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arte e filosofia

qualche riflessione filosofica sul fare arte oggi e sull' arte in generale.

equilibriarte.org : Ciro D' Alessio : blog : Arthur C. Danto "La trasfigurazione del banale"

Arthur C. Danto "La trasfigurazione del banale"

Arthur C. Danto “La trasfigurazione del banale”

Un libro di grande interesse, per tutti coloro che amano l’ arte concettuale e non solo.
Un libro dove più che l’ esposizione di un risultato già acquisito, si fa filosofia in fieri.
E’ un libro di filosofia, di filosofia analitica, quindi abbastanza desueto per i lettori italiani, ma una filosofia analitica consapevole dei limiti della filosofia analitica, quindi aperta a quella regione dell’ “intensionale”, quella regione che ha una densità di significato e di vissuto che non si lascia ridurre ad enunciati e classi analitiche.
La domanda filosofica, coraggiosa, da cui parte il libro è questa; qual’ è l’ essenza dell’ opera d’ arte?
Il libro fu scritto all’ epoca della Pop art, quando nasceva l’ esigenza di distinguere la scatola di Brillo opera d’ arte, da le scatole di Brillo che si trovano al supermercato, ed è in polemica evidente contro le teorie istituzionali dell’ arte diffuse in America all’ epoca , che, ritenendo l’ arte per essenza indefinibile, ritenevano che l’ unico criterio per distinguere le opere d’ arte fosse questo; opere d’ arte sono quelle che vengono ritenute tali dalle istituzioni artistiche, quali musei, gallerie, collezionisti, etc.
E’ proprio il rifiuto di questa tesi, circolare e viziosa che spinge Danto a rimettere al centro la domanda sull’ essenza dell’ arte.
La tesi di Danto è questa; un opera d’ arte appartiene ad una sfera ontologica diversa da quella degli oggetti comuni; nell’ opera d’ arte, infatti, l’ oggetto prodotto non è separabile da tutto il contesto teorico in cui è stato prodotto; l’ essenza dell’ opera d’ arte sarebbe dunque nella suo carattere intenzionale, nel suo essere a-proposito-di-qualcosa, nel concetto consapevole che vi sta dietro.
Dopo mezzo libro di interessantissime argomentazioni, e belle esemplificazioni, Danto arriva proprio a questa conclusione, con la conseguente svalutazione di quella che è la “controparte materiale” ( il “percetto” direbbe Monica Lume) dell’ opera.
Subito dopo, però, l’ autore ( per questo si tratta di filosofia in fieri e non di esposizione ed apologia di posizioni già acquisite) sembra mettere in questione tale assunto; se l’ arte fosse solo nel suo contenuto concettuale, nel suo essere-a-proposito-di, sarebbe veramente arduo distinguere un opera d’ arte da un grafico scientifico.
Ecco che Danto reintroduce, verso la parte finale del libro, che è secondo me la più interessante, concetti quali metafora e stile che mettono in discussione le precedenti acquisizioni e rimettono al centro quella componente immediata e materiale dell’ opera, la controparte materiale.

Per capire appieno questo procedere in parte contraddittorio, che forse più che un difetto è proprio il pregio del libro, è assolutamente illuminante l’ introduzione all’ edizione italiana di Stefano Velotti!

comments

Danilo Verticelli 06/06/2008 12:43 PM
Non è un grande problema. la mia definizione di Arte, che faccio circolare qui già da tempo, è:
Arte è comunicazione cosciente di concetti, pensieri, idee, emozioni, attraverso dei media e senza altri fini che la comunicazione stessa.

Così risolviamo il problema delle scatole, dell'intenzionalità di Danto, del carattere iperconservatore della concezione figurata dell'Arte, ecc.
Danilo Verticelli 06/06/2008 12:45 PM
Non posso modificare quindi riscrivo perfezionando:

Arte è trasmissione cosciente di concetti, pensieri, idee, emozioni, attraverso dei media e senza altri fini che la trasmissione stessa.

Danilo Verticelli 06/06/2008 12:46 PM
...se qualcuno mi sa suggerire un termine surrogato per " concetti, pensieri, idee, emozioni", snelliamo anche la definizione...

Ciro D' Alessio 06/06/2008 01:00 PM
Danilo, potresti sintetizzare tutto quello che hai detto, dicendo che l' arte è espressione.
Il termine espressione contiene in non solo l' idea che l' opera è espressione della soggettività in tutti i suoi aspetti ( sia concetti che emozioni) ma anche l' idea che tale l' arte è una forma di comunicazione fine a se stessa. Epressione non è un mezzo di comunicazione, ma il fine stesso di una comunicazione.
Quello che invece non condivido, e lo sai già, è la tua idea che il figurativo sia iperconservatore!
Vittorio Losito 06/06/2008 07:13 PM
ciao Ciro...il mio post era riferito a Verticelli,
che infatti cito.
Non si può parlare di comunicazione che non comunica nulla... non ha senso : per comunicazione
si intende un processo che include un emittente, un messaggio e un ricevente, e ciò a prescindere dalla natura del messaggio stesso.
Non mi sembra accettabile oggi una concezione romantica dell'opera intesa come "espressione"
dei propri "turbamenti" personali, animo, inconscio,sentimento, emozione etc.E' riduttiva
e ridicola. Noi lavoriamo dopo due fasi di trasformazione profonda , le avanguardie "storiche" e le neo-avanguardie del secondo dopoguerra: il mondo dell'uomo rinascimentale e barocco è divenuto il mondo della tecnica e oggi delle neotecnologie.La stanca ripetizione di modi di pensare ottocenteschi non ha alcun senso. Non bisogna credere che il tremolio del pennello che riporta gli impasti oleosi sulla tela evochi necessariamente il sentimentalismo
o il fu quarto stato.Se facesse questo effetto bisognerebbe abbndonare la pittura a olio!

infine una tautologia è questa:
A=B=C=D=A cioè un giro che ritorna al punto di partenza. Se A=A non ci si muove proprio,è
una identità.
Ciro D' Alessio 06/06/2008 09:24 PM
Vittorio, so bene che alcune cose possono apparire superate.
Credo però che ognuno abbia il dovere di fare quello che più sente confacente.
Se poi questa sua ricerca è sintonizzata coi tempi della storia oppure no, questo è un' altro problema.
Si può essere anche disadeguati, o non all' altezza dei propri tempi. Personalemente ritengo che chì non è adeguato ai propri tempi sia come il pesce fuori dalla rete di cui parla Montale nella sua straordinaria poesia sulla storia.
Luca Mesini 06/06/2008 10:48 PM
L'arte è questo: di fronte a qualcosa, un contadino dell'entroterra giapponese, un asiatico che fa il coltivatore in una piantagione, un brasiliano che fa il veterinario, un filosofo occidentale o uno scienziato americano, un professore di diritto del nord europa - il mio amico semplice ma pazzo e le più nobili Redattrici di una casa Editrice d'Arte - come la donna delle pulizie delle scale di questo condominio... di fronte a quel “qualcosa“ provano tutti la stessa identica emozione: universale.

Come ibidem la provano qua sopra: un gruppo di scatole.

