(Un notturnista del colore)
Thursday July 31, 2008
“POESIA DEL GIORNO” A Giulia Massa
Nel giocondo cosmo ho visto una stella
insolita brillare come altra stella in cielo.
Le ho chiesto allora con novello zelo
d’un giovane baldo quanto fosse bella.
<< Io son caruccia, è vero, ma son fella
e mille maschi intorno al corpo anelo
che mi tolgano l’un l’altro irosi il velo
della timidezza, che niun corpo abbella >>.
Quando il sole con pietà vi si scontrava,
ella tutta bella in posa creava una danza
sibillina, l’iroso stolto che la guardasse
nel peccato, proprio all’orlo, titubava
facendo il più gran sfoggio della rimostranza
o fiele, poi guardava se perdonasse
la bella e gioconda fanciulla. Il sincero,
amava tal donna col cuor tutto intiero,
e non v’era cosa ch’ella non capisse,
per amare insegnando all’uomo, visse.
(Alessio Romano)
July 31, 2008 09:00 AM
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Wednesday July 30, 2008
Salvatore Romano, "Centaure" china 60X100 1993
“POESIA NON BELLA ALLA BELLA”
In ansimante notte una paura desta,
sacrilego parlare che commette fallo
<< Vuoi tu con me ballare questo ballo? >>
Nella notte una parola non più resta.
Forse era un giorno di dilettosa festa
in cui ne lo mio cuore venne un callo
e tutto discoperse il forte vallo
di spirto in cui sermone alcuno attesta.
Beltà, signora bella, beltà, insigne ancella,
la musica la donna arcigna canta
ed uno spettro l’alma altrui cuculia,
cuocendomi da brace alla padella
mi nutro di colei che amore vanta
e scopro che la dolce ha nome Giulia.
(Alessio Romano)
July 30, 2008 06:35 AM [edited: July 31, 2008 07:35 AM]
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Tuesday July 29, 2008
"DEDICA"
Per un amore perso. L’esultanza che venne a trovarmi dopo l’ultimo bacio, era trepidante di una continuazione. Intensamente vivevo la mia ora come la Rapsodia su tema di Paganini op. 43 di Rachmaninov. La tristezza venne a trovarmi poco dopo, trovandomi disteso su una piaggia a fianco al mare. Inutile dire che il sole abbatteva, e che il cielo era celeste, che il tepore di un nuovo amore fragorosamente inondava la mia quiete ristorandola. Non vi erano distrazioni che avrebbero potuto distrarmi, non vi erano assuefazioni che avrebbero potuto assuefarmi, non vi era il ghigno né l’ombra di uno stolto che potesse inquietarmi, ma pensavo vanamente che lo stolto ero stato io molte volte. E così era successo, era stato primordiale, la speranza di un nuovo amore era stata accontentata, l’avevo, lei, la donna dei miei sogni. Che fosse intelligente, che fosse bella, linda e casta, che fosse dolce e leggiadra, frugale e arguta, che il suo profumo mi perpetrasse l’animo come una statua è ferma, è inutile davvero dirlo. Eppure la speranza non finiva di accrescere nel mio cuore, la follia avvinceva e gridava pianamente dal suo cantuccio, la verve alimentava il sentimento con spasmodico assalto. La vedevo ancora che china lambiva le mie gambe pelose e che poi rideva cogli occhi. Occhi celesti, puri, dolci e sani. Ricordavo l’ovale del suo volto, la labile certezza che ella fosse un genio, ricordo. Ricordo il suo chinarsi tenendosi i capelli donando la beltà delle sue forme, ricordo la magia del primo bacio con regolare certezza che quello non fosse l’ultimo. Poi mi vedo, ignudo, con le mani insanguinate. Cosa ho fatto? Dio mio, è stato quel che è stato. Cambiamenti nella mia vita ce ne sono stati pochi, in verità pochi e drastici. Mi hanno reso la vita un inferno, sbatacchiandomi da una cella all’altra. Ogni “stanza” aveva una sua caratteristica, ma tutte erano accomunate dalla povertà. Una sembrava un boudoir, una un bagno, una una sala cinematografica, una uno studio; ma vi erano pochi elementi che facessero di una stanza la stanza che fosse dall’altra differente. Io ero di passaggio da una stanza all’altra, in modo infinito, in una piangevo, in una ridevo, in una discorrevo, nell’altra litigavo. Ho girato un intero mondo. Niente che mi distogliesse dall’intento di distogliere l’attenzione da quelle stanze, che io, in fin dei conti, temevo. Non vi era nessuno, vi ero solo io che guardavo dalla finestra la luna o il sole, e ogni qual volta li vedevo dovevo far poesia. Sapevo, forse, che la mia vita era rovinata per sempre – per sempre – e che niente avrebbe potuto mutarla. Non leggevo più, come avevo letto sino allora, milioni di libri sembrandomi per questo pazzo, ma ora mi sentivo pazzo come non mai. Ora, ora che non leggevo più. Avevo trafficato nelle vie lussuose della cittadina in cerca di amore, di odio e di passione, trovando sempre artisti da baraccone che con una chitarra ed un foglio volevano far credere alla gente. Eppure mi sono sempre piaciuti. Hanno un loro fascino, sono ragazzi di vita. Morto io, ne viene un altro. Ma un altro è diverso, io sono io. Ma morto io e venuto un altro, il passato non cambia, la stella brilla ancora dopo la tua morte e il cielo non viene arricchito dalla tua morte. Non ero più l’uomo di un tempo. Avevo ucciso. Non sapevo cosa mi avesse portato al compimento del tragico gesto, ma il ghiaccio usualmente sciolto dal sole si era soffermato nella mia gola, come per l’eternità. Ora nella stanza c’era luce, troppa, e quando c’era buio era il buio intenso di un insperato sogno. Trovare l’amore, questa digressione del tempo in un fecondo giorno, mi era parso tutto ciò che ora mi rimanesse. L’amore ucciso, dalle mie mani. Il sangue, la scintilla dell’occhio impazzito, le urla nella mia mente. << Sei stato tu! >>. Ebbi qualche istante di angoscia, ancora attaccato non per volere né per fato, ma per inutile e vana decadenza, ad un mondo insulso e inetto. L’abiezione della gente, la stoltezza dei volti, un giorno mi avevano forse fatto compiacere di me. Compiacimento senz’altro svanito. Ma un giorno incontrai lui, il violinista, e la mia vita parve mutare.<< Se tu sei così >> diceva egli << è colpa tua. La bellezza dell’uomo è effimera, ma essa può mutare a seconda del peccato. Non si diventa mai più belli di quel che si è, ma più brutti si. Far del bene è un dovere, far del male è un peccato. Hai ucciso, e la colpa è tua >>.<< Signore >> io dissi lui << guardi le mie mani >> << Ebbene? >> lui disse stupendo.<< Sono pulite? No, sono sporche. Io mi dimetto da qualsiasi incarico della coscienza e mi rimetto alle sue parole. Se l’uccello non vola, è per colpa sua >>.<< La dimostrazione addestra qualsivoglia mente, nel banale mondo tu puoi esser genio o esser banale. Ciò che un tempo sei stato, mai più sarai, o naturalmente, o per forza >>. E d’un tratto mi sentii stanco dopo quelle semplici, comuni discussioni, e capii che la stanchezza sarebbe passata. Avevo sempre odiato quello che dal vulgo venisse additato come l’esempio da seguire, dicendomi che non c’era in verità, nulla da seguire in lui. Poi compresi che quello era così per natura, e lo odiai. Poi invece terminai col pensare che essere naturali era un dono, e che quello andava ammirato. Hermann Hesse con il suo Siddharta ci ha insegnato il giro che compiamo nella vita. V’è chi si volta e nulla ha imparato, chi va avanti senza guardarsi dietro, e chi combatte per la gloria. Io non ero nessuna di queste tre cose eppure tutte e tre al contempo, una sorta di schizofrenico da strapazzo. Avevo ucciso, era nitida la bianca forma della fanciulla che si stagliava sul bordeaux tappeto della morte, ferma, immobile, col seno dolcemente mosso dalla timida o azzardata brama. Si è cattivi, è vero, ma l’arte riporta solo le cose migliori.
(Alessio Romano)
July 29, 2008 07:20 AM
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Monday July 28, 2008
L'alberello, china 50X70 - 2003
“LA NOTTE”
Oscura e tacita avanza, quatta, con le sue mani
entro la mente adusta; il guardo impallidisce..
Grugnii di porci, guaiti e pianti, il sibilar di bisce
son come assuefazione, e stanchi, e scialbi e vani.
