(Un notturnista del colore)
Saturday July 26, 2008
" WILDE, IL MARE, LA CASA "
Tutto quel che avverrà, sarà il resto di una vita mal giocata.
Le finestre erano aperte, una luce sfolgorante entrava madida di polvere, e il canto d’un gallo.
<< Cosa mi resta? Cosa mi resta ormai? Io non so, non so più cosa mi resti! >> disse Wilde guardandosi le mani paonazze. << Molti anni addietro scorsi dentro il mare il segreto, ora non più vedo che oscurità incomprensibile, vestigia indecifrabile di un mondo everso >>.Qualche foglio sparso per terra, ogni tanto veniva spostato da un vento che suonava come una roca voce. L’albero fuori (lo si vedeva dalla piccola finestra della casa) si muoveva, per quanto un albero può.
Nessun rumore, nessun suono che irrompesse impavido nel fulcro del silenzio; solo tacita speranza, restia guardava al nuovo giorno, e così via. L’incomprensione giaceva immune sul suol di legno, e verità rianimarla tentava, era una scena ridicola, due donne dal prosperoso corpo una su l’altra, due che poco prima avevano combattuto sino alla morte.
Wilde si girò su se medesimo, assente, con le mani sempre in evidenza, sobbarcandosi sull’incoscienza, annusando un odore che nell’aria avanzava, e che non era brutto, ma quasi bello.
Quanti anni, erano ormai passati. L’immaginazione, aveva sempre detto Wilde, non capisce mai che non può sollevare più di un certo peso, ma essa pensa sempre di poter sollevare di più, ed è per questo, diceva Wilde, che la massa cade nell’errore: stoltezza!. Wilde era uno scribacchino, ora in pensione, un uomo eternamente afflitto, ed eternamente piegato dal desiderio di far il musicista. Ma qualcosa non gli era mai tornato, quando faceva i conti, qualcosa era sempre rimasto oscuro, quando in realtà gli pareva di sapere. Vi erano stati giorni caldi, giorni di grande intimità; Wilde si era conosciuto, ancora adolescente, aveva riconosciuto il suo cuore mentre guardava le proprie mani, le stesse, dopo aver disegnato cose oniriche su una roccia vicino al mare, con del carboncino. Wilde aveva ormai sessant’anni, e subiva una profonda crisi di coscienza, ignorando che essa non faceva parte della sua vita come cosa normale. No, qualcosa era andato storto, qualcosa ancor non gli tornava.
Viveva solo, aveva un picciolo cane dal pelo crespo e color crema; portava un paio di occhiali dal telaio arrugginito e aveva un orecchino all’orecchio destro, due occhi arguti quasi gialli, pochi capelli neri, braccia molto pelose, ed una attrazione verso le mele del suo albero. Era andato ad abitare in una casa vicino al mare, sebbene gli piacesse la montagna, e trascorreva il tempo, già dalla mattina presto, a camminare in quei sentieri ghiaiosi che esistevano nella pineta prima del mare, nel tragitto che si doveva compiere per arrivare a esso. Aveva combattuto un’esistenza intrisa di amarezza e scorno, ma egli era il primo a dire che la sfortuna non esiste, ovvero che essa non è altro che una parola creata per intendere il dolore dell’uomo quando esso è causato da una fonte esterna o anche da egli stesso.
<< L’uomo può essere quindi la propria sfortuna >> veniva discorrendo una di quelle mattine Wilde con se stesso. << L’uomo può, quindi, essere sfortunato a causa propria? L’uomo può essere anche la propria fortuna. Ma no! L’uomo non può essere né l’una né l’altra cosa, perdinci bacco! >>. Erano tutti discorsi che pareva a lui che non lo portassero da nessuna parte, eppure gli pareva al contempo che ogni giorno venisse a scoprir qualcosa di più. << La sfortuna >> diceva un altro giorno << non è essere investiti da una carrozza, la sfortuna non è avere la tisi, la sfortuna non è perdere una partita di scopa col proprio amico, e la fortuna non è neanche vivere senza avere mai incidenti, non è vivere sani per tutta la vita, non è vincere una partita di scopa con il proprio amico, poiché stando ai fatti, se fortuna e sfortuna fossero tali, allora morire sarebbe sfortuna e vivere eternamente fortuna >>. Ma qual cruccio veniva ad incupirlo dinnanzi a tali emblemi, lui, lui che aveva sempre ammirato le verità dei grandi storici ed artisti, ora invano si rigirava confusamente le mani dinnanzi ad un bicchier d’acqua. Egli sapeva che l’importanza dell’uomo consiste nell’importanza delle verità che si porta dietro e che non fugge, ebbene, egli aveva corso all’infinito, tempo addietro, per obliare la verità, per strangolare una certa idea. Non si definiva l’eterno irrealizzato, non si lasciava intimorire da un desiderio irrealizzabile come da un desiderio realizzabile, eppure si tormentava. I passati errori, erano tanti nella vita di Wilde come le onde del mare, e forse più, ed egli lo sapeva. Tutti errori di stoltezza: egli aveva un giorno giovinezza, talento, beltà, e tutto avea perduto. Non era stato un gioco d’azzardo, non era stata dimenticanza, ma troppo azzardate erano state le sue mosse con la dimenticanza. Era in fondo, destino?. Può star nel destino di un uomo che egli sia stolto, e nel destino di un altro, ch’egli sia saggio? E da cosa dipende ciò? Da una vita precedente? Non è forse saggio il saggio, a non sentirsi migliore dello stolto, non sta forse in questo la sua saggezza? E perché, dunque, il saggio non può sentirsi migliore dello stolto, se vuole essere saggio?. Wilde titubava innanzi a tali quesiti, s’ei fosse stolto o se fosse stato saggio, qualche volta. In fondo, si è stolti o saggi soltanto nelle azioni, ma da cosa dipende che una volta si è saggi, e una volta si è stolti, se così è?.
Non fuggire, non fuggire amata bestia,
non andartene lontano, sempiterna
tua figura, affastella le mie glorie!.
Non fuggire amata bestia, non andare
più lontano, dove scorre e brilla il sangue
e lo spirto sempre langue. Non fuggire
dove cose, nell’istante eterno e arioso,
per il frale o il bellicoso,
non marciscono vent’anni!.
Wilde collezionava farfalle, aveva una immensa raccolta delle farfalle più variopinte.
(Alessio Romano)
July 26, 2008 06:23 AM [edited: July 26, 2008 06:28 AM]
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Lorenzo Basile 07/26/2008 06:32 AM
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