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Salvatore Romano

(Un notturnista del colore)

equilibriarte.org : Salvatore Romano : blog : 2008 : October

Salvatore Romano "Angiolessa" 1993

Salvatore Romano "Angiolessa" 1993 (Venduto)

Salvatore Romano "Donna con ali a punta"

Salvatore Romano "Donna con ali a punta", Firenze 1993

Salvatore Romano "Ofelia n.2"

Salvatore Romano "Ofelia n.2"

Salvatore Romano "Ofelia n.1"

Salvatore Romano "Ofelia n.1"

Salvatore Romano "Donna che tocca la corda del violino, Firenze 2008

E' crepuscolo adesso
La stella ci mira
Le membra rilasciate
Assaporano l'ingannevole
Riposo.
Sofia di là canta
Il dolce suono giunge
Confuso ma leale
E divago.
E' questo buio che ruba i miei pensieri.

(di S. Romano, da "Appunti raccontati" Firenze 1999)

Salvatore Romano "Ad occhi chiusi", 1993

Salvatore Romano "Ad occhi chiusi", 1993

Questo disegno mi ha portato fortuna perché è uno dei primi con la presenza delle api che tanto consenso ha riscosso. Grazie a questa serie dedicata agli insetti sono stato contattato da persone di un certo livello culturale, primo fra tutti il critico, scrittore Marcello Venturoli col quale ho avuto un intenso rapporto artistico-culturale. Chiaramente questo disegno è stato subito venduto. Inoltre tante riviste e libri hanno pubblicato le mie donne con insetti, soprattutto api, riviste online come Progetto Babele o di settore a diffusione nazionale come APITALIA. E per finire di sbrodolarmi addosso aggiungo che tante facoltà universitarie italiane che studiano gli insetti mi hanno contattato negli anni chiedendomi il permesso di pubblicare le mie opere sulle loro riviste specializzate. Non ho mai beccato una lira però, credetemi, la soddisfazione è immensa.
Ringrazio tutti per la lettura
Salvatore

Salvatore Romano "Eva n.3"

Salvatore Romano
"Eva n.3"

Salvatore Romano "Cavallo e rifiuti umani"

Salvatore Romano "Cavallo e rifiuti umani", disegno a china 70X100

Salvatore Romano "Ragazza con ape che vola"

Salvatore Romano "Ragazza con ape che vola"

Caronte, di Alessio Romano

Salvatore Romano "Ragazzza con l'Isola dei Morti" (particolare)









CARONTE





Tra fiori smorti naviga Caronte,

anela il sole ch’è desto e splende,

allor le prosciugate mani tende,

verso di esso, che sopra al monte

sgorga. Ciangotta lì la fonte,

anelo parlottar che non arrende,

e lui, da questo brulicar dipende

che crea un sonetto, un fine scazonte.

Verga di luce, nel gorgogliare

del fonte, ora si specchia e scompone,

e ricompone, lì c’è quel vecchio

ch’è sempre, ligio al navigare,

e ‘l corso che lo porta non s’impone,

mentre diletta quel canto l’orecchio.



19/10/08

Salvatore Romano "Euridice dopo il morso del serpente"

Salvatore Romano "Euridice dopo il morso del serpente"
China 2008, 60X80

Salvatore Romano "Il portafortuna" dedicato a Rosella Lenci

Salvatore Romano "Il portafortuna" dedicato a Rosella Lenci

Cara Rosella di fortuna ne avrai bisogno visto che nel mondo il Padreterno a volte aspetta troppo a fare giustizia. E nell'attesa di aver giustizia non rimane che metterci in un angolo ad osservare. Ultimamente la società è indirizzata a prepotenze di ogni tipo, alimentata da un governo non certo disinteressato a creare tensioni e divisioni. O ci si ribella, ad ogni livello, ma si rischia di essere schiacciati dal loro potere, o si aspetta un cambio di "dirigenza". E, ti ripeto, la speranza più immediata a volte è quella di un intervento divino, anche perché certe persone non hanno motivo di esistere, sono totalmente inutili.

Salvatore Romano "La danza del Martin pescatore"

Salvatore Romano "La danza del Martin pescatore"

Salvatore Romano "Limniade, la ninfa dello stagno"

Salvatore Romano "Limniade, la ninfa dello stagno"

Salvatore Romano "The Isle of the Dead" , L'Isola dei Morti, omaggio ad Arnold Bocklin

Voglio qui riproporre la mia Isola dei Morti, disegno a china 100X70, la mia prima versione, opera che ritengo intrisa di significati profondi.

Al mio caro amico, il maestro Aniello Scotto

Oggi voglio qui ricordare l'amico Aniello Scotto con questa sua stupenda opera a testimonianza della grande stima che nutro verso lui che considero grande testimone della vera arte!
Egli ultimamente è diventata una presenza appena palpabile in questo sito essendosi reso conto di come le cose non vanno come dovrebbero. Condivido appieno la sua scelta poiché anche io sono convinto che qui circola parecchia merce scaduta. E' inutile fare polemiche, l'unica scelta giusta è limitarsi ad avere rapporti con quei due-tre amici e ignorare tutti gli altri.

Salvatore Romano, dal romanzo "Il topo con gli occhiali".

