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Alessio Brugnoli

Pubblicato da
Alessio Brugnoli
il 25 febbraio 2011

Furor Digitale

Quando scrivo di Digital Art, spesso mi viene da parafrasare una vecchia aria del Metastasio…

E’ la Digital Art
Come l’Araba Fenice
Che sia, ciascun lo dice
Cosa sia, nessun lo sa


Questo perché curatori e galleristi ormai non possono fare a meno di infilarla, anche a forza, nelle mostre che organizzano, per non apparire retrivi al nuovo e chiusi al mondo dell’Informatica e del Web.

Eppure, quando si tratta di discutere con loro sulle sue forme e sui suoi contenuti della Digital Art nel caso migliore, ci si trova davanti a silenzi imbarazzati, nel peggiore a definizioni del tipo

“Prendi una foto e ci giochi con Photoshop”

come se l’Arte Digitale fosse la parente povera e non degna di considerazione della Fotografia. Nella realtà, i due linguaggi estetici sono basati su concetti tra loro antitetici. Il principio base della Fotografia è la semplificazione: un’inquadratura, una scelta di luci ed ombre, è una selezione della complessità dello spazio. Uno scatto, tramite l’occhio e la tecnologica, seziona il Mondo, identificando ciò che l’Io ritiene essenziale, per interpretare se stesso e rispecchiarsi in ciò che lo circonda.

Paradossalmente, l’Arte Digitale è più vicina alla Pittura, poiché il suo fondamento è il costruire Mondi, partendo dalla materia bruta, nel caso specifico immagini semplici.

La Digital Art è lo specchio del nostro mondo e della sua complessità: come un fungo, le sue ife si insinuano in tutta la tradizione iconografica, rielaborandola e contaminandola con i linguaggi tratti dal quotidiano e dai nuovi media.

I frammenti del reale, combinati e rielaborati in modi nuovi e stranianti, generano suggestione, facendo intuire il filo segreto che unisce tutte le cose, fondendole in unità.

Tra gli interpreti più sensibili di questo linguaggio artistico spicca Dorian Rