Saturday August 9, 2008
Non so se vi sia mai capitato di stare per un po’ di tempo lontani dalla vostra città natale e tornandoci di sentirvi confusi, estranei al punto di non elaborare subito di essere, nuovamente, nella propria terra di origine….Io ho vissuto questa sensazione qualche mese fa camminando per le vie di Messina, ma il magone si è sciolto quando ho udito scivolare per le vie del centro questo canto: “Allalahjaaaa Allalajaaa Alallajaaaaaa”..Adesso ero certa di essere casa e la voce che intonava il canto glorioso era quella di Michele affettuosamente detto “u babbu”, tradotto lo scemo; sorrido e mi piace pensare , con egoismo, che solo la mia città annovera tra le sue creature un personaggio singolare come Michele e quando il buon Gesù gli restituirà le ali affinché torni alla schiera degli angeli bambini , a cui secondo me appartiene, Messina sarà più triste e silenziosa.
Michele è una di quelle persone che noi “normali” chiamiamo “ritardate”, secondo me è, semplicemente, una di quelle nobili creature a cui il buon Dio ha voluto concedere un grande dono: restare bambino, un eterno Peter Pan preservato da tristezza e pessimismo.
Non saprei dirvi l’età di Michele, in merito alla quale qualche settimana fa è scoppiata un’accesa e intensa disamina a colpi di numeri tra i soliti pensionati che prendono il solito bus delle 9.00.
Ricordo che durante il tragitto per giungere alla scuola elementare che frequentavo incontravo Michele o meglio, prima si udiva scorrere nel raggio di chilometri la sua voce baritonale, così forte che giuro sembra abbia ingoiato un megafono, e poi si vedevano comparire il suo sorriso fanciullo e i suoi occhi che per le folte ciglia, il coloro scuro e la dolcezza mi ricordano lo sguardo di animali come il lama , il cammello o la giraffa. Quando mia madre mi accompagnava a scuola era solita portare con noi anche mia sorella, che allora avrà avuto 3 o 4 anni, che allora aveva lunghi boccoli castani, raccolti in codine, che sommati al suo incarnato bianco – roseo, la facevano somigliare ad una bambola di porcellana; ogni qual volta Michele vedeva mia sorella già da lontano saltellava, chiudeva gli occhi in due fessure lucenti (le uniche rughe che Michele, nonostante credo abbia superato la sessantina, sono quelle di espressione dovute al sorriso agli angoli di occhi e bocca) e pronunziava una serie di parole che miste ai suoi sorrisi, divenivano incomprensibili e, arrivato accanto a lei, chiedeva a mia madre di poterle dare un bacino sulle guance e accarezzarle il viso, sul volto di Michele c’era la stessa innocente, imperturbabile gioia che ha un bambino quando incontra un altro bambino; puntualmente mia sorella si spaventava e mia madre tentennava a cedere alle richieste della gentile creatura, non perché temesse che potesse farle del male ma perché Michele , come fanno anche i bambini, era, e lo è ancora, solito cacciarsi le dita nel naso, le orecchie e in bocca….
Ricordo che una volta, frequentavo il liceo, ero sul bus che mi riportava a casa, c’era anche Michele, che quel giorno era particolarmente allegro, mi ha guardata con un espressione che sembrava voler dire:”Giochiamo bimba?” si è infilato il mignolo nell’orecchio e lo ha pulito sul mio giubbotto..Arrabbiarmi? No, sono arrossita perché i compagni di scuola mi sfottevano, ma ero “onorata” perché son convinta che lo abbia fatto perché in me ha riconosciuto “un’anima babba” come la sua…
Bellissimo è stato quando Michele si è presentato alle quattro del pomeriggio al distributore di carburante vicino casa mia ed ha chiesto che gli facessero il pieno di benzina mostrando una mano piena di monetine (allora circolava ancora la lira); è subito scoppiata una gioiosa ilarità tra gli operai del distributore quando Michele formulando la sua richiesta indicava, col solito sguardo sorridente, il mezzo da rifornire che iniziava da un cordino bianco, tenuto con orgoglio nel pugno chiuso, e finiva in un coloratissimo trenino realizzato con le costruzioni giganti…Il proprietario del distributore non ha potuto non cedere al mimare la richiesta….