...a sola differenza che quel qualcosa che si prova, di fronte dell'Arte, fa venire i brividi, oppure fa piangere o gioire, tutti insieme questi individui diversi che parlan lingue diverse stanno zitti ma è come se si potessero incontrare... perché ivi gli riconoscono la gioia o il dolore - che riguarda la vita e soprattutto il siglo di vita che ognun di loro ha tessuto, sta scrivendo, ha parlato e sa ascoltare.

Per lo stesso motivo, di fronte alla foto sopra, nessun di loro avrà problema a comprendere che si trova davanti ad un mucchio di scatole. Probabilmente di detersivo. Aggiungere qualcosa, a queste scatole, credo che sia perfettamente inutile.
Virginia Milici 06/06/2008 10:57 PM
Caro Luca la mia più completa ammirazione per questo commento : buona sera all'autore del blog.
Ciro D' Alessio 06/06/2008 11:31 PM
Luca, in parte capisco le tue esigenze di un arte più immediata, meno per addetti ai lavori, sono cose che condivido e che dico spesso anche io. In questo caso, però, mi tocca pigliare le difese delle scatole di brillo.
Dietro quelle scatole c' è tutta una presa di posizione ed una idea sul rapporto tra arte e realtà, tra uomo e realtà. Tutta una serie di pensieri profondi e seri, che hanno condizionato a fondo la storia dell' arte e del pensiero. Pensieri che in quanto fruitori maturi ed attivi abbiamo il dovere di andare a ricercare.
Io non considero quelle scatole delle semplici scatole; sono delle opere d' arte contemporanea.
Che poi a questa forme di arte si possano preferire altre forme, perché ritenute più aderenti a quella sfera del sentire e del dolore che ci caratterizzano e ci accomunano in quanto uomini, è un altro discorso che nulla toglie però alla dignità delle sactole di brillo.
Luca Mesini 06/06/2008 11:55 PM
è sociologia - Ciro. Non è arte.

mi è caro e condivido sempre l'animazione delle tue tesi, perché sono motivate da Passione individuale e coerenza di studio. Io sono ipersensibile. Scrivendoti: ...è sociologia, Ciro: non è arte (ho sentito dentro di me il brivido disatteso della “rabbia“ - il classico formento che endecasillaba ogni azione dell'uomo contro l'uomo, il combattimento guerriero dell'essere in disaccordo...) ma per la stessa sensibilità devo calmare questo foco con l'abbraccio perché io non sono al tuo livello quando tu endcasillabi sulle tue tele di denunzia - come quella famosa del bambino che giuoca con il suo compagno di giochi preferito (che però è un sacco nero di una discarica). Io pertanto devo prevalere ai miei istinti irrazionali e rimettermi all'amicizia che ho per Te che componi nella tua pittura, e per la libertà alla coerenza delle tue passioni che spesso nei tuoi Blog disponi.

Pertanto - colgo l'occasione del Tuo blog senza ragioni personalistiche (anzi: se posso ti abbraccio di nuovo e mando a quel paese quel seme del male che ha - dentro di - ogni uomo) e mi ripeto nella critica della modernità: l'arte contemporanea non esiste - è sociologia, è studio ed è invenzione alla quale invenzione spesso non vi è neanche il buon intendere del giuoco - per il quale buon intendere, ricordiamocelo, Einstain ha dato origine a quello che sappiamo - e come Lui tutti i più grandi artisti del tempo che è stato - Forse oggi pure Rubbia o Tullio Regge e altri innovatori determinati dalla buona proposizione sana pedagogica del concetto del giuoco/invenzione.

Qua sopra ci sono delle scatole e molte persone possono rompersi le scatole a far bla bla su quattro stupide scatole - solo il bambino, della quale innocenza abbiamo ancora qui il tracciato, può far di queste scatole qualcosa di artistico (ma non artistico in quanto tale ma per ragioni di scienza pedagogica, dell'essere naturale natale dell'uomo primordiale) - ma non è Arte.

Vuoi che ti dica dov'è l'arte? nella Gioconda, in Van Gogh - Nella Pietà di Michelangelo - nel David - in Bach e Mozart, queste sono scatole e materia prima per la logorrea di chi si presta al dialogo - con delle scatole.

se no, mio caro Ciro, il Bennet è Arte - anzi: credo che sarebbe il nuovo Louvre contemporaneo, per chi ha voglia (e anche possibilità, tempo, energia e circostanza di scriverci e dibatterci sopra).

L'Arte ha a che fare con l'uomo - perché lo educa. Queste scatole hanno a che fare con l'uomo solo perché diventano immondizia.

ma dato che l'Arte educa - l'Arte è anche fatica, dolorosa fatica - mentre nell'arte contemporanea, di doloroso c'è solo una (omissis) presa per il (omissim doppio). E mi basta guardare la faccia e sentie il concerto di parola di chi la edifica in qualità di Autore per non aver nessun desiderio di stare lì in mezzo “a farmela girare”.

Sai, oggi bisogna trovare molti e molti modi per sopravvivere - perché l'inquinamento del consumismo ci ha dato molti e molti modi per metterci nella condanna di doverlo fare. Questo, in realtà, com'era dalla notte dei tempi... ma l'arte contemporanea è il frutto - vediamo un poco, per fare una parodia potrei dirti è il frutto dell'obesità, del cropulento eccesso di benessere (immondo).

Dirò di più (anche se darà fastidio ai vegetariani): l'arte contemporanea è come la cotoletta di frumento, toglie tutto il sapore della carne. Ora: un concetuale o un giornalista (quindi: due persone sostanzialmente inutili per la società - se non ai fini del suo ego indagatorio - appunto: la sociologia, pertanto utili in tal senso) potrebbe citarmi in tribunale per questa parodia soprascritta, ma è la verità,,, a mio avviso se si hanno le orecchie peposte per intenderla. Se vogliamo, come si dice ancora in campagna, “menarcela“ - possiamo insistere - per me, per quella parte nobile di cultura e di educazione al senso della lettura del dettato - l'Arte è un altra cosa, che non quattro scatole per chi ha voglia di scriverci sopra altrettante eduzioni psico-sociologiche (che sono solo eduzioni psicosociologiche ma niente che sia Arte).

Piuttosto l'arte è sparita del tutto - per questo se ne parla molto e tutti la cercano pure nelle scatole: quale educazione? Il cervello dell'uomo, come il suo cuore, sono adepti a crescere - ma se li fai crescere senza cura, disperati cercheranno l'illuminazione dell'immenso nella disperazione del nulla - anche perché, insistita in questo modo - per la gente tutta - non solo quelle sono scatole, ma alla fine (una volta rotte del tutto) sono proprio Nulla.

un abbraccio :)
Ciro D' Alessio 06/07/2008 09:51 AM
Luca, io sostanzialmente sono dalla tua parte.
Anch' io preferisco la gioconda alle scatole di brillo.
Penso che nell' arte contemporanea vi sia un ipertofia del mometo concettuale-astratto a discapito del momento materiale-sensibile.
La mia critica è essenzaialmente questa. Poi mi sforzo di cercare le ragioni storiche e sociali di questi sviluppi; penso che siano dovute in larga misura al fatto che la società in cui viviamo diventa sempre più astratta ed immateriale, in primo luogo l' economia.
E cerco di capire se vi è ancora spazio per un arte come piace a noi; e penso che questo spazio ci sia nella misura in cui ancora c' è un grande bisogno, che cresce col crescere dello smaterializzarsi del mondo, di rapportarsi alla materia ed alla sensibilità.

