(Un notturnista del colore)
Tuesday December 2, 2008
December 2, 2008 06:34 PM
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Thursday November 27, 2008
A MIO PADRE
Quand’io ti vidi nudo, col petto
marchiato a fuoco, così enervato
e strenuo al contempo, costretto
a rimembrare il fu un dì innervato
giovincello, avevi già così stretto
il nodo alla gola e vi era il prato
vacante alla finestra dirimpetto:
<< Io l’ho veduto. Io l’ho amato >>
dicesti guardandolo, tremebondo.
E vi era il cielo, ed er l’augello
che volava alto verso il sol biondo,
e tu, audace magro menestrello,
volasti ancora nell’esimio mondo,
cantasti ancora accorto e fello.
27/11/08
November 27, 2008 03:36 PM [edited: November 28, 2008 07:56 PM]
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Tuesday November 25, 2008
Dopo i miei ultimi problemi di salute rieccomi con l'anteprima del nuoovo lavoro in corso d'opera. Saluto gli amici che con email, sms e telefonate mi sono stati vicini. Un abbraccio a tutti loro.
Salvatore
November 25, 2008 03:36 PM [edited: November 27, 2008 03:40 PM]
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Thursday November 20, 2008
Somaro, china 1994
IL CAVALLO ALATO E BIANCO
(dopo la lettura di Metzengerstein di Poe)
Ne lo sferzante sì lusinghiero domo,
che strappa a noi l’anelito finale,
corre un cavallo anemico e mortale,
e là, sorvola, la cupola del duomo,
tutti lo veggon mobile ne l’aria,
[batter l’ale,
ed un pensiero, un tremito, assale,
e assaporando quindi il malsicuro
[pomo:
tutti ne pregustiamo l’essenza, la
[virtù,
con le pupille statiche, l’imago
[d’egli che,
ci porta sopra i monti, nell’ambito
[dei ciel.
Qualcuno dice: << Quella è la bestia
[di Re Artù >>
E qualcun altro << Quella è una bestia
[e pensa a sé >>
<< Andrà nel suo palazzo, nel forte,
[il gran castel >>,
dice ancora un altro, mentre la bestia
tra due nembi grigi e un stral di sole,
dispare con la sua già biancheggiante
[mole,
la fera che i cuor d’altri, or tramortisce,
[imbestia.
(Alessio Romano)
November 20, 2008 05:46 PM [edited: November 20, 2008 05:49 PM]
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Tuesday November 18, 2008
di Alessio Romano "INCONTRO A LUNGARNO"
INCONTRO A LUNGARNO
Era nella via statica, silente,
Roberto dallo scuro manto,
andava in un brulichio di gente,
voltando tosto, sorpassando un santo.
La fredda pioggia picchiettava,
la luna in cielo era rotonda,
quando lui si scontrò con bionda
ragazza che non si fermava.
I due si videro stupiti, riflessi
negli occhi dell’altro, erano
amanti stesi al suolo glaciale,
brinoso, come che due in un astrale
bisogno dell’amore sperano
in ripetuti e forti amplessi.
La pioggia allora si accresceva,
e i due che fisi si scrutavano
erano due che soleggiavano
lumi che il freddo contundeva.
La luna alta, somma, visa,
era tra nembi di vapore,
una fanciulla casta invisa
che si uccideva per amore.
Le strade impervie, subissate
dal ticchettio dell’acqua truce,
erano come valicate
dal corruscar, schegge di luce,
frusciava giù, l’Arno esecrato,
là sotto: sotto al ponte Vecchio
per cui quel fiume era uno specchio
come di un sogno naufragato.
La via silente, il sogno, il forte,
lo scoppiettar d’un motorino,
una visione: i due, la morte
il camposanto, un biancospino.
I due si strinsero la mano,
si accommiatarono, indecisi,
se pur si erano visti assisi,
insieme, era pur tutto molto strano.
November 18, 2008 07:21 AM [edited: November 18, 2008 07:22 AM]
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Monday November 17, 2008
November 17, 2008 07:18 AM
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Saturday November 15, 2008
November 15, 2008 08:37 AM
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Thursday November 13, 2008
PER LEI
Forse incontrerò un’altra Giulia,
nella mia vita, forse un’esemplare,
mi porterà con sé nel suo volare
nel sorvolar la terra oscura, buia.
E mentre ‘l cor di lei tutto s’inluia
com’occhio in nebuloso mare..
son a vagar, errar, fosco bramare
mentre la gente ardente mi cuculia.
Forse nel mio mondo la facella
lameggerà come un rovente lido,
forse, e tal sarà per la mia bella,
nell’eliso echeggerà un tal grido,
per che non sarà più alcuna ancella
ad ansimar, a tale ognuno sfido.
Alessio Romano
November 13, 2008 07:24 AM
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Wednesday November 12, 2008
November 12, 2008 08:57 AM
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Tuesday November 11, 2008
November 11, 2008 06:01 PM
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Sunday November 9, 2008
Salvatore Romano "Eva"
disegno a china 35X50, Firenze 1994
Opera esposta alla mostra sul Nuovo Simbolismo, Cento, Ferrara.
November 9, 2008 09:24 AM
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Saturday November 8, 2008
November 8, 2008 10:10 AM [edited: November 8, 2008 10:12 AM]
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Thursday November 6, 2008
November 6, 2008 07:32 AM [edited: November 6, 2008 06:47 PM]
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Wednesday November 5, 2008
November 5, 2008 07:20 AM
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Tuesday November 4, 2008
November 4, 2008 07:32 AM
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Monday November 3, 2008
Salvatore Romano "Autoritratto terrorizzato" Palermo 1981
L'artista è figlio del suo tempo, ma guai a lui se è anche il suo discepolo o peggio ancora il suo favorito.
(Friedrich Schiller)
November 3, 2008 07:44 AM [edited: November 3, 2008 07:50 AM]
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Sunday November 2, 2008
November 2, 2008 09:31 AM
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Saturday November 1, 2008
November 1, 2008 04:10 PM
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Friday October 31, 2008
October 31, 2008 07:34 AM
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Thursday October 30, 2008
October 30, 2008 07:31 AM
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Wednesday October 29, 2008
October 29, 2008 07:45 AM
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Tuesday October 28, 2008
October 28, 2008 08:30 PM
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Monday October 27, 2008
E' crepuscolo adesso
La stella ci mira
Le membra rilasciate
Assaporano l'ingannevole
Riposo.
Sofia di là canta
Il dolce suono giunge
Confuso ma leale
E divago.
E' questo buio che ruba i miei pensieri.
(di S. Romano, da "Appunti raccontati" Firenze 1999)
October 27, 2008 07:57 AM [edited: October 27, 2008 07:58 AM]
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Sunday October 26, 2008
Salvatore Romano "Ad occhi chiusi", 1993
Questo disegno mi ha portato fortuna perché è uno dei primi con la presenza delle api che tanto consenso ha riscosso. Grazie a questa serie dedicata agli insetti sono stato contattato da persone di un certo livello culturale, primo fra tutti il critico, scrittore Marcello Venturoli col quale ho avuto un intenso rapporto artistico-culturale. Chiaramente questo disegno è stato subito venduto. Inoltre tante riviste e libri hanno pubblicato le mie donne con insetti, soprattutto api, riviste online come Progetto Babele o di settore a diffusione nazionale come APITALIA. E per finire di sbrodolarmi addosso aggiungo che tante facoltà universitarie italiane che studiano gli insetti mi hanno contattato negli anni chiedendomi il permesso di pubblicare le mie opere sulle loro riviste specializzate. Non ho mai beccato una lira però, credetemi, la soddisfazione è immensa.
Ringrazio tutti per la lettura
Salvatore
October 26, 2008 09:08 AM [edited: October 26, 2008 09:12 AM]
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Saturday October 25, 2008
October 25, 2008 02:46 PM
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Friday October 24, 2008
October 24, 2008 07:26 AM
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Thursday October 23, 2008
October 23, 2008 09:26 AM
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Tuesday October 21, 2008
Salvatore Romano "Ragazzza con l'Isola dei Morti" (particolare)
CARONTE
Tra fiori smorti naviga Caronte,
anela il sole ch’è desto e splende,
allor le prosciugate mani tende,
verso di esso, che sopra al monte
sgorga. Ciangotta lì la fonte,
anelo parlottar che non arrende,
e lui, da questo brulicar dipende
che crea un sonetto, un fine scazonte.
Verga di luce, nel gorgogliare
del fonte, ora si specchia e scompone,
e ricompone, lì c’è quel vecchio
ch’è sempre, ligio al navigare,
e ‘l corso che lo porta non s’impone,
mentre diletta quel canto l’orecchio.
19/10/08
October 21, 2008 07:05 AM [edited: October 21, 2008 07:08 AM]
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Monday October 20, 2008
October 20, 2008 07:54 AM
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Sunday October 19, 2008
Salvatore Romano "Il portafortuna" dedicato a Rosella Lenci
Cara Rosella di fortuna ne avrai bisogno visto che nel mondo il Padreterno a volte aspetta troppo a fare giustizia. E nell'attesa di aver giustizia non rimane che metterci in un angolo ad osservare. Ultimamente la società è indirizzata a prepotenze di ogni tipo, alimentata da un governo non certo disinteressato a creare tensioni e divisioni. O ci si ribella, ad ogni livello, ma si rischia di essere schiacciati dal loro potere, o si aspetta un cambio di "dirigenza". E, ti ripeto, la speranza più immediata a volte è quella di un intervento divino, anche perché certe persone non hanno motivo di esistere, sono totalmente inutili.
October 19, 2008 08:23 AM [edited: October 19, 2008 08:50 AM]
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Saturday October 18, 2008
October 18, 2008 08:37 AM [edited: October 18, 2008 08:38 AM]
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Friday October 17, 2008
October 17, 2008 08:30 AM [edited: October 17, 2008 03:32 PM]
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Thursday October 16, 2008
Voglio qui riproporre la mia Isola dei Morti, disegno a china 100X70, la mia prima versione, opera che ritengo intrisa di significati profondi.
October 16, 2008 10:52 AM [edited: October 16, 2008 11:01 AM]
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Wednesday October 15, 2008
Oggi voglio qui ricordare l'amico Aniello Scotto con questa sua stupenda opera a testimonianza della grande stima che nutro verso lui che considero grande testimone della vera arte!