Per occhi pii e malati, rei, veraci e ancora strani
è luce aurata che si plasma e si attecchisce,
è pianta che alla luce della luna, rinverdisce
in lochi stralunati, misteriosi, vivi e arcani.
E’ fervido pensiero, malattia, astrusa mareggiata,
la luce della luna che pian piano terge il pianto,
la notte radicante, maestosa e audace
silente ascolta il vento provenir dalla giornata,
nel cuor si libra un sentimento, un grande vanto:
nella notte splende linda e occhieggia Pace.
(Alessio Romano)
July 28, 2008 06:37 AM [edited: July 28, 2008 06:38 AM]
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Sunday July 27, 2008
"PARENTESI"
Signori di equilibriarte che mi dedicate tali attenzioni, io vi ringrazio e ricambio la vostra stima, porgendovi un arrivederci.
Fuori era notte pioveva, dentro era notte e non pioveva. Bettina stendeva i panni e dietro di lei, lo schizofrenico si aggiustava con un pettine di plastica la riga di lato, gli occhi: due sgombri fuori dalle orbita.
“Schizofrenico con una z” pensava Raimondo mentre scriveva, in tutt’altro luogo. Erano giorni belli, vivamente soffusi nel pensiero, promanati nel futuro sfolgorante di una aurea luce mai veduta prima. Raimondo aveva una catenina al collo, argentata, con un piccola croce fredda che gli frisava alle volte il pel del petto, mentr’egli chino abbozzava il suo primo romanzo.
Bettina finì di stendere i panni, lo schizofrenico posò il pettine. La luce arancione del lampadario in cucina era tanto artificiosa, ma le ombre che grazie ad essa creavano cantucci per tutta la stanza erano tanto belle. Bettina era una sorta di balia, una donna instancabile, pacchiottella. Le era stato affidato Roberto, lo schizofrenico, un giorno come un altro, ed ella aveva acconsentito. L’asl del quartiere era terribile, era capace di togliere il posto ai volontari qualora essi avessero ecceduto in un diniego, a seconda del tipo di lavoro; ma non erano poi così terribili, guardando dal punto di vista funzionale. Tutto era perfetto, non vi erano sbafi. Talvolta il medico distrettuale pensava pure che in lui ci fossero delle radici, delle radici.. Ma si, egli era un artista, in fondo, lo era. Rubiconde gote e capelli tirati indietro, occhi vispi, fronte eternamente madida di sudore, braccia e polpacci carnosi, Bettina era una donna per niente seducente, ma essenziale per la nostra società. Passava certamente inosservata, ma ogni qual volta la si vedeva accanto a Roberto, che impomatava ogni suo gesto di frenesia attorcigliandosi l’una mano a l’altra con avidità, non si poteva evitare di farle i complimenti. << Brava, Bettina, brrrava >>. Poi si guardava Roberto, accanto a lei, ancora intento ad attorcigliarsi le mani, lo si guardava e si diceva: << Bello, Roberto, bbbello! >>, e poi, ognuno per la propria strada. “Dio mio” pensava Raimondo, il novello scrittore, “basta un’azione, e siam tutti schizofrenici. Basta peccare per diventarlo” e un brivido luciferino percorreva il suo fondo schiena. Bettina in quel momento mangiava un gelato, lo mangiava a piccole leccate, poi a piccoli morsi, mentre lo schizofrenico la guardava. Roberto aveva sessant’anni, distribuiva il burro nel pane con l’indice, poi si leccava il dito, e rideva di gusto, poi, a gran morsi, finiva di mangiare la fetta di pane, poi, correva in bagno e << Bleah, bleah! >> - a vomitare. Era anche bulimico, aveva un paio di ernie nell’inguine sinistro, la scoliosi e fumava come un dannato. “Si è dannati” pensava Raimondo “quando si fuma tanto”, e giù a scrivere come un dannato. “Si è dannati, quando si scrive tanto” suonava nella mente di Roberto, mentre in altro luogo Raimondo scriveva il suo primo romanzo, con l’immagine di un piccoletto dagli occhietti spiritati, seduto su un letto, con una macchina da scrivere davanti. Bettina bevve un bicchierino, un piccolo cognac, poi guardò lo schizofrenico: un paio di capelli gli si erano spostati, ora, la riga di lato era come una diga rotta, ne usciva una pazzia rada e scompigliata, e malata. I due denti da castoro ogni tanto affioravano da due labbra taglienti, con un po’ di bava tanto da inumidire le labbra. Bettina amava gli uomini, era ossessionata da desideri osceni (pur essendo una brava donna) ma a guardar Roberto le cadevano le braccia in terra. Roberto dopo tutto, non era così, prima. La postura della mandibola era cambiata, come quella della schiena, egli si era incurvato sempre più, e i denti avevano finito col fuoriuscire lievemente. Quell’uomo tentava di portare avanti la propria esistenza rovinosa in cerca di una meta, cosciente di essere la causa della propria sconfitta, nient’affatto illuso sulla propria condizione. Questa, è sicuramente la peggiore esistenza che vi possa essere.
(Alessio Romano)
July 27, 2008 08:49 AM [edited: July 27, 2008 08:51 AM]
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Saturday July 26, 2008
" WILDE, IL MARE, LA CASA "
Tutto quel che avverrà, sarà il resto di una vita mal giocata.
Le finestre erano aperte, una luce sfolgorante entrava madida di polvere, e il canto d’un gallo.
<< Cosa mi resta? Cosa mi resta ormai? Io non so, non so più cosa mi resti! >> disse Wilde guardandosi le mani paonazze. << Molti anni addietro scorsi dentro il mare il segreto, ora non più vedo che oscurità incomprensibile, vestigia indecifrabile di un mondo everso >>.Qualche foglio sparso per terra, ogni tanto veniva spostato da un vento che suonava come una roca voce. L’albero fuori (lo si vedeva dalla piccola finestra della casa) si muoveva, per quanto un albero può.
Nessun rumore, nessun suono che irrompesse impavido nel fulcro del silenzio; solo tacita speranza, restia guardava al nuovo giorno, e così via. L’incomprensione giaceva immune sul suol di legno, e verità rianimarla tentava, era una scena ridicola, due donne dal prosperoso corpo una su l’altra, due che poco prima avevano combattuto sino alla morte.
Wilde si girò su se medesimo, assente, con le mani sempre in evidenza, sobbarcandosi sull’incoscienza, annusando un odore che nell’aria avanzava, e che non era brutto, ma quasi bello.
Quanti anni, erano ormai passati. L’immaginazione, aveva sempre detto Wilde, non capisce mai che non può sollevare più di un certo peso, ma essa pensa sempre di poter sollevare di più, ed è per questo, diceva Wilde, che la massa cade nell’errore: stoltezza!. Wilde era uno scribacchino, ora in pensione, un uomo eternamente afflitto, ed eternamente piegato dal desiderio di far il musicista. Ma qualcosa non gli era mai tornato, quando faceva i conti, qualcosa era sempre rimasto oscuro, quando in realtà gli pareva di sapere. Vi erano stati giorni caldi, giorni di grande intimità; Wilde si era conosciuto, ancora adolescente, aveva riconosciuto il suo cuore mentre guardava le proprie mani, le stesse, dopo aver disegnato cose oniriche su una roccia vicino al mare, con del carboncino. Wilde aveva ormai sessant’anni, e subiva una profonda crisi di coscienza, ignorando che essa non faceva parte della sua vita come cosa normale. No, qualcosa era andato storto, qualcosa ancor non gli tornava.
Viveva solo, aveva un picciolo cane dal pelo crespo e color crema; portava un paio di occhiali dal telaio arrugginito e aveva un orecchino all’orecchio destro, due occhi arguti quasi gialli, pochi capelli neri, braccia molto pelose, ed una attrazione verso le mele del suo albero. Era andato ad abitare in una casa vicino al mare, sebbene gli piacesse la montagna, e trascorreva il tempo, già dalla mattina presto, a camminare in quei sentieri ghiaiosi che esistevano nella pineta prima del mare, nel tragitto che si doveva compiere per arrivare a esso. Aveva combattuto un’esistenza intrisa di amarezza e scorno, ma egli era il primo a dire che la sfortuna non esiste, ovvero che essa non è altro che una parola creata per intendere il dolore dell’uomo quando esso è causato da una fonte esterna o anche da egli stesso.