Questi sono gli orizzonti entro i quali mi muovo che mi spingono ad essere critico verso l' arte contemporanea, in quanto espressione di un mondo sempre più astratto, immateriale, esangue.
Ciò nonostante riconosco che l' arte contemporanea ha il merito di rappresentare, a volte anche con senso critico, questo mondo.
E' un arte che ci permette di capire il secolo appene trascorso ed il tempo che stiamo vivendo. Per questo ritengo che non vada rifiutata troppo alla leggera. Anche se non ci piace, è cmq qualcosa che dobbiamo cercare di capire, se vogliamo capire in che epoca viviamo, in quanto quell' arte è l' espressione della nostra epoca.
Danilo Verticelli 06/07/2008 10:47 AM
L'Arte non può essere solo "gesto" pittorico o mera rappresentazione del Reale.
Nella orrenda e inutile Gioconda non c'è altro che abilità interpretativa ed abilità manuale. Non c'è pensiero induttivo, non c'è volontà di dire altro, non c'è lotta, non c'è elaborazione del contemporaneo.
L'arte contemporanea analizza la società e per questo deve (anche) essere sociologia. Come deve essere tecnica (le scatole di Brillo erano tutte dipinte a mano così come le riproduzioni della zuppa, onuna diversa dalle altre) e capacità di analisi.
Ciò che appunto distingue l'Arte contemporanea dall'arte classica è la volontà di comunicare concetti, idee, pensieri, emozioni (ritorno alla quaterna di sostantivi visto il fallimento della sintesi precedente) "utilizzando" i soggetti rappresentati come media per un fine diverso dalla fruizione del soggetto stesso.

In letteratura si chiama "metafora". In arte grafica si chiama "metonimia", ma in fondo sono la stessa cosa.

L'arte concettuale è estremamente metaforica.
L'arte figurativa è estremamente metonimica.

Non dico che alcuni randi del passato abbiano sudato sette camicie per "far passare" messaggi subliminali attraverso la rigidezza delle composizioni adottate (e ordinate dai committenti). parlo del Caravaggio e della sua "sociologia" profonda, che si esprimeva attraverso la scelta di modelli del popolo (Cristo era uno di noi, Cristo era quindi rappresentabile come uno di noi...) e la relativa rappresentazione pedissequa. parlo del Michelangiolo e della sua tutta personale interpeetazione della corporeità santa (angeli e santi con l'uccello? Non sia mai!). Parlo del De La Tour, con la scelta di soggetti presi dal popolo ed estremamente fedeli nella rappresentazione non edulcorata. Parlo del nano del Velasquez, realistico e sdentato, controil nano del Van Dick, biondino e ben vestito. Insomma, ci sono stati esempi di rappresnetazioni realistiche della vita quotidiana, che all'epoca voleva dire fare "sociologia", non potendo fare altro.

L'Arte contemporanea non ha bisogno di scuse per dire ciò che vuole. Lo fa e basta. Dice appunto ciò che vuole e non ciò che il committente o il gusto dell'epoca o le usanze o la morale, decidono che è giusto dire. e lo fa nellamaniera più libera possibile: adottando dei "media" che nessuno avrebbe mai pensato di adottare in passato.
L'arte Pop, in particolare, adotta materiali e idee direttamente derivate dalla società consumista dell'epoca. E' proprio questo il colpo di genio: trasformare oggetti di uso comune in "metafore" del decadimento della civiltà cosnumistica. Quale autore "storico" ha mai avuto la forza dirompente di tale messaggio?
Una scatola Brillo (dipinta) è quindi un mezzo (artistico indubbiamente) per dire altro rispetto alla scatola stessa.
ciò che forse differisce (differance) l'arte contemporanea dall'arte classica è che la prima lancia un messaggio "razionale", la seconda pressoché "emotivo".
Un paesaggio bucolico non dice altro che se stesso. Quindi dice di un mondo naturale, delle emozioni che vi si provano, dei colori e delle fome della natura. ma non rimanda da ltro che a se stesso. Così un ritratto fedele o una natura morta.

Le still life (che bella la traduzione dall'inglese: vita cristallizzata, vita sospesa) di cezanne sono semplici esercizi di nuova (e sconvolgente tecnica) ma niente altro. Non vi sono pretese sociologiche, sociali, razionali, in esse. Rimangono esercizi, importantissimi per il prosieguo della storia dell'arte, ma esercizi.

Senza quindi dare giudizi di sorta sull'arte classica della rappresentazione, che a suo tempo fece da testimone dei costumi e dei luoghi altrimenti inarrivabili a noi, credo che l'arte contemporanea richieda un apporto di ragionamento e di studio estremamente superiori a quanto fatto prima.

L'occhio grigio di un ritratto di Modigliani è un mondo concettuale che si apre all'osservatore, semplicemente colorando di grigio un solo occhio, l'occhio che guarda entro se stessi). Questa è arte contemporanea (moderna in quel caso) e queste sono anche le scatole Brillo.
Danilo Verticelli 06/07/2008 02:10 PM
chiedo scusa degli errori di battitura, ma qui non c'è il modifica.....
Ciro D' Alessio 06/07/2008 09:32 PM
Quando si prende un oggetto di uso quotidiano e lo si espone in quanto oggetto d’ arte, quell’ oggetto non è più quello che è, ma diventa una metafora per dire altro, come ben dice Danilo.
Quindi le scatole di Brillo di Warhol, non sono scatole di sapone, ma metafore.
Questo fatto che una cosa non è più se stessa, ma rimanda ad altro, ad un universo, quello dei significati, è sicuramente molto affascinante.
Quello che non è condivisibile, nell’ analisi di Danilo, a meno che lui non lo dica con fare provocatorio, è che questa natura metaforica, questo rimandare ad altro, non vi sia anche nell’ arte “classica”. Entrambe rimandano all’ altro; l’ arte come rappresentazione, rimanda a ciò che non è rappresentazione, quindi al mondo reale; l’ arte che si serve del mondo reale, rimanda a dei significati che vanno al di là delle cose.
Diciamo che tradizionalmente si sono usate rappresentazioni per significare cose, laddove Warhol comincia ad usare cose per significare concetti, rappresentazioni.
La realtà che esperiamo è fatta essenzialmente di cose che stanno nella nostra mente, e cose che stanno fuori. Il punto su cui io e Danilo divergiamo è questo; lui ritiene più affascinante il percorso dalle cose ai pensieri, io di più quello dai pensieri-rappresentazioni alle cose, o meglio alla realtà extramentale, di cui le cose sono solo un aspetto.

In questo secondo percorso è possibile esprimere quegli aspetti della soggettività che non si lasciano ridurre al momento razionale e mediato dalla coscienza.