Mi rifugio come al solito nell'arte, assorbito totalmente. Il tempo passa. l'opera è quasi alla fine, solo qualche altro piccolo ritocco. Intanto non vedo più niente sento rumori, sto facendo una vita normale senza assilli. Dipingo e basta. E a forza di dipingere ininterrottamente finisco con l'esagerare.
Ho rovinato tutto con la mia voglia di perfezione. Andava bene, anzi benissimo, ed io testardo ho voluto metterci ancora le mani. Quella forza che emanava al solo vederla è sparita.
Ha perso la vita che era in lei, si è spenta.
Adesso mi sento affranto, mi morderei le mani. A chi dare la colpa se non a me stesso?
Adesso getto via ogni cosa, giù, dalla finestra, non voglio più saperne, ci rinuncio.
Dovrei andare a mangiare, ma che senso ha mangiare? Ho appena partorito un figlio morto.
Decido di fare una passeggiata per le stradine di borgata che a quest'ora di fine mattinata cominciano a vedere uomini e donne e ragazzi che rincasano per il pranzo. Lentamente avanzo frastornato dalle voci e schiacciato dalla confusione.
Perché andare a pranzare? Meglio passeggiare per questa stradina che ho sempre percorso ma mai osservato con attenzione.
Non mi ero mai accorto che subito dopo alcune case essa si addentra e si perde tra il verde. Quella volta vi incontrai quella donna che avanzava per questa stradina costeggiata dalla fitta boscaglia.
Giunse così in riva al ruscello dove poteva rinfrescarsi; l’acqua era mossa e tutt'intorno un silenzio profondo.
- << Non so >> - le dissi - << perché ti seguo, l'ho fatto senza pensare. Chi sono non so, non ricordo d'essere nato né come mi chiamo. Vagavo senza meta quando tu sopraggiungesti e capii che anche tu vagavi senza altro sapere. Chi sei? >>
- << Sono l’Aurora >> - rispose -
Così dicendo mi venne accanto e mi dette un bacio profondo. Il risveglio fu bellissimo, avvinghiati l'una all'altro eravamo illuminati da mille piccoli occhi che come lucciole si accendevano e si spegnevano. La donna mi si sedette di fronte e accarezzandomi il volto prese a parlare:
- << Guarda questi occhi come sono belli e luminosi, non ti danno fiducia? Non riscaldano il tuo cuore? Quell'albero laggiù da quanti secoli ha conficcato le sue radici per ergersi più forte a salvaguardare le nostre vite? Guarda questo ruscello dove limpida scorre l'acqua partorita dalla montagna attraverso la sorgente... bevila, essa ti ritemprerà il corpo. >>
- << Bevila, bevila >> - dissero le piante intorno - << bevila, bevila. >>
Ed io presi a bere quell'acqua fresca e trasparente che rinfrescò la mia gola. Lì tutto sembrava pace e un senso di felicità mi investì tutto.
Dal folto fogliame giunse un fruscio e subito dopo tanti uccellini si levarono in volo festosi per venire da noi a volarci intorno e posarsi sulle nostre spalle. Poi piansi a dirotto, un pianto commosso, felice di trovarmi in quel posto con quella donna. Piansi tutta la notte insieme a lei.
Avevamo ritrovato la strada insieme e adesso era bello vivere. Ma al sorgere del sole sorsero pure le mie paure, le domande e le negate o sbagliate risposte.
Chiesi alla donna:
- << Potrò più tornare ad essere quello che ero? Fare il pittore, frequentare gli amici, vivere della solita vita? Come faccio a tornare indietro ora che t'ho conosciuta? Voglio portarti con me, non dirmi di no. >>
- << Non posso >> - rispose la donna - << io appartengo al futuro e tu stai vivendo il presente. Un giorno non molto lontano potremo vivere insieme, fonderci pure ma adesso no, ti prego, non insistere oltre. >>
Pure se ero immerso in quel bosco bellissimo mi sentii affranto, deluso; al solo pensiero di perdere quella donna mi sentivo mancare la terra sotto i piedi. Lei capì il mio stato d'animo e mi si avvicinò stringendomi e sussurrandomi all'orecchio:
- << Non darti pena, pensa alla tua vita, ai tuoi amici, alla tua arte. Ritorna da loro e assapora tutto in maniera diversa. Da ora in poi cerca di cogliere il lato bello delle cose e continua a dipingere attingendo sempre più dal tuo cuore e creerai, un giorno, il capolavoro che da tutta la vita vuoi realizzare. >>
Adesso sono in questa strada che ha fatto risorgere in me questo ricordo di un tempo forse nemmeno lontano ed è questo ricordo che mi fa superare il dolore per l'opera distrutta, si, perché no? Posso sempre iniziare una nuova opera.
E' questa una gioia immensa, la consapevolezza che le mie mani e la mia mente mai si saziano del duro lavoro creativo. Se solo non avessi più quegli occhi prepotenti che mi ossessionano: adesso non li cerco più tanto so che ci sono.
Ma gli altri artisti di oggi e anche quelli di ieri, erano anche loro ossessionati da occhi e rumori? Credo di si, non è possibile che artisti come Bosch, Van Gogh, Klinger, Bocklin, Dalí, Rodin, Delvoux o Ensor non fossero ossessionati da qualcosa. Ritrovo sempre parte dei miei incubi nelle mie opere, meglio, rivivo ossessioni già disegnate.
Ecco che sto mescolando arte con ossessione e tutti e due con i fatti reali accadutimi in quest’ultimo periodo. Ma non posso farci niente se è tutto mescolato, un groviglio tale che un ragno ne proverebbe invidia.
Le storie incredibili che mi son capitate non possono essere costruzioni fantastiche della mia psiche? Costruite talmente bene che credo mi siano davvero accadute? E perché no, potrei essere qualunque cosa, oltre che uomo. Una entità astratta mossa da un'energia cosmica che cambia col passare del tempo e si materializza nel corso dei secoli. Le domande che mi pongo sono sempre infinite, la ricerca di certezze è sempre continua. Ma entità astratta che io possa essere o meno, questi fantasmi si manifestano anche sotto forma di "manie". Prima di uscire di casa controllo ripetutamente le finestre, l'acqua e il gas che siano chiusi e l'energia elettrica sia staccata. Sono capace di risalire su per controllare di non aver lasciato cicche accese nei posacenere. Se sono in attesa di una telefonata importante, ogni cinque minuti controllo che ci sia la linea e così via. Queste manie possono garantirmi sicurezza ma indubbiamente mi rovinano la tranquillità perché mi portano all'ansia, per tutto, anche per le sciocchezze. Le banconote dentro il portafoglio le ripongo disposte tutte nello stesso verso, e ogni giorno controllo che dentro ci sia la patente e il libretto di circolazione.
Sono ossessionato da tutto, questa è la verità e questo stato di apprensione mi porta ad essere " inquieto ", stato d'animo che riesco a trasmettere agli altri che a lungo andare si stancano di relazionare con me. Sono inquieto, anche come artista, ma se per l'arte può essere un pregio per la vita comune è penalizzante.

Salvatore Romano, dal romanzo "Il topo con gli occhiali".

