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Salvatore Romano

(Un notturnista del colore)

equilibriarte.org : Salvatore Romano : blog : 2008 : October : 09

Lo scopritore diventato palla di gomma " continuazione"

Dunque, tempo fa mi recai in un vecchio casolare la cui soffitta era chiusa da un centinaio d’anni. Il proprietario affermava di non esservi mai entrato perché ne aveva paura. Durante le notti, asseriva, da sopra giungevano strani rumori. Dei topi, probabilmente, ma aveva egli paura pure dei topi. Aprii con molta fatica la vecchia porta di legno poiché i cardini erano talmente arrugginiti da formare un unico blocco di ferro.
L’interno era pieno zeppo di cianfrusaglie, piccoli mobili, statue, quadri, tutto ricoperto di ragnatele e polvere. Iniziai a spostare qualche oggetto, qualche soprammobile quando la mia attenzione fu attratta da un grande specchio.
Era uno specchio alto circa due metri e largo uno, con intorno una cornice di legno finemente lavorata con teste di leoni e aquile e volute stile liberty.
Mi ci avvicinai e provai a pulirne la superficie opacizzata dal tempo ma esso andò in frantumi all’improvviso cadendomi addosso e…zac, un taglio netto e la gamba si staccò. Zac, un altro taglio e andò via il braccio. Altri due colpi e mi ritrovai solo con il busto.