Nel percorso dalle cose ai pensieri, essendo un percorso che ha il suo fine in un pensiero abbastanza razionale e cosciente, quegli aspetti della soggettività che eccedono tali regioni rischiano di rimanerne fuori. E ciò è tanto più grave in una società che tende sempre più a tutti i livelli a razionalizzare, a cancellare la componente emotiva della soggettività. L’ arte poteva essere una camera di compensazione, un luogo, un rifugio se vogliamo, dove continuare a sviluppare quelle facoltà ignorate come superflue se non dannose nella vita economico-sociale.

Vi è almeno un'altra ragione che mi spinge a preferire la rappresentazione all’ uso diretto degli oggetti; nel rappresentare io non ho vincoli ontologici, fisici, economici ma soprattutto non ho vincoli morali e giuridici.
Insomma sono assolutamente libero di fare quello che voglio; posso dipingere elefanti con le gambe da giraffa, manichini giganteschi, dei dell’ olimpo, soldati morti in battaglia. Non ho bisogno di prendere elefanti veri e, con un audace operazione di chirurgia, mettervi gambe di giraffa; non ho bisogno di spendere milioni di euro per costruire un manichino più grande di un grattacielo ( la pittura è abbastanza libera dal capitale, cosa che non si può certo dire delle grandi istallazioni fatte con ingenti capitali pubblici o privati). Ma andiamo più a fondo; se voglio rappresentare la guerra e la morte, non ho bisogno di usare i corrispettivi reali, con tutte le conseguenze giuridiche e morali che la cosa comporterebbe.

Io ritengo che la ormai famosa opera del cane esposto in un museo e lasciato, a quanto si dice, morire di fame, sia figlia di questa tendenza a fare arte con le cose; soltanto che la cosa in questione ora è un animale vero, in futuro, chissà, potrebbe essere anche un uomo.
E’ da rimpiangere il vecchio Warhol, che invece di usare le vere scatole di brillo, ne costruì di finte, anche se del tutto simili! Dimostrando così di appartenere ancora alla vecchia cerchia degli artisti che fanno arte con rappresentazioni, e non con cose reali..

Infine è chiaro che quando si fa arte con le cose, il fine, ciò che conta, non è la cosa, ma il significato cui l’ esposizione della cosa rimanderebbe.
La cosa sensibile e naturale è ancora una volta sacrificata sull’ altare del significato e del pensiero astratto, sulla scia della peggiore tradizione platonico-cristiana.
Questo sacrificio del sensibile e della vita in favore del significato, è ben rappresentato dal povero cane morto nel museo, in nome di un presunto superiore messaggio dell’ opera.
Quel povero cane è diventato metafora, ma diventare metafora significa che la tua vera natura non conta nulla, conta ormai solo il significato di cui sei portatore.
Non vi cosa più triste e denigrante per la dignità di ogni uomo, ma io direi di ogni essere, che diventare una metafora.

Vittorio Losito 06/08/2008 07:51 AM
La pop art documenta in maniera precisa la cultura popolare americana (da qui quindi il suo nome, dove pop sta per diminutivo di popolare), trasformando in icone le immagini più note o simboliche tra quelle proposte dai mass-media. L’apparente indifferenza per le qualità formali dei soggetti proposti, così come il procedimento di pescare tra oggetti che apparivano triviali e non estetici, ha indotto molti critici a considerare la pop art come una specie di nuovo dadaismo. Se ciò può apparire in parte plausibile, diverso è il fine a cui giunge la pop art. In essa infatti è assente qualsiasi intento dissacratorio, ironico o di denuncia.
Non credo quindi che sia possibile attribuire alla POP art intenti di denuncia del consumismo.
Piuttosto essa ha prodotto nuove "Gioconde" a specchio dei tempi.
Non credo inoltre che ai (cosiddetti in gran parte)artisti si possa attribuire alcuna intenzione o consapevolezza sociologica e/o critica verso la società attuale vista la complessità di quest'ultima e le diffuse carenze formative e culturali dei primi.
Non credo sia preticabile una visione dell'arte come strumento per altro fine esterno.
L'arte concettuale si caratterizza per l'attenzione posta sulle "procedure" ...
il punto è questo : l'opera alla fine perde di importanza , il senso è riposto nella procedura
ideata dall'autore (ciò per l'a.concettuale);
invece l'opera d'arte (è la "Gioconda" senza alcun dubbio duchampiano lo è) si pone come unico esito e si propone come pattern emotivo-culturale allo spettatore, l'autore retrocede a componente del contesto storico entro cui l'opera è stata prodotta.
La dimensione estetica non ha bisogno di andare
alla ricerca di dimensioni accessorie ( etiche,politiche,sociologiche) perché ha la sua autonomia.
Ciro D' Alessio 06/08/2008 08:58 AM
"La dimensione estetica non ha bisogno di andare
alla ricerca di dimensioni accessorie ( etiche,politiche,sociologiche) perché ha la sua autonomia. "

Perfettamente d'accordo, Vittorio.
Condivido anche i tuoi dubbi sul fatto che la pop art si volesse porre come critica; essa più che la critica sembra essere l' "espressione" ( perdonami se uso ancora questo termine che contesti) della società di cui è prodotto.
Riguardo all'arte concettuale come riflessione sulle procedure; si, in effetti possiamo leggere non solo l' arte concettuale, ma tutto il novecento, come una riflessione che l' arte fa su i suoi mezzi, isolandone di volta in volta un aspetto e mettendolo al centro.
Quello che non mi sento di condividere, è l' idea che l' autonomia della dimensione estetica consti nell' autonomia di queste procedure.
Secondo me, che sono forse un nostalgico del rimanticismo, l' autonomia della dimensione estetica riposa nell' autonomia della facoltà del gusto rispetto alle facoltà teoretiche e morali, come disse Kant, e come, sulla sua scia, ma su basi teoriche diverse, hanno detto Schiller e Croce. Per qusto non condivido l' idea che l' arte sia pensiero o conoscenza o procedura.

Ciro D' Alessio 06/08/2008 09:06 AM
Riguardo alla Gioconda, se non ti piace, Danilo, io non posso farci nulla, però non mi dire che è solo tecnica!
Nella Gioconda è poco dire che c' è del pensiero; in essa c' è nientemeno che la nuova concezione dell' uomo che il rinascimento e poi la modernità avrebbero contrapposto a quella medioevale; un uomo che ha la sua dignità in se stesso, nel suo essere naturale, e non solo nell' essere immagine di dio; un uomo, anzi una donna, abbastanza comune, e non più un santo o un regnante; ci volle un coraggio enorme, che solo Leonardo poteva avre, per dipingere una donna abbastanza comune, non in paradiso o all' inferno, ma su questa terra, con tutta il peso della sua atmosfera terrestre, in un epoca in cui se non eri un prescelto da Dio ( quali i santi e i regnati)o in una situazione ultraterrena, eri pressochhè una nullità ed in qaunto tale indegno di essere rappresentato!
La gioconda la possiamo considerare una delle tappe di quel processo di "riscatto" del mondo, della terrestrità, che attraversa tutta la modernità, e che Max Weber ha chiamato Secolarizzazione.
Ciro D' Alessio 06/08/2008 09:07 AM
Discorso analogo vale per tutti i grandi lavori di arte figurativa; in essi si esprimono nuovi modi di essere al mondo.
Vittorio Losito 06/08/2008 09:50 AM
dal post di Danilo:
"L'occhio grigio di un ritratto di Modigliani è un mondo concettuale che si apre all'osservatore, semplicemente colorando di grigio un solo occhio, l'occhio che guarda entro se stessi). Questa è arte contemporanea (moderna in quel caso) e queste sono anche le scatole Brillo. "
trovo assai intrigante e seducente questa osservazione...ma
non credo che Duchamp , che è il padre riconosciuto dell'arte concettuale , sarebbe d'accordo.
Tuttavia mi sembra l'inizio di un tentativo finalizzato a riconoscere elementi di arte concettuale all'interno dell'arte rappresentativa : è una direzione di indagine
interessante e produttiva, che condivido.
Ciro D' Alessio 06/08/2008 09:59 AM
Condivido anche io.