"Lo scopritore diventato palla di gomma" (Epilogo)

Sono dentro i Cappuccini. Percorro le solitarie vite eterne con un po’ di apprensione, se tutto si esaurisce così è davvero misera, questa nostra esistenza. In ogni cranio, in ogni scheletro ravviso ciò che poteva esser stato da vivo. Così comincio a scoprire volti, fatture, colori, caratteri. Qualcuno mi appare arcigno, altri severo, altri ancora umile. Qualche teschio mi dice egli esser stato un dotto, altri un patrizio. Per lo più gente della Palermo bene, ricchi o manaci, svuotati delle loro viscere e imbalsamati a vantaggio dei posteri. Centinaia di vite passate, tra cui la famosa bambina imbalsamata sottovetro, ancora intatta. Basta, devo andar via e vado. Sull’uscio un monaco mi ferma e mi chiede l’obolo. Che obolo le devo dare, dico, anche sui morti volete guadagnare? Non vi bastano più i vivi? Per secoli avete lucrato, ammazzato e ancora volete spadroneggiare? Il monaco rimane interdetto ma poi decide per un calcio e mi arriva prontamente in faccia. Un dente mi salta, mi fuoriesce un po’ di sangue ma subito dopo la ferita si richiude. Comincio a sciogliermi liquefacendomi sul pavimento fino a diventare una pozza di liquido violaceo. Il monaco scappa a chiamare aiuto. Io vengo assorbito dal pavimento, nelle sue screpolature centenarie, fino a sparire. I monaci accorsi non vedono nulla e prendono per pazzo il monaco che, chino a terra, tasta il pavimento per trovarmi. Io sono arrivato sotto il pavimento attraverso le sue crepe e sbuco in una cripta con cinque scheletri. Un ghigno amaro sembra disegnarsi nel loro giallo biancore ed io repentinamente continuo a farmi assorbire ancora più giù. Poi mi fermo e decido di procedere in avanti. Lungo il mio cammino soltanto terra, sassi e, si, adesso risalgo. Trovo una conduttura naturale, uno stretto passaggio attraverso i vari strati fino alla crosta terrestre e all’improvviso esco fuori. Un getto improvviso diventa il mio e chi mi vede comincia ad urlare:<< petrolio, c’è petrolio >>. In effetti sono un liquido nerastro a causa di tutto il percorso sottoterra e sbucando all’improvviso non potevano pensare diversamente. Ma proprio non ci voleva, questi qui possono complicarmi la vita. E me la complicano. Immediatamente arrivano forze dell’ordine, strani personaggi che vengono chiamati ingegneri, vigili del fuoco. Isolano la zona per almeno un chilometro di diametro, innalzano steccati, strani pali. Poi arriva pure una trivella che comincia a sprofondare da dove io esco. Mi procura un po’ di solletico, rido a crepapelle, soprattutto immaginandomi le loro facce appena andrò via. Arrivano dei giornalisti con le telecamere, iniziano una diretta dal titolo: petrolio sotto Palermo. Decido di stare un po’ al giuoco. Una famosa giornalista, Bianca, inizia a parlare mentre inquadrano il getto continuo. Signori siciliani, dice, finalmente la Sicilia e con essa i siciliani conosceranno il boom economico che aspettano da tanto. Intervistiamo il Sindaco, bene Signor Sindaco, ci dica cosa vi proponete di fare. Come siciliano dico di essere orgoglioso di amministrare una Palermo che si riscatterà di anni di incuria e di denigrazione razziale. E’ giunto il momento che anche al Nord dovranno portarci maggiore rispetto…adesso non sto più ad ascoltarlo. Questo gioco è diventato fin troppo pesante, non posso illudere più di tanto la mia gente, già provata dalla mafia, dalla burocrazia, dall’incuria. Ricomincio a prendere forma fino ad essere nuovamente testa e busto e con un gran rotolare scappo via lasciando tutti interdetti. Il petrolio, ci mancava solo il petrolio.
Però è strano, come è potuto accadere che venissi scambiato per petrolio? Certo da solido sono diventato liquido, il cuore, i polmoni, il cervello, gli occhi, tutti i componenti, insomma, come hanno continuato le loro funzioni? Boh, non so rispondere. Dipenderà tutto dallo spirito forte che mi appartiene, dalla famosa energia che si sprigiona in me. Devo provare ad assumere una nuova forma, chissà che non ci riesca.
Mi trovo in Piazza della Vergogna, dei turisti stanno scattando fotografie, vado tra le statue e divento anch’io statua, donna, testa, gambe e braccia. I turisti mi fotografano, dicono che sono la più bella. Avverto una strana sensazione, come di pelle unta, sono bloccato nel marmo ma mi sento vivo. Appena gli stranieri si allontanano riprendo la mia forma a palla e vado via. Nuovamente sento la voglia di vivere, sento il bisogno d’amici, di una compagna e sento pure la voglia di ritornare normale e tornare a scoprire. Prontamente mi dirigo verso la stazione ferroviaria. Mi trasformo in valigia e vengo posto nel vagone merci, sul treno diretto dai miei nonni. Appena giunto di volata vado nella vecchia abitazione paterna e ritorno su in soffitta, la stessa soffitta dove sono stato privato degli arti. Per terra ci sono ancora i pezzi di specchio causa delle mie amputazioni. Comincio a perlustrare dentro la cassapanca e vedo un carillon finemente intarsiato con figure in rilievo e volute alla rococò. Apro il coperchio e fuoriesce una piccola giostra con cavalli che comincia a girare e una dolce musica vecchio stile inonda la stanza. Sento addosso una grande stanchezza e lentamente mi adagio sul pavimento e mi addormento. Mi risveglio probabilmente dopo un paio d’ore e mi accorgo di avere nuovamente le gambe e le braccia. Il carillon sta ancora lì, con il coperchio chiuso. Guardo e vedo un grande specchio, lo stesso che si era frantumato, integro all’interno della cornice dorata. E’ stato tutto un sogno?
La realtà è che lo specchio non è più in frantumi ed io ho i miei arti.
Strana è la vita, a volte avvenimenti che credi reali possono soltanto essere dei viaggi fantastici per mondi sconosciuti.
Da tutta la vita vado alla ricerca di cose da scoprire e ho scoperto, in effetti, che nulla cambia, tutto è sempre uguale, siamo noi che vediamo in modo diverso. Le cose non ci appaiono a tutti allo stesso modo. Ogni uomo ha una visione diversa. Un po’ come un paesaggio visto attraverso varie altezze di una stessa montagna. Più si sale e più si rimpiccolisce e allarga, diminuendo i particolari ma aumentando la visione globale.
Adesso che ho braccia e gambe sono nuovamente un normale ma io non mi ci sento, oramai mi appartiene un’altra condizione. Ho subìto su di me una trasformazione temporanea che mi ha fatto strisciare, percorrere condutture, fogne, crepe di muri. Per un breve periodo sono stato una palla di gomma, deformabile, malleabile, conducibile, duttile…ho potuto essere tutto ciò che volevo. Adesso sono nuovamente come gli altri ma io continuo a sentirmi diverso.
Riprendo la mia solita vita, con il solito lavoro di scopritore. Ogni tanto incontro qualcuno che mi chiede notizie di quell’altra condizione, ma oramai me la sono lasciata alle spalle, rispondo.