<< L’uomo può essere quindi la propria sfortuna >> veniva discorrendo una di quelle mattine Wilde con se stesso. << L’uomo può, quindi, essere sfortunato a causa propria? L’uomo può essere anche la propria fortuna. Ma no! L’uomo non può essere né l’una né l’altra cosa, perdinci bacco! >>. Erano tutti discorsi che pareva a lui che non lo portassero da nessuna parte, eppure gli pareva al contempo che ogni giorno venisse a scoprir qualcosa di più. << La sfortuna >> diceva un altro giorno << non è essere investiti da una carrozza, la sfortuna non è avere la tisi, la sfortuna non è perdere una partita di scopa col proprio amico, e la fortuna non è neanche vivere senza avere mai incidenti, non è vivere sani per tutta la vita, non è vincere una partita di scopa con il proprio amico, poiché stando ai fatti, se fortuna e sfortuna fossero tali, allora morire sarebbe sfortuna e vivere eternamente fortuna >>. Ma qual cruccio veniva ad incupirlo dinnanzi a tali emblemi, lui, lui che aveva sempre ammirato le verità dei grandi storici ed artisti, ora invano si rigirava confusamente le mani dinnanzi ad un bicchier d’acqua. Egli sapeva che l’importanza dell’uomo consiste nell’importanza delle verità che si porta dietro e che non fugge, ebbene, egli aveva corso all’infinito, tempo addietro, per obliare la verità, per strangolare una certa idea. Non si definiva l’eterno irrealizzato, non si lasciava intimorire da un desiderio irrealizzabile come da un desiderio realizzabile, eppure si tormentava. I passati errori, erano tanti nella vita di Wilde come le onde del mare, e forse più, ed egli lo sapeva. Tutti errori di stoltezza: egli aveva un giorno giovinezza, talento, beltà, e tutto avea perduto. Non era stato un gioco d’azzardo, non era stata dimenticanza, ma troppo azzardate erano state le sue mosse con la dimenticanza. Era in fondo, destino?. Può star nel destino di un uomo che egli sia stolto, e nel destino di un altro, ch’egli sia saggio? E da cosa dipende ciò? Da una vita precedente? Non è forse saggio il saggio, a non sentirsi migliore dello stolto, non sta forse in questo la sua saggezza? E perché, dunque, il saggio non può sentirsi migliore dello stolto, se vuole essere saggio?. Wilde titubava innanzi a tali quesiti, s’ei fosse stolto o se fosse stato saggio, qualche volta. In fondo, si è stolti o saggi soltanto nelle azioni, ma da cosa dipende che una volta si è saggi, e una volta si è stolti, se così è?.
Non fuggire, non fuggire amata bestia,
non andartene lontano, sempiterna
tua figura, affastella le mie glorie!.
Non fuggire amata bestia, non andare
più lontano, dove scorre e brilla il sangue
e lo spirto sempre langue. Non fuggire
dove cose, nell’istante eterno e arioso,
per il frale o il bellicoso,
non marciscono vent’anni!.
Wilde collezionava farfalle, aveva una immensa raccolta delle farfalle più variopinte.
(Alessio Romano)
July 26, 2008 06:23 AM [edited: July 26, 2008 06:28 AM]
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Friday July 25, 2008
Salvatore Romano, Nudo con la morte, 50X70
"PAESAGGIO"
Così, come il sole la terra impetra Giovanni lambiva il seno della piccola Catrin. Con dolcezza la guardava, con pallore visitava il suo di lei volto nel timore che la rotazione del mondo potesse non fermarsi ancora un istante nel suo cuore, nei confronti di una linda vent’enne come Catrin. Ella si lasciava baciare, un uomo come lui, Giovanni, non poteva, non avrebbe mai potuto deludere qualsivoglia donna. Nel frattempo la terra, davvero non si fermava, il sole giostrava ogni fil d’erba e il vento accarezzava destreggiandosi ora impetuoso ora miserevole. Una vecchia sostava momentaneamente fuori, nella veranda della loro casa, con una tazza metallica tra le mani ed il dito indice, lungo e rugoso, infilato nel manico di essa; un cappello piccolo e sgualcito, color marrone con sfumature verdi acqua, ed una veste nera tutta impolverata. Il volto smunto della vecchia, con occhi di cerbiatto castani, radi capelli pur castani con riga di lato cadevano su due piccole spalle, esili, ed i piedi ignudi della vecchia parevano un campo di battaglia nel quale una ruga a l’altra tirava fendenti. Il sole impetrava la terra, nuvole errabonde, estate abbarbicante, primavera in rimembranza. Nel portico vicino alla casa, si stendeva un velo di pietà, e gruppi di barboni vagabondi sostavano in fragrante attesa. Due amici allor passavano lì sotto, e le mani protendevano loro, lerce e paffute. Uno dei due amici sputò scosto, poi filò dritto e prese a braccetto l’altro.
<< L’innaturalezza della donna è insulsa. Essa macchina, formula improperi, sgrida, e null’altro le importa >>
<< Hai ricevuto un gran batosta da Carolina. Se ben rammenti, ti avevo pur detto di guardartene >>
<< Tu mi avevi avvisato, è vero. Ma io potevo non amarla? Tu che mi dici, si può non amare chi si ama? >>
<< Che domanda sciocca!>> rispose l’altro << Certo che non si può! Amare, insomma, non è poi una bazzecola >>. “Ah” pensò non colui che per ultimo avea parlato “dove mi trovo? Costretto a vivere con costoro, a dividere con loro il mio pasto!”. E chino avea seguito pel calle ghiaioso. Lontano frusciava il mare, e la pineta ombreggiava perenne.
Sorgeva il sole lontano, in un distante paese,
bambini paesani con il lor volto proteso
vagheggiavano illesi grande pendio scosceso
ove libranti e dannate l’alme eran discese.
Che fossero esse nel mondo o inferno arrese
come bimbo che avanzi tra belve quatte indifeso
e che guardi ai lor occhi l’oscuro malinteso
e si deprima per proprie amare spese:
non vi era dubbio: così non era, affatto.
Ma assai dannati eran coloro i quali piangevan
nella calma di chi allor li guardava.
Come d’un tratto l’occhio dei buoni, di scatto
allora i peccatori si protendevano e fendevan
l’ali senza volare immersi nella lor stessa bava.
Tristezza poi veniva con ali di zanzara
a quietar spirto vivo, come quel ne la bara.
Carolina si rivestì. L’estatica gioia sul suo volto di bimba ancor, poteva essere lo stesso rossore soffuso sulle nivali gote. Ella correva con la sua veste e la lanciava in aria, e ci giuocava, mentre rideva l’altro, Giovanni, con una mano su la bocca, e ‘l guardo ancor stupito.
(Alessio Romano)
July 25, 2008 07:15 AM [edited: July 25, 2008 08:59 AM]
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Thursday July 24, 2008
Salvatore Romano, olio 100X70 1980
"SE I CONFINI SI CONFONDONO" (poesia per concorso su tema)
Se i confini si confondono v’è un amplesso,
abbacinante folgore che intimorisce il cuore.
Inebetendo il proprio spirto con amore
sghignazzare o intenerirsi non è affare stesso.
Superando con mitezza il lustro smalto spesso
schiveremo con la mano quel bagliore
grande, che con tutta sua fatica suo nitore
immenso, darà il sogno che nel cuor sarà rimesso.
Attenzione ed accortezza ci vorran nel giorno
mentre un bacio schioccherà con la freschezza
adusa da entrambe le parti, vivamente;
addietro vi sarà sol muto e abbacinante scorno
e avanti sol la fresca e mite timidezza,
un color si espanderà nel ciel, soavemente.
(Alessio Romano)
July 24, 2008 12:37 PM [edited: July 24, 2008 12:49 PM]
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Wednesday July 23, 2008
"SOFFERENZA D'AMORE"
Desta Amore, il cavaliere che chino avea dormito,
e il fa con tenerezza, dando un bacio, sulla guancia.
Ei già sussulta e picciol si dimena, e tutto intenerito
guarda a lato: la spada, l’elmo, la bestia, la lancia.
E viene.. S’amor beltà con duolo non bilancia,
di poi se tal per lui (Amor che va) non è di rito
allora, dice il cavalier, andiamo, fuggiamo in Francia
ove sperar potrei, in me, ch’io sia, almen, disinibito
più di quanto ora potrei, lontan da lei che ride
che pietade non dimostra, mercede, amore mio
e tutto tutto strappa e fa contuso il nostro cuore.
Da quando lei sul calle, mentre su bestia andavo vide
Il cuor pulsar per lei, e me innanzi al signor Dio,
tutto m’ha lacerato! Tutto m’ha scorticato!- Amore.
July 23, 2008 07:10 AM [edited: July 23, 2008 07:12 AM]
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Tuesday July 22, 2008
Cadono le foglie, trascorrono i giorni.
Invecchiamo. La vita è una parentesi dell'incommensurabile, a noi non rimane che attaccarci al nulla. Non è meglio prendere la vita per un gioco? non tragico del destino ma ludico nello spensierato ?