Ciro D' Alessio 06/08/2008 10:07 AM
A proposito della tendenza a fare arte con le cose e non con le rappresentazioni.
Pare che un artista tedesco abbia preparato una camera della morte per ospitare una performans in cui un malato terminale, volontario, termina. Vi linko l' articolo in inglese;

www.theartnewspaper.com/article.asp?id=7889

Ciro D' Alessio 06/08/2008 10:22 AM
ho trovato anche un articolo in italiano
blog.panorama.it/cultura [...] una-persona-morente/
Danilo Verticelli 06/09/2008 04:29 PM
No no, Vittorio, la Pop Art non documenta, ma si pone proprio in antitesi con il mondo consumistico dal quale ricava (per fine vendetta) i simboli e le tecniche che rigira a suo favore nella critica a tale mondo.
Ne è esempio il collage di hamilton dall'improbabile titolo " cosa rende le case di oggi così diverse, così attraenti?"in cui gli elementi dell'allora società dei consumi sono evidentemente collegati a rappreentare un quadro non pubblicitario dello stile di vita ma implicitamente critico della tendenza in atto.
Invito allora ad una analisi più approfondita della Pop Art in generale attraverso il meraviglioso volume della Gribaudo editrice.
Si osservino le lucide perfezioni di Richard Estes che nella perfezione iperrealista delle vetrine piene solo di oggetti acquistabili denuncia l'irrealtà e l'inumanità di un mondo in cui le gioie sono derivate solo dall'acquisizione di beni e non di sentimenti.

Si osservino gli ambientamenti ed i macrodiorami di Ed Kienholz dove la denuncia sociale è passo fondamentale per l'arte impegnata. Si guardino le scene di George Segal, dove gli umani sono simbolizzati da sagome tridimensionali in gesso bianco e ciò che si evidenzia è il loro appartenere ad un gesto sociale ed omogeneo e non la loro personalità precipua. Si attraversino i grandi pannelli di Erro o le eleganti strisce di Rosenquist...
La Pop Art nasce in Inghilterra, con Hamilton, Blake, Paolozzi. La Pop Art americana, come tutto d'altronde, fagocita quella inglese (molto più raffinata). Oggi ne attribuiamo le origini alla prima mentre in realtà solo un pensiero "europeo" poteva sviluppare una controtendenza culturale alla stato di fatto sociale dell'epoca.

Un appunto sulla Gioconda, che è appunto e giustamente uno dei primi esempi di umanesimo e di rescissione del rapporto pittorico religioso/epico/opera. Mi è orrenda non per ciò che significa ma per ciò che è naturalemente. Un semplice dipinto più o meno valido. Tant'è che, contraddicendo ciò che alcuni di noi stanno portando avanti da tempo contro l'arte concettuale, l'aspetto più importante della Gioconda è paradossalmente proprio quello concettuale descritto mirabilmente da Ciro.
Io non ho niente contro la rappresentazione (tutte le mie cose sono "rappresentative"), solo che non posso non prendere in considerazione il fatto che l'utilizzo di oggetti già esistenti è una forma di creatività che richiede uno sforzo superiore a quello della fantasia, ovvero il poter fare qualcosa "d'altro" con quello che ho.
Non vi è diatriba tra questo genere di Arte e la rappresentazione di Dalí. Sono mondi differenti ma nessuno di loro pregiudica l'altro.
Vittorio Losito 06/09/2008 09:07 PM
Danilo,tra i miei libri ho un testo del 1967 :
Alberto Boatto"Pop Art in USA"...
non c'è qui lo spazio necessario...ma cito solo alcuni paragrafi:
-Rauschenberg, la celebrazione del presente
-Johns,il buon uso del banale
-Gli incidenti dell'oggetto in Jim Dine
-La percezione della vita anonima in Segal
-L'eloquenza del meraviglioso in Rosenquist
etc.
E certamente a Warhol era estraneo ogni intento di denuncia sociale.
Il verso in cui tu vuoi curvare la POP è forse
di genesi europea, ma a mio parere dimostra una
perdita di vigore artistico come tutte quelle tendenze che vogliono piegare l'arte ad uno scopo ad essa esterno e in qualche modo ideologico. La Pop art riesce a veicolare una esperienza connessa con una nuova sensibilità, un nuovo modo di vedere il mondo e di comportarsi in mezzo ad esso.Questa nuova sensibilità riguarda in primis l'ordine estetico, in via subordinata quello sociologico.
La cosa più interessante per me è l'utilizzo di un metodo operativo prevalentemente impersonale che prelude all'auspicata definitiva eclissi del soggettivismo romantico
della figura dell'autore.
Vittorio Losito 06/09/2008 09:28 PM
Ciro condivido quanto dici sulla Gioconda, ma forse Danilo coglie nel segno quando sottolinea che quello che metti in luce è l'aspetto concettuale.
Tuttavia io considero la Gioconda un'o.d'a. per la qualità pittorica stessa: non dovremmo mai dimenticare che la pittura prima della fotografia va letta diversamente dalla pittura dopo la fotografia.
Non è pensabile in alcun modo che ciò che interessasse a Leonardo fosse la "procedura" e non l'opera finita : quindi la lettura "concettuale" è gratuitamente e totalmente posteriore, non serve alla "lettura" dell'opera.
Vittorio Losito 06/09/2008 09:32 PM
Peccato non avere la possibilità di approfondire questa discussione sulla Pop Art:
sarebbe molto utile e produttiva...bisognerebbe avere modo di incontrarci di persona...
Ciro D' Alessio 06/09/2008 09:53 PM
Io credo che bisogna distinguere il giudizio storico da quello estetico; l' aspetto concettuale prevale nel giudizio storico, e difatti è un giudizio che in genere si dà a posteriori;l'aspetto concettuale, invece, è pressocché insignificante nel giudizio estetico; i contemporanei di Leonardo non apprezzavano la gioconda perché vi vedevano preannunciata la modernità, di cui non avevano chiaro il concetto, ma perché vi vedevano un elevata qualità estetica.


Ovviamente l' arte non coincide sempre con l' estetica, e questo è tanto più vero per l' arte contemporanea.

