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Salvatore Romano

(Un notturnista del colore)

equilibriarte.org : Salvatore Romano : blog : 2008 : October : 06

Salvatore Romano "Il topo..."

"...Dalla parte esterna, invece, dal lato della finestra che sta di fronte al letto, sento abbaiare e graffiare sul muro. Dentro la stanza c'è anche quel topo che vive tranquillo dentro l'armadio. Qualcuno ci porta i pasti, per me e per il topo, che allunga una zampa e afferra la ciotola. Qui il tempo passa lentamente e inevitabilmente sento il bisogno di uscire. Quando giunge qualcuno provo a farmi aprire ma non mi dà ascolto. Tra poco non distinguerò più il giorno dalla notte. Ho la barba lunga, sono sporco da far paura, i vestiti cominciano a logararsi.
Mi viene spontaneo pensare che una vita difficile non è servita a garantirmi un futuro migliore. Mi ritrovo imprigionato in questa cella a condividere lo spazio con un grande topo che porta gli occhiali. Mi sembra di impazzire, e i giorni passano. Di mattina non so se alzarmi dal letto o restarmene sdraiato, tanto è lo stesso. Di notte dormo male, ho il sonno agitato, non faccio che girarmi e rigirarmi nel letto. C'è caldo, non si respira. Ho voglia di disegnare ma non ho niente per farlo. Vorrei colloquiare con qualcuno, ma con chi? Ho cominciato a parlare al topo che mi fissa ma non risponde. I giorni intanto passano, mi sento sempre più prigioniero, vado avanti e indietro come fossi una tigre dentro la gabbia di uno zoo.
Mi sono messo in piedi sul letto per guardare fuori con la speranza di chiedere aiuto a qualcuno. Sotto ci sono i cani che abbaiano, grattano il muro, saltano per arrivare alla grata, ma per fortuna è alta. Nelle immediate vicinanze non c'è nessuno.
Ritorno a sdraiarmi sul letto e a fissare il topo; è grande quanto me, ha il pelo duro ed è buffo con quegli occhiali, guardandolo mi dà l'idea di un topo istruito, di quelli per intenderci che ha speso parecchio tempo sui libri. E' sicuramente un topo al di fuori del normale, un intellettuale, uno di quelli che sanno quello che vogliono. Anche se tace dice tutto, con piccole scosse del corpo, con quel suo sguardo profondo e..., più lo guardo e più comincio a volergli bene. E' una fortuna che sia qui, se non ci fosse lui sarei proprio solo.
Oggi sono riuscito a togliere una molla dal letto e utilizzando la punta ho iniziato a disegnare sul muro, scavando con forza. Riesco ad incidere l'intonaco bianco e sotto viene un rosso acceso, quello dei mattoni di terracotta. Viene fuori una linea ben nitida e infatti disegno con soddisfazione. I giorni passano e la parete è quasi tutta incisa; ho disegnato il topo con un paesaggio alle spalle: un lago, un campo di girasoli. Durante i giorni occupati a graffiare il muro non mi sono accorto d'essere prigioniero ma adesso che ho ultimato il lavoro vengo riportato violentemente alla realtà.
Dentro questa cella ho la sensazione di avere i piedi incollati al pavimento, me li sento pesanti, non riesco a muovermi. Ho le gambe irrigidite e la testa immobile. Guardo come ipnotizzato un punto fisso, la mente me la sento bloccata in un ricordo assai lontano che per tanto tempo avevo sepolto nei meandri più remoti dell'inconscio. Taccio, altrimenti non posso fare, con chi dovrei parlare? Con il topo?
