Pagine sull ' Arte
Wednesday June 11, 2008
I colori delle parole - Sull'arte di Monica Lume
mercoledì 11 giugno 2008
E’ una tappezzeria di significati il marciapiede che attraversiamo: solo un bicchiere di buon vino e il fluire delle nostre idee assume, senza sforzo, continuità musicale che non soffre le cravatte sbagliate e gli accostamenti di colore suggeriti dalla coesistenza civile...
Questo testo utilizza alcune tematiche care al buon Paolo Conte, ma parla dell’arte, e delle teorie dell’arte direi, di Monica Lume.
Non è casuale l’accostamento musica (musica jazz e contaminazioni eventuali) pittura, parole e ritmo (tutto in forma di degustazione che tanto va di moda) poiché questa scrittura è sinestetica come un rosso scuro ti permette di scrivere e come certi lavori di Monica invitano a fare.
Siamo immersi nella realtà dei colori,degli odori e delle forme sonore, statiche, vaganti, gassose e chiassose. Così tanto presi dall’andare personale, siamo noi stessi la vita, l’esperienza a plasmare soggettivamente il nostro environment senza curarci di come davvero (come!?) stanno le cose; muovendo, con incosciente presunzione, finanche pretese di scientificità.
Il nostro sudore è un impasto per polveri stradali, la nostra condizione (potenziale e presupposto) di conoscenza è la stanchezza, nous sommes fatigué per status, per nostra
attitudine esistenziale (atto e modalità dell’esperire), nel tentativo, più o meno insistente e insistito, di sollevarci da questioni quotidiane e di elevare i nostri saperi spiccioli a verità valide per tutti (tsè). La nostra condizione metafisica aderisce - o sembra farlo - alla pregnanza fisica, alle rovine della resistenza gravitazionale, alla seccatura del dover raccogliere il mazzo di chiavi caduto a terra, del dover scegliere il barattolo più in basso nella dispensa di casa.
Trionfale - seppur faticoso - è, invece, ergersi per tirare fuori una camicia dal punto alto dell’armadio.
Irraggiungibile camicia.
Camicia mediamente terrena e vivibile tra le nostre mani e stropicciata, da indossare. Terrena, troppo terrena camicia macchiata di gelato.
Passeggiare in centro con un compagno di studio. Terreno, abbastanza terreno se si va per acquisti e per negozi di bricolage.
Un po’ meno terreno se i due si isolano a concettualizzare,
distaccati dal mondo di chi mangia il gelato al tavolino affacciato ai boulevards.
Questa camicia, questa giacca nuova, prende il volo e le distanze, quando non ha amici di merende.
Quando guarda il mondo da un oblò senza noia.
Guarda il mondo, si ma con piglio osservatore alieno.
E non c’è gelateria, non c’è macchia che tenga, ne gusto che trattenga.
C’è troppo gusto a non impelagarsi in gusti multiformi, poliedrici e perennemente al bivio della sfumatura.
Questo sguardo dis-gustato sul mondo, è un po’ snob o così appare. Lo sguardo di chi nella vaschetta vede il Gusto, il Colore immangiabile (ovvero che non va ingurgitato
passionalmente).
Le celle sono separate ma inerenti; l’offerta di cromatismi non alletta un osservatore dalle dita appiccicose, con mani in pasta. L’offerta alletta, invece, un precorritore della percorrenza, anemico e anti-patico, di strade cartografiche, di terre di
cellulosa.
Tale forma, forma di conoscenza e contatto col mondo, col cosmo, col tuo, col nostro di tutti, è panoramica a metà strada tra la potenza e l’atto come sembra essere l’arte.
Un punto tra la teoria e la praxis. Tra il fare e il pensare il fare.
Il desiderio, ubriaco di esalazioni marine, del tuffo, dell’appartenenza all’acqua, situazione intermedia tra la vaga aspirazione mnemonica del mare di chi sta tra quattro mura e l’effettivo nuoto.