Egli ultimamente è diventata una presenza appena palpabile in questo sito essendosi reso conto di come le cose non vanno come dovrebbero. Condivido appieno la sua scelta poiché anche io sono convinto che qui circola parecchia merce scaduta. E' inutile fare polemiche, l'unica scelta giusta è limitarsi ad avere rapporti con quei due-tre amici e ignorare tutti gli altri.
October 15, 2008 07:38 AM [edited: October 15, 2008 10:32 AM]
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Tuesday October 14, 2008
Mi rifugio come al solito nell'arte, assorbito totalmente. Il tempo passa. l'opera è quasi alla fine, solo qualche altro piccolo ritocco. Intanto non vedo più niente né sento rumori, sto facendo una vita normale senza assilli. Dipingo e basta. E a forza di dipingere ininterrottamente finisco con l'esagerare.
Ho rovinato tutto con la mia voglia di perfezione. Andava bene, anzi benissimo, ed io testardo ho voluto metterci ancora le mani. Quella forza che emanava al solo vederla è sparita.
Ha perso la vita che era in lei, si è spenta.
Adesso mi sento affranto, mi morderei le mani. A chi dare la colpa se non a me stesso?
Adesso getto via ogni cosa, giù, dalla finestra, non voglio più saperne, ci rinuncio.
Dovrei andare a mangiare, ma che senso ha mangiare? Ho appena partorito un figlio morto.
Decido di fare una passeggiata per le stradine di borgata che a quest'ora di fine mattinata cominciano a vedere uomini e donne e ragazzi che rincasano per il pranzo. Lentamente avanzo frastornato dalle voci e schiacciato dalla confusione.
Perché andare a pranzare? Meglio passeggiare per questa stradina che ho sempre percorso ma mai osservato con attenzione.
Non mi ero mai accorto che subito dopo alcune case essa si addentra e si perde tra il verde. Quella volta vi incontrai quella donna che avanzava per questa stradina costeggiata dalla fitta boscaglia.
Giunse così in riva al ruscello dove poteva rinfrescarsi; l’acqua era mossa e tutt'intorno un silenzio profondo.
- << Non so >> - le dissi - << perché ti seguo, l'ho fatto senza pensare. Chi sono non so, non ricordo d'essere nato né come mi chiamo. Vagavo senza meta quando tu sopraggiungesti e capii che anche tu vagavi senza altro sapere. Chi sei? >>
- << Sono l’Aurora >> - rispose -
Così dicendo mi venne accanto e mi dette un bacio profondo. Il risveglio fu bellissimo, avvinghiati l'una all'altro eravamo illuminati da mille piccoli occhi che come lucciole si accendevano e si spegnevano. La donna mi si sedette di fronte e accarezzandomi il volto prese a parlare:
- << Guarda questi occhi come sono belli e luminosi, non ti danno fiducia? Non riscaldano il tuo cuore? Quell'albero laggiù da quanti secoli ha conficcato le sue radici per ergersi più forte a salvaguardare le nostre vite? Guarda questo ruscello dove limpida scorre l'acqua partorita dalla montagna attraverso la sorgente... bevila, essa ti ritemprerà il corpo. >>
- << Bevila, bevila >> - dissero le piante intorno - << bevila, bevila. >>
Ed io presi a bere quell'acqua fresca e trasparente che rinfrescò la mia gola. Lì tutto sembrava pace e un senso di felicità mi investì tutto.
Dal folto fogliame giunse un fruscio e subito dopo tanti uccellini si levarono in volo festosi per venire da noi a volarci intorno e posarsi sulle nostre spalle. Poi piansi a dirotto, un pianto commosso, felice di trovarmi in quel posto con quella donna. Piansi tutta la notte insieme a lei.
Avevamo ritrovato la strada insieme e adesso era bello vivere. Ma al sorgere del sole sorsero pure le mie paure, le domande e le negate o sbagliate risposte.
Chiesi alla donna:
- << Potrò più tornare ad essere quello che ero? Fare il pittore, frequentare gli amici, vivere della solita vita? Come faccio a tornare indietro ora che t'ho conosciuta? Voglio portarti con me, non dirmi di no. >>
- << Non posso >> - rispose la donna - << io appartengo al futuro e tu stai vivendo il presente. Un giorno non molto lontano potremo vivere insieme, fonderci pure ma adesso no, ti prego, non insistere oltre. >>
Pure se ero immerso in quel bosco bellissimo mi sentii affranto, deluso; al solo pensiero di perdere quella donna mi sentivo mancare la terra sotto i piedi. Lei capì il mio stato d'animo e mi si avvicinò stringendomi e sussurrandomi all'orecchio:
- << Non darti pena, pensa alla tua vita, ai tuoi amici, alla tua arte. Ritorna da loro e assapora tutto in maniera diversa. Da ora in poi cerca di cogliere il lato bello delle cose e continua a dipingere attingendo sempre più dal tuo cuore e creerai, un giorno, il capolavoro che da tutta la vita vuoi realizzare. >>
Adesso sono in questa strada che ha fatto risorgere in me questo ricordo di un tempo forse nemmeno lontano ed è questo ricordo che mi fa superare il dolore per l'opera distrutta, si, perché no? Posso sempre iniziare una nuova opera.
E' questa una gioia immensa, la consapevolezza che le mie mani e la mia mente mai si saziano del duro lavoro creativo. Se solo non avessi più quegli occhi prepotenti che mi ossessionano: adesso non li cerco più tanto so che ci sono.
Ma gli altri artisti di oggi e anche quelli di ieri, erano anche loro ossessionati da occhi e rumori? Credo di si, non è possibile che artisti come Bosch, Van Gogh, Klinger, Bocklin, Dalí, Rodin, Delvoux o Ensor non fossero ossessionati da qualcosa. Ritrovo sempre parte dei miei incubi nelle mie opere, meglio, rivivo ossessioni già disegnate.
Ecco che sto mescolando arte con ossessione e tutti e due con i fatti reali accadutimi in quest’ultimo periodo. Ma non posso farci niente se è tutto mescolato, un groviglio tale che un ragno ne proverebbe invidia.
Le storie incredibili che mi son capitate non possono essere costruzioni fantastiche della mia psiche? Costruite talmente bene che credo mi siano davvero accadute? E perché no, potrei essere qualunque cosa, oltre che uomo. Una entità astratta mossa da un'energia cosmica che cambia col passare del tempo e si materializza nel corso dei secoli. Le domande che mi pongo sono sempre infinite, la ricerca di certezze è sempre continua. Ma entità astratta che io possa essere o meno, questi fantasmi si manifestano anche sotto forma di "manie". Prima di uscire di casa controllo ripetutamente le finestre, l'acqua e il gas che siano chiusi e l'energia elettrica sia staccata. Sono capace di risalire su per controllare di non aver lasciato cicche accese nei posacenere. Se sono in attesa di una telefonata importante, ogni cinque minuti controllo che ci sia la linea e così via. Queste manie possono garantirmi sicurezza ma indubbiamente mi rovinano la tranquillità perché mi portano all'ansia, per tutto, anche per le sciocchezze. Le banconote dentro il portafoglio le ripongo disposte tutte nello stesso verso, e ogni giorno controllo che dentro ci sia la patente e il libretto di circolazione.
Sono ossessionato da tutto, questa è la verità e questo stato di apprensione mi porta ad essere " inquieto ", stato d'animo che riesco a trasmettere agli altri che a lungo andare si stancano di relazionare con me. Sono inquieto, anche come artista, ma se per l'arte può essere un pregio per la vita comune è penalizzante.
Salvatore Romano, dal romanzo "Il topo con gli occhiali".
October 14, 2008 09:40 AM
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Friday October 10, 2008
Sono dentro i Cappuccini. Percorro le solitarie vite eterne con un po’ di apprensione, se tutto si esaurisce così è davvero misera, questa nostra esistenza. In ogni cranio, in ogni scheletro ravviso ciò che poteva esser stato da vivo. Così comincio a scoprire volti, fatture, colori, caratteri. Qualcuno mi appare arcigno, altri severo, altri ancora umile. Qualche teschio mi dice egli esser stato un dotto, altri un patrizio. Per lo più gente della Palermo bene, ricchi o manaci, svuotati delle loro viscere e imbalsamati a vantaggio dei posteri. Centinaia di vite passate, tra cui la famosa bambina imbalsamata sottovetro, ancora intatta. Basta, devo andar via e vado. Sull’uscio un monaco mi ferma e mi chiede l’obolo. Che obolo le devo dare, dico, anche sui morti volete guadagnare? Non vi bastano più i vivi? Per secoli avete lucrato, ammazzato e ancora volete spadroneggiare? Il monaco rimane interdetto ma poi decide per un calcio e mi arriva prontamente in faccia. Un dente mi salta, mi fuoriesce un po’ di sangue ma subito dopo la ferita si richiude. Comincio a sciogliermi liquefacendomi sul pavimento fino a diventare una pozza di liquido violaceo. Il monaco scappa a chiamare aiuto. Io vengo assorbito dal pavimento, nelle sue screpolature centenarie, fino a sparire. I monaci accorsi non vedono nulla e prendono per pazzo il monaco che, chino a terra, tasta il pavimento per trovarmi. Io sono arrivato sotto il pavimento attraverso le sue crepe e sbuco in una cripta con cinque scheletri. Un ghigno amaro sembra disegnarsi nel loro giallo biancore ed io repentinamente continuo a farmi assorbire ancora più giù. Poi mi fermo e decido di procedere in avanti. Lungo il mio cammino soltanto terra, sassi e, si, adesso risalgo. Trovo una conduttura naturale, uno stretto passaggio attraverso i vari strati fino alla crosta terrestre e all’improvviso esco fuori. Un getto improvviso diventa il mio e chi mi vede comincia ad urlare:<< petrolio, c’è petrolio >>. In effetti sono un liquido nerastro a causa di tutto il percorso sottoterra e sbucando all’improvviso non potevano pensare diversamente. Ma proprio non ci voleva, questi qui possono complicarmi la vita. E me la complicano. Immediatamente arrivano forze dell’ordine, strani personaggi che vengono chiamati ingegneri, vigili del fuoco. Isolano la zona per almeno un chilometro di diametro, innalzano steccati, strani pali. Poi arriva pure una trivella che comincia a sprofondare da dove io esco. Mi procura un po’ di solletico, rido a crepapelle, soprattutto immaginandomi le loro facce appena andrò via. Arrivano dei giornalisti con le telecamere, iniziano una diretta dal titolo: petrolio sotto Palermo. Decido di stare un po’ al giuoco. Una famosa giornalista, Bianca, inizia a parlare mentre inquadrano il getto continuo. Signori siciliani, dice, finalmente la Sicilia e con essa i siciliani conosceranno il boom economico che aspettano da tanto. Intervistiamo il Sindaco, bene Signor Sindaco, ci dica cosa vi proponete di fare. Come siciliano dico di essere orgoglioso di amministrare una Palermo che si riscatterà di anni di incuria e di denigrazione razziale. E’ giunto il momento che anche al Nord dovranno portarci maggiore rispetto…adesso non sto più ad ascoltarlo. Questo gioco è diventato fin troppo pesante, non posso illudere più di tanto la mia gente, già provata dalla mafia, dalla burocrazia, dall’incuria. Ricomincio a prendere forma fino ad essere nuovamente testa e busto e con un gran rotolare scappo via lasciando tutti interdetti. Il petrolio, ci mancava solo il petrolio.