E' così che Remo la interpreta e sono queste le riflessioni che egli fa mentre sta seduto su una panchina del parco. E se in questo mq di terra erbosa di questo giardino pubblico mi ergessi a governatore assoluto? Potrei essere un dittatore entro i confini stabiliti, decidere di costruirvi un castello, praticare un buco che va giù fino all'altra parte della terra e impossessarmi anche del mq dell'altra parte e farvi una roccaforte. Durante il perforamento potrei effettuare delle deviazioni, diramazioni a raggiera partendo dal centro della terra e così facendo sbucando in altre parti del globo, piazzare altri avamposti. Avrei un regno fatto di pezzi di 1 mq di terra, piccoli ma tanti, sarei l'uomo più potente del mondo. Ogni avamposto sarebbe in contatto con l'altro via terra, via aerea, via mare e via sottoterra: inespugnabili.
So cosa pensate: e se nello sprofondare sbuco in pieno oceano? Semplice, da sottomare innalzo un tubo di cemento di diametro 1 metro fino alla superficie del mare dove piazzo una piattaforma.
Anche la penultima foglia è caduta, adesso non rimane che guardarsi intorno cercando di apprezzare questo giallore che s'ha di spoglia memoria, solitudine fatale. Sull'asfalto vanno le auto lasciando un'atmosfera maleodorante, rompendo l'incantesimo silenzioso. Remo sta prendendo un caffè e a ciò sta pensando. E' amara la vita come questo caffè che non zucchero più ormai da un paio d'anni. Scriic... scriic... ma cosa succede? L'armadio si apre da solo? lentamente ne escono tre anziani signori. Sono vestiti all'antica, capelli bianchi e lunghi, barba idem. Mi guardano in cagnesco e mi dicono: sei stato tu.
L'albero ha dato via anche l'ultima foglia e forse l'ultima della sua vita. Alcuni rami sono secchi e il tronco sembra per metà malato. Ma perché meravigliarsi tanto? tutto e tutti siamo di passaggio, labili e di alcuni di noi non rimarrà che l'opera compiuta. Remo vorrebbe viaggiare con la mente, e perché no? Adesso sono qua e ho deciso di trovarmi su Marte, è incredibile come all'improvviso mi trovi su Marte. Poi di nuovo a Firenze, e a Palermo e agli Uffizi, nella sala di Giotto e lo rivedo e vedo Cimabue e Leonardo che mi prende per mano e mi mostra le sue opere e mi parla delle sue invenzioni. Poi sono al Louvre, e successivamente dentro una Piramide.
Salvatore Romano, da "Appunti raccontati", Firenze 1999
July 22, 2008 08:04 AM [edited: July 22, 2008 08:06 AM]
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Monday July 21, 2008
“I DUE NELL’AMORE”
Amore è nato ed è cresciuto, pino al sole;
nel guardo d’ella o face, già splendeva
non titubante già per scarna mole
mentre un ausello l’ali in ciel fendeva.
Nel campo delle aulenti e vive viole
soffiava il vento e mite allor rideva
come un pensiero che nel cuor si duole
la trista donzelletta il sier beveva.
Erano uniti come unica cosa, lontana
dall’eversa rocca, come un meriggio
cui venga tutto a un tratto il bel tramonto,
ella tutta tremava, in su l’altana
del loro amor dinnanzi a un cielo bigio
che non gli apparteneva, un vero affronto,
non che già fosse arcana la giornata,
seppure gli era parsa immacolata,
ma tutto gli appariva innanzi vero,
dinanzi al loro amplesso ancor sincero.
E allora ancor dinnanzi al loro abbraccio
vi si stringeva ancora più, d’amore ‘l laccio.
(Alessio Romano)
July 21, 2008 08:05 AM [edited: July 21, 2008 08:09 AM]
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Sunday July 20, 2008
Mi avvolge il
turbine violento
che aspira me
ed ogni altra cosa.
Dell'artista avverto
l'ansia maledetta
il trepidante affanno
la ricerca vana
E di creare muoio.
Salvatore Romano da "Appunti raccontati" Firenze 1999
July 20, 2008 10:48 AM [edited: July 20, 2008 10:51 AM]
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Saturday July 19, 2008
Tempera di Alessio
Marcisce come una pesca il vetusto amore,
di sull’altana una donna il guarda,
e a venir beltà aurora non più tarda
che irrompe e stende con tutto il suo chiarore.
Una donna, biltà, ligio e screziato fiore
che allontana già prorompente codarda
l’alma negletta del folle che ad amar si attarda,
e che si trova bieco nel bieco mondo attore.
L’occhio azzurrino la vetta arcigna osserva
e quando alita il vento il cuore tutto alenta
per chi si perse scaltro nell’ossuta selva
con mite persuasione e la sua lena lenta
giocondo spettatore in veste di una larva
la folle disperazione ancor follia rasenta
(Alessio Romano)
July 19, 2008 10:09 AM [edited: July 19, 2008 10:10 AM]
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Friday July 18, 2008
Ringrazio l'amico Giampietro Nardello per avermi regalato questo mio splendido e comunicativo ritratto. Questo gesto testimonia che qui esistono colleghi che credono alla vera amicizia. Grazie Giampietro, il tuo regalo mi riempie di gioia e mi fa dire che val la pena continuare a rimanere qui, che ancora c'è qualcuno che crede nei veri rapporti umani.
Salvatore
July 18, 2008 07:32 AM [edited: July 18, 2008 11:53 AM]
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Thursday July 17, 2008
D’infinità la mia veste, muove i brandelli
che nel passato sono stati scorti;
poi v’è un gran tugurio, e vivi e morti
e stanchi e vivi, e appisolati, e brutti e belli.
In questo antico mondo, tutti menestrelli
che nel peccato hanno i cuori ritorti
e in verità ascondendo lor debolezza, forti
vengono a dirsi. Son tutti nudi, tutti felli
e stringono il peccato in loro ossuta mano,
venale. Nel bosco i fringuelli cantano,
prorompenti come le onde più alte del mare,
ed i cuori degli altri molestano.
Cosa riman poi? Lusinghevole amare
che si rivela sempre ancor più scarno e vano,
del sapore delle onde che vengono amare.
(Alessio Romano)
July 17, 2008 07:50 AM
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Wednesday July 16, 2008
Sul finire
Declina il giorno
ripetuto
E' sera
Stanco sorseggio l'alcool
guardandomi allo specchio
Chi è quell'uomo?
Ha capelli corti
barba brizzolata
gli occhi son lucidi
neri
Aspetta
Anch'io aspetto da quest'altra parte
un suono dalla porta
lo squillo del telefono
una visita improvvisa
Mi adagio a terra
Attendo
Il sole è proprio andato
si annera tutt'intorno
Con gli occhi aperti incontro
l'opera mia
Suprema
Sorrido malamente
cambia la mia vita?
Donnine con le ali
alcune con insetti
c'è l'Eva col serpente
chi stringe lo strumento
qualcuno ha perso la testa
un'altra tiene la croce
Sto sempre qui
supino al pavimento
vorrei poter volare
cambiare mondo e gente
Perché mi struggo?
Riguardo quel signore
che mi somiglia tanto
mi strizza anche l'occhio
lui ha capito che il gioco non ha fine
Dei tanti continenti
il mare alto
il colle
vorrei incontrare gente
ma solo in questa casa
viaggio con la mente
Detergo l'anima mia dannata
imploro il Dio degli altri
Silenzio
Chi ascolta la mia voce?
Sorseggio ancora alcool
E' notte fonda
Mi addormento
Sogno di salire sulla nave
pesante essa galleggia
sul nero senza fine
con me compagni ignari
perché il legno va senza comando
il sole ha lasciato
la sua zona
il vento freddo investe i visi
le labbra son salate
Poi approdiamo in una terra
senza nome né abitanti
solo sabbia e sassi
un orrizzonte vuoto
Vaghiamo alla ricerca
ignari giungendo in una grotta
un lungo grugnito
Qui mi sveglio all'improvviso
con l'acqua salata sulla fronte
La luce ha fatto capolino
risciacquo il mio viso addormentato
bevo un caffè
metto il pantalone
Che bello questo giorno
è lungo
è caldo
la luce dà fiducia
e nell'ora sterminata
può accadere tutto
e son contento
Stasera chissà se incontro
quell'essere allo specchio
ma ancora è presto
mi godo la giornata.
Salvatore Romano, da Appunti raccontati - Firenze 1999
July 16, 2008 07:37 AM [edited: July 16, 2008 07:40 AM]
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Tuesday July 15, 2008
Si sta sgretolando tutto.