Come dal nulla comincia a delinearsi la forma di un ricordo, sento che qualcuno mi sta pensando e capisco che questo qualcuno s'è pentito di avermi negato, un tempo che fu, il suo aiuto. Lo avevo implorato, allora, scongiurato, ma egli mi aveva voltato le spalle. Con quel suo diniego mi aveva creato problemi ma egli stesso ne pianse le cause. Adesso in un posto lontano da qui sento che esso si strugge, si strazia di non avermi dato l'aiuto da me supplicato, ma ormai è tardi perché quella speranza s'è spenta. Le mie dita tradiscono un tremore continuo per la voglia che hanno di stringere il corpo, la gola e l'anima di quel traditore ma è solo rabbia repressa, subito passa. Sono qui bloccato, in questa cella, e posso soltanto rimpiangere di non avergli parlato, di non aver cercato di fargli capire. Adesso siamo due anime dannate che hanno perduto tutto. Capisco che la sua vita è stata tremenda come la mia: la mia perché col suo rifiuto ne ho pagato le conseguenze, la sua perché per tutti questi lunghi anni s'è portato dentro questa colpa. Non ha avuto il coraggio di confessarlo ad altri. In tutti questi anni ha celato il segreto fingendo indifferenza, mentendo e ha pure cercato di dimenticare di essere stato vigliacco. Ma quel ricordo gli si è ripresentato e lo ha colto come una doccia fredda e gli ha guastato il presente seppure già compromesso. La forma del ricordo sta nuovamente sparendo e con esso sparisce questo amico perduto; nuovamente sento di potermi muovere, nuovamente rivedo quel topo che, adesso, mi sembra quasi un amico. Al topo decido di parlare:
- << Come ti chiami? Chi sei? Perché mi guardi e non mi parli? Puoi almeno dirmi perché ci troviamo insieme chiusi qui dentro? Per carità, rispondi, ti prego. >>
Il topo mi guarda, con la zampa inarca gli occhiali e comincia a parlare:
- << Ci fu un giorno che disponesti sul tavolo tante ciotoline di terracotta; le riempisti tutte con colori a tempera che diluisti con acqua. Disponesti tela e pennelli e poi, anziché usare questi intingesti le dita direttamente dentro le ciotoline per poi passarle sul suo corpo pallido e ridarle la vita che aveva già perso. Con il rosso le dasti la forza, il coraggio, con il giallo la rabbia repressa e col verde la voglia di credere ancora. Passasti al bianco per darle il candore e al blu per la serenità di un cielo infinito. Questo ti dico. >>
- << Non puoi solo dirmi questo >> - rispondo - << non mi chiarisce niente anzi è tutto più buio. >>
- << Hai desiderato morire e rinascere ancora, >> - dice il topo - << assaporare in pieno l'attimo di vita fatto di luce; bagnarti le guance con la fresca rugiada mattutina e hai desiderato librarti su in alto lasciandoti trasportare dalla gioia fuggevole che satura il cuore, che offusca la mente. Hai desiderato il riposo, magari tra marmi bianchi conficcati sulla umida terra stanco di aver sempre inseguito e mai realizzato. >>
- << Perché ti sei fermato? >> - gli dico - << forza, continua, fammi sapere. >>
Mi dice il topo - << non hai saputo abbastanza? E' tutta la vita che cerchi, che ti poni domande e non sai ancora trarne le conseguenze? Il destino ha voluto aprirti una breccia attraverso due occhi, rumori nascosti ma tu, stolto, hai voluto fuggire andando in montagna convinto di poterli seminare per strada ed essi t'hanno seguito. >>
- << Sono stanco di inseguire i ricordi >> - gli dico - << sono stanco di farmi illusioni; sono stanco d'essere artista. Sino ad oggi ho creato opere, dipinto figure, che mi hanno imprigionato. Le notti non sono tranquille, le cose da me create prendono vita come fosse una cosa normale. Ogni notte mi circondano centaure, angiolesse e meduse; a volte mi attirano dentro…, bisogna che tutto ciò cessi. Fammi uscire da qui, rivoglio la mia libertà. >>
Il topo ha taciuto, si è rinchiuso nell'armadio senza più proferire parola..."

Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali" Firenze 1999


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