Però è strano, come è potuto accadere che venissi scambiato per petrolio? Certo da solido sono diventato liquido, il cuore, i polmoni, il cervello, gli occhi, tutti i componenti, insomma, come hanno continuato le loro funzioni? Boh, non so rispondere. Dipenderà tutto dallo spirito forte che mi appartiene, dalla famosa energia che si sprigiona in me. Devo provare ad assumere una nuova forma, chissà che non ci riesca.
Mi trovo in Piazza della Vergogna, dei turisti stanno scattando fotografie, vado tra le statue e divento anch’io statua, donna, testa, gambe e braccia. I turisti mi fotografano, dicono che sono la più bella. Avverto una strana sensazione, come di pelle unta, sono bloccato nel marmo ma mi sento vivo. Appena gli stranieri si allontanano riprendo la mia forma a palla e vado via. Nuovamente sento la voglia di vivere, sento il bisogno d’amici, di una compagna e sento pure la voglia di ritornare normale e tornare a scoprire. Prontamente mi dirigo verso la stazione ferroviaria. Mi trasformo in valigia e vengo posto nel vagone merci, sul treno diretto dai miei nonni. Appena giunto di volata vado nella vecchia abitazione paterna e ritorno su in soffitta, la stessa soffitta dove sono stato privato degli arti. Per terra ci sono ancora i pezzi di specchio causa delle mie amputazioni. Comincio a perlustrare dentro la cassapanca e vedo un carillon finemente intarsiato con figure in rilievo e volute alla rococò. Apro il coperchio e fuoriesce una piccola giostra con cavalli che comincia a girare e una dolce musica vecchio stile inonda la stanza. Sento addosso una grande stanchezza e lentamente mi adagio sul pavimento e mi addormento. Mi risveglio probabilmente dopo un paio d’ore e mi accorgo di avere nuovamente le gambe e le braccia. Il carillon sta ancora lì, con il coperchio chiuso. Guardo e vedo un grande specchio, lo stesso che si era frantumato, integro all’interno della cornice dorata. E’ stato tutto un sogno?
La realtà è che lo specchio non è più in frantumi ed io ho i miei arti.
Strana è la vita, a volte avvenimenti che credi reali possono soltanto essere dei viaggi fantastici per mondi sconosciuti.
Da tutta la vita vado alla ricerca di cose da scoprire e ho scoperto, in effetti, che nulla cambia, tutto è sempre uguale, siamo noi che vediamo in modo diverso. Le cose non ci appaiono a tutti allo stesso modo. Ogni uomo ha una visione diversa. Un po’ come un paesaggio visto attraverso varie altezze di una stessa montagna. Più si sale e più si rimpiccolisce e allarga, diminuendo i particolari ma aumentando la visione globale.
Adesso che ho braccia e gambe sono nuovamente un normale ma io non mi ci sento, oramai mi appartiene un’altra condizione. Ho subìto su di me una trasformazione temporanea che mi ha fatto strisciare, percorrere condutture, fogne, crepe di muri. Per un breve periodo sono stato una palla di gomma, deformabile, malleabile, conducibile, duttile…ho potuto essere tutto ciò che volevo. Adesso sono nuovamente come gli altri ma io continuo a sentirmi diverso.
Riprendo la mia solita vita, con il solito lavoro di scopritore. Ogni tanto incontro qualcuno che mi chiede notizie di quell’altra condizione, ma oramai me la sono lasciata alle spalle, rispondo.
Salvatore Romano da "Lo scopritore diventato palla di gomma", Firenze agosto 2001
October 10, 2008 08:07 AM [edited: October 10, 2008 08:09 AM]
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Thursday October 9, 2008
Dunque, tempo fa mi recai in un vecchio casolare la cui soffitta era chiusa da un centinaio d’anni. Il proprietario affermava di non esservi mai entrato perché ne aveva paura. Durante le notti, asseriva, da sopra giungevano strani rumori. Dei topi, probabilmente, ma aveva egli paura pure dei topi. Aprii con molta fatica la vecchia porta di legno poiché i cardini erano talmente arrugginiti da formare un unico blocco di ferro.
L’interno era pieno zeppo di cianfrusaglie, piccoli mobili, statue, quadri, tutto ricoperto di ragnatele e polvere. Iniziai a spostare qualche oggetto, qualche soprammobile quando la mia attenzione fu attratta da un grande specchio.
Era uno specchio alto circa due metri e largo uno, con intorno una cornice di legno finemente lavorata con teste di leoni e aquile e volute stile liberty.
Mi ci avvicinai e provai a pulirne la superficie opacizzata dal tempo ma esso andò in frantumi all’improvviso cadendomi addosso e…zac, un taglio netto e la gamba si staccò. Zac, un altro taglio e andò via il braccio. Altri due colpi e mi ritrovai solo con il busto.
*
Giro la testa in direzione di uno specchio e non mi vedo male.
In questa nuova condizione decido di andare un po’ in giro e come se fossi una pallina da ping pong mi avvio tutto allegro.
Riesco a procedere saltellando e non avverto dolore, come se fossi di gomma. La gente si scosta, mi guarda incredula, magari pensa d’essere ubriaca, ma io non me ne curo, sono totalmente assorbito dal piacere di salterellare. Mi ritrovo davanti il negozio del barbiere, entro e mi faccio sbarbare. Intanto una folla si riunisce per osservarmi dalla vetrata, li guardo e sorrido.
Come mai sono allegro? Come mai tutta questa gente curiosa non mi infastidisce? Di solito sono un solitario, riservato, forse un asociale. Probabilmente questa nuova condizione fisica mi è congeniale. Intanto mi distinguo dagli altri essendo diverso e poi, devo ammetterlo, questa situazione mi consente di andare dovunque senza fatica. Praticamente mi limito a dare un breve colpetto in avanti, col busto, quel tanto che basta da darmi la spinta. Essendo elastico comincio a rimbalzare e di salto in salto vado in ogni direzione. Se trovo percorsi più difficili mi avvolgo in me stesso, a riccio, assumendo la forma di una palla e con la stessa rotazione riesco ad evitare ogni ulteriore fatica.
Sto apprendendo nuove cose, che prima ignoravo, di cui non facevo caso. Rifletto su come per la maggior parte di noi le cose ci passano davanti senza che le notiamo. Eppure basterebbe fermarci un secondo e osservarci intorno. Ad una attenta analisi, se ognuno di noi lo facesse, si accorgerebbe di cose che prima ignorava. Io mi sono ritrovato particolari che prima, pur essendoci, non vedevo. Ma questo è l’uomo, il grande uomo che vanta la supremazia su ogni cosa, anche sul proprio simile. E poi si lascia sfuggire particolari, cose, momenti, situazioni che avrebbero potuto, allora, cambiare la sua vita. Stolto di un uomo, osservatore soltanto dell’unopercento di ciò che ti circonda, stolto che non sei altro, sai costruire soltanto vapore…
Dal barbiere sono uscito, sbarbato e aromatizzato. Mi sento fresco, pulito e contento. Agile come non lo sono mai stato più che camminare il mio è un rotolare. Procedo piano, poi più veloce, mi arresto, curvo, mi innalzo e quasi sempre senza toccare l’asfalto. La velocità mi fa stare ad un paio di centimetri dal suolo, costantemente, per cui con la irregolarità della superficie stradale ad occhi attenti do l’idea di un tracciato cardiografico. Quando vado più veloce sento l’aria passarmi sotto leggera e mi provoca un leggero solletico che mi piace molto.
Ho iniziato ad andare più velocemente, mi sembra quasi di andare con la velocità della luce. Mi piace fare arresti immediati, comparire all’improvviso davanti alle facce terrorizzate della gente, fermarmi ad un millimetro dal loro naso, uscire loro la lingua e poi scappare. Gli ignari, dopo un primo momento di sbigottimento vorrebbero pure acchiapparmi, schiacciarmi, ma io sono più veloce di loro. Qualcuno, di quelli che prima mi stavano antipatici, ho iniziato a terrorizzarlo. Praticamente gli turbino davanti distraendolo dalla guida, dalla lettura, dal lavoro. Ma il divertimento maggiore ce l’ho quando vado sotto le gonne delle belle donne. Che delizia, che meraviglia, ritrovarmi tra quelle cosce che con un dolce tepore mi accolgono con benevolenza. Sono le uniche, queste donne dalle cosce calde, che non rifuggono la mia presenza. Per la verità non sanno nemmeno di cosa si tratti entrando io all’improvviso sotto le gonne, ma ne sono contente. Non mi dilungo su questo perché…, vado oltre.
