(Un notturnista del colore)
Tuesday October 7, 2008
Mi sento tranquillo, adesso. Ritorno in camera da letto e lancio uno sguardo furtivo all'armadio: gli occhi non ci sono più. Apro l'anta, niente, vi frugo dentro, niente. Che questi incubi siano cessati? Speranzoso vado alla finestra, il verde degli alberi mi acceca, la luce radente del sole investe le foglie e riscalda il mio animo. Respiro a fondo quest'aria pulita e assaporo il silenzio che mi circonda interrotto soltanto dal cinguettìo degli esserini alati. E' tutto meraviglioso, qui. Ricordo per un istante il volto di mio padre che sorridendo mi prendeva per mano e mi portava, fanciullo, su per il bosco mostrandomi fiori, foglie, uccelli e di essi narrarmi di luoghi lontani dove principi buoni lottavano il male; tante volte restavo incantato di quel luogo remoto, da quel caro che sapeva infondere amore per tutto, persino per una formichetta che portava dei pesi più grandi di lei. E quel padre caro adesso mi manca, vorrei poterlo guardare ancora negli occhi, stringerlo forte, baciarlo, saltargli sul collo ma quel caro è lontano lasciandomi solo e solo mi sento, davvero, perduto tra gente che avverto estranea in un mondo astemio di tutto. Ma sono ugualmente contento, il ricordo riesce a scaldarmi e quest'aria oltre ai polmoni purifica anche il mio animo.
Tranquillo, adesso, mi metto al volante e mi avvìo in paese. Che bello non sentire più quegli occhi addosso né avvertire le presenze inquietanti potendo godere di questo breve tragitto assaporando questo panorama unico. Ma quanto durerà? Fin troppe volte mi sono illuso di trovare la pace troppo agognata. Adesso è diverso, avverto la calma di una natura lontana dal mondo abituale, la pace di un silenzio che ritempra lo spirito, la voglia di vivere ancora per molto. Mi sono già scordato di essere stato per una settimana segregato in casa, in balia di chissà chi o cosa.
Sereno giungo infine in paese dove mi chiedono come va; col mio discorrere allegro riesco ad infondere anche a loro il buon umore. E' gente modesta cresciuta isolata tra case sparute in un mirabile luogo; non conoscono incubi, né rumori lontani; vivono di poco e per loro è già tanto, incontrandoli per strada basta scambiare con loro poche parole cordiali e magari portarli all’osteria e berci insieme un bicchiere di vino.
Dopo aver fatto la spesa ritorno in montagna accolto da quella casa che mi sembra un castello. Lì dentro rivedo mio padre, l'immagine integra di un passato affettuoso. Così trascorre un'altra settimana senza vedere quegli occhi, senza sentire presenze. Ho cominciato a dipingere un quadro senza fatica, pennellata dopo pennellata spalmo il colore deciso, corposo; di quest'opera avverto la forza, la vita bloccata ma viva, palpitante; vi ho dato anche l'anima, lavorando ininterrottamente per molte ore, con la frenetica voglia di portarlo a termine il più presto possibile. In fondo è per essa che vivo, per l’opera unica, che sarà sempre l'opera ancora da creare, inarrivabile, irraggiungibile. La vita di un artista è sempre improntata sulla ricerca, la voglia di un desiderio mancato ma non importa se essa rimane un sogno, la cosa che conta è sentirsi leggero durante il processo creativo: durante il dipingere mi scordo chi sono, la mia mano è guidata non so da chi o da cosa, io servo soltanto da tramite, sono un mezzo, un utile strumento per collegare questo mondo apparente con l'altro, più intenso, che parla di noi, dei nostri desideri e affanni, di gioie passate e speranze mai spente. L'artista abbatte quella porta invisibile che altri non riescono ad abbattere, dàgli un pennello, matita e colori e lui è appagato così.
Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali " Firenze 1999
October 7, 2008 12:34 PM
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