Salvatore Romano da "Lo scopritore diventato palla di gomma", Firenze agosto 2001

Lo scopritore diventato palla di gomma " continuazione"

Dunque, tempo fa mi recai in un vecchio casolare la cui soffitta era chiusa da un centinaio d’anni. Il proprietario affermava di non esservi mai entrato perché ne aveva paura. Durante le notti, asseriva, da sopra giungevano strani rumori. Dei topi, probabilmente, ma aveva egli paura pure dei topi. Aprii con molta fatica la vecchia porta di legno poiché i cardini erano talmente arrugginiti da formare un unico blocco di ferro.
L’interno era pieno zeppo di cianfrusaglie, piccoli mobili, statue, quadri, tutto ricoperto di ragnatele e polvere. Iniziai a spostare qualche oggetto, qualche soprammobile quando la mia attenzione fu attratta da un grande specchio.
Era uno specchio alto circa due metri e largo uno, con intorno una cornice di legno finemente lavorata con teste di leoni e aquile e volute stile liberty.
Mi ci avvicinai e provai a pulirne la superficie opacizzata dal tempo ma esso andò in frantumi all’improvviso cadendomi addosso e…zac, un taglio netto e la gamba si staccò. Zac, un altro taglio e andò via il braccio. Altri due colpi e mi ritrovai solo con il busto.

*
Giro la testa in direzione di uno specchio e non mi vedo male.
In questa nuova condizione decido di andare un po’ in giro e come se fossi una pallina da ping pong mi avvio tutto allegro.
Riesco a procedere saltellando e non avverto dolore, come se fossi di gomma. La gente si scosta, mi guarda incredula, magari pensa d’essere ubriaca, ma io non me ne curo, sono totalmente assorbito dal piacere di salterellare. Mi ritrovo davanti il negozio del barbiere, entro e mi faccio sbarbare. Intanto una folla si riunisce per osservarmi dalla vetrata, li guardo e sorrido.
Come mai sono allegro? Come mai tutta questa gente curiosa non mi infastidisce? Di solito sono un solitario, riservato, forse un asociale. Probabilmente questa nuova condizione fisica mi è congeniale. Intanto mi distinguo dagli altri essendo diverso e poi, devo ammetterlo, questa situazione mi consente di andare dovunque senza fatica. Praticamente mi limito a dare un breve colpetto in avanti, col busto, quel tanto che basta da darmi la spinta. Essendo elastico comincio a rimbalzare e di salto in salto vado in ogni direzione. Se trovo percorsi più difficili mi avvolgo in me stesso, a riccio, assumendo la forma di una palla e con la stessa rotazione riesco ad evitare ogni ulteriore fatica.
Sto apprendendo nuove cose, che prima ignoravo, di cui non facevo caso. Rifletto su come per la maggior parte di noi le cose ci passano davanti senza che le notiamo. Eppure basterebbe fermarci un secondo e osservarci intorno. Ad una attenta analisi, se ognuno di noi lo facesse, si accorgerebbe di cose che prima ignorava. Io mi sono ritrovato particolari che prima, pur essendoci, non vedevo. Ma questo è l’uomo, il grande uomo che vanta la supremazia su ogni cosa, anche sul proprio simile. E poi si lascia sfuggire particolari, cose, momenti, situazioni che avrebbero potuto, allora, cambiare la sua vita. Stolto di un uomo, osservatore soltanto dell’unopercento di ciò che ti circonda, stolto che non sei altro, sai costruire soltanto vapore…
Dal barbiere sono uscito, sbarbato e aromatizzato. Mi sento fresco, pulito e contento. Agile come non lo sono mai stato più che camminare il mio è un rotolare. Procedo piano, poi più veloce, mi arresto, curvo, mi innalzo e quasi sempre senza toccare l’asfalto. La velocità mi fa stare ad un paio di centimetri dal suolo, costantemente, per cui con la irregolarità della superficie stradale ad occhi attenti do l’idea di un tracciato cardiografico. Quando vado più veloce sento l’aria passarmi sotto leggera e mi provoca un leggero solletico che mi piace molto.
Ho iniziato ad andare più velocemente, mi sembra quasi di andare con la velocità della luce. Mi piace fare arresti immediati, comparire all’improvviso davanti alle facce terrorizzate della gente, fermarmi ad un millimetro dal loro naso, uscire loro la lingua e poi scappare. Gli ignari, dopo un primo momento di sbigottimento vorrebbero pure acchiapparmi, schiacciarmi, ma io sono più veloce di loro. Qualcuno, di quelli che prima mi stavano antipatici, ho iniziato a terrorizzarlo. Praticamente gli turbino davanti distraendolo dalla guida, dalla lettura, dal lavoro. Ma il divertimento maggiore ce l’ho quando vado sotto le gonne delle belle donne. Che delizia, che meraviglia, ritrovarmi tra quelle cosce che con un dolce tepore mi accolgono con benevolenza. Sono le uniche, queste donne dalle cosce calde, che non rifuggono la mia presenza. Per la verità non sanno nemmeno di cosa si tratti entrando io all’improvviso sotto le gonne, ma ne sono contente. Non mi dilungo su questo perché…, vado oltre.
In una stradina di periferia, un po’ isolata, in un vecchio muro di pietre con calcina che cade a pezzi, noto una crepa, attraente e senza pensarci tanto faccio un piccolo balzo e mi ci poggio davanti. Con destrezza insospettabile sfrutto un piccolo rilievo a mo’ di virgola e così posso restare sospeso. Lentamente inizio a penetrare la testa dentro la crepa ed essa assume la forma dell’apertura penetrandovi dentro senza fatica. Mi ritrovo in uno spazio buio e infilo, quindi, il corpo, almeno quello che ne rimane. Nella nuova nicchia mi ci ambiento bene e scopro che la mia testa, il mio busto, oltre ad essere come di gomma, “palleggianti” e quindi leggeri sono anche deformabili, malleabili, duttili, senza che avverta il benché minimo dolore. Le ossa sono semplici cartilagini e come i topi riesco a penetrare le aperture più piccole. Praticamente è come se fossi fatto di cera, di silicone fresco, di mollica appena sfornata, di creta.
Inizio a percorrere i vari anfratti, percorsi tortuosi che l’interno di quel muro mi offre. Vedo chiaramente tutto perché le pietre riflettono all’interno la luce attraverso un gioco di piccole superfici oblique come succede con pezzetti di specchi che variamente inclinati e disposti riescono ad illuminare cavità profonde. Come le fibre ottiche con la differenza che qui è tutto casuale e per questo più bello. Ed io mi ritrovo all’interno di un prodotto dell’uomo costruito chissà quanti anni prima, costruito da uomini che erano stati e che adesso non sono più. Morti e sepolti, con le loro gioie, dolori, con tutta la loro triste storia di uomini comuni senza importanza, con il loro anonimato tanto è che non hanno lasciato traccia, nemmeno con questo muro che è importante soltanto perché ci sono dentro io.
Procedo, rotolando lentamente perché gli spazi sono piccoli rispetto al mio corpo e devo rimodellarmi continuamente. E’ bello ritrovarmi all’interno di questo muro antico, sento su di me il peso leggero di centinaia d’anni, sento ancora il calore delle mani che hanno toccato le pietre, sento persino le voci, le risate, le bestemmie e…, adesso percepisco delle voci anche da fuori. Vado a vedere, fuori delle persone stanno conversando ignari d’essere spiati. Ma i loro discorsi non mi interessano, sono più attratto dal perlustrare e quindi riprendo a vagare.
In effetti continuo a svolgere la mia attività di scopritore, magari non più di cantine ma di qualunque cosa mi offra degli orifizi, delle aperture da poter penetrare con tutto me stesso.
Ad un certo punto trovo un formicaio. Le formiche non si curano di me, hanno il loro lavoro ininterrotto. Vanno, vengono, portano cibi sulla schiena, in modo apparentemente caotico, frenetico, ma con un rigore tutto loro. Se l’uomo fosse laborioso allo stesso modo…, ma se lo fosse cosa cambierebbe? Si dovrebbe vivere in funzione soltanto del lavoro? Adesso un centinaio di formiche sta trascinando uno scarafaggio semimorto. Agita, il gigante, le zampette, le antenne ma trovandosi a schiena in giù ha poche difese a sua disposizione. Le formiche a centinaia lo assalgono, lo mordono, lo ricoprono. Lo scarafaggio è completamente immobilizzato e lentamente le zampette si fermano. Le formiche cominciano a staccargli parti del corpo e ricominciano quel loro caotico andare e venire lasciandomi come svuotato. Riprendo il mio cammino all’interno del muro che procedendo comincia ad offrirmi radici saldamente ancorate alle pietre. Evidentemente il muro all’esterno è pieno di piante e mi torna la voglia di uscire all’esterno. Eh sì, un po’ di sole e d’aria fresca non mi farà male. Intravedo una fessura illuminata ed esco da lì catapultandomi fuori. Con giravolte veloci vado in direzione del mercato, a quell’ora troverò qualche amico e potrò gustarmi un buon bicchiere di birra. Trovo Enrico che appena mi vede lancia un urlo e sviene. Accorre gente che gli presta soccorso, riescono a farlo riavere, adesso si è calmato. Ci rechiamo ad una vicina taverna, sempre dalle parti della Vucciria e ci sediamo ad un tavolino. Ma come ti sei conciato? Mi chiede. Niente, rispondo, è successo ma non ha importanza. Gli spiego che anzi, stranamente, questa condizione nuova mi aiuta nel mio lavoro e che, in fin dei conti, forse mi ci godo di più la vita. Enrico sembra non capire il mio discorso e alla fine dice: beh, se a te va bene così…, continuando a bere il bicchiere di birra. Io mi servo di una cannuccia, altrimenti non saprei come fare. Guardo Enrico che ha due gambe e due braccia più di me eppure mi sembra più spoglio di me, più debole nei confronti del mondo, con meno armi. Gli chiedo come gli vanno le cose e mi risponde che meglio non potrebbero andare. Il suo matrimonio è stabile, il lavoro lo soddisfa, per come può essere soddisfatto un netturbino, e che non saprebbe cosa desiderare di più. Poi mi guarda e comincia a piangere. Piange, il povero amico, perché gli faccio pena. Lo rassicuro che sto bene anche così, cerco di fargli capire che anche se sono senza gli arti vado dovunque e faccio tutto ma non mi capisce: per lui sono un anormale. Dopo aver salutato Enrico, rotolando e saltellando arrivo in un parco dove andavo sempre da piccolo, Villa Giulia. Un gruppetto di bambini sta giocando...