Viene giù una quantità enorme di roba, prima solida, adesso pietrisco, polvere, rottame frantumato. Da quaggiù assisto impotente a questo cataclisma, non posso fermarlo, non posso fare niente. Con me un piccolo gruppo di persone incredule anch'esse e come me impotenti. Là dentro c'erano i miei mobili, i miei vestiti, le mie opere d'arte, adesso tutto giù, l'uno sull'altro, detriti tra non molto, macerie, fango. E pensare che lo stabile era recente, nessuno si aspettava che il peso delle mie opere lo facesse crollare. Anche la gente che è con me sta perdendo tutto e via via che i minuti passano la gente aumenta perché uno dietro l'altro, come una catena, stanno crollando anche gli altri palazzi, le altre case, le strade vicine. Viene giù tutto, anche il Municipio, gli alloggi dei politici, le caserme, gli alberghi e le scuole, giù tutto, ininterrottamente.
Noi assistiamo impotenti.
Le strade cominciano a cedere, l'asfalto si apre, alcune condutture si rompono e l'acqua fuoriesce qua e là. Adesso noi siamo in tanti, distanti, al riparo su una collinetta piena di alberi. Viene giù anche la montagna, tutta sulla città ormai distrutta, una quantità enorme di acqua sta allagando il tutto. Siamo circondati dall'acqua, la collina è ormai isolata, come ci finirà, ci si chiede, ci salveranno? Ed io rido amaramente a questa domanda.
Come ci salveranno?
Ma chi potrà mai più salvarmi adesso? La mia vita era su quelle quattro pareti che custodivano la mia arte, senza di esse chi sono se non uno come loro? Io si che sono distrutto perché ho perso il frutto della mia creatività, adesso sono come tutti gli altri.
C'è chi si dispera, chi piange i morti, i feriti, la casa, i beni materiali. Ma io perdo qualcosa di più, ho perso l'essenza del mio esistere. Adesso l'acqua si è stabilizzata ad un certo livello, la collina non può essere allagata, tranne che anch'essa non ceda. Tanti topi, migliaia, stanno approdando qui, anche loro vogliono salvezza, ma la collina comincia a franare e all'improvviso ci ritroviamo annegati. C'è chi nuota, chi urla, ed io che faccio? Annaspo, non ho mai saputo nuotare, sicuramente annegherò ma,
cosa succede? Ho trovato un appiglio, mi aggrappo, sì, riesco a galleggiare. Lentamente vengo trasportato dalla corrente verso la terraferma, e mi addormento. Mi sono risvegliato, adesso è notte, sento un silenzio insolito, sinistro, sono solo. Mi sollevo lentamente e mi guardo intorno, mi accorgo di essermi aggrappato ad un mio grande quadro, è esso il mio appiglio, grazie ad esso mi sono salvato. Lo prendo, lo appoggio ad un cartello stradale, lo guardo. Riprendo le mie forze, sono ancora un artista, quella è opera mia tra le migliori, e mi ha salvato. La riprendo e con essa sottobraccio mi dirigo verso la città più vicina sperando che non sia distrutta anch'essa. All'alba, sfinito, arrivo a B., i primi a vedermi sono i pendolari che mi vengono incontro incuriositi dal mio aspetto malconcio. Mi conducono al più vicino ospedale dove ricevo le cure.
Avrò dormito almeno due giorni, il medico e gli infermieri sorridendo cercano di capire cosa mi sia accaduto. Ho riferito tutto e loro già sanno cosa è successo nella città più vicina.
Tutti morti, nessun superstite, soltanto io. Davanti al mio letto, appeso alla parete, hanno messo il mio quadro e solo quando lo guardo mi sembra di non aver perso niente.
Salvatore Romano, da "Appunti raccontati", Firenze 1999
July 15, 2008 07:53 AM
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Monday July 14, 2008
LA BRAMOSIA DELLA FAMA
Ancora lei, è ritornata
in questa sera ambigua.
"Son ritornata" dice "la rata
annuale, ecco, prendi, seppure esigua
te la devo, ecco, insomma", è imbarazzata
perch’io sono angosciato,
tentenna ancora "Tieni,
prendi, è raddoppiato
il mio tributo, i miei beni
terreni ti sto offrendo,
e tutta me stessa, se vuoi
far sesso, per te, io non mi vendo,
del resto, insomma, poi, sono affari tuoi".
Le dico "Insomma, io non ti cerco,
io non ti voglio, a te, senza offesa,
preferisco d’un cavallo il fresco sterco,
o tra la gente abbietta, una serata in chiesa,
perché, vedi, tu" le dissi infine,
"offuschi la purezza
delle ispirazioni, come le colline
rese nude dei suoi figli e brezza
mattutina resa sozza dall’inquinamento,
vedi, preferisco annegare nel torpore
o nell’afflizione, e non mento
sai, se non torni più, mi fai un favore".
"E va bene" dice lei con dignità
"io non mi offendo,
t’offro sangue oro, beltà,
fama, voluttà; non me la prendo
anche se quel che dici
è grave. Io ti assicuro
ancora oblio, amori ed assortite vernici
per colorare il grigio muro
della vita che ci racchiude
in questa striscia d’indubbia libertà;
io garantisco carni nivee e nude
in cui potrai dimenticare: t’esenterà
da quest’oscuro e triste giorno
la mia presenza; io illumino
il destino e poi lo adorno
e sul presente, vedi, mi chino
e lo bacio, e se vado, poi ritorno
sempre più truccata
e bella, e se non sono
il sole son dal sole illuminata,
e faccio salire, chi voglio, sul mio trono
cosparso di diamanti
ove solo le divinità
si son posate, sui cangianti
tessuti del diniego o umanità.
Tu divieni grande e mi rendi
soggiogata, così che anche io
mi faccio al pari tuo; tu mi sorprendi
sempre più, ti bramo amore mio
e non per altro mi offro
a te, io bramo le tue mani
sul mio procace suppur casto
corpo. Or me ne vado, forse domani
tornerò, all’or del pasto".
Parve preoccupata: "Che vuoi?" le chiesi
bruscamente. "Mi sembri mesto"
"E allora?" ribattei. "Ah! Non mi offesi
prima e non mi offendo ora. Un bacio, a presto".
E se ne andò, forse distaccata,
ma già la sento, a sera:
"Eccomi qua, dolcetto mio, son ritornata".
Par la vita a Primavera
eppur la odio immensamente,
eppur lo so, ch’è soltanto una chimera,
eppur la temo, quando lente
le mie forze andar si lasciano, e ammarra la maliosa sera.
(da il libro di poesie "O verdone" di Alessio Romano, Lalli Editore)
July 14, 2008 07:35 AM [edited: July 14, 2008 01:15 PM]
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Saturday July 12, 2008
Donna con maschera, disegno a china 35X50 1999
“NON IL SILENZIO” (Alla verità)
S’io volessi amarti, non potrei
S’io volessi ‘l tuo corpo amare, non potrei
- (Bramar. d’amar non è capace)-
S’io volessi ‘l tuo corpo bramare
come l’erba brama l’acqua,
come l’onta nel ricordo brama ciò per cui
scontenti restavamo
ma che allor possedevamo,
o come ‘l cavallo regala a noialtri quando
imperioso e degno corre contro il vento,
o ancora come l’ideal desiderato s’eleva,
pur sopra la realtà, ridonando l’immaginazione
con la sua virtù spontanea, - non potrei.
Allor perché sei qui, innanzi a me,
che ti spogli e nel tuo seno e corpo bianco
e asciutto m’offri la natura intera,
l’alto sublime apprezzamento della vita,
l’oblio s’io, sciocco, volessi,
od anche l’ira, m’offri, l’avidità, la violenta
e ardente od individualmente fredda voluttà?.
O mia regina, non poss’io, più che guardarti
Ferma, innanzi a me,
con tal flusso che di tra noi, in noi, danza
aggraziato al suon delle sue mille, distinte
voci, e dei suoi ansare, e dei suoi gridi
spasimanti, eccelsi.
Quale dono alla vita tu sei, quando nuda, ferma,
col seno dolcemente mosso dalla timida o azzardata
brama,
col tuo niveo stelo, osi guardare.
Ma s’io d’amarti, di volerti osassi, peccherei:
Vi è un dolore che tu mi recasti,
quand’io scoprii nell’universo, non mio, il pianto.
(Alessio Romano)
July 12, 2008 07:37 AM [edited: July 12, 2008 07:38 AM]
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Friday July 11, 2008
"Crocifisso moderno", disegno a china 1979 (Venduto)
“SPAVENTAPASSERI”
Desto nel mortal peccato
ne la buia notte erro,
spaventapasseri nel mezzo
d’irte spighe di dorato grano,
con li corvi in sulle spalle.