In una stradina di periferia, un po’ isolata, in un vecchio muro di pietre con calcina che cade a pezzi, noto una crepa, attraente e senza pensarci tanto faccio un piccolo balzo e mi ci poggio davanti. Con destrezza insospettabile sfrutto un piccolo rilievo a mo’ di virgola e così posso restare sospeso. Lentamente inizio a penetrare la testa dentro la crepa ed essa assume la forma dell’apertura penetrandovi dentro senza fatica. Mi ritrovo in uno spazio buio e infilo, quindi, il corpo, almeno quello che ne rimane. Nella nuova nicchia mi ci ambiento bene e scopro che la mia testa, il mio busto, oltre ad essere come di gomma, “palleggianti” e quindi leggeri sono anche deformabili, malleabili, duttili, senza che avverta il benché minimo dolore. Le ossa sono semplici cartilagini e come i topi riesco a penetrare le aperture più piccole. Praticamente è come se fossi fatto di cera, di silicone fresco, di mollica appena sfornata, di creta.
Inizio a percorrere i vari anfratti, percorsi tortuosi che l’interno di quel muro mi offre. Vedo chiaramente tutto perché le pietre riflettono all’interno la luce attraverso un gioco di piccole superfici oblique come succede con pezzetti di specchi che variamente inclinati e disposti riescono ad illuminare cavità profonde. Come le fibre ottiche con la differenza che qui è tutto casuale e per questo più bello. Ed io mi ritrovo all’interno di un prodotto dell’uomo costruito chissà quanti anni prima, costruito da uomini che erano stati e che adesso non sono più. Morti e sepolti, con le loro gioie, dolori, con tutta la loro triste storia di uomini comuni senza importanza, con il loro anonimato tanto è che non hanno lasciato traccia, nemmeno con questo muro che è importante soltanto perché ci sono dentro io.
Procedo, rotolando lentamente perché gli spazi sono piccoli rispetto al mio corpo e devo rimodellarmi continuamente. E’ bello ritrovarmi all’interno di questo muro antico, sento su di me il peso leggero di centinaia d’anni, sento ancora il calore delle mani che hanno toccato le pietre, sento persino le voci, le risate, le bestemmie e…, adesso percepisco delle voci anche da fuori. Vado a vedere, fuori delle persone stanno conversando ignari d’essere spiati. Ma i loro discorsi non mi interessano, sono più attratto dal perlustrare e quindi riprendo a vagare.
In effetti continuo a svolgere la mia attività di scopritore, magari non più di cantine ma di qualunque cosa mi offra degli orifizi, delle aperture da poter penetrare con tutto me stesso.
Ad un certo punto trovo un formicaio. Le formiche non si curano di me, hanno il loro lavoro ininterrotto. Vanno, vengono, portano cibi sulla schiena, in modo apparentemente caotico, frenetico, ma con un rigore tutto loro. Se l’uomo fosse laborioso allo stesso modo…, ma se lo fosse cosa cambierebbe? Si dovrebbe vivere in funzione soltanto del lavoro? Adesso un centinaio di formiche sta trascinando uno scarafaggio semimorto. Agita, il gigante, le zampette, le antenne ma trovandosi a schiena in giù ha poche difese a sua disposizione. Le formiche a centinaia lo assalgono, lo mordono, lo ricoprono. Lo scarafaggio è completamente immobilizzato e lentamente le zampette si fermano. Le formiche cominciano a staccargli parti del corpo e ricominciano quel loro caotico andare e venire lasciandomi come svuotato. Riprendo il mio cammino all’interno del muro che procedendo comincia ad offrirmi radici saldamente ancorate alle pietre. Evidentemente il muro all’esterno è pieno di piante e mi torna la voglia di uscire all’esterno. Eh sì, un po’ di sole e d’aria fresca non mi farà male. Intravedo una fessura illuminata ed esco da lì catapultandomi fuori. Con giravolte veloci vado in direzione del mercato, a quell’ora troverò qualche amico e potrò gustarmi un buon bicchiere di birra. Trovo Enrico che appena mi vede lancia un urlo e sviene. Accorre gente che gli presta soccorso, riescono a farlo riavere, adesso si è calmato. Ci rechiamo ad una vicina taverna, sempre dalle parti della Vucciria e ci sediamo ad un tavolino. Ma come ti sei conciato? Mi chiede. Niente, rispondo, è successo ma non ha importanza. Gli spiego che anzi, stranamente, questa condizione nuova mi aiuta nel mio lavoro e che, in fin dei conti, forse mi ci godo di più la vita. Enrico sembra non capire il mio discorso e alla fine dice: beh, se a te va bene così…, continuando a bere il bicchiere di birra. Io mi servo di una cannuccia, altrimenti non saprei come fare. Guardo Enrico che ha due gambe e due braccia più di me eppure mi sembra più spoglio di me, più debole nei confronti del mondo, con meno armi. Gli chiedo come gli vanno le cose e mi risponde che meglio non potrebbero andare. Il suo matrimonio è stabile, il lavoro lo soddisfa, per come può essere soddisfatto un netturbino, e che non saprebbe cosa desiderare di più. Poi mi guarda e comincia a piangere. Piange, il povero amico, perché gli faccio pena. Lo rassicuro che sto bene anche così, cerco di fargli capire che anche se sono senza gli arti vado dovunque e faccio tutto ma non mi capisce: per lui sono un anormale. Dopo aver salutato Enrico, rotolando e saltellando arrivo in un parco dove andavo sempre da piccolo, Villa Giulia. Un gruppetto di bambini sta giocando...
October 9, 2008 07:52 AM
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Wednesday October 8, 2008
Lo scopritore diventato palla di gomma
Mi sono sempre piaciute le soffitte, quelle di una volta, basse, appena illuminate da piccole feritoie, piene di polvere. Quelle, per intenderci, patrizie cadute in disgrazia.
Mi hanno sempre attirato, soprattutto se da tempo nessuno ci mette più piede. Si, perché il bello è proprio questo, devo essere il primo ad entrarvi dopo anni di abbandono, per scoprirvi qualcosa. Cosa di preciso non so, ma qualcosa. Forse l’essenza!
L’uomo è un animale terribile, dovunque va deteriora, manomette, compromette. Soprattutto se si intromette in cose non sue.
Tante volte ho visitato cantine e soffitte ormai private del loro fascino, del loro mistero perché qualcuno mi ha preceduto. Qualcuno privo di poesia, un rude ricercatore di tesori, non un raffinato scopritore di cimeli pieni di storia come me. Perché io in realtà sono un poeta di antichi oggetti, un cultore di antiche tracce dell’uomo nascoste nei più umili oggetti.
Questa passione la scoprii da piccolo, durante le vacanze estive che passavo in campagna dai nonni ospitato nella loro vecchia villa. Durante il riposo pomeridiano dei “grandi” io ne approfittavo per andare su in soffitta a rovistare tra le antiche cose conservate. Rimanevo incantato di tutto ciò che scoprivo, giocattoli, libri, porta gioie, medaglioni, vecchie cornici tarlate, dipinti ormai anneriti e così via, fino agli oggetti più bizzarri. E’ una fortuna che i nostri avi amassero conservare ogni cosa, adesso questa caratteristica l’abbiamo persa. Siamo schiavi del consumismo, si butta via tutto e si ricompra nuovo. E abbiamo perso una cosa importante: la forza che gli oggetti immagazzinano nel corso degli anni. Il risultato è che non riusciamo più a dialogare col nostro passato, con i ricordi, perdendo di conseguenza la profondità dei sentimenti.
Ma io ho continuato a cercare tra le cose antiche e abbandonate.
Di lavoro infatti faccio lo scopritore.
Lo scopritore è una professione, in effetti, non nuova né originale. Scopritori sono gli archeologi, gli storici, i ricercatori. Ma non come lo sono io.
Sono uno scopritore suigeneris, uno scopritore speciale, oserei dire unico. Perché di scopritori se ne contano a centinaia, scopritori di cose umili e scopritori di cose pregiate. Ma non scopritori di sensazioni imprigionate o, custodite, all’interno di oggetti, i più svariati. Io sono uno scopritore di sensazioni, di sentimenti, di stati d’animo.
Sono uno scopritore di cianfrusaglie e attraverso oggetti che possono apparire insignificanti ne traggo la storia che li ha attraversati.
C’è stato qualche conoscente che ha voluto cimentarsi nella stessa attività ma, ahimè, fallendo completamente. Perché non è cosa di tutti, bisogna averci una certa predisposizione. Bisogna nascerci. E’ una vocazione, è missione, è il cardine del proprio vivere. Bisogna avvertire il bisogno interiore di capire per cercare, per trovare perché, poi, in definitiva si cerca se stessi.
Non sto a raccontarvi oltre cosa mi ha spinto in questa attività, vi annoierei. Però sento il bisogno di raccontarvi ciò che mi ha causato questa attività. E quello che mi ha causato non so definirlo né un fatto positivo né un fatto negativo, non lo so, forse tutti e due le cose, anzi sicuramente. Perché in ogni azione della natura c’è un pro e un contro, e anzi gli aspetti che più ci sembrano negativi nascondono spesso aspetti benefici.
Salvatore Romano da "lo scopritore diventato palla di gomma" Firenze 2001
October 8, 2008 08:03 AM
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Tuesday October 7, 2008
Mi sento tranquillo, adesso. Ritorno in camera da letto e lancio uno sguardo furtivo all'armadio: gli occhi non ci sono più. Apro l'anta, niente, vi frugo dentro, niente. Che questi incubi siano cessati? Speranzoso vado alla finestra, il verde degli alberi mi acceca, la luce radente del sole investe le foglie e riscalda il mio animo. Respiro a fondo quest'aria pulita e assaporo il silenzio che mi circonda interrotto soltanto dal cinguettìo degli esserini alati. E' tutto meraviglioso, qui. Ricordo per un istante il volto di mio padre che sorridendo mi prendeva per mano e mi portava, fanciullo, su per il bosco mostrandomi fiori, foglie, uccelli e di essi narrarmi di luoghi lontani dove principi buoni lottavano il male; tante volte restavo incantato di quel luogo remoto, da quel caro che sapeva infondere amore per tutto, persino per una formichetta che portava dei pesi più grandi di lei. E quel padre caro adesso mi manca, vorrei poterlo guardare ancora negli occhi, stringerlo forte, baciarlo, saltargli sul collo ma quel caro è lontano lasciandomi solo e solo mi sento, davvero, perduto tra gente che avverto estranea in un mondo astemio di tutto. Ma sono ugualmente contento, il ricordo riesce a scaldarmi e quest'aria oltre ai polmoni purifica anche il mio animo.