Adesso incontro il nostro Michele sul bus delle 12 quando torno a casa da ufficio, ieri indossava un bel paio di jeans moderni di quelli larghi con le cuciture lungo la gamba, una polo rossa, sandali di pelle nera chiusi sul davanti e calzini di un bel tono di celeste e cappello con visiera blu, teneva in mano il suo porta obolo cilindrico di cartone dotato di due coperchi gialli circolari: uno all’inizio e uno alla fine del tubetto, in un’altra mano teneva un pezzo di carta di agenda con annotati i funerali del giorno, ad un signore che gli ha chiesto come fosse andata la giornata lavorativa lui, col solito sorriso fanciullo, ha risposto battendosi la tasca dei jeans che ha subito prodotto un tintinnio di abbondanti monetine.
Dovete sapere che Michele, nonostante percepisca una pensione dallo Stato e nonostante leggende metropolitane lo narrino proprietario di tre appartamenti, ha un suo lavoro che porta avanti con fanciullesca dignità ed impegno, forte del fatto di essere l’unico, in ogni senso, nella piazza a Messina: cantore di funerali; non c’è funerale che Michele, sempre secondo favole urbane, non abbia allietato col suo canto stonato. Spesso si improvvisa anche dispensatore di messe e benedizioni da bus al suo energico, sorridente grido : “ I soddi non ci dati e parrini, datimmilli a mia chi sugnu Micheli u babbu” (tradotto: “I soldi non dateli ai preti , dateli a me che sono Michele lo Scemo”). Una volta io e mia sorella , ferme in macchina al semaforo, siam state “vittime di una sua benedizione:Michele , sollevando la mano nel tipico gesto dei preti quando benedicono i fedeli, è arrivato a glorificarci giusto nel breve passaggio dal rosso al verde, e giusto in tempo per rispondergli: “Amen” ricambiando il suo sorriso e riprendendo, ormai protette da quella cappa di gioiosa innocenza, il nostro viaggio più serene.
Nemmeno Michele però è immune al pianto, l’ho visto piangere Michele con amarezza due volte: una dopo aver prestato la sua opera di cantore al funerale di una bimba di 8 anni, piangeva accorato e diceva: “Era picciridda, era ancora n’anciuleddu” tradotto. “Era piccina, era ancora un angelo” ed un’altra volta, mentre seduto sul bus, guardava la foto di sua mamma scomparsa da poco; in quella occasione si chiuse nel suo dolore e allontanò, dignitosamente, col gesto della mano chiunque si era avvicinato per consolarlo.
Ieri mentre il bus procedeva a rilento, frenato forse dall’attrito con la viscosa calura estiva ho visto Michele con una luce diversa in volto, l’ho visto allungare la mascella inferiore, serrare le labbra con gli angoli all’ingiù , i suoi occhi, che avevano un alone insolitamente vissuto e maturo, hanno gettato lo sguardo sugli occupanti del bus investendoli e inondandoli di sprezzo e incomprensione, sprezzo e incomprensione per noi “normali” viaggiatori del bus cupi e immusoniti, chiusi nei nostri sciocchi problemi, incapaci di regalare un sorriso senza avere niente in cambio..vedendo così Michele ho pensato
“Che non sia questa dolce creatura una costola dell’Arcangelo Michele venuto sulla terra a combattere il male a colpi di sorrisi e di allalaja?”
Buona giornata
P.s.
Il p.s. è una poesia scaturita questa mattina dopo aver visto questo quadro:
di Sandro Taliani
Stasera Dio bandisce
la lotteria delle miserie
quale anima sorteggerà
vestendo il guanto del Destino?
Distratti da gloria, veleno e potere
viviamo nella superficialità dell'attimo
come appannati pezzi di specchio
senza riflesso di luce propria
dimenticando che siam numeri
in mano al saggio gioco del cielo
category: Poediario - August 9, 2008 09:20 AM
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