alì Babà per il Teatro alla Scala nel 1963; Tre passi nel delirio, del 1968 di Federico Fellini).
Il ritratto finale è quello di un artista controcorrente, provocatoriamente anacronistico, artefice di dotte rappresentazioni ricche di riferimenti artistici e letterari. Il suo incontro con la pittura è piuttosto tardivo. Siamo nel 1959. L'eclettico Clerici ha 36 anni e ha già alle spalle un passato da disegnatore e scenografo. La sua complessa pittura fa capolino in un momento storico in cui gli artisti sperimentano l'espressionismo astratto o abbandonano la pittura a favore delle installazioni poveriste e concettuali. Clerici si insinua nel mondo artistico ma lo fa a modo suo e, in controtendenza, adotta un linguaggio figurativo di gusto post-metafisico e neo-surrealista.
Si distinguono in questo periodo: Il Minotauro accusa pubblicamente sua madre (prima versione del 1948), che aveva profondamente appassionato il visionario per eccellenza Salvador Dalí, il celebre Sonno romano (1955) le Confessioni palermitane (1954) e ancora la Minerva Phlegraea, (1956-57) eccezionalmente prestata e mai più esposta dopo l'antologica dell'artista presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nel 1990 e il Krak des Chevaliers (1968), prima d'ora esposto solo nel 1968 a Berlino.
In questi lavori la mano e la mente di Clerici spaziano con "leggerezza" dalle linee manieriste agli ornamenti barocchi, dalle rovine settecentesche alle visioni tardo-romantiche e simboliste. Nel suo paesaggio contemporaneo, avulso dalle tendenze del momento, convivono le suggestioni del Piranesi, gli studi sull'antichità classica di Athanasius Kircher, le romantiche e struggenti evocazioni del sublime di Caspar David Friedrich, le simbologie decadenti e misteriose di Arnold Böcklin.
Le opere degli anni Settanta sono dominate dal "vuoto", protagonista come elemento e spazio della memoria al limite dell'ossessione. Magnificano il suo ruolo i celebri dipinti Corpus hermeticum e Un istante dopo, entrambe del 1978.
category: Recensioni - October 9, 2007 01:22 PM
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