Tranquillo, adesso, mi metto al volante e mi avvìo in paese. Che bello non sentire più quegli occhi addosso né avvertire le presenze inquietanti potendo godere di questo breve tragitto assaporando questo panorama unico. Ma quanto durerà? Fin troppe volte mi sono illuso di trovare la pace troppo agognata. Adesso è diverso, avverto la calma di una natura lontana dal mondo abituale, la pace di un silenzio che ritempra lo spirito, la voglia di vivere ancora per molto. Mi sono già scordato di essere stato per una settimana segregato in casa, in balia di chissà chi o cosa.
Sereno giungo infine in paese dove mi chiedono come va; col mio discorrere allegro riesco ad infondere anche a loro il buon umore. E' gente modesta cresciuta isolata tra case sparute in un mirabile luogo; non conoscono incubi, né rumori lontani; vivono di poco e per loro è già tanto, incontrandoli per strada basta scambiare con loro poche parole cordiali e magari portarli all’osteria e berci insieme un bicchiere di vino.
Dopo aver fatto la spesa ritorno in montagna accolto da quella casa che mi sembra un castello. Lì dentro rivedo mio padre, l'immagine integra di un passato affettuoso. Così trascorre un'altra settimana senza vedere quegli occhi, senza sentire presenze. Ho cominciato a dipingere un quadro senza fatica, pennellata dopo pennellata spalmo il colore deciso, corposo; di quest'opera avverto la forza, la vita bloccata ma viva, palpitante; vi ho dato anche l'anima, lavorando ininterrottamente per molte ore, con la frenetica voglia di portarlo a termine il più presto possibile. In fondo è per essa che vivo, per l’opera unica, che sarà sempre l'opera ancora da creare, inarrivabile, irraggiungibile. La vita di un artista è sempre improntata sulla ricerca, la voglia di un desiderio mancato ma non importa se essa rimane un sogno, la cosa che conta è sentirsi leggero durante il processo creativo: durante il dipingere mi scordo chi sono, la mia mano è guidata non so da chi o da cosa, io servo soltanto da tramite, sono un mezzo, un utile strumento per collegare questo mondo apparente con l'altro, più intenso, che parla di noi, dei nostri desideri e affanni, di gioie passate e speranze mai spente. L'artista abbatte quella porta invisibile che altri non riescono ad abbattere, dàgli un pennello, matita e colori e lui è appagato così.
Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali " Firenze 1999
October 7, 2008 12:34 PM
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Monday October 6, 2008
"...Dalla parte esterna, invece, dal lato della finestra che sta di fronte al letto, sento abbaiare e graffiare sul muro. Dentro la stanza c'è anche quel topo che vive tranquillo dentro l'armadio. Qualcuno ci porta i pasti, per me e per il topo, che allunga una zampa e afferra la ciotola. Qui il tempo passa lentamente e inevitabilmente sento il bisogno di uscire. Quando giunge qualcuno provo a farmi aprire ma non mi dà ascolto. Tra poco non distinguerò più il giorno dalla notte. Ho la barba lunga, sono sporco da far paura, i vestiti cominciano a logararsi.
Mi viene spontaneo pensare che una vita difficile non è servita a garantirmi un futuro migliore. Mi ritrovo imprigionato in questa cella a condividere lo spazio con un grande topo che porta gli occhiali. Mi sembra di impazzire, e i giorni passano. Di mattina non so se alzarmi dal letto o restarmene sdraiato, tanto è lo stesso. Di notte dormo male, ho il sonno agitato, non faccio che girarmi e rigirarmi nel letto. C'è caldo, non si respira. Ho voglia di disegnare ma non ho niente per farlo. Vorrei colloquiare con qualcuno, ma con chi? Ho cominciato a parlare al topo che mi fissa ma non risponde. I giorni intanto passano, mi sento sempre più prigioniero, vado avanti e indietro come fossi una tigre dentro la gabbia di uno zoo.
Mi sono messo in piedi sul letto per guardare fuori con la speranza di chiedere aiuto a qualcuno. Sotto ci sono i cani che abbaiano, grattano il muro, saltano per arrivare alla grata, ma per fortuna è alta. Nelle immediate vicinanze non c'è nessuno.
Ritorno a sdraiarmi sul letto e a fissare il topo; è grande quanto me, ha il pelo duro ed è buffo con quegli occhiali, guardandolo mi dà l'idea di un topo istruito, di quelli per intenderci che ha speso parecchio tempo sui libri. E' sicuramente un topo al di fuori del normale, un intellettuale, uno di quelli che sanno quello che vogliono. Anche se tace dice tutto, con piccole scosse del corpo, con quel suo sguardo profondo e..., più lo guardo e più comincio a volergli bene. E' una fortuna che sia qui, se non ci fosse lui sarei proprio solo.
Oggi sono riuscito a togliere una molla dal letto e utilizzando la punta ho iniziato a disegnare sul muro, scavando con forza. Riesco ad incidere l'intonaco bianco e sotto viene un rosso acceso, quello dei mattoni di terracotta. Viene fuori una linea ben nitida e infatti disegno con soddisfazione. I giorni passano e la parete è quasi tutta incisa; ho disegnato il topo con un paesaggio alle spalle: un lago, un campo di girasoli. Durante i giorni occupati a graffiare il muro non mi sono accorto d'essere prigioniero ma adesso che ho ultimato il lavoro vengo riportato violentemente alla realtà.
Dentro questa cella ho la sensazione di avere i piedi incollati al pavimento, me li sento pesanti, non riesco a muovermi. Ho le gambe irrigidite e la testa immobile. Guardo come ipnotizzato un punto fisso, la mente me la sento bloccata in un ricordo assai lontano che per tanto tempo avevo sepolto nei meandri più remoti dell'inconscio. Taccio, altrimenti non posso fare, con chi dovrei parlare? Con il topo?
Come dal nulla comincia a delinearsi la forma di un ricordo, sento che qualcuno mi sta pensando e capisco che questo qualcuno s'è pentito di avermi negato, un tempo che fu, il suo aiuto. Lo avevo implorato, allora, scongiurato, ma egli mi aveva voltato le spalle. Con quel suo diniego mi aveva creato problemi ma egli stesso ne pianse le cause. Adesso in un posto lontano da qui sento che esso si strugge, si strazia di non avermi dato l'aiuto da me supplicato, ma ormai è tardi perché quella speranza s'è spenta. Le mie dita tradiscono un tremore continuo per la voglia che hanno di stringere il corpo, la gola e l'anima di quel traditore ma è solo rabbia repressa, subito passa. Sono qui bloccato, in questa cella, e posso soltanto rimpiangere di non avergli parlato, di non aver cercato di fargli capire. Adesso siamo due anime dannate che hanno perduto tutto. Capisco che la sua vita è stata tremenda come la mia: la mia perché col suo rifiuto ne ho pagato le conseguenze, la sua perché per tutti questi lunghi anni s'è portato dentro questa colpa. Non ha avuto il coraggio di confessarlo ad altri. In tutti questi anni ha celato il segreto fingendo indifferenza, mentendo e ha pure cercato di dimenticare di essere stato vigliacco. Ma quel ricordo gli si è ripresentato e lo ha colto come una doccia fredda e gli ha guastato il presente seppure già compromesso. La forma del ricordo sta nuovamente sparendo e con esso sparisce questo amico perduto; nuovamente sento di potermi muovere, nuovamente rivedo quel topo che, adesso, mi sembra quasi un amico. Al topo decido di parlare:
- << Come ti chiami? Chi sei? Perché mi guardi e non mi parli? Puoi almeno dirmi perché ci troviamo insieme chiusi qui dentro? Per carità, rispondi, ti prego. >>
Il topo mi guarda, con la zampa inarca gli occhiali e comincia a parlare:
- << Ci fu un giorno che disponesti sul tavolo tante ciotoline di terracotta; le riempisti tutte con colori a tempera che diluisti con acqua. Disponesti tela e pennelli e poi, anziché usare questi intingesti le dita direttamente dentro le ciotoline per poi passarle sul suo corpo pallido e ridarle la vita che aveva già perso. Con il rosso le dasti la forza, il coraggio, con il giallo la rabbia repressa e col verde la voglia di credere ancora. Passasti al bianco per darle il candore e al blu per la serenità di un cielo infinito. Questo ti dico. >>
- << Non puoi solo dirmi questo >> - rispondo - << non mi chiarisce niente anzi è tutto più buio. >>
- << Hai desiderato morire e rinascere ancora, >> - dice il topo - << assaporare in pieno l'attimo di vita fatto di luce; bagnarti le guance con la fresca rugiada mattutina e hai desiderato librarti su in alto lasciandoti trasportare dalla gioia fuggevole che satura il cuore, che offusca la mente. Hai desiderato il riposo, magari tra marmi bianchi conficcati sulla umida terra stanco di aver sempre inseguito e mai realizzato. >>
- << Perché ti sei fermato? >> - gli dico - << forza, continua, fammi sapere. >>
Mi dice il topo - << non hai saputo abbastanza? E' tutta la vita che cerchi, che ti poni domande e non sai ancora trarne le conseguenze? Il destino ha voluto aprirti una breccia attraverso due occhi, rumori nascosti ma tu, stolto, hai voluto fuggire andando in montagna convinto di poterli seminare per strada ed essi t'hanno seguito. >>
- << Sono stanco di inseguire i ricordi >> - gli dico - << sono stanco di farmi illusioni; sono stanco d'essere artista. Sino ad oggi ho creato opere, dipinto figure, che mi hanno imprigionato. Le notti non sono tranquille, le cose da me create prendono vita come fosse una cosa normale. Ogni notte mi circondano centaure, angiolesse e meduse; a volte mi attirano dentro…, bisogna che tutto ciò cessi. Fammi uscire da qui, rivoglio la mia libertà. >>
Il topo ha taciuto, si è rinchiuso nell'armadio senza più proferire parola..."
Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali" Firenze 1999
October 6, 2008 07:42 AM [edited: October 6, 2008 07:56 AM]
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Sunday October 5, 2008
Due ore fa ho distrutto quest'opera, prendendo soltanto l'uomo "Cristo". Non ne ero soddisfatto, qualcosa non andava e ho preferito distruggere due mesi di lavoro di un 50X70.
October 5, 2008 12:22 PM
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Friday October 3, 2008
Salvatore Romano "La lucertola" china 2008
Cosa ho mai cercato nella mia vita se non me stesso?
Ma non mi sono mai trovato!
La vita di ognuno di noi non è altro che il respiro dell’Universo, un solo, impercettibile, respiro. Non siamo altro che particelle di energia cosmica che nascono e muoiono un istante dopo. E questo istante a noi sembra eterno ma cosi non è.
Ho sempre cercato di dare un senso a questo istante ma sono sempre rimasto senza risposte.
Una ricerca affannosa che ha distrutto parte dei miei sogni, eliminato parte della mia serenità. La realtà ha sempre superato la fantasia poiché è sempre riuscita a spegnere l’entusiasmo che c’era in me. Mi sono sempre ritrovato solo perché accecato dal mio cercare ho ignorato sempre chi mi stava intorno. La realtà mi ha sempre oppresso e allora ho cercato rifugio nella pittura. L’arte mi è servita per aggirare la realtà, per soggiogarla, forse per eliminarla. Quindi ho vissuto di fantasia. E nella fantasia mi ci sono perso.
Cosa mi rimane nelle mani? Un pugno di sogni rimasti tali.
Sono un pittore, di quelli che vogliono dire qualcosa non di quelli che arredano. Un artista quindi.
Proprio nel momento in cui pensavo di aver trovato il percorso giusto, però, mi sono perso. Un labirintico viale alberato con tante deviazioni, stradine secondarie che sbucano in altre principali ancora e poi secondarie, percorsi già chiusi in partenza che non mi danno quella libertà agognata. Conscio delle mie capacità ho cercato di impormi a me stesso e agli altri ma delle mie sicurezze ho perso la strada, quel labirinto di cui parlavo è ritornato presente, un labirintico rifugio, di sicuro.
Artista convinto per lo meno, e andavo avanti, ignaro o incurante che forse tale non ero, ma a me non importava, ci credevo, questo mi bastava. Ed oggi mi ritrovo a ricominciare. Riparto da zero, annullando tutta la mia vita come se nascessi ora, ricominciando a muovere i primi passi come un bambino appena nato.
*
Ho preso una casetta in un paesino isolato, lontano dai frastuoni cittadini, voglio immergermi nel silenzio di questo luogo ancora incontaminato. Ho uno studio grande che si affaccia sulle colline alberate di una toscana secolarmente stupenda; voglio riscoprire ogni cosa, assaporare ogni angolo della natura, piante animali e persone.
Questo sarà un modo per disintossicarmi del mio passato. Anche in arte voglio lasciarmi alle spalle tutta l’esperienza accumulata e ricominciare da zero. Appunto: riparto da zero, in tutto.
La casa è in buone condizioni, ho fatto solo qualche piccolo lavoro di restauro di cui sono capace, ho imbiancato e risistemato il giardino. Alle pareti ho messo le mie opere, in tutte le stanze anche nel bagno; in sala tanti scaffali pieni di libri, altra mia passione. E’ bella la sala, la parete nord è interamente formata da una grande arcata con una vetrata che si affaccia su tutta Firenze e dalla quale riesco a spaziare anche con la fantasia. La mattina, quando mi alzo il primo pensiero è volgere lo sguardo oltre la finestra, come una tazzina di caffè esso mi ristora…
Salvatore Romano, da un racconto appena iniziato e mai concluso, Firenze 2000
October 3, 2008 08:53 AM [edited: October 3, 2008 08:59 AM]
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Thursday October 2, 2008
Disegno a matita di Salvatore Romano anni "80
… diciamo le cose come stanno realmente, sono una specie di animale esaurito, psicopatico, un nevrotico allucinato, roba da manicomio. Ma cosa succede adesso? Mi si offusca la mente, mi si oscura la vista: cinque vecchi vengono da me, due mi prendono per le gambe, due per le braccia, il quinto mi getta addosso gocce d’acqua e prega. Ma cosa fanno? Dove mi portano? Ma mi credono morto? Ma io non sono morto, imbecilli. Cerco di parlare ma non mi esce alcun suono, per il resto sono come paralizzato, no, non riesco a dar loro alcun segno che sono vivo. Ma dove mi conducono?
- << No, per favore no, >> - grido << non sono morto, non seppellitemi. >>
Mi hanno messo dentro un affare rettangolare di legno, maleodorante che sa di muffa, anche la bara di seconda mano, usano; il prete, giunti al cimitero, rivolge a me che crede morto un’ultima preghiera:
- << Sei stato un ateo ma meriti ugualmente una degna sepoltura. La tua vita l’hai spesa per un sogno che in fondo non ha danneggiato nessuno se non te stesso. Non hai mai bestemmiato né rubato né ucciso, hai soltanto respirato l’aria mossa da un battito d’ali di farfalla. Io ti benedico, che tu possa riposare in pace. >>
Il prete ha dato la benedizione, mi adagiano nella fossa e mi ricoprono di terra che avverto a ritmi regolari mentre colpisce la cassa e ad ogni palata sento aumentare la distanza tra me e i piedi di quelle persone. Ma com’è che non si sono accorti che il cuore mi batteva? Tutto comincia ad oscurarsi, quella poca luce che passava da qualche fessura della cassa adesso è sparita. Comincio a sentire caldo, a sudare, non sento più voci. Adesso sono completamente coperto di terra, per me è finita, anche potendo non riuscirei più ad aprire il coperchio. Saranno passati pochi minuti che mi sembrano eterni e ad un tratto sento grattare il legno lentamente. Quel rumore mi mette una certa speranza: un topo ha sentito odore di carne e sta rosicchiando il legno, ci riesce, filtra anche un po’ di luce, vi passa la testa e mi guarda ed io lo guardo quindi ci guardiamo reciprocamente, intensamente, ci scrutiamo per capire chi è l’altro, per decidere il da farsi e, strano quel topo, sembra avere un paio di occhiali, rotondi con vetri scuri…
Salvatore Romano dal romanzo "Il topo con gli occhiali" Firenze 1999
October 2, 2008 08:09 AM [edited: October 2, 2008 12:06 PM]
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Tuesday September 30, 2008
Adesso tutto mi appare sotto una luce diversa.
E' chiaro che le mie decisioni di allora potevano suscitare dubbi, perplessità, avrebbero potuto infondere incertezze, ma io lo ignoravo o meglio, non ci pensavo.
Se con la mente ripercorro, adesso, le mie azioni di allora, adesso sì che tutto mi appare chiaro.
Ed io ripercorro quelle azioni!
Ahimè come mi morderei le dita. Perché non agivo in altri modi? Perché mi ostinavo a ribadire a me stesso e agli altri sempre ed eternamente le stesse ragioni? Eppure stupido non ero.
Diciamo che tutto iniziò il giorno stesso che decisi di fare un volo giù dalla finestra. L'aprii, salii sopra il davanzale ma nel momento in cui feci ciò il mondo, il paesaggio che vidi mi apparve nuovo. Non l'avevo mai osservato con attenzione e pensare che quella finestra era lì da sempre. Da basso mille tetti mostravano tegole di un rosso irregolare erose dal tempo che dava speranza, vie gremite di gente che andava e veniva, ognuno dei quali conduceva con se la propria vita; colline in lontananza con alberi frequentati da minuscoli esseri festosi.. ed io fino a poco prima da questa stessa finestra non mi ero accorto di nulla.
Ma dovevo proprio volare? Non sarebbe stato più indicato metterci una pietra sopra?
Ecco, il mio carattere è negativo anche per questo. Se si sceglie di vivere la vita in un determinato modo bisogna poi accettarne tutte le conseguenze. Ma io non le accetto.
Perché devo accettare passivamente senza reazione alcuna? La vita è bella perché presenta anche degli imprevisti. Ma a me, allora, di imprevisti ne succedevano pochi. Quel giorno non molto lontano che decisi di scavare una buca per farmi uno studio sotterraneo dove poter dipingere in piena solitudine; poteva anche essere una idea buona ma perché poi coinvolsi tanta altra gente? E fu questa gente che mi mandò tutto all'aria. Giulia aveva deciso di installarvisi per un paio d'ore per completare il golfino di Teresa, Carlo vi si infilò in costume da bagno convinto di trovarvi dell'acqua, Matteo vi portò dentro una delle sue donne e Maria aveva bene pensato di farsene una cella di clausura. Per me sarebbe stato meglio rinunciare ad ogni idea folle e farmi prete.
Andò tutto all'aria, esplose come può esplodere un'idea geniale che va in fumo in pochi secondi.
Amici!
Il problema vero è che un uomo dovrebbe essere circondato da amici, veri, genuini, di quelli che ti aiutano, ma per me il problema non era tanto questo quanto quello che io non ero disponibile ad essere amico loro.
Sono sempre stato indisponibile verso gli altri, egoista per natura. Soltanto una volta mi sentii solo veramente, la volta in cui scalammo una montagna e a poco più di metà altezza dissi loro di proseguire perché preferivo rimanere solo una mezz'oretta. Sotto vedevo brulicare una umanità minuscola. Ma quella mezz'ora di attesa mi parve una eternità. Quando gli amici tornarono mi sentii riavere.
Brutta cosa la solitudine, soprattutto quando si è soli in compagnia. Avete capito che sono un pittore, dipingo, disegno riempiendo superfici bianche di cose che sono dentro di me. Credo di essere un artista ma c'è un artista molto più bravo di me: il Tempo. Esso imprime in ognuno di noi i segni della storia dell'uomo e da ognuno di noi scalfisce, via via che passa, amarezze, delusioni, ricreandoci in altro modo.
Eh si, il tempo all'inizio per noi è grande, speranzoso, ma alla fine ci ritroviamo eternamente svuotati.
Continuo a dipingere e disegnare, ogni linea e ogni pennellata sono uno scavare in profondità alla ricerca dell'ignoto. Ma non vive meglio chi artista non è? Se rinasco voglio essere un comune mortale.