E' significativa la tendenza di molti di noi, oggi, a leggere le opere subito ed esclusivamente in chiave concettuale-storica.
Subito cerchiamo i legami tra un opera, un autore, e l' epoca in cui è vissuto.
Ma così facendo riduciamo le opere d'arte a semplici documenti.
Ma documento storico è davvero qualsiasi manufatto, scritto o pensiero umano ( come la Pop art, al di là di quali fossere le sue intenzioni critiche o meno nei confronti della società dei consumi, in qualche modo testimonia).
Ciro D' Alessio 06/09/2008 09:59 PM
Un' altra questione vorrei porre, ma poi vi dedicheremo un blog ad hoc: quando l' arte era legata all' estetica, cioè al bello, quale che fosse poi questo bello, essa poteva rivendicare una chiara autonomia "dalle altre sfere dello spirito"( per usare questa espressione desueta e criticabile, ma chiara).
Appena l' arte si è staccata dalla dimensione estetica, essa è come se fosse entrata in crisi di identità, e per prima cosa, ha perduto la sua capacità di distinguersi da altri aspetti del pensiero e della prassi umana.
Vittorio Losito 06/09/2008 10:03 PM
Ciro , ma io non ho mai sostenuto che l'arte sia "procedura" : questo è l'implicito assunto dell'arte concettuale da Duchamp in poi,con i relativi esiti prodotti.
Penso invece che l'arte contenga pensiero e conoscenza (intesa in modo particolare, non certo logico-scientifico) anche se non è riducibile ad essi.Ogni immagine ha un suo contenuto conoscitivo, ma l'arte non è una semiosi, non è un messaggio comunicativo, non ha la struttura del significato come rinvio ad altro, a ciò che, al presente non c'è. L'o.d'a.
si dà nell'ambito della immediatezza percettiva, ma in quanto questa perde il carattere di esistenza (arte come realtà pura, non esistente).L'o.d'a. è, non comunica, si presenta, non informa,è e basta: l'arte è realtà senza esistenza.Sto implicitamente postulando la resistenza ad ogni riduzione semiotica del fatto artistico, compresa la Pop Art.
Ciro D' Alessio 06/09/2008 10:36 PM
"L'o.d'a. è, non comunica, si presenta, non informa,è e basta: l'arte è realtà senza esistenza."
Questo aspetto dell' arte lo condivido, ma è proprio quest' aspetto del "darsi" che intendevo quando parlavo all' inizio, con Danilo, di arte come espressione( che dà l' idea di qualcosa che esce fuori e si dà, senza dare l' idea dell' essere segno, metafora di altro).
Quanto all' idea dell' arte come procedura, probabilemnte hai risposto a quell' intervento che poi ho cancellato!
Si, ridurre l' arte alle sue procedure, mi sembra annientarla. La soggettività in arte non può essere messa da parte. Il soggetto è una cosa seria, la nostra stessa condizione, ciò rispetto a cui si rapporta ogni conoscenza ed ogni esperienza e non un sentimentalismo romantico, che si può mettere da parte a piacimento.


"si dà nell'ambito della immediatezza percettiva, ma in quanto questa perde il carattere di esistenza (arte come realtà pura, non esistente).L'o.d'a. è, non comunica, si presenta, non informa,è e basta: l'arte è realtà senza esistenza"
E' questo che intendevi in un tuo Blog su Schopenauer quando sostenevi che l' arte è noumeno?
Questa tesi è molto affascinante, ma queste realtà noumeniche esistono pure al di fuori dell' arte?
Cioè l' arte è accesso ad una realtà noumenica_metafisica o è invece essa stessa creatrice di questa realtà, che dunque non esisterebbe se non nelle opere d' arte?

Vittorio Losito 06/09/2008 10:59 PM
"Cioè l' arte è accesso ad una realtà noumenica_metafisica o è invece essa stessa creatrice di questa realtà, che dunque non esisterebbe se non nelle opere d' arte? "di questa realtà ma nella coscienza dello spettatore.
è essa stessa creatrice

Danilo Verticelli 06/10/2008 10:54 AM
Sulla Pop Art non posso che confermare quanto ho scritto. Poi ogni curatore riesce a vederci ciò che vuole. Ma occorre anche concepire la "documentazione" (che non è, ma chiamiamola pure così) del contemporaneo come implicita denuncia dello stesso, specialmente in un'epoca in cui la documentazione non avviene più attaraverso l'Arte ma attraverso normalissimi media.
I titoli che cita Vittorio sono esattamente la conferma che la Pop Art è denuncia e esacrazione della incombente civiltà consumistica. la celebrazione del preswente, il buon uso del banale, la percezione della vita anonima.... beh, ogni aggettivo utilizzato in questi capitoli è già di per un giudizio critico sulla vita dell'epoca, quindi riconosciuto dal buon Boatto. Se la vita è "anonima" essa è già un risultato di una società alle soglie della disumanizzazione, ecc.

Sulla Gioconda è vero. Esiste una dimensione concettuale che è quella indicata da Ciro, ed una estetica che è quella indicata da Vittorio.
Sulla seconda, fatta salva la tecnica sulla quale non parlo, poi si va nell'opinabile e quindi non parlo neanche di essa.
Per Leonardo la pittura è strumento di scienza e quindi utilizzo di tecnica geometrica e rappresentativa del mondo circostante. credo l'ultima sua preoccupazione sia stata quella di trasporre nella Gioconda il sorriso (?) della Gherardini per mostrare un ritratto psicologico del momento. Ecco perché, al di là della tecnica pittorica più meno mirabile (diversamente da quella compositivia mirabilissima e non potrebbe che essere così) quel quadro mi lascia indifferente.

L'Arte è neutrale e contiene tutto. Anche il segno, anche il concetto, anche la procedura.
Come ho detto prima (e proprio non riesco a discostarmene) l'Arte è trasferimento di un qualcosa attraverso un media.
Perché si dipinge allora? perché si suona? Perché si scolpisce o si sta sul pc? se non per trasferire un qualcosa dalla nostra mente al mondo reale utilizzando qualsiasi media noi preferiamo?
All'interno di questo schema ci sta tutto e il suo contrario, ma non per questo ciò che vi sta non è Arte.

