Tuesday January 8, 2008
il branco. ecco cosa mi manca. certo non sarebbe l’unica istanza che presenterei davanti ad aladino o babbo natale, ma sarebbe un bel regalo sotto l’albero. per l’aumento di stipendio, una grande stanza al pigneto posso anche aspettare la befana, ma il branco.
ci ho pensato l’altro giorno sul 19, leggendo la descrizione dei minuti che precedono ogni concerto dei subsonica. i rituali, la complicità, la rassicurante routine del caos inevitabile in un mondo del genere. a sentirla raccontare viene da rifugiarsi in una comune.
anche a parlare con certi amici a dire il vero. paolo, marta, cristina.
e mentre sei lì ad arricciare orecchiette e bere primitivo, sembra quasi possibile. un casale in puglia, l’orto, gli animali per la carne ed il latte, i pranzi interminabili dei giorni di festa. magari ci si mette pure a vendere prodotti biologici ed organizzare eventi. poi ci pensi sul serio e ti rendi conto che sarebbe un gran casino. troppe rinunce: il cinema, le mostre, i concerti. sarebbe una processione continua verso la città alla ricerca del movimento. e se una sera ti viene voglia di pizza, dove lo trovi uno che te la porti in campagna, certo puoi fartela da te, sarebbe eccezionale, ma prima devi aspettare due ore che lieviti l’impasto!
in effetti i subsonica mica vivono così. per questo la confidenza che raccontavano mi affascina tanto. è un l’atro tipo di comunione la loro. quella del viaggio, delle feste, dei successi. quella si che gliela invidio.
forse.
e forse ho sbagliato a rinunciare al loro concerto. dopo l’operazione non me la sentivo di buttarmi nel pogo del parterre, e neanche di mettermi a ballare la lambada sulle poltroncine del primo anello. così ho preferito rinunciare. credo di soffrire di una sorta di daltonismo decisionale. non riesco ad apprezzare il valore delle sfumature. ogni volta le mie scelte devono portare conseguenze radicali. per questo se la luce della stanza non mi riflette il giusto calore penso a traslocare. “se pensi a quello che comporta, fai prima a ridipingere tutto!”, suggerisce giuseppe. e magari ha ragione lui. ma le rivoluzioni se non fanno rumore mica se ne accorge nessuno. noi per primi. ed indeciso come sono non riuscirei neanche a scegliere il colore.
per cominciare comunque, ho montato le tende alla finestra. diciamo attaccate. è più biadesivo che altro. c’ho messo due turni al mercatino di emergency per decidermi e già prima di metterle su non convincevano. ho pure attaccato le foto nella cornice rossa. un capolavoro di autocelebrazione.
ma ora l’antenna dove la sistemo? era perfetta per risolvere uno di quei problemi con i quali riesco a compromettermi intere stagioni: dove mettere le sciarpe e i cappelli che continuo ad accumulare. quando ho visto quel groviglio arrugginito vicino ad un cassonetto ho pensato che una volta ripulito sarebbe stato perfetto per tenere i ordine i miei accessori. per una volta un colpo da genio. da artista. ora però non c’è un posto dove attaccarla. come al solito mi manca lo spazio.
forse.
o forse è che la mia stanza è davvero troppo piccola. pensare che domenica con lory ci stavamo caricando in macchina un altro mobile: abbiamo accostato la macchina ad uno dei soliti cassonetti, che dai tempi del materasso frequento più dell’ikea, aperto il portabagagli, abbassato i sedili e allargata la coperta. aveva piovuto e non volevamo che la macchina si sporcasse!
poi quando stavamo per caricarci quella che era una specie di cassettiera d’ufficio anni ’40, ci siamo resi conto che grondava di tarme, pesava come se fosse ci fossimo saliti sopra anche noi e, soprattutto, era praticamente inutilizzabile con tutti quei ripiani senza ragione. quindi abbiamo, ripiegato la coperta, rialzato i sedili, richiuso il portabagagli e riportato i bachi mangia legno accanto al cassonetto, tra gli sguardi indignati di chi era arrivato allora e vedeva questi due cafoni abbandonare la loro roba per strada.
l’idea sarebbe stata quella di posizionarlo sotto la finestra e metterci le scarpe. preferisco da sempre i complementi che si appoggiano per terra. le mensole e gli scaffali mi danno ansia. il pensiero di dover bucare un muro mi precipita nel panico di una scelta che considero irreversibile. un buco non ha rimedi. certo può coprirlo con dello stucco [david dice che preferisce il gesso], soprattutto se è un semplice chiodo; ma la cicatrice di un trapano rimane ben visibile e soprattutto quel senso di aver provocato un indebolimento della struttura. il cemento, i mattoni hanno ben altra resistenza rispetto a ciò che puoi usare per rimpiazzarli. a volte, giuro, mi fermo a pensare quante violenze può sopportare un muro prima di compromettersi. e mi immagino pareti come pietra pomice che implodono sotto il peso di libri e cd. quindi poca roba a sporgersi dai quattro lati della mia camera. meglio un comodino o una cassettiera. la forza di gravita non puoi fregarla per troppo tempo.
forse.
forse la considerazione paura alimenta la mia fobia per il volo. per quello da dublino mi sono dovuto sballare con 20 gocce di lexotan. ma credo che di più abbia potuto il senso di sollievo dell’aver abbandonato per sempre bloody mary e la casa degli orrori di castlerock. e comunque non è stato come viaggiare in treno. è inevitabile. sento la poltrona sfuggirmi da sotto. non la controllo. così scruto le facce dei miei colleghi prima di affidarmi a caronte. cerco espressioni rassicuranti e gente con la faccia fortunata. ho bisogno di qualcuno illuminato dalla sorte per contrastare il cono d’ombra della mia. soprattutto quando l’aereo è quello che mi riporta a casa. il viaggio di ritorno insomma. che ne so io, ho l’impressione che sarebbe davvero stupido precipitare lungo la rotta del rientro. è un viaggio che non vale la pena. ti riporta al punto di partenza. se devo cadere mentre sto arrivando nel luogo da cui sono partito, tanto valeva non muoversi affatto.
un po’ come scrivere a caso rimbalzando senza traiettoria. serve a poco.
forse.
a.
January 8, 2008 02:49 PM
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