Lo scopritore diventato palla di gomma " prologo"

Lo scopritore diventato palla di gomma

Mi sono sempre piaciute le soffitte, quelle di una volta, basse, appena illuminate da piccole feritoie, piene di polvere. Quelle, per intenderci, patrizie cadute in disgrazia.
Mi hanno sempre attirato, soprattutto se da tempo nessuno ci mette più piede. Si, perché il bello è proprio questo, devo essere il primo ad entrarvi dopo anni di abbandono, per scoprirvi qualcosa. Cosa di preciso non so, ma qualcosa. Forse l’essenza!
L’uomo è un animale terribile, dovunque va deteriora, manomette, compromette. Soprattutto se si intromette in cose non sue.
Tante volte ho visitato cantine e soffitte ormai private del loro fascino, del loro mistero perché qualcuno mi ha preceduto. Qualcuno privo di poesia, un rude ricercatore di tesori, non un raffinato scopritore di cimeli pieni di storia come me. Perché io in realtà sono un poeta di antichi oggetti, un cultore di antiche tracce dell’uomo nascoste nei più umili oggetti.
Questa passione la scoprii da piccolo, durante le vacanze estive che passavo in campagna dai nonni ospitato nella loro vecchia villa. Durante il riposo pomeridiano dei “grandi” io ne approfittavo per andare su in soffitta a rovistare tra le antiche cose conservate. Rimanevo incantato di tutto ciò che scoprivo, giocattoli, libri, porta gioie, medaglioni, vecchie cornici tarlate, dipinti ormai anneriti e così via, fino agli oggetti più bizzarri. E’ una fortuna che i nostri avi amassero conservare ogni cosa, adesso questa caratteristica l’abbiamo persa. Siamo schiavi del consumismo, si butta via tutto e si ricompra nuovo. E abbiamo perso una cosa importante: la forza che gli oggetti immagazzinano nel corso degli anni. Il risultato è che non riusciamo più a dialogare col nostro passato, con i ricordi, perdendo di conseguenza la profondità dei sentimenti.
Ma io ho continuato a cercare tra le cose antiche e abbandonate.
Di lavoro infatti faccio lo scopritore.
Lo scopritore è una professione, in effetti, non nuova né originale. Scopritori sono gli archeologi, gli storici, i ricercatori. Ma non come lo sono io.
Sono uno scopritore suigeneris, uno scopritore speciale, oserei dire unico. Perché di scopritori se ne contano a centinaia, scopritori di cose umili e scopritori di cose pregiate. Ma non scopritori di sensazioni imprigionate o, custodite, all’interno di oggetti, i più svariati. Io sono uno scopritore di sensazioni, di sentimenti, di stati d’animo.
Sono uno scopritore di cianfrusaglie e attraverso oggetti che possono apparire insignificanti ne traggo la storia che li ha attraversati.
C’è stato qualche conoscente che ha voluto cimentarsi nella stessa attività ma, ahimè, fallendo completamente. Perché non è cosa di tutti, bisogna averci una certa predisposizione. Bisogna nascerci. E’ una vocazione, è missione, è il cardine del proprio vivere. Bisogna avvertire il bisogno interiore di capire per cercare, per trovare perché, poi, in definitiva si cerca se stessi.
Non sto a raccontarvi oltre cosa mi ha spinto in questa attività, vi annoierei. Però sento il bisogno di raccontarvi ciò che mi ha causato questa attività. E quello che mi ha causato non so definirlo né un fatto positivo né un fatto negativo, non lo so, forse tutti e due le cose, anzi sicuramente. Perché in ogni azione della natura c’è un pro e un contro, e anzi gli aspetti che più ci sembrano negativi nascondono spesso aspetti benefici.

