(Un notturnista del colore)
Tuesday July 29, 2008
"DEDICA"
Per un amore perso. L’esultanza che venne a trovarmi dopo l’ultimo bacio, era trepidante di una continuazione. Intensamente vivevo la mia ora come la Rapsodia su tema di Paganini op. 43 di Rachmaninov. La tristezza venne a trovarmi poco dopo, trovandomi disteso su una piaggia a fianco al mare. Inutile dire che il sole abbatteva, e che il cielo era celeste, che il tepore di un nuovo amore fragorosamente inondava la mia quiete ristorandola. Non vi erano distrazioni che avrebbero potuto distrarmi, non vi erano assuefazioni che avrebbero potuto assuefarmi, non vi era il ghigno né l’ombra di uno stolto che potesse inquietarmi, ma pensavo vanamente che lo stolto ero stato io molte volte. E così era successo, era stato primordiale, la speranza di un nuovo amore era stata accontentata, l’avevo, lei, la donna dei miei sogni. Che fosse intelligente, che fosse bella, linda e casta, che fosse dolce e leggiadra, frugale e arguta, che il suo profumo mi perpetrasse l’animo come una statua è ferma, è inutile davvero dirlo. Eppure la speranza non finiva di accrescere nel mio cuore, la follia avvinceva e gridava pianamente dal suo cantuccio, la verve alimentava il sentimento con spasmodico assalto. La vedevo ancora che china lambiva le mie gambe pelose e che poi rideva cogli occhi. Occhi celesti, puri, dolci e sani. Ricordavo l’ovale del suo volto, la labile certezza che ella fosse un genio, ricordo. Ricordo il suo chinarsi tenendosi i capelli donando la beltà delle sue forme, ricordo la magia del primo bacio con regolare certezza che quello non fosse l’ultimo. Poi mi vedo, ignudo, con le mani insanguinate. Cosa ho fatto? Dio mio, è stato quel che è stato. Cambiamenti nella mia vita ce ne sono stati pochi, in verità pochi e drastici. Mi hanno reso la vita un inferno, sbatacchiandomi da una cella all’altra. Ogni “stanza” aveva una sua caratteristica, ma tutte erano accomunate dalla povertà. Una sembrava un boudoir, una un bagno, una una sala cinematografica, una uno studio; ma vi erano pochi elementi che facessero di una stanza la stanza che fosse dall’altra differente. Io ero di passaggio da una stanza all’altra, in modo infinito, in una piangevo, in una ridevo, in una discorrevo, nell’altra litigavo. Ho girato un intero mondo. Niente che mi distogliesse dall’intento di distogliere l’attenzione da quelle stanze, che io, in fin dei conti, temevo. Non vi era nessuno, vi ero solo io che guardavo dalla finestra la luna o il sole, e ogni qual volta li vedevo dovevo far poesia. Sapevo, forse, che la mia vita era rovinata per sempre – per sempre – e che niente avrebbe potuto mutarla. Non leggevo più, come avevo letto sino allora, milioni di libri sembrandomi per questo pazzo, ma ora mi sentivo pazzo come non mai. Ora, ora che non leggevo più. Avevo trafficato nelle vie lussuose della cittadina in cerca di amore, di odio e di passione, trovando sempre artisti da baraccone che con una chitarra ed un foglio volevano far credere alla gente. Eppure mi sono sempre piaciuti. Hanno un loro fascino, sono ragazzi di vita. Morto io, ne viene un altro. Ma un altro è diverso, io sono io. Ma morto io e venuto un altro, il passato non cambia, la stella brilla ancora dopo la tua morte e il cielo non viene arricchito dalla tua morte. Non ero più l’uomo di un tempo. Avevo ucciso. Non sapevo cosa mi avesse portato al compimento del tragico gesto, ma il ghiaccio usualmente sciolto dal sole si era soffermato nella mia gola, come per l’eternità. Ora nella stanza c’era luce, troppa, e quando c’era buio era il buio intenso di un insperato sogno. Trovare l’amore, questa digressione del tempo in un fecondo giorno, mi era parso tutto ciò che ora mi rimanesse. L’amore ucciso, dalle mie mani. Il sangue, la scintilla dell’occhio impazzito, le urla nella mia mente. << Sei stato tu! >>. Ebbi qualche istante di angoscia, ancora attaccato non per volere né per fato, ma per inutile e vana decadenza, ad un mondo insulso e inetto. L’abiezione della gente, la stoltezza dei volti, un giorno mi avevano forse fatto compiacere di me. Compiacimento senz’altro svanito. Ma un giorno incontrai lui, il violinista, e la mia vita parve mutare.<< Se tu sei così >> diceva egli << è colpa tua. La bellezza dell’uomo è effimera, ma essa può mutare a seconda del peccato. Non si diventa mai più belli di quel che si è, ma più brutti si. Far del bene è un dovere, far del male è un peccato. Hai ucciso, e la colpa è tua >>.<< Signore >> io dissi lui << guardi le mie mani >> << Ebbene? >> lui disse stupendo.<< Sono pulite? No, sono sporche. Io mi dimetto da qualsiasi incarico della coscienza e mi rimetto alle sue parole. Se l’uccello non vola, è per colpa sua >>.<< La dimostrazione addestra qualsivoglia mente, nel banale mondo tu puoi esser genio o esser banale. Ciò che un tempo sei stato, mai più sarai, o naturalmente, o per forza >>. E d’un tratto mi sentii stanco dopo quelle semplici, comuni discussioni, e capii che la stanchezza sarebbe passata. Avevo sempre odiato quello che dal vulgo venisse additato come l’esempio da seguire, dicendomi che non c’era in verità, nulla da seguire in lui. Poi compresi che quello era così per natura, e lo odiai. Poi invece terminai col pensare che essere naturali era un dono, e che quello andava ammirato. Hermann Hesse con il suo Siddharta ci ha insegnato il giro che compiamo nella vita. V’è chi si volta e nulla ha imparato, chi va avanti senza guardarsi dietro, e chi combatte per la gloria. Io non ero nessuna di queste tre cose eppure tutte e tre al contempo, una sorta di schizofrenico da strapazzo. Avevo ucciso, era nitida la bianca forma della fanciulla che si stagliava sul bordeaux tappeto della morte, ferma, immobile, col seno dolcemente mosso dalla timida o azzardata brama. Si è cattivi, è vero, ma l’arte riporta solo le cose migliori.
(Alessio Romano)
July 29, 2008 07:20 AM
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