Osservo luna e stelle, ammaliato,
ed in mano forgio ‘l ferro
combattendo ‘l freddo rezzo,
de la donna quel mistero arcano
intraprendo ermo, su pel desolato calle.
Con li sensi che ho affinato
‘l peccato in core serro,
come d’una cosa ch'ho in ribrezzo,
ma poi impugno l’arma in mano
ed enfiar faccio le palle.
Ohi povero me! Misero nato!
Io che a forza ‘l pen disserro,
intra l’imago Sua d’olezzo;
come roccia da roccia, frano,
ed in poco vengo folle.
(Alessio Romano)
July 11, 2008 07:18 AM [edited: July 11, 2008 07:22 AM]
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Thursday July 10, 2008
"Giusy", disegno a china 1997 (venduto)
"RJKVUBOV"
Rjkvubov era un uomo cupo. L’inesistenza lo aveva sempre affascinato. Rjkvubov aveva trentasette anni, aveva un gran testone calvo e due grandi occhi celesti. Sembrava ora capire le cose come veramente vanno, dopo trentasette anni. Trentasette anni. Dio. Eppure ancora qualcosa lo allucinava.
Nel grande ed ampio salotto di casa dove il fumo danzava in lento turbinio e saliva sempre vorticosamente verso il bianco soffitto, Rjkvubov fumava e leggeva “ I demoni ”. Pensava che quel romanzo, lasciando inespressa la storia e al contempo segnando il destino dell’umanità, fosse la più grande rivelazione del vero. Rjkvubov era un uomo malcapitato in questo mondo, uno iellato. Aveva trascorso molti anni in prigione per un frivolo furto, ed ora si godeva la propria libertà. Odiava i puttanieri e coloro che andavano dalle prostitute, e tutto ciò per un lontano, antipatico ricordo che aveva della sua giovinezza. Un giorno era andato dopo cena, nel viale dove sostavano le prostitute, e ne aveva veduta una piacente, con un magra sottanina rosa con pizzo bianco e un seno prosperoso, due labbra turgide e rosse. Vi si era fermato, con lo sfrecciare delle automobili nel viale e la luna che in un ammasso di nuvole fumanti cercava di perforare. Rjkvubov aveva detto: << Chi è Lei? >>
<< Io sono Clara >> aveva detto la prostituta, una sedicenne che non si accorgeva della bruttezza del suo lavoro. E Rjkvubov l’aveva presa per mano. Erano andati insieme lungo l’Arno e in silenzio avevano camminato per un bel pezzo.
<< Rjkvubov>> aveva detto ad un tratto la prostituta..
<< Rjkvubov? >> aveva risposto Rjkvubov << Come fai a sapere il mio nome? >>
<< Rjkvubov>> rispose con semplicità la prostituta <
Rjkvubov aveva riso e si era soffermato col dito indice sulla tempia destra. << Rjkvubov >> aveva detto <
Da quella volta Rjkvubov ebbe antipatia delle prostitute e non vi si fermò più.
Alessio Romano
July 10, 2008 07:21 AM [edited: July 10, 2008 07:25 AM]
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Wednesday July 9, 2008
RACCONTO STRAMPALATO
Potrei inondare di parole queste pagine bianche, illudendomi di lasciare traccia di una vita spesa bene; potrei convincermi d'esser stato giusto con loro, con me stesso, ma soprattutto con te, che stai per iniziare questa lettura che già anni or sono ti preannunciai quando l'idea maturava ancora solo nelle intenzioni. Potrei ben sperare d'aver fatto bene ad iniziare, magari illudendomi che tramite ciò che sto per scrivere tu possa capire, o capire io stesso, chissà, ma ad appena qualche riga di parole già mille dubbi cominciano a sorgere e uno scoramento comincia ad impossessarsi di me. Ma non demordo, continuo così come mi sono prefissato e caparbiamente vado avanti, forte di un passato difficile e di un futuro, perché no? sorridente. E vado, quindi, ben sapendo che il tuo volto sta già stirando i muscoli e che una espressione di incertezza già si forma dai tuoi bei lineamenti, forse allarmata dalla premessa, per te insolita, convinta come sei sempre stata di te stessa, non abituata ad esser messa in discussione. Ma rilassati, alla fine ti accorgerai che il tuo ruolo nella mia vita è in fondo marginale e che io sono stato condizionato da te meno di quel che credevi, rilassati dicevo, comincia questa lettura con serenità d'animo e senza esser prevenuta.
Tu che stai leggendo già ben conosci la mia indole d'artista e so che apprezzi la mia arte, ma tante cose della mia vita ancora non conosci perché volutamente te le ho tenute nascoste. Ma c'è tempo per tutto, anche per scoprire le carte in modo definitivo. Ricordo con chiarezza quelle giornate invernali quando assaporavo la pioggia che batteva ai vetri della grande finestra del mio studio. Spesso la voglia di disegnare andava via e alla pioggia aggiungevo le mie lacrime solitarie di ragazzo insoddisfatto. Ma nella mia terra il temporale può durare quanto il battere delle ciglia e subito dopo può far capolino un grande sole splendente, caldo, luminoso e così pure le mie lacrime sparivano dando spazio alla voglia di vivere, di creare, di relazionare. Quello era il periodo dove l'assaporare il profumo di una donna significava avere la consapevolezza ch'era bello vivere e i turbamenti erano frequenti, bastava vedere una gonnella per immaginarsi di tuffar_
visi sotto a capofitto, in mezzo a quelle cosce ben tornite che facevano vibrare i miei sensi. E la mia arte era, anch'essa, dominata dalla donna, essere divino e crudele al contempo. Ma perché arrossisci? Non hai sempre saputo che la donna è il tassello debole della mia personalità? Non hai sempre sospettato i miei tradimenti con altre donne? E' il tuo essere donna che si offende o l'essere la mia compagna che si ingelosisce? Ma stai tranquilla, non agitarti, distenditi sul divano e continua la lettura senza preconcetti, alla fine potresti anche ricrederti e, anzi, scoprire in me aspetti a te graditi.
Tu sai che ho sempre esercitato un certo fascino sulle donne, forse l'essere artista ha contribuito a creare di me una immagine speciale, o sarà stato il mio carattere affabile, o il mio facile discorrere e poetare, o tutte le cose messe insieme, non so, ma è certo che la donna è stata sempre soggiogata dalla mia personalità. Ebbene, mi torna alla mente una ragazza del primo anno dell'Accademia, io ero al secondo, che diventò amica mia e che cominciò a frequentare casa mia. Non ricordo il nome, ma ricordo il suo volto, il suo corpo, i suoi capelli rossi, di un rosso acceso, caldo, come lo era lei. Tanti pomeriggi chiusi nel mio studio a giocare, a far finta di studiare, mentre mia madre in cucina lavorava e canticchiava. Questa rossa era di una bellezza speciale, e il colore dei suoi capelli era per me qualcosa di misterioso e di attraente. Veniva sempre in jeans, e dovevo faticare non poco per slacciarglieli. Ricordo il suo sorriso di ragazza felice e spensierata e il mio perdermi in lei, allora ancora inesperto nelle arti amatorie. Ricordando quel periodo mi vedo tranquillo e felice, ma allora lo ignoravo e come ora mi ponevo mille domande che adesso so inutili. Quanta gioia mi son lasciato sfuggire dalle mani e tu dovrai convenire con me che non sono mai stato un tipo facile e che il sorriso non mi è familiare. In quell'epoca allestii la mia prima personale, venti opere al nero di china. Che enorme emozione il giorno della inaugurazione, ero al centro dell'universo, e fu pure una mostra ben riuscita. Fu in quel periodo che osservavo da lontano una collega dalla pelle bianchissima e dai capelli nerissimi, lucidi. Che bella ragazza, quanta bramosia c'era nel mio osservarla. Avrei voluto
avvicinarla, accarezzarla, e chissà se avesse accettato simili attenzioni da me, ma lei era troppo bella per osare e mi accontentavo di guardarla da lontano, senza farmi notare. Con le altre ero pure troppo audace e questa audacia allontanava tante ragazze che pensavano di me come ad un tipo facile di sentimenti. Lo so, lo so, ricordo anch'io che ti feci questa impressione all'inizio, infatti mi ripetevi sempre che ero un maialone, ma frequentandomi cambiasti la tua opinione scoprendo in me aspetti di alta moralità, idealità, voglia di amore puro. In fondo anch'io mi sono costruito una maschera per difendermi dalle insidie esterne, e allora perché devo di me parlare male? Non ho rubato, né ucciso, né fatto del male a nessuno, ho sempre ricercato me stesso e basta.