Salvatore Romano da "lo scopritore diventato palla di gomma" Firenze 2001

"Il topo con gli occhiali" Stralcio...

Mi sento tranquillo, adesso. Ritorno in camera da letto e lancio uno sguardo furtivo all'armadio: gli occhi non ci sono più. Apro l'anta, niente, vi frugo dentro, niente. Che questi incubi siano cessati? Speranzoso vado alla finestra, il verde degli alberi mi acceca, la luce radente del sole investe le foglie e riscalda il mio animo. Respiro a fondo quest'aria pulita e assaporo il silenzio che mi circonda interrotto soltanto dal cinguettìo degli esserini alati. E' tutto meraviglioso, qui. Ricordo per un istante il volto di mio padre che sorridendo mi prendeva per mano e mi portava, fanciullo, su per il bosco mostrandomi fiori, foglie, uccelli e di essi narrarmi di luoghi lontani dove principi buoni lottavano il male; tante volte restavo incantato di quel luogo remoto, da quel caro che sapeva infondere amore per tutto, persino per una formichetta che portava dei pesi più grandi di lei. E quel padre caro adesso mi manca, vorrei poterlo guardare ancora negli occhi, stringerlo forte, baciarlo, saltargli sul collo ma quel caro è lontano lasciandomi solo e solo mi sento, davvero, perduto tra gente che avverto estranea in un mondo astemio di tutto. Ma sono ugualmente contento, il ricordo riesce a scaldarmi e quest'aria oltre ai polmoni purifica anche il mio animo.
Tranquillo, adesso, mi metto al volante e mi avvìo in paese. Che bello non sentire più quegli occhi addosso avvertire le presenze inquietanti potendo godere di questo breve tragitto assaporando questo panorama unico. Ma quanto durerà? Fin troppe volte mi sono illuso di trovare la pace troppo agognata. Adesso è diverso, avverto la calma di una natura lontana dal mondo abituale, la pace di un silenzio che ritempra lo spirito, la voglia di vivere ancora per molto. Mi sono già scordato di essere stato per una settimana segregato in casa, in balia di chissà chi o cosa.

Sereno giungo infine in paese dove mi chiedono come va; col mio discorrere allegro riesco ad infondere anche a loro il buon umore. E' gente modesta cresciuta isolata tra case sparute in un mirabile luogo; non conoscono incubi, rumori lontani; vivono di poco e per loro è già tanto, incontrandoli per strada basta scambiare con loro poche parole cordiali e magari portarli all’osteria e berci insieme un bicchiere di vino.
Dopo aver fatto la spesa ritorno in montagna accolto da quella casa che mi sembra un castello. Lì dentro rivedo mio padre, l'immagine integra di un passato affettuoso. Così trascorre un'altra settimana senza vedere quegli occhi, senza sentire presenze. Ho cominciato a dipingere un quadro senza fatica, pennellata dopo pennellata spalmo il colore deciso, corposo; di quest'opera avverto la forza, la vita bloccata ma viva, palpitante; vi ho dato anche l'anima, lavorando ininterrottamente per molte ore, con la frenetica voglia di portarlo a termine il più presto possibile. In fondo è per essa che vivo, per l’opera unica, che sarà sempre l'opera ancora da creare, inarrivabile, irraggiungibile. La vita di un artista è sempre improntata sulla ricerca, la voglia di un desiderio mancato ma non importa se essa rimane un sogno, la cosa che conta è sentirsi leggero durante il processo creativo: durante il dipingere mi scordo chi sono, la mia mano è guidata non so da chi o da cosa, io servo soltanto da tramite, sono un mezzo, un utile strumento per collegare questo mondo apparente con l'altro, più intenso, che parla di noi, dei nostri desideri e affanni, di gioie passate e speranze mai spente. L'artista abbatte quella porta invisibile che altri non riescono ad abbattere, dàgli un pennello, matita e colori e lui è appagato così.

Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali " Firenze 1999

Salvatore Romano "Il topo..."

