(Un notturnista del colore)
Tuesday July 15, 2008
Si sta sgretolando tutto.
Viene giù una quantità enorme di roba, prima solida, adesso pietrisco, polvere, rottame frantumato. Da quaggiù assisto impotente a questo cataclisma, non posso fermarlo, non posso fare niente. Con me un piccolo gruppo di persone incredule anch'esse e come me impotenti. Là dentro c'erano i miei mobili, i miei vestiti, le mie opere d'arte, adesso tutto giù, l'uno sull'altro, detriti tra non molto, macerie, fango. E pensare che lo stabile era recente, nessuno si aspettava che il peso delle mie opere lo facesse crollare. Anche la gente che è con me sta perdendo tutto e via via che i minuti passano la gente aumenta perché uno dietro l'altro, come una catena, stanno crollando anche gli altri palazzi, le altre case, le strade vicine. Viene giù tutto, anche il Municipio, gli alloggi dei politici, le caserme, gli alberghi e le scuole, giù tutto, ininterrottamente.
Noi assistiamo impotenti.
Le strade cominciano a cedere, l'asfalto si apre, alcune condutture si rompono e l'acqua fuoriesce qua e là. Adesso noi siamo in tanti, distanti, al riparo su una collinetta piena di alberi. Viene giù anche la montagna, tutta sulla città ormai distrutta, una quantità enorme di acqua sta allagando il tutto. Siamo circondati dall'acqua, la collina è ormai isolata, come ci finirà, ci si chiede, ci salveranno? Ed io rido amaramente a questa domanda.
Come ci salveranno?
Ma chi potrà mai più salvarmi adesso? La mia vita era su quelle quattro pareti che custodivano la mia arte, senza di esse chi sono se non uno come loro? Io si che sono distrutto perché ho perso il frutto della mia creatività, adesso sono come tutti gli altri.
C'è chi si dispera, chi piange i morti, i feriti, la casa, i beni materiali. Ma io perdo qualcosa di più, ho perso l'essenza del mio esistere. Adesso l'acqua si è stabilizzata ad un certo livello, la collina non può essere allagata, tranne che anch'essa non ceda. Tanti topi, migliaia, stanno approdando qui, anche loro vogliono salvezza, ma la collina comincia a franare e all'improvviso ci ritroviamo annegati. C'è chi nuota, chi urla, ed io che faccio? Annaspo, non ho mai saputo nuotare, sicuramente annegherò ma,
cosa succede? Ho trovato un appiglio, mi aggrappo, sì, riesco a galleggiare. Lentamente vengo trasportato dalla corrente verso la terraferma, e mi addormento. Mi sono risvegliato, adesso è notte, sento un silenzio insolito, sinistro, sono solo. Mi sollevo lentamente e mi guardo intorno, mi accorgo di essermi aggrappato ad un mio grande quadro, è esso il mio appiglio, grazie ad esso mi sono salvato. Lo prendo, lo appoggio ad un cartello stradale, lo guardo. Riprendo le mie forze, sono ancora un artista, quella è opera mia tra le migliori, e mi ha salvato. La riprendo e con essa sottobraccio mi dirigo verso la città più vicina sperando che non sia distrutta anch'essa. All'alba, sfinito, arrivo a B., i primi a vedermi sono i pendolari che mi vengono incontro incuriositi dal mio aspetto malconcio. Mi conducono al più vicino ospedale dove ricevo le cure.
Avrò dormito almeno due giorni, il medico e gli infermieri sorridendo cercano di capire cosa mi sia accaduto. Ho riferito tutto e loro già sanno cosa è successo nella città più vicina.
Tutti morti, nessun superstite, soltanto io. Davanti al mio letto, appeso alla parete, hanno messo il mio quadro e solo quando lo guardo mi sembra di non aver perso niente.
Salvatore Romano, da "Appunti raccontati", Firenze 1999
July 15, 2008 07:53 AM
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