L'Arte in fondo è un meccanismo che trasporta "l'idea" dall'artista al mondo, utilizzando uno strumento sensibile. Cosa altro è? E se non lo è ditemi perché non è così......
Vittorio Losito 06/10/2008 03:36 PM
Danilo, ogni opera , di ogni epoca, incorpora ed è anche "procedura" ma non è riducibile a questa. Sto leggendo gli scritti di Duchamp: enfatizza consapevolmente uno degli aspetti per modificare gli altri. E' una modalità propria di ogni forma di creatività.
Penso che la direzione di lavoro oggi ha da essere quella di una consapevole liberazione dal soggettivismo romantico-tardo romantico - post romantico , viaggiando lucidamente verso un modo di lavorare il più possibile impersonale. Solo in questo modo si diventa consapevoli del dominio della tecnica , oggi le neotecnologie, dominio che si rende autonomo,si autoriproduce e si potenzia incessantemente e riduce l'uomo a propria funzione. Quanti "pittori" oggi producono immagini senza rendersi conto che il loro immaginario è controllato dalla pubblicità e dalla infinita circolazione massmediale di immagini industriali ...
In questa prospettiva , anche accettando la tua visione dell'arte come "meccanismo che trasporta l'idea dell'artista"... che importanza vuoi che abbia questa idea soggettiva e necessariamente elementare, residuo di quel soggettivismo romantico di cui sopra ? illudersi che l'arte possa veicolare denuncia sociale (soggettiva) è stare ancora tutti dentro una visione di trasformazione romantica della realtà , quando l'intero universo culturale umano si muove ormai secondo altre leggi e ritmi che umani non sono ma che utilizzano gli umani per autoconservare e potenziare il "blocco mediale". La via è quella di far scoprire le carte al "blocco mediale" , mettendolo a lavorare a vuoto ed esibendo la sua nuda fisiologia.Si tratta di creare flussi vuoti, senza informazione, lontani da ogni ideologia comunicazionale.
A chi vuoi che importi oggi una visione del modo soggettiva?
Quindi artisti di nuovo tipo, artisti come ricercatori estetici, titolari di un sapere tecnico-scientifico , concentrati sui dispositivi e sulla loro fisiologia.
Danilo Verticelli 06/10/2008 03:46 PM
Vittorio, colgo la tua provocazione come un grido di aiuto. Vorresti fosse così, ma poi ti giri e ti rendi conto che non potrà esserlo e allora ti domandi: cui prodest?
Io rispondo che invece a qualcuno serve e che l'Arte, da Caravggio in poi, passando per Guernica, per Warhol, Rauschenberg, Erro ma anche Pistoletto, Schifano.... e mi ci metto anche io immeritatamente e miseramente ultimo, l'Arte "contiene" anche una possibilità "ecumenica", didattica o una spinta alla sovversione razionalecontro certi Sistemi, che tu enumeri.
La denuncia soggettiva (e mettiamoci pure romantica) ha ancora spazio nonostante la neotecnologia richieda lo spaesamento e l'abdicazione dell'umano al chip. E' proprio utilizzando i chip invece che avviene la vendetta neoromantica. Ecco perché non dipingo più ma lavoro al pc. Una borsetta seppellirà gli stilisti. Un chip seppellirà la tecnica...
Ciro D' Alessio 06/10/2008 05:29 PM
"In questo senso tutto è possibile, ma non si può dire che l'Arte (ente) deve essere etica, che abbia una missione preordinata, che deve avere delle regole e dei paletti, dei criteri e delle norme."
io sono d' accordo in larga parte su questa diagnosi ( anche se poi credo non solo che a volte si esageri nel sopravvaluttare il ruolo dei media e della tecnica, ma si tende anche a dimenticarne gli aspetti positivi).
NOn concordo invece con la soluzione che tu indichi. O meglio, ritengo che la tua possa essere uan strada valida, ma, in un mondo complesso e plurale, non l' unica valida.
Accanto ad un arte tutta impegnata a smascherare l' impersonalità e la disumanità dei processi mediatici, ci vuole un arte che continui a parlare di umanità, in tutti i suoi aspetti.
Senza questa coltura dell' umano, della personalità, noi non ci renderemmo nemmeno conto del dis-umano, del post-umano, dell' impersonale, della spersonalizzazione etc.( come di fatto, i molti non educati alla scuola dell' umanesimo, forse vecchia e romantica ma preziosa, vivono queste realtà e nemmeno se ne avvedono)

Vittorio Losito 06/10/2008 06:26 PM
caro Ciro , rigirando e rimestando riemerge sempre l'utopia umanistica dell'umanizzazione della tecnica, la trasformazione volontaristica della società attraverso la denuncia sociale ...fatta attraverso l'arte...la contrapposizione arte/umano
versus tecnica/disumano ... visione tanto piena di titanismo romantico quanto inefficace e senza nessun contatto con la realtà.
Gli argomenti che ho proposto sono cenni relativi ad una riflessione che è necessaria per ritrovare un senso alla propria pulsione creativa. Si potrebbe persino sostenere che salvarsi l'anima postulando che l'arte (per l'ennesima volta) si debba fare veicolo di denuncia sociale , oltre che posizione culturale attardata su vecchi miti (che ben conosco anche per ragioni anagrafiche), sia piuttosto facile:
se si tratta di trasformare il mondo, allora vi sono altri più efficaci ambiti in cui lavorare.
Cerco di capire e di trovare una strada diversa, sulla base della realtà culturale di oggi. Ecco che allora che " un chip seppellirà la tecnica" può essere di più che una boutade...
troviamo il modo di "far lavorare a vuoto il blocco mediale" nella dimensione estetica...
in fondo si tratta di un ritorno alla realtà e
di non lasciare che si consideri realtà quella
proposta dal "blocco mediale" totalizzante: si tratta di svuotare di senso tutti i suoi messaggi !
Ciro D' Alessio 06/10/2008 07:04 PM
Si tratta a questo punto di analizzare il rapporto tecnica-uomo, media-uomo.
Mi pare di capire che tu rifiuti in quanto romantica la loro contrapposizione.

Vittorio Losito 06/10/2008 09:48 PM
la tecnica è prodotto dell'uomo , non esiste l'uomo fuori della tecnica : esiste l'uomo che invece di pensare la tecnica come un Golem nemico,
ne riconosce il carattere globale e la tendenza aliena a sussumere l'uomo nel suo stesso autonomo sistema, e lucidamente accetta di pensare all'altezza della tecnica sua creatura divenuta adulta : e si dispone ad "educarla", a modificarla,a meglio utilizzarla.
Svelandone la fisiologia nell'estetizzazione del dispositivo globale e quindi facendola funzionare in modo "esteticamente inutile" .
Se ci pensi un attimo, la tecnica discende dall'umanesimo, che ovviamente non è un vagheggiato mondo di pastorelli in Arcadia.
Vittorio Losito 06/10/2008 09:50 PM
P.S.: il percepirsi come "separati" dal mondo della tecnica e dunque "diversi" è un vero e proprio pervertimento del pensiero.
Danilo Verticelli 06/11/2008 04:15 PM
Ciro, le mie idee non sono mai "l'unica soluzione" e tantomeno aspirano ad esserla eh... Sono differenti modi di intraprendere la vita che poi ogni tanto, come si vede qui, si incontrano e si allontanano....

Interessante, Vittorio.
Io non sono per il dualismo uomo vs macchina. Mai stato. Errato se si è capito questo.
Anzi credo che uomo e tecnica siano strettamente correlati. Intimamente se ci rapportiamo alla cultura.
Però mi interessa il concetto di Vittorio quando propone di far lavorare a vuoto il blocco mediale.
Chiedo un esempio pratico. Come se stessi guardando qualcosa e quel qualcosa è ciò che ha detto Vittorio...


Danilo Verticelli 06/11/2008 04:19 PM
Ciro: Accanto ad un arte tutta impegnata a smascherare l' impersonalità e la disumanità dei processi mediatici, ci vuole un arte che continui a parlare di umanità, in tutti i suoi aspetti.