Sei ancora distesa? Io sono già stanco, non di scrivere ma di ricordare. Con fatica estrapolo i ricordi, sembrano passati mille anni, eppure è un passato recente, forse per me troppo amaro o forse di occasioni perse perché non riuscivo a vedere bene, adesso so che ero visto in modo diverso da come io pensavo mi vedessero gli altri, avrei quindi potuto avere di più..., e invece ho fatto scelte di cui adesso pago le conseguenze.
Ma tu che stai facendo? Perché socchiudi gli occhi? ma sono un po’ lucidi, una lacrima ti scende senza volersi far vedere, perché tutto ciò? Cosa ha scatenato questa tua reazione? Ho scritto di qualcosa che ti ha ferito? Non mi pare di aver toccato argomenti scottanti, mi sto semplicemente denudando al tuo cospetto, accetta con umiltà questo mio spogliarmi, se tanta gente avesse questa umiltà il mondo sarebbe meno di pietra, non ti pare? Bene, asciugati, adesso va meglio, lo sento, sei già pronta a riprendere la lettura. Stanno bussando alla porta, vado ad aprire. Una donna tra i venticinque e i trent'anni mi sorride, mi dice di volermi parlare di libri, senza impegno da parte mia. A me i rappresentanti mi fanno innervosire, ma questa ha un sorriso accattivante, un corpo da scoprire e soprattutto mi guarda come rapita dall'avermi involontariamente conosciuto. Che fare se non farla accomodare? Appena dentro si guarda con meraviglia intorno, mi dice che i quadri alle pareti sono meravigliosi, le confesso che sono opere realizzate da me mi risponde che è felice di conoscere un artista. La faccio accomodare in cucina e
le preparo un bicchiere di spumante. Mentre sorseggiamo il fresco liquido mi guarda estasiata, sono contenta di averti conosciuto, credimi, mi sembra impossibile sia vero. Le dico che è molto bella, che il suo corpo sin dall'inizio mi ha stuzzicato artisticamente e non solo, che vorrei disegnarla un po'. Subito inebriata dallo spumante, dal mio sguardo e dall'idea di posare per un pittore si alza, mi prende la mano e mi porta in camera. Comincia a togliersi la camicetta bianca, poi mi chiede di slacciarle il reggiseno, e mentre slaccio il reggiseno la mia mano sinistra lentamente scivola tra le gambe. La ragazza è infiammata, io pure, l'amplesso ha inizio. Mi sembra d'essere nel Paradiso, e in un dolce movimento ritmico mi sembra di planare carezzato dall'aria tiepida di un tardo pomeriggio estivo. Di libri non ne ho comprati, per contro ho iniziato a frequentare la rappresentante di cui ancora non conosco il nome, ma questo è solo un dettaglio. Sono solo, è sera, mi sento un po' triste. Penso al mio matrimonio fallito, a mio figlio in crisi, ad una arte che mi impegna in modo eccessivo, mentalmente. Ma tu non agitarti, tu sei la testimone di tutta la mia vita, che ti piaccia o no hai iniziato a leggere e adesso devi arrivare alla fine. Non fosti tu tempo addietro che mi illudesti in modo tale che ancora non riesco a riavermi dal duro colpo subito? Non fosti tu animale femminile a tentarmi con una mela? Viscido serpente avvelenato! E allora attorcigliati su te stessa, strangolati e muori, così come facesti morire centinaia di uomini ignari del tuo male, ammaliati com'erano dalla tua bellezza. Che la tua lingua che ha saputo succhiare tanto bene l'anima di noi uomini possa seccare pietrificandosi nei secoli, che il veleno da te cosparso sulla terra possa essere bevuto dai tuoi simili, di qualunque razza e sesso essi siano. Sta arrivando forse l'Arcangelo Gabriele? Forse siamo alla fine del mondo, meglio, così finisce questo patire una volta per tutte e addio. Ma ancora una volta, l'ultima, concediti pure a me, fammi ancora godere del tuo corpo assumendo tu, ancora una volta, l'aspetto di un angelo celeste. Io voglio adesso addormentarmi, chiudere dolcemente gli occhi e sognare di non riaprirli più.
Salvatore Romano, da "Appunti raccontati" Firenze 1999
July 9, 2008 07:46 AM
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Tuesday July 8, 2008
"Alchimia", (part.) disegno a china 1987
“ PREFIGURAZIONE ”
D’insegnar lei arte di vita,
tentai,
e di mezzo alla irrompente natura
vi eran due figure in parvenza
di sembianze umane;
vento soffiava
e frusciava tra le chiome
di alberi maestri,
odor di miele spiravano
le labbra dei due soavi amanti,
l’erba s’inchinava dinanzi
a tal chiarore,
chi emanava quel profumo?
O stormo d’olezzo!
L’usignolo cantava serenate
nelle loro menti
Ed i pensieri nel ciel
si propagavano come
polvere nel chiaro dardo
in noi disceso risoluto;
la voce eseguiva il suo miglior
compito: taceva,
e di lei la sol presenza
mi saziava come l’acqua il deserto.
Forgiavo nelle mie pupille
quel suo ovale viso
Osservavo con le mie mani
quanto la sua nivea pelle
fosse levigata,
poi mi quietavo,
e l’eterno,
nel distante orizzonte,
vagheggiavo.
(Alessio Romano)
July 8, 2008 07:16 AM [edited: July 8, 2008 07:27 AM]
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Monday July 7, 2008
"Passeggio", disegno a china 1986 (venduto)
“OMBRA”
Ombra fui,
nell’aprica mia plaga.
(Alessio Romano)
July 7, 2008 07:48 AM [edited: July 7, 2008 07:50 AM]
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Sunday July 6, 2008
Sei-sette mesi fa ho visto la mia opera "Il pecorone" ricopiata identica ma con la variante di essere stata eseguita a colori e ho lasciato correre la cosa. La copiatrice è una pittrice di equilibri. Tre giorni fa da un altro collega di equilibri mi è stato comunicato di aver visto rifatta a colori la mia opera L'isola dei Morti, omaggio a Bockiln. Si tratta della mia prima versione dell'isola che avevo eseguito perché volevo donarla agli Uffizi. Succede già per ben due volte, alla terza mia opera copiata pari pari AVVERTO che scatterà denuncia agli organi competenti con congrua richiesta di risarcimento per violazione dei diritti d'autore.
July 6, 2008 08:41 AM [edited: July 6, 2008 08:43 AM]
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Saturday July 5, 2008
" Paura", disegno a china 1983
"MOMENTO"
Quel volto assomigliava a quello di qualcuno che avevo già visto. Ne ero certo. Quel dipinto non soltanto mi aveva fortemente impressionato, ma mi aveva anche colpito. Andai da un fioraio, comprai dei fiori e quando giunsi a casa ed entrai, posi il vaso con l’acqua sul tavolo, dove un dardo giaceva dissoluto, ed un fiore di quelli del mazzo lievemente curvo, andava frisandolo. Così, tutto ad un tratto, ebbi un vuoto nel cuore, ed ansante camminai per la stanza. Un vento venne a scompigliarmi i capelli. Guardai il quadro ch’era appeso alla parete, un volto di donna indemoniata, che sogghignava. Il sole tramontava, lo vedevo fuori dalla picciola finestra, e non avrei voluto dipingerlo. Le dita affusolate del tramonto andavano purpuree, arancioni, rosé, pel cielo azzurro, celeste e blu, ove la luna e il sole in duello si canzonavano l’una da un lato, l’altro dall’altro. Non potei trattenermi, non volli più, di scatto aprii il cassetto del tavolino, presi due fogli e una penna, ed iniziai ascrivere.
Cara, dolce amica mia, quanti giorni!. Quante ore ho trascorso senza te, ed il tempo è volato leggero, come un ausello. Umori distinti si alternano nel mio animo, sconvolgenti davvero e vari. Ora un’ombra sinistra tenta di coprirmi con la sua mole, ora prorompente una dardo di sole fulmina l’ombra – essa tituba uno solo istante – e infin scompare. Cara amica, un giorno ti dedicai una canzone, e quel giorno è ancora vivo, batte debolmente. Ricordo con dolcezza i tempi in cui avevamo rotto: allora io non ero altro che timore, timore dato dall’ingiustizia che l’infrangersi del momento avrebbe plasmato. Ma sarei stato io stesso colui che avrebbe infranto il momento, non il fiore si recide da solo, si piega solamente. Domande banali potrei farti – ho disprezzato per molto tempo la virtù scambiandola per vizio – ma insomma: Che fai? Ami ancora? Ancora vai nella tua giungla a respirare nuovi odori, nuove essenze cogliere, senza mai uccidere?. Oh, oh!. Che dolcezza questo vento che mi accarezza, ho ricordato questo giorno la dolcezza nel ricordo, la vita che un dì scorreva nelle vene, no, mai l’uomo è duro, tutto è apparenza. Ho dinnanzi a me un bicchiere di vino: è rosso ed agre. Colore! Oh, che colore!. E’ proprio vero, le cose belle giungono per caso. Un giorno morirò, mio dolce fiore, e ricordarti sarà il mio più bel giorno, il minuto prima ch’io morirò. Credenze, di cui l’uomo è fatto. Dopo aver riposto tutta la speme in un sogno, mi sono volto, col solo scorno. Pietà! Pietà di me!. Sono solo un uomo, e niente altro. Chi mi ricorderà un giorno? Chi? – Io mi domando. Sono vano, vano come il tempo. Addio, tesoro, addio!.