*
Giro la testa in direzione di uno specchio e non mi vedo male.
In questa nuova condizione decido di andare un po’ in giro e come se fossi una pallina da ping pong mi avvio tutto allegro.
Riesco a procedere saltellando e non avverto dolore, come se fossi di gomma. La gente si scosta, mi guarda incredula, magari pensa d’essere ubriaca, ma io non me ne curo, sono totalmente assorbito dal piacere di salterellare. Mi ritrovo davanti il negozio del barbiere, entro e mi faccio sbarbare. Intanto una folla si riunisce per osservarmi dalla vetrata, li guardo e sorrido.
Come mai sono allegro? Come mai tutta questa gente curiosa non mi infastidisce? Di solito sono un solitario, riservato, forse un asociale. Probabilmente questa nuova condizione fisica mi è congeniale. Intanto mi distinguo dagli altri essendo diverso e poi, devo ammetterlo, questa situazione mi consente di andare dovunque senza fatica. Praticamente mi limito a dare un breve colpetto in avanti, col busto, quel tanto che basta da darmi la spinta. Essendo elastico comincio a rimbalzare e di salto in salto vado in ogni direzione. Se trovo percorsi più difficili mi avvolgo in me stesso, a riccio, assumendo la forma di una palla e con la stessa rotazione riesco ad evitare ogni ulteriore fatica.
Sto apprendendo nuove cose, che prima ignoravo, di cui non facevo caso. Rifletto su come per la maggior parte di noi le cose ci passano davanti senza che le notiamo. Eppure basterebbe fermarci un secondo e osservarci intorno. Ad una attenta analisi, se ognuno di noi lo facesse, si accorgerebbe di cose che prima ignorava. Io mi sono ritrovato particolari che prima, pur essendoci, non vedevo. Ma questo è l’uomo, il grande uomo che vanta la supremazia su ogni cosa, anche sul proprio simile. E poi si lascia sfuggire particolari, cose, momenti, situazioni che avrebbero potuto, allora, cambiare la sua vita. Stolto di un uomo, osservatore soltanto dell’unopercento di ciò che ti circonda, stolto che non sei altro, sai costruire soltanto vapore…
Dal barbiere sono uscito, sbarbato e aromatizzato. Mi sento fresco, pulito e contento. Agile come non lo sono mai stato più che camminare il mio è un rotolare. Procedo piano, poi più veloce, mi arresto, curvo, mi innalzo e quasi sempre senza toccare l’asfalto. La velocità mi fa stare ad un paio di centimetri dal suolo, costantemente, per cui con la irregolarità della superficie stradale ad occhi attenti do l’idea di un tracciato cardiografico. Quando vado più veloce sento l’aria passarmi sotto leggera e mi provoca un leggero solletico che mi piace molto.
Ho iniziato ad andare più velocemente, mi sembra quasi di andare con la velocità della luce. Mi piace fare arresti immediati, comparire all’improvviso davanti alle facce terrorizzate della gente, fermarmi ad un millimetro dal loro naso, uscire loro la lingua e poi scappare. Gli ignari, dopo un primo momento di sbigottimento vorrebbero pure acchiapparmi, schiacciarmi, ma io sono più veloce di loro. Qualcuno, di quelli che prima mi stavano antipatici, ho iniziato a terrorizzarlo. Praticamente gli turbino davanti distraendolo dalla guida, dalla lettura, dal lavoro. Ma il divertimento maggiore ce l’ho quando vado sotto le gonne delle belle donne. Che delizia, che meraviglia, ritrovarmi tra quelle cosce che con un dolce tepore mi accolgono con benevolenza. Sono le uniche, queste donne dalle cosce calde, che non rifuggono la mia presenza. Per la verità non sanno nemmeno di cosa si tratti entrando io all’improvviso sotto le gonne, ma ne sono contente. Non mi dilungo su questo perché…, vado oltre.
In una stradina di periferia, un po’ isolata, in un vecchio muro di pietre con calcina che cade a pezzi, noto una crepa, attraente e senza pensarci tanto faccio un piccolo balzo e mi ci poggio davanti. Con destrezza insospettabile sfrutto un piccolo rilievo a mo’ di virgola e così posso restare sospeso. Lentamente inizio a penetrare la testa dentro la crepa ed essa assume la forma dell’apertura penetrandovi dentro senza fatica. Mi ritrovo in uno spazio buio e infilo, quindi, il corpo, almeno quello che ne rimane. Nella nuova nicchia mi ci ambiento bene e scopro che la mia testa, il mio busto, oltre ad essere come di gomma, “palleggianti” e quindi leggeri sono anche deformabili, malleabili, duttili, senza che avverta il benché minimo dolore. Le ossa sono semplici cartilagini e come i topi riesco a penetrare le aperture più piccole. Praticamente è come se fossi fatto di cera, di silicone fresco, di mollica appena sfornata, di creta.
Inizio a percorrere i vari anfratti, percorsi tortuosi che l’interno di quel muro mi offre. Vedo chiaramente tutto perché le pietre riflettono all’interno la luce attraverso un gioco di piccole superfici oblique come succede con pezzetti di specchi che variamente inclinati e disposti riescono ad illuminare cavità profonde. Come le fibre ottiche con la differenza che qui è tutto casuale e per questo più bello. Ed io mi ritrovo all’interno di un prodotto dell’uomo costruito chissà quanti anni prima, costruito da uomini che erano stati e che adesso non sono più. Morti e sepolti, con le loro gioie, dolori, con tutta la loro triste storia di uomini comuni senza importanza, con il loro anonimato tanto è che non hanno lasciato traccia, nemmeno con questo muro che è importante soltanto perché ci sono dentro io.
Procedo, rotolando lentamente perché gli spazi sono piccoli rispetto al mio corpo e devo rimodellarmi continuamente. E’ bello ritrovarmi all’interno di questo muro antico, sento su di me il peso leggero di centinaia d’anni, sento ancora il calore delle mani che hanno toccato le pietre, sento persino le voci, le risate, le bestemmie e…, adesso percepisco delle voci anche da fuori. Vado a vedere, fuori delle persone stanno conversando ignari d’essere spiati. Ma i loro discorsi non mi interessano, sono più attratto dal perlustrare e quindi riprendo a vagare.
In effetti continuo a svolgere la mia attività di scopritore, magari non più di cantine ma di qualunque cosa mi offra degli orifizi, delle aperture da poter penetrare con tutto me stesso.
Ad un certo punto trovo un formicaio. Le formiche non si curano di me, hanno il loro lavoro ininterrotto. Vanno, vengono, portano cibi sulla schiena, in modo apparentemente caotico, frenetico, ma con un rigore tutto loro. Se l’uomo fosse laborioso allo stesso modo…, ma se lo fosse cosa cambierebbe? Si dovrebbe vivere in funzione soltanto del lavoro? Adesso un centinaio di formiche sta trascinando uno scarafaggio semimorto. Agita, il gigante, le zampette, le antenne ma trovandosi a schiena in giù ha poche difese a sua disposizione. Le formiche a centinaia lo assalgono, lo mordono, lo ricoprono. Lo scarafaggio è completamente immobilizzato e lentamente le zampette si fermano. Le formiche cominciano a staccargli parti del corpo e ricominciano quel loro caotico andare e venire lasciandomi come svuotato. Riprendo il mio cammino all’interno del muro che procedendo comincia ad offrirmi radici saldamente ancorate alle pietre. Evidentemente il muro all’esterno è pieno di piante e mi torna la voglia di uscire all’esterno. Eh sì, un po’ di sole e d’aria fresca non mi farà male. Intravedo una fessura illuminata ed esco da lì catapultandomi fuori. Con giravolte veloci vado in direzione del mercato, a quell’ora troverò qualche amico e potrò gustarmi un buon bicchiere di birra. Trovo Enrico che appena mi vede lancia un urlo e sviene. Accorre gente che gli presta soccorso, riescono a farlo riavere, adesso si è calmato. Ci rechiamo ad una vicina taverna, sempre dalle parti della Vucciria e ci sediamo ad un tavolino. Ma come ti sei conciato? Mi chiede. Niente, rispondo, è successo ma non ha importanza. Gli spiego che anzi, stranamente, questa condizione nuova mi aiuta nel mio lavoro e che, in fin dei conti, forse mi ci godo di più la vita. Enrico sembra non capire il mio discorso e alla fine dice: beh, se a te va bene così…, continuando a bere il bicchiere di birra. Io mi servo di una cannuccia, altrimenti non saprei come fare. Guardo Enrico che ha due gambe e due braccia più di me eppure mi sembra più spoglio di me, più debole nei confronti del mondo, con meno armi. Gli chiedo come gli vanno le cose e mi risponde che meglio non potrebbero andare. Il suo matrimonio è stabile, il lavoro lo soddisfa, per come può essere soddisfatto un netturbino, e che non saprebbe cosa desiderare di più. Poi mi guarda e comincia a piangere. Piange, il povero amico, perché gli faccio pena. Lo rassicuro che sto bene anche così, cerco di fargli capire che anche se sono senza gli arti vado dovunque e faccio tutto ma non mi capisce: per lui sono un anormale. Dopo aver salutato Enrico, rotolando e saltellando arrivo in un parco dove andavo sempre da piccolo, Villa Giulia. Un gruppetto di bambini sta giocando...


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