Il treno è arrivato in stazione, i passeggeri scendono per la coincidenza, il personale si ritira per il meritato riposo. Da poco è crollata la miniera sotterranea della Sardegna e l'aereo è precipitato in Sud America. Il generale continua a sparare nella Ex-Yugoslavia e lì, proprio all'angolo, un uomo sta’ morendo e i passanti continuano ad ignorarlo.
Salvatore Romano, da Appunti raccontati, Firenze 1999
September 30, 2008 08:16 AM [edited: September 30, 2008 08:17 AM]
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Sunday September 28, 2008
September 28, 2008 09:54 AM [edited: September 28, 2008 10:14 AM]
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Friday September 26, 2008
Nel percorso di un uomo non c'è soltanto la linearità materiale ma anche la casualità delle situazioni. E' cosi che due artisti si incontrano dopo aver ognuno di essi fatto delle proprie esperienze artistiche ed umane, seppur diverse si ritrovano a condividere un pensiero comune: del Don Chisciotte dei tempi nostri che deve combattere altri mulini a vento.
A Roma, io e Adolfo, la scorsa domenica abbiamo parlato di questo nobile cavaliere pieno di ideali e abbiamo parlato della figura dell'artista d'oggi che si imbatte in mille difficoltà per avere un minimo, non dico riconoscimento, ma visibilità. Gli ostacoli sono molteplici, primi fra tutti gallerie mercificate e critici asserviti al potere (anche economico). Ma il Don Chisciotte che c'è in noi ci fa sperare che qualcosa si può fare, che qualche battaglia la si possa vincere, perché i tanti che si sentono "dentro" Don Chisciotte non si unicono per combattere i mulini a vento della stupidità e vuotismo attuali?
September 26, 2008 07:41 AM [edited: September 26, 2008 09:58 AM]
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Thursday September 25, 2008
Quella bestia immonda mi teneva lì già da tre giorni. Avevo fame, sete e tanta paura. La stanza, ricavata da un ampio salone, era abbastanza spaziosa e arredata con gusto. Il pavimento era a scacchi bianco e nero, al centro un ampio tappeto dai colori tenui dava alla stanza l'aspetto di una semplicità matematica, calcolata in modo tale che i lati del tappeto portassero lo sguardo del visitatore subito agli angoli della stanza. Subito sulla destra vi era, lungo tutta la parete, una libreria a tetto piena di libri, riviste, e piccoli soprammobili che, ad una prima occhiata, davano già l'idea di cimeli preziosi. Frontalmente ci si imbatteva in una grande finestra che dava su un giardino verde; davanti la finestra vi era un grande tavolo pieno di carte e, come la libreria, scuro di noce stagionato. Sulla sinistra del tavolo una parte di carton gesso e ampi vetri colorati, tipo vetrate di chiesa antica. Questa parete che arrivava fino al tetto e si dilungava fino a metà stanza, divideva un altro piccolo ambiente dove vi era un grande letto, una grande finestra, una radio e tanti quadri attaccati alle pareti. Accanto al letto un piccolo comodino reggeva una lampada da lettura, due libri, un posacenere e il telefono. In fondo alla stanza un grande comò sulla sinistra e un armadio nella stessa direzione della porta. Accanto alla porta di ingresso un bellissimo quadro in verticale faceva bella mostra di se obbligando il fruitore ad immergersi nei meandri più profondi dell'inconscio. Ma di questo quadro avrò modo di parlarne più avanti.
Dunque ero lì da tre giorni, chiuso dentro dall'immonda bestia che aveva sprangato la porta di noce massello. Ma ora occorre tornare indietro cominciando un po’ a parlarvi di me. Chi sono io l'ho saputo in realtà da poco perché in effetti non mi ero mai preoccupato di fare ricerche introspettive essendo abbastanza appagato della vita che facevo. Ero nato quarant'anni fa in un luogo abbastanza normale. I miei genitori erano di nobile razza, abbastanza ricchi da permettermi ogni lusso. Mia madre era una donna di media statura, scura di carnagione, capelli castani e lunghi, occhi celesti. Si occupava della casa con ogni cura e mi voleva molto bene. Mio padre, uomo alto, arcigno, dall'aspetto severo, dirigeva alcune raffinerie di petrolio e il più delle volte si assentava per lunghi periodi dell'anno. Tra loro due regnava una calma, un accordo fin troppo eccessivo, in realtà mio padre, uomo di bell'aspetto, nelle sue assenze sapeva come rimpiazzare mia madre, che avendo capito, accettava tacitamente. La mia infanzia fu normale, nel senso comune del termine. Poi le cose cambiarono quando mio padre ci comunicò che per lavoro dovevamo trasferirci su al centro Italia. La nostra nuova casa fu una bellissima villa seicentesca sulle colline di Firenze, città che amai da subito per l'atmosfera artistica che vi si respirava. Avevo allora quindici anni e non avevo ancora avuto doti particolari ma dopo il trasferimento nella nuova abitazione, durante una incursione agli Uffizi, si impossessò di me il desiderio di diventare pittore.
Toc, toc. Sta entrando la bestia, ha aperto la porta, vengono avanti due enormi mani ad artiglio che reggono un bicchiere d'acqua e un pezzo di pane. Ride, adagia il cibo sul pavimento, e con un ghigno richiude la porta.
Dunque, mentre mangio il primo tozzo di pane e bevo l'acqua, continuo a raccontarvi la mia storia. Dopo la visita agli Uffizi, ricordo, andai di corsa a casa e presi una matita e un foglio bianco d'album cominciando a tracciarvi un paesaggio. Quella sera eseguii tanti disegni tra alberi, casette e barche, ma mi rendevo conto che dovevo ancora imparare e che la strada sarebbe stata ardua. All'ora di cena informai i miei genitori dell'intenzione di voler abbandonare gli studi classici per iscrivermi alla scuola artistica. Mio padre esplose come mai l'avevo visto respingendo tale richiesta e ribadendo che di artisti, in casa, c'era bastato suo nonno e che non voleva un altro fallito morto di fame, soprattutto se suo figlio. Risposi a mio padre che ero determinato in tale scelta e che se lui osteggiava la mia decisione, sarei andato via da casa. Si alzò di scatto e, senza ammettere repliche, disse che gli studi che dovevo intraprendere erano quelli di medicina. Mia madre aveva ascoltato in silenzio e quando mio padre si ritirò in camera, venne nella mia e mi si sedette accanto accarezzandomi con molta tenerezza. Scoppiai in un lungo pianto e allora, solo allora, mia madre mi disse che mi comprendeva e che avrebbe avuto l'ardire di affrontare mio padre. Non so quale fu il tenore del loro discorso, so soltanto che la mattina dopo, mentre facevamo colazione, mio padre annunciò che dopo due giorni sarebbe dovuto partire e mancare per tre mesi, un viaggio per lavoro in Argentina, e che al suo ritorno avrebbe avuto piacere di sentire che suo figlio era alunno modello dell'Istituto d'Arte. Ero raggiante, ricordo donai loro due un bacio interminabile. Fu così che cominciai ad apprendere i primi rudimenti artistici, disegnavo giorno e notte, non mi concedevo pause. Intanto gli anni passavano, arrivavano gli amori, le amicizie artistiche, il primo ardente desiderio di diventare famoso. Con bramosia consumavo centinaia di fogli di carta bianca, litri e litri di inchiostro, colori e quant'altro e iniziai pure a tenere le prime personali. Mi ero specializzato nella grafica in bianco e nero, dalle mie mani uscivano paesaggi incantati, donne farfalle e mostri d'ogni genere. Ricordate che vi avevo accennato ad un quadro grande, verticale, appeso vicino alla porta? E' un quadro mio, dove una centauressa stà passeggiando su una distesa di pietre e ammicca con complicità. Penserete che la mia sia stata una esistenza, in fondo fortunata, e invece no, e adesso scoprirete perché. Un giorno non molto lontano, dopo aver passato due incantevoli giornate con la mia ragazza, adesso ho quarant'anni, dicevo, mi ritirai nel mio studio con la voglia di mettere nero su bianco una idea che già mi prendeva da tempo. Cominciai a tracciare fluide linee sicure e lentamente prese corpo una creatura a quattro zampe, ringhiante, con la bava che le cadeva dal muso, pelosa e dagli occhi infuocati. Il bozzetto mi piacque e quella sera andai a dormire contento di riprendere l'opera la mattina dopo. Ma durante la notte, la bestia, non so come, riuscì ad uscire dal foglio e mi chiuse dentro quella stanza in cui mi trovo adesso. Perché dopo tre giorni mi ha dato da mangiare e bere? Da quando son chiuso qui nello studio ho cercato di capire come può essere avvenuto che dal disegno prendesse vita una vera creatura. Mi sembrava di vivere un incubo. E perché mai, creatura in fondo mia, si era messa contro di me che potevo essere suo padre? Il mostro aveva isolato il telefono, Sonia come mai non era venuta a cercarmi? Avevo solo lei, i miei oramai avevano oltrepassato il confine del mondo, chi poteva aiutarmi? Adesso erano le ore 20, cosa faceva la bestia per il resto della casa? Mi adagiai sul letto, socchiusi gli occhi e cominciai a riflettere. Essendo la bestia uscita dalla mia mente non potrebbe essere, lei, me stesso? Questo pensiero cominciò a prendere corpo ed io cominciavo a crederci; ma allora ero davvero in trappola, come potevo liberarmi da me stesso? Decisi allora di aspettare di nuovo la sua visita, l'avrei affrontata con decisione e valutarne poi la reazione. All’ora di cena, come avevo previsto la porta cominciò ad aprirsi, mi piazzai in modo tale che mi avrebbe subito trovato di fronte pronto a guardarla. Appena il mostro mi vide emise un urlo tale che andai a sbattere contro il tavolo battendo pesantemente la schiena. La bestia aveva repentinamente richiuso. Quindi era chiaro che l’avevo spaventata. Eravamo due avversari che avevano paura l'una dell'altro, potevo essere io lei stessa? In ogni caso dovevo liberarmi, non potevo rimanere prigioniero. Mi sovvenne allora l'idea di distruggerla con le stesse armi con cui l’avevo creata. Presi tanti fogli bianchi, li incollai con l'adesivo dalla porta sino al tavolo. Poi vi disegnai una strada che portava ad un grande quadrato con una apertura laterale, lì adagiai la penna. L'indomani, quando venne a portarmi un bicchiere d'acqua, la belva automaticamente si ritrovò le zampe sulla strada disegnata e la percorse sino a ritrovarsi chiusa fra tre linee che io chiusi subito con la quarta. Ero riuscito a prenderla, lentamente cominciò a rimpicciolirsi sino a rimanere disegnata sul foglio come io l’avevo fatta.