L’intermedio tra la camicia addosso, una delle sette, impregnata di corpo e di strada, e il pensiero di camicia e le implicazioni sociali, lavorative, di classe del colletto. Una camicia in volo. Non importa qui il low cost o, il last minute, è una camicia in aereo per questioni di svago o lavoro. Dall’aereo appare, anche se non vogliamo ammetterlo, la rotondità del mondo, la morbidezza di questo esserci, l’affiorare dalla chioma dei palazzi (tanti) e delle foreste (poche), per avvertire ecologicamente una chioma, appunto, e non una cresta di esseri eretti come spilli di istrice, come capelli, come formicolio in movimento di gente che lavora o se la spassa. Da quassù il nostro esserci appare meno compromettente. Più collettivo e meno colletto, laddove altri
esseri umani volanti e sognanti ci redimono dall’atteggiamento snob, meravigliati e fanciulli come sono, insieme, di fronte (e in immersione) alla straordinarietà del volo.
Questa meraviglia e straordinarietà è nella pittura che stiamo osservando: poesie.
Pardon per il nuovo postmodernismo: quassù lingue, odori e sapori della camicia smettono di essere con-fusi e confusi.
La con – fusione è quello stato liquido e ipercollegato, ipermediale, dei concetti fluttuanti, e giustificatissimi, nei luoghi del nostro pensare. Confusi sono, in grammatiche arrese alla gravità metafisica e alla tendenza statica e stagnante, lingue, odori e sapori gettati in strada.
Dall’alto, come qualcosa che si avvicina alla morte o al visibile una ed una sola volta, i gusti appaiono strettamente collegati ma assolutamente liberi nella loro indipendenza. Sono ariose porzioni di senso, facili ad altrimenti improbabili accoppiamenti, inerenti ma separabili. Sono reticolati di materie diverse: nominare le cose, annusarle, colorarle, vuol dire significarle e (ri)collocarle nell’universo, in un impegno che rende nuova l’esistenza e in qualche modo vivibile. Questa condizione, a questo punto, è defatigué, quindi l’impegno non è sacrificio ma eros come patto gioioso e trascendente nell’immanente, quindi né snob né “passional-italiota” ma ivi interregnante.
E’ la condizione dell’artista, e dell’artista che ognuno di noi può essere.
Dipende un po’ dal tipo di vita che intendiamo condurre in
questo mondo una volta atterrati.
Nelle strade emotive le parole hanno una direzione unica, una dimensione unidirezionale. Il colore in queste poesie non è materia per cantanti neomelodici. La simpatia eterodiretta della camicetta hawaiana (senza che abbia mai spiccato il volo) ci fa percepire i colori di un’arte turistica irrilevante.
Un giallo, un blu, un verde. E così ci gioviamo del 20% di un’opera. L’anti-patia dell’artista e osservatore si dà in
opposizione alla simpatia collettiva (quella di Erich Fromm). L’anti-patico è un uomo solo che sembra non sorridere dei gusti, un deambulante monco, un intellettuale triste.
In realtà è un amante silenzioso. Ancora solo finché, utopicamente, questa solitudine, o queste solitudini, in colletto non saranno collettività.
I colori delle parole di Monica sono atarassici (ad abbandonare l’ambiguo e malintendibile “anti-patia”).
Il piacere dell’atarassia non è immediatamente e materialmente legato all’oggetto artistico e terreno.
Il giallo, il suono, non sono esperiti nella maniera full-emozionale e pasticciata, confusionale della calca o della
adorante massa messa in moto da un motore immobile e da un concerto mainstream…
Il piacere è quieto, è la con-fusione organizzata nei minimi dettagli, ma libera e liberata nelle strade della jam session.
Il piacere della massificato è un piacere immediato, vincolante e
ineluttabile (come non deve avvenire in arte), un continuo effimero che rende schiavi e polli.
Godere soltanto in un modo e per pochissimo tempo.
I colori delle parole, i suoni degli odori, la materialità dell’inconsistenza invece vivono da un’altra parte, tutt’altra: organizzare un brano (di qualsiasi disciplina, un testo) da soli, alla chitarra e poi tirarne fuori tutta un’altra cosa con il resto della band, col pubblico o chi vuoi.
Questa è una torre che squarcia il cielo e un modo autentico di fare arte.
Ivan Favale
June 11, 2008 09:49 PM
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Danilo Verticelli 06/12/2008 09:01 AM
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