"...Dalla parte esterna, invece, dal lato della finestra che sta di fronte al letto, sento abbaiare e graffiare sul muro. Dentro la stanza c'è anche quel topo che vive tranquillo dentro l'armadio. Qualcuno ci porta i pasti, per me e per il topo, che allunga una zampa e afferra la ciotola. Qui il tempo passa lentamente e inevitabilmente sento il bisogno di uscire. Quando giunge qualcuno provo a farmi aprire ma non mi dà ascolto. Tra poco non distinguerò più il giorno dalla notte. Ho la barba lunga, sono sporco da far paura, i vestiti cominciano a logararsi.
Mi viene spontaneo pensare che una vita difficile non è servita a garantirmi un futuro migliore. Mi ritrovo imprigionato in questa cella a condividere lo spazio con un grande topo che porta gli occhiali. Mi sembra di impazzire, e i giorni passano. Di mattina non so se alzarmi dal letto o restarmene sdraiato, tanto è lo stesso. Di notte dormo male, ho il sonno agitato, non faccio che girarmi e rigirarmi nel letto. C'è caldo, non si respira. Ho voglia di disegnare ma non ho niente per farlo. Vorrei colloquiare con qualcuno, ma con chi? Ho cominciato a parlare al topo che mi fissa ma non risponde. I giorni intanto passano, mi sento sempre più prigioniero, vado avanti e indietro come fossi una tigre dentro la gabbia di uno zoo.
Mi sono messo in piedi sul letto per guardare fuori con la speranza di chiedere aiuto a qualcuno. Sotto ci sono i cani che abbaiano, grattano il muro, saltano per arrivare alla grata, ma per fortuna è alta. Nelle immediate vicinanze non c'è nessuno.
Ritorno a sdraiarmi sul letto e a fissare il topo; è grande quanto me, ha il pelo duro ed è buffo con quegli occhiali, guardandolo mi dà l'idea di un topo istruito, di quelli per intenderci che ha speso parecchio tempo sui libri. E' sicuramente un topo al di fuori del normale, un intellettuale, uno di quelli che sanno quello che vogliono. Anche se tace dice tutto, con piccole scosse del corpo, con quel suo sguardo profondo e..., più lo guardo e più comincio a volergli bene. E' una fortuna che sia qui, se non ci fosse lui sarei proprio solo.
Oggi sono riuscito a togliere una molla dal letto e utilizzando la punta ho iniziato a disegnare sul muro, scavando con forza. Riesco ad incidere l'intonaco bianco e sotto viene un rosso acceso, quello dei mattoni di terracotta. Viene fuori una linea ben nitida e infatti disegno con soddisfazione. I giorni passano e la parete è quasi tutta incisa; ho disegnato il topo con un paesaggio alle spalle: un lago, un campo di girasoli. Durante i giorni occupati a graffiare il muro non mi sono accorto d'essere prigioniero ma adesso che ho ultimato il lavoro vengo riportato violentemente alla realtà.
Dentro questa cella ho la sensazione di avere i piedi incollati al pavimento, me li sento pesanti, non riesco a muovermi. Ho le gambe irrigidite e la testa immobile. Guardo come ipnotizzato un punto fisso, la mente me la sento bloccata in un ricordo assai lontano che per tanto tempo avevo sepolto nei meandri più remoti dell'inconscio. Taccio, altrimenti non posso fare, con chi dovrei parlare? Con il topo?
Come dal nulla comincia a delinearsi la forma di un ricordo, sento che qualcuno mi sta pensando e capisco che questo qualcuno s'è pentito di avermi negato, un tempo che fu, il suo aiuto. Lo avevo implorato, allora, scongiurato, ma egli mi aveva voltato le spalle. Con quel suo diniego mi aveva creato problemi ma egli stesso ne pianse le cause. Adesso in un posto lontano da qui sento che esso si strugge, si strazia di non avermi dato l'aiuto da me supplicato, ma ormai è tardi perché quella speranza s'è spenta. Le mie dita tradiscono un tremore continuo per la voglia che hanno di stringere il corpo, la gola e l'anima di quel traditore ma è solo rabbia repressa, subito passa. Sono qui bloccato, in questa cella, e posso soltanto rimpiangere di non avergli parlato, di non aver cercato di fargli capire. Adesso siamo due anime dannate che hanno perduto tutto. Capisco che la sua vita è stata tremenda come la mia: la mia perché col suo rifiuto ne ho pagato le conseguenze, la sua perché per tutti questi lunghi anni s'è portato dentro questa colpa. Non ha avuto il coraggio di confessarlo ad altri. In tutti questi anni ha celato il segreto fingendo indifferenza, mentendo e ha pure cercato di dimenticare di essere stato vigliacco. Ma quel ricordo gli si è ripresentato e lo ha colto come una doccia fredda e gli ha guastato il presente seppure già compromesso. La forma del ricordo sta nuovamente sparendo e con esso sparisce questo amico perduto; nuovamente sento di potermi muovere, nuovamente rivedo quel topo che, adesso, mi sembra quasi un amico. Al topo decido di parlare:
- << Come ti chiami? Chi sei? Perché mi guardi e non mi parli? Puoi almeno dirmi perché ci troviamo insieme chiusi qui dentro? Per carità, rispondi, ti prego. >>
Il topo mi guarda, con la zampa inarca gli occhiali e comincia a parlare:
- << Ci fu un giorno che disponesti sul tavolo tante ciotoline di terracotta; le riempisti tutte con colori a tempera che diluisti con acqua. Disponesti tela e pennelli e poi, anziché usare questi intingesti le dita direttamente dentro le ciotoline per poi passarle sul suo corpo pallido e ridarle la vita che aveva già perso. Con il rosso le dasti la forza, il coraggio, con il giallo la rabbia repressa e col verde la voglia di credere ancora. Passasti al bianco per darle il candore e al blu per la serenità di un cielo infinito. Questo ti dico. >>
- << Non puoi solo dirmi questo >> - rispondo - << non mi chiarisce niente anzi è tutto più buio. >>
- << Hai desiderato morire e rinascere ancora, >> - dice il topo - << assaporare in pieno l'attimo di vita fatto di luce; bagnarti le guance con la fresca rugiada mattutina e hai desiderato librarti su in alto lasciandoti trasportare dalla gioia fuggevole che satura il cuore, che offusca la mente. Hai desiderato il riposo, magari tra marmi bianchi conficcati sulla umida terra stanco di aver sempre inseguito e mai realizzato. >>
- << Perché ti sei fermato? >> - gli dico - << forza, continua, fammi sapere. >>
Mi dice il topo - << non hai saputo abbastanza? E' tutta la vita che cerchi, che ti poni domande e non sai ancora trarne le conseguenze? Il destino ha voluto aprirti una breccia attraverso due occhi, rumori nascosti ma tu, stolto, hai voluto fuggire andando in montagna convinto di poterli seminare per strada ed essi t'hanno seguito. >>
- << Sono stanco di inseguire i ricordi >> - gli dico - << sono stanco di farmi illusioni; sono stanco d'essere artista. Sino ad oggi ho creato opere, dipinto figure, che mi hanno imprigionato. Le notti non sono tranquille, le cose da me create prendono vita come fosse una cosa normale. Ogni notte mi circondano centaure, angiolesse e meduse; a volte mi attirano dentro…, bisogna che tutto ciò cessi. Fammi uscire da qui, rivoglio la mia libertà. >>
Il topo ha taciuto, si è rinchiuso nell'armadio senza più proferire parola..."

Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali" Firenze 1999

La derisione del Maligno

Due ore fa ho distrutto quest'opera, prendendo soltanto l'uomo "Cristo". Non ne ero soddisfatto, qualcosa non andava e ho preferito distruggere due mesi di lavoro di un 50X70.

Cosa ho mai cercato nella mia vita...

Salvatore Romano "La lucertola" china 2008

Cosa ho mai cercato nella mia vita se non me stesso?
Ma non mi sono mai trovato!
La vita di ognuno di noi non è altro che il respiro dell’Universo, un solo, impercettibile, respiro. Non siamo altro che particelle di energia cosmica che nascono e muoiono un istante dopo. E questo istante a noi sembra eterno ma cosi non è.
Ho sempre cercato di dare un senso a questo istante ma sono sempre rimasto senza risposte.
Una ricerca affannosa che ha distrutto parte dei miei sogni, eliminato parte della mia serenità. La realtà ha sempre superato la fantasia poiché è sempre riuscita a spegnere l’entusiasmo che c’era in me. Mi sono sempre ritrovato solo perché accecato dal mio cercare ho ignorato sempre chi mi stava intorno. La realtà mi ha sempre oppresso e allora ho cercato rifugio nella pittura. L’arte mi è servita per aggirare la realtà, per soggiogarla, forse per eliminarla. Quindi ho vissuto di fantasia. E nella fantasia mi ci sono perso.
Cosa mi rimane nelle mani? Un pugno di sogni rimasti tali.
Sono un pittore, di quelli che vogliono dire qualcosa non di quelli che arredano. Un artista quindi.
Proprio nel momento in cui pensavo di aver trovato il percorso giusto, però, mi sono perso. Un labirintico viale alberato con tante deviazioni, stradine secondarie che sbucano in altre principali ancora e poi secondarie, percorsi già chiusi in partenza che non mi danno quella libertà agognata. Conscio delle mie capacità ho cercato di impormi a me stesso e agli altri ma delle mie sicurezze ho perso la strada, quel labirinto di cui parlavo è ritornato presente, un labirintico rifugio, di sicuro.
Artista convinto per lo meno, e andavo avanti, ignaro o incurante che forse tale non ero, ma a me non importava, ci credevo, questo mi bastava. Ed oggi mi ritrovo a ricominciare. Riparto da zero, annullando tutta la mia vita come se nascessi ora, ricominciando a muovere i primi passi come un bambino appena nato.
*
Ho preso una casetta in un paesino isolato, lontano dai frastuoni cittadini, voglio immergermi nel silenzio di questo luogo ancora incontaminato. Ho uno studio grande che si affaccia sulle colline alberate di una toscana secolarmente stupenda; voglio riscoprire ogni cosa, assaporare ogni angolo della natura, piante animali e persone.
Questo sarà un modo per disintossicarmi del mio passato. Anche in arte voglio lasciarmi alle spalle tutta l’esperienza accumulata e ricominciare da zero. Appunto: riparto da zero, in tutto.
La casa è in buone condizioni, ho fatto solo qualche piccolo lavoro di restauro di cui sono capace, ho imbiancato e risistemato il giardino. Alle pareti ho messo le mie opere, in tutte le stanze anche nel bagno; in sala tanti scaffali pieni di libri, altra mia passione. E’ bella la sala, la parete nord è interamente formata da una grande arcata con una vetrata che si affaccia su tutta Firenze e dalla quale riesco a spaziare anche con la fantasia. La mattina, quando mi alzo il primo pensiero è volgere lo sguardo oltre la finestra, come una tazzina di caffè esso mi ristora…

Salvatore Romano, da un racconto appena iniziato e mai concluso, Firenze 2000

da Il topo con gli occhiali di Salvatore Romano

Disegno a matita di Salvatore Romano anni "80


… diciamo le cose come stanno realmente, sono una specie di animale esaurito, psicopatico, un nevrotico allucinato, roba da manicomio. Ma cosa succede adesso? Mi si offusca la mente, mi si oscura la vista: cinque vecchi vengono da me, due mi prendono per le gambe, due per le braccia, il quinto mi getta addosso gocce d’acqua e prega. Ma cosa fanno? Dove mi portano? Ma mi credono morto? Ma io non sono morto, imbecilli. Cerco di parlare ma non mi esce alcun suono, per il resto sono come paralizzato, no, non riesco a dar loro alcun segno che sono vivo. Ma dove mi conducono?
- << No, per favore no, >> - grido << non sono morto, non seppellitemi. >>
Mi hanno messo dentro un affare rettangolare di legno, maleodorante che sa di muffa, anche la bara di seconda mano, usano; il prete, giunti al cimitero, rivolge a me che crede morto un’ultima preghiera:
- << Sei stato un ateo ma meriti ugualmente una degna sepoltura. La tua vita l’hai spesa per un sogno che in fondo non ha danneggiato nessuno se non te stesso. Non hai mai bestemmiato né rubato né ucciso, hai soltanto respirato l’aria mossa da un battito d’ali di farfalla. Io ti benedico, che tu possa riposare in pace. >>
Il prete ha dato la benedizione, mi adagiano nella fossa e mi ricoprono di terra che avverto a ritmi regolari mentre colpisce la cassa e ad ogni palata sento aumentare la distanza tra me e i piedi di quelle persone. Ma com’è che non si sono accorti che il cuore mi batteva? Tutto comincia ad oscurarsi, quella poca luce che passava da qualche fessura della cassa adesso è sparita. Comincio a sentire caldo, a sudare, non sento più voci. Adesso sono completamente coperto di terra, per me è finita, anche potendo non riuscirei più ad aprire il coperchio. Saranno passati pochi minuti che mi sembrano eterni e ad un tratto sento grattare il legno lentamente. Quel rumore mi mette una certa speranza: un topo ha sentito odore di carne e sta rosicchiando il legno, ci riesce, filtra anche un po’ di luce, vi passa la testa e mi guarda ed io lo guardo quindi ci guardiamo reciprocamente, intensamente, ci scrutiamo per capire chi è l’altro, per decidere il da farsi e, strano quel topo, sembra avere un paio di occhiali, rotondi con vetri scuri…

Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali" Firenze 1999


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