Ma mi ritrovo sempre chiuso in questa stanza, non mi riesce più di uscire.
Salvatore Romano da “Appunti raccontati, Firenze 1999
September 25, 2008 11:29 AM [edited: September 25, 2008 02:54 PM]
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Sunday September 21, 2008
Bossorilievo di Salvatore Romano, 1999.
"IL VECCHIO CON LA FORMICHINA; LA STREGA"
C’era tanti anni or sono, un ometto
burbero e scaltro che viveva
in una piccola dimora, e beveva
il latte che zampillava dal petto
suo medesimo. Aveva una grande,
folta chioma, ed i capelli a ciocche
gli cadevano sui piedi a bande,
ed i peli, tanti, gli coprivano nocche
e orecchie, gote e braccia, piedi
e schiena, avendo in tali loro sedi.
Era un ometto brutto, sporco e sguaiato,
ed aveva una rosa nell’occhiello,
per la qual si riteneva e fiero e bello:
ma da quando era nato, mai lavato,
mai lavato si era. Aveva una cicatrice
su la gota destra, come fresca fresca,
che tanto grande, sembrava la matrice
del suo io, a al contempo una tresca.
Aveva un occhio chiuso, né l’uso
di una narice del suo naso camuso.
Aveva ancora gli occhi celesti, ove beltà
irraggiava chi rimanesse a guardarlo,
ma il suo cuor stesso anelava lasciarlo
nel caso in cui altri avesse, maestà
ravvisato ne la sua falsa persona.
Il suo passatempo, era coglier le mosche,
adorava ammazzarle con buona
mira con un largo panno, quelle losche
creature, sporche non meno di egli,
insetti furbi, astuti, laidi e svegli.
La sua casetta, - tutto - era molto minuta,
ed egli vi trascorreva i suoi giorni,
non vi erano andate e ritorni
ne la casetta, che restava sempre muta.
In una piccola gabbia, ei teneva
una formica e la nutriva e carezzava
e questa, Princesse mangiava, beveva,
e alle carezze, la sua testa chinava.
Era un vecchio laido, stolto e abbrutito,
ma per qualcuno rimaneva un mito.
Nell’ora in cui il leopardo corre in muda,
e rondinella strepitando in ar dimena
le sue picciole ali, con rinnovata lena,
la testa del vegliardo affaccia cruda
da la finestra, e guarda ‘l sole e la terra,
guarda il vento che muove l’abete,
e nel suo cuore l’orgoglio si serra,
e par che tutto beva al fiume Lete,
la rimembranza nel suo cuor ritorna,
e come ‘l sole la sua mente orna.
Ei è un vecchio, pigro, ozioso, laido
e rio, è bellicoso, faceto, quasi stantio,
non mai ha creduto che vi fosse un Dio,
ed il suo timbro è stato sempre ruvido.
Con la sua mano, però, accarezza
la formichina che lascia egli fare,
e quella mano come in estate è brezza
par, deh, creata, per fare innamorare.
Con languid’occhio egli carezza ancora,
finché da notte non pervien l’aurora.
Quando il silenzio con le sue grandi mani,
rigira ‘l tempo e lo cristallizza,
l’insano occhio del burber vecchio, frizza,
e ammicca, deh, verso misteri arcani.
Il vecchio è solo e non ha alcuna briga,
e senza creder in niuno, arcigno prega,
nel mar de l’erma sua canzon remiga,
finché non giunge su casa sua una strega,
la strega ha l’occhio pur rattoppato
e stretto, ha ‘l corpo come illuminato
da un’aurea luce, ed una scopa in mano,
vestiti lordi e un canovaccio in fronte,
e par, la scopa, de la virtù sua fonte,
ov’ella alzando, mette il deretano.
Discorre arcigna di cose assai passate,
mormora e frigna e strizza anch’ella
l’occhio, trascorre in tal le sue giornate
tutte, ed è irosa, stolita e fella.
Se vuole vola su per il cielo adusa,
mentre inneggia la solitaria accusa.
Il vecchio che la vede, pare d’ira rosso,
e che sghignazza e canta e balla e vola!
Eppure quella sempr’è una donna, e sola
<
il vecchio pensa ma non sul serio ossia:
è solo anch’egli, oltre una formichina,
non ha né madre, né una bisnonna o zia,
e sempre pensa, da sera a la mattina,
finché le membra assai assuefatte e stanche
non lo trascinano su le sue affrante anche
verso il suo letto. Il vecchio dorme,
anela e sogna ancora, e della strega
che sua speranza, ignominiosa, frega,
sogna le imprese, le qualità, le orme,
sogna l’amore, le passeggiate fuori,
sogna la vita, la prateria, il mare:
è il sogno, quel, di quel che vuole fare,
lontano da battaglie, cecità, furori,
sogna nel prato il fiorellino mesto,
sogna perfin di scrivere un gran testo,
studio e impegno,e nuove facoltà,
logorio intenso della sua alma vana,
sogna di ciò avvolto in calda lana,
e nel suo cuor fiorisce l’umiltà.
La strega, sa tutto, sa sempre quel che
viene, e guarda sorridendo il dormiente
vecchio. Il vecchio è stolto, pensa a se,
e d’altri par non importargli niente,
così la bella brutta strega perderà,
e con la bella formichina rimarrà.
15/09/08
Alessio Romano
September 21, 2008 08:30 AM [edited: September 21, 2008 08:31 AM]
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Saturday September 20, 2008
Una grande e importante persona mi ha scritto queste parole che seguono:
Non è facile incontrare autentici grandi artisti come te, in un mondo cosi mediocre e banale omologato nella nullità, la tua arte illumina e accende la conoscenza , il piacere del viaggio della mente, del cuore,delll'essere.
E' un onore per me, aver conosciuto uno dei grandi talenti contemporanei , unico e speciale,
(.....).
Ora non voglio commentare il suo pensiero, voglio solo dire che queste parole sono più importanti di qualunque altra cosa, compreso la ricchezza economica. Queste parole mi fanno felice e mi dicono che tutta una vita dedicata all'arte è stata spesa bene.
Con stima e gratitudine ringrazio questa persona di cui non rivelo il nome per correttezza ma posso dire che è una delle personalità creative piu' importanti del nostro Paese.
Grazie di cuore
Salvatore
September 20, 2008 08:18 AM [edited: September 20, 2008 06:29 PM]
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Friday September 19, 2008
September 19, 2008 11:08 PM
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Tuesday September 16, 2008
PARABOLA
Lo scorno torna quando torna l’arte,
mammella in cui stillare ‘l siero,
ove tu sia adusto, giovane e primiero
sarai sempre un fallito se sarai di parte.
E’ tale non un mero giuoco a carte,
ove non brilla fiammeo e labil cero
per la tua vita, che non è proprio vero
che se non è la luna questa è Marte,
ove non vi sia luogo per i vani adulti,
ma solo per i sofferenti, per i giusti,
per la beltà del tempo nel presente,
per il cosciente e pur per l’incosciente,
per gli arsi da l’amor – per tutti i gusti –
chi non l’avrà, darà solo singulti,
come una spada è lei, e il cuor ferisce,
e se perisci tu, pur lei, perisce
Alessio Romano
September 16, 2008 06:51 PM [edited: September 16, 2008 06:52 PM]
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Saturday September 13, 2008
Dedicata a colei che dal mio sguardo è sempre rapita...
Amore è nato ed è cresciuto, pino al sole;
nel guardo d’ella o face, già splendeva
non titubante già per scarna mole
mentre un ausello l’ali in ciel fendeva.
Nel campo delle aulenti e vive viole
soffiava il vento e mite allor rideva
come un pensiero che nel cuor si duole
la trista donzelletta il sier beveva.
Erano uniti come unica cosa, lontana
dall’eversa rocca, come un meriggio
cui venga tutto a un tratto il bel tramonto,
ella tutta tremava, in su l’altana
del loro amor dinnanzi a un cielo bigio
che non gli apparteneva, un vero affronto,
non che già fosse arcana la giornata,
seppure gli era parsa immacolata,
ma tutto gli appariva innanzi vero,
dinanzi al loro amplesso ancor sincero.
E allora ancor dinnanzi al loro abbraccio
vi si stringeva ancora più, d’amore ‘l laccio.
Alessio Romano
September 13, 2008 08:34 AM [edited: September 13, 2008 08:37 AM]
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Friday September 12, 2008
Nudo (uno dei tanti)di un anno che non ricordo, di un periodo che mi sfugge, di ricordi oramai inesistenti...
La vita va, lentamente scorre il tempo e volgendomi indietro so che non potrò piu' avere ciò che mi è sfuggito!
Spesso, anche troppo spesso, ho desiderio di isolarmi, ritrovarmi, riscoprirmi ma razionalmente so che non potrò mai realizzare ciò, questa società mi inchioda inesorabilmente ai suoi ritmi.
E' proprio uno schifo la vita!!!
Per fortuna ho chi mi distrae e mi dona momenti magici!
Salvatore
September 12, 2008 10:41 AM [edited: September 12, 2008 10:42 AM]
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Thursday September 11, 2008
Voglio qui riproporre un disegno degli anni "90 che ha causato sempre imbarazzo e critiche. Ma a me piace e lo ripropongo. Oggi giornata grigia a Firenze
September 11, 2008 07:34 AM
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Tuesday September 9, 2008
Ieri Antonella Da Lio è venuta a Firenze e abbiamo trascorso una bella serata insieme. Dapprima l'ho sconvolta con tutti i miei disegni, ne avrà visionati come minimo un centinaio, e poi siamo andati in una pizzeria a saziare i nostri appetiti.
Una ragazza simpatica, cordiale, forse leggermente timida!
September 9, 2008 07:42 AM [edited: September 9, 2008 07:44 AM]
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