Ma perché, parlare di disumanità non è implicitamente parlare di umanità? Si affronta a rovescio. Sono specchiature dello stesso concetto.
Vittorio Losito 06/11/2008 05:08 PM
Danilo , mi sto anch'io interrogando intorno a questo... parlare di disumanizzazione è di certo il rovesciamento dell'umanizzazione : resta il problema delle diverse e nuove competenze dell'artista e il problema di acquisire consapevolezza dei "dispositivi" della tecnica (neotecnologie)per riuscire ad utilizzali esteticamente "a vuoto"...(la
tecnica pensa solo in termini logici di utilità)...
pensa un attimo adesso al nostro Ciro filosofo,
pensa agli innumerevoli "letterati" che si dedicano all'arte e vi importano l'atteggiamento "umanistico"...
senza contare le animucce sensibili che affrontano terribili distorsioni purché sia salvaguardato il "sentimento"...
quanto agli esempi ti posso citare quelli che propone Costa , da discutere ...
1)Riwan Tromeur (fotografie)
2)Bruno Di Bello (Photopapier)
3)Angelo Candiano (processo di autofoto)
4)la Net Art
e altri che mi convincono poco...(arte transgenica etc.)
il discorso è più che mai aperto .

Ortega y Gasset già nel 1925 rilevava per la prima volta la tendenza alla "disumanizzazione" nell'arte moderna:-Non c'è dubbio che vige una tendenza alla purificazione dell'arte.Questa esigenza porterà ad una progressiva eliminazione degli elementi umani. E in questo processo si arriverà a un momento in cui il contenuto umano dell'opera d'arte sarà tanto esiguo che quasi non si avvertirà più. L'importante è che esiste nel mondo l'indubitabile presenza d'una nuova sensibilità estetica, la tendenza a "diumanizzare" l'arte.
Il piacere estetico per l'artista nuovo deriva da questo trionfo sull'umano.-

Vittorio Losito 06/11/2008 05:18 PM
l'arte può disarticolare il dispositivo globale della tecnica solo se è in grado di utilizzalo esteticamente ( cioè a vuoto) e non se pretende di separarsene invocando una immaginaria umanità che con la tecnica non ha rapporti, mentre di fatto ne è agita e determinata.
Vittorio Losito 06/11/2008 05:24 PM
-Desoggettivizzazione dei prodotti artistici
-Fine dell'espressione e del significato
-Dominio dei nuovi significanti tecnologici
-Fine dello stile
-Impraticabilità di ogni concezione dell'arte come linguaggio
-Flusso ed evento in luogo della forma
-Rinuncia al controllo
-Trasformazione della "personalità artistica" in quella del "ricercatore estetico -epistemologico"
Danilo Verticelli 06/11/2008 05:39 PM
Ahi... adesso a Ciro gli viene un ictus....
Vittorio Losito 06/11/2008 06:14 PM
Définitivement installé à New York en 1915, Duchamp deviendra une vedette très médiatisée. Toujours aussi provocateur, il proposera sa Fontaine, un simple urinoir signé R. Mutt qui sera refusée au Salon de la Society of Independent Artists de 1917. L'artiste, défendant l'urinoir signé d'un pseudonyme, déclarera : "Le fait que M. Mutt ait modelé ou non la Fontaine de ses mains n'a aucune importance. Il l'a CHOISIE. Il a pris un article courant de la vie et fait disparaître sa signification utilitaire sous un nouveau titre. De ce point de vue, il lui a donné un sens nouveau".
Ciro D' Alessio 06/11/2008 07:16 PM
Speriamo di no! Sono ancora tanto giovane!

Il fatto è che io già parto da un'analisi diversa da quella di Vittorio e di Mario Costa.
I media non vanno sottovalutati, ma nemmeno sopravvalutati. Noi, oltre ad essere dei comunicatori, soggetti in quanto tali allo sviluppo dei media siamo dei corpi sesibili, con dei bisogni naturali, inseriti in un mondo che non è solo storico, ma anche molto naturale. Vi è una componente umana che non si lascia così facilmente trasformare dai media.
All' epoca di Omero i media erano gli aedi e le pitture vascolari, nell' ottocento la stampa e l' opera lirica, oggi internet e le performances artistiche, tuttavia c' è qualcosa che attraversa le diverse epoche, che non si lascia ridurre al medium, e che interessa tanto i contemporanei di Omero quanto noi.
Le riflessioni di Mario Costa, sulle quali Vittorio ha già aperto un blog interressante e sul quale intedo aprirene uno anche io tra poco, si rifanno alle concezioni ormai classica del Mc Luahan; concezioni preziose, interessantissime ma che tendono a dare una visione disincarnata dell' uomo; l' uomo vi è visto come una mente che riceve e dà comunicazioni e non anche e soprattutto come un essere che ha un corpo, dei bisogni, una nascita, una morte, la necessità di lavorare, di amare ed esser4e mantao e rispettato etc, ed è soprattuto in funzione di queste esigenze che si sviluppano la comunicazione ed i media.

Detto questo già io vedo meno urgente il bisogno di stare dietro ai media ed alle tecniche; queste, è vero mi attraversano, mi influenzano, ma a fondo vi è una componente di bisogni elementari ed umani che, appartenendo ad una sfera più elementare e profonda di quella mediatica, non se ne lasciano travolgere più di tanto.

Partendo da questa analisi diversa, diversa è anche la soluzione.
Gli artisti che stanno sul libro di Costa, per me, e per una buona fetta di persone, magari letterati e sentimentali, rivestono poco interesse, perché per noi ,l 'uomo non è ancora una questione passata di moda, o già risoluta, per noi l' uomo continua ad essere il fulcro di tutto, anche della tecnica che pretende di fagocitarlo e che Vottorio ci ricordava giustamente essere figlia dell' umanesimo.
Un' arte che si disinteressi dell' umano che sta dietro i media, o che per denunciarne l' aspetto disumano, si fa disumana essa stessa, davvero interessa poco a chi è convinto che l' umano è ancora una questione ed un compito attualissimo.
Danilo Verticelli 06/11/2008 07:40 PM
Scusa ma quand'è che l'Arte si disinteressa dell'uomo? L'Arte, per il fatto stesso che esiste, è attività umana. Paradossalmente posso dire che è proprio la Natura a disinteressarsi dell'Uomo e quindi quest'ultimo a subirne i riflessi caotici e casuali....
Anche io credo che l'Uomo (e quindi anche la sua spiritualità) sia al centro di tutto e vedo la tecnologia come prodotto dell'uomo.
Non posso ovviamente essere d'accordo sull'ottalogo di Vittorio, ma non perché sia imperfetto, ma perché semplicemente non condivido quei punti. Ma si parla di impostazioni legittime e quantomai valide...
Ciro D' Alessio 06/11/2008 07:46 PM
Bene! Sulle radici umane della tecnica siamo tutti d' accordo. Forse il disaccordo è sulle radici tecniche dell' uomo, che ci sono, sono influenti, ma c' è anche altro, come dicevo, e questo altro non è meno degno di rappresentazione artistica, secondo me.

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