Riposi la penna nel tavolino, il foglio accartocciai, guardai fuori: era già buio, mi addormentai.
(Alessio Romano)
July 5, 2008 08:02 AM [edited: July 5, 2008 11:55 AM]
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Friday July 4, 2008
30 anni fa, ahimè...
“POI VIENE L’INSODDISFAZIONE”
Viene a sera – inevitabilmente – lei, la truce
donna china nel suo funesto manto:
ella in tua vita sentieri e desideri, cuce
che tu sia fiero e desto o tu sia affranto.
Splende e vivo e desto, in muda, l'incanto,
e balugina come una stella la sua forte luce,
scorre tristo il fiume nel suo letto, e intanto
la pia plebaglia nel mondo sapori pii produce.
Qualcosa muove in aria, sognante e mite danza,
quindi il tribale ritmo viene a farsi udire,
e tu rimani fermo là ad udire: scemo e beone
sei dinanzi a lei che balla, la mite Rinomanza;
sviolina casto l’Ideale con biltà le nuove mire,
ma poi ti volti e accanto a te hai tua Morte
che t’apre e chiude e schiude molte porte,
poi viene: la rea spavalda, linda Insoddisfazione,
che pianta la sua forma su la tua schiena
e ti costringe insieme a rinnovata pena,
è pena che conosci già da molto, la truce
donna sgozza te e non solo: la bocca ti cuce,
allora si dissolve tutto a un tratto incanto,
e ti rimane a lato la Menzogna, e 'l Vanto;
puoi dire allora: “Come in Agosto è il solleone,
è tanto balda e ria Insoddisfazione,
che pii sapori eccelsi e bui produce
e tutto può vedersi in sua gran luce".
(Alessio ROmano)
July 4, 2008 07:09 AM [edited: July 4, 2008 07:34 AM]
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Thursday July 3, 2008
Madre terra, china (venduto in Germania)
Disegno
l'immagine della donna dei miei sogni
Linea dopo linea annego
la speranza di un amore assopito
Ripongo la matita
e vado a letto
dopo aver chiuso le imposte
Nel silenzio che mi avvolge
sento il corpo suo accanto al mio
Un dolce calore mi investe
la donna del disegno ha preso vita
venendomi accanto
Il buio avvolge il nostro amplesso
tocco soltanto
e sento il respirare
ma non vedo niente
Alla fine sparisce
accendo la lampada
lei sta sul foglio
immobile
sul letto soltanto il suo passaggio
e un delicato odore
Poi tutto tace.
Da "Appunti raccontati di Salvatore Romano, Firenze 1999
July 3, 2008 07:40 AM
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Wednesday July 2, 2008
Scacchiera con mosca, disegno a china 1980
La mosca
E' un insetto minuscolo.
All'apparenza innocuo.
E' nera con ali trasparenti e quattro zampettine pelose.
E' bizzarra, irrequieta, imprevedibile.
Inoltre testarda: tu la mandi via ma essa ritorna sempre. Le piace sfidare il nemico.
Ha ragione, dalla sua ha la velocità che manca a noi.
Io la osservo attentamente, nel mio guardarla c'è la ricerca forse di me stesso. La mosca mi attira.
Tra gli insetti è la più fastidiosa, per niente serena essa ti si attacca sempre, sembra quasi lo faccia di proposito.
E' minacciosamente di un nero lucido.
Quando la osservo mi viene voglia di imprigionarla.
Da piccolo mi divertivo a catturarla dentro il bicchiere capovolto. A volte le staccavo le zampette o le ali. Tutti noi bambini lo abbiamo fatto, ma adesso io continuo attraverso il disegnarla.
Essa è solo una mosca, nera e ingigantita come i nostri incubi quotidiani. Osservala, ti sembrerà di percepirne il movimento, una vibrazione del corpo, ti verrà voglia di afferrarla, ti riporterà alla tua infanzia.
Essa è una idea, fissa, che ti prende lentamente, ti penetra, scava dentro di te provocandoti un solletico appena percepibile ma continuo. Se ci fai caso avvertirai un piccolo desiderio di trasformarti in essa, prendere il suo posto.
Allo stesso modo vuoi stuzzicare l'uomo, accarezzarlo e scappare via per poi ritornare. Lo vuoi infastidire e attirare allo stesso tempo, vuoi farti imprigionare ma tentare sempre di volare via. Vuoi assillare.
Ti stuzzica la mosca, sento già l'eccitamento sul tuo capezzolo.
Guarda la mosca, non ti stuzzica? Stai fremendo dalla voglia di un bacio e io ho voglia di baciarti, immergermi dentro l'agognata vita, allo stesso modo con il quale mangerei un riccio marino appena pescato dopo aver spremuto un po' di limone e aver aggiunto un pizzico di sale. Sei morbida come un'ostrica e del tuo liquido mi vorrei dissetare.
Immagina se la mosca si dovesse posare sulla tua bocca, sarebbe una minaccia ma anche un posarsi leggero su quelle candide labbra che vorrebbero essere da me inumidite.
Ti desidero come quella mosca desidera posarsi sul mangiare pur rimanendo libera.
E' una idea della quale non so più liberarmi.
Ti desidero forse perché ho bisogno di scoprirmi, tu rappresenti, il desiderio inappagato di tutta una vita persa dietro il nulla, spesa per un pugno di mosche, per fumo che tenti di afferrare ma che ti scappa via da tutte le parti. Sei una mosca, con le ali, andrai dove vorrai, ti poserai dove tu deciderai, ma fai attenzione a non farti imprigionare sotto un bicchiere capovolto, altrimenti il tuo volare sarebbe ristretto entro uno spazio angusto di falsi pregiudizi, vani ideali. Rimani libera come la mosca, come migliaia di mosche, libere, leggere, quasi eteree. Continuerai ad essere un sogno.
La mosca continua a ronzarmi intorno, cerco di scacciarla, ma essa mi si poggia sulla mano, sul naso, perfino sul foglio bianco
che vedrà partorire una nuova opera. E' sempre più nera e insinuosa. Ma dimmi, perché non chiudi gli occhi? Tienili chiusi, io sono accanto a te, ti passo la mano lieve tra i capelli, poi accarezzo il tuo volto e ti bacio con passione. Posso osare dirti di essermi innamorato? Di un amore visto in controluce, è un amore sublimato da una idea, è la voglia forte di catturare una bellissima farfalla dagli splendidi colori. E' il desiderio impercrutabile di un viaggio nell'inconscio.
da " Appunti raccontati " di Salvatore Romano, Firenze 1999
July 2, 2008 07:44 AM [edited: July 2, 2008 08:04 AM]
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Tuesday July 1, 2008
Ape sulla lingua, disegno a china, 1993 (venduto)
" L’AMORE ”
Intensa felicità,
palesavasi ovviamente incontenuta
nell’improvviso bacio euforico,
fortemente impresso
sulle arrubinate labbra Sue,
o sul candido Suo viso;
allo scettico pensiero appaiata.
Nel mentre di ciò,
rimpicciolivasi ogni elemento
estranio,
e discendeva,
come una delicata bolla di sapone,
quell’ignota ed ormai
nota folle ebbrezza
- che affianca la nascita-
che tramortiva,
avvolgendo la coscienza;
agognava assimilare
ad una bestia in perpetui
e scoordinati mutamenti,
mal disegnati da fatue insicurezze
dotate del potere
degli aghi che pungono la pelle.
Le sue seducenti fusa,
nel silenzio udite
come non mai parevano,
sgozzando,
il filo d’aria che muove,
titillante,
l’esiguo petalo d’una clematide.
Stregato il tatto s’acuiva,
quando il respiro, desirando,
vi si lambiva in confidenza.
Rammentavamo,
del caduto velo di riservatezza
Beati esseri, nel mar gaudioso
di vicendevole purezza;
nonché l’eternità
nel preveggente sogno.
Non è forse tale
un previo accordo?
(Alessio Romano)
July 1, 2008 11:55 AM [edited: July 1, 2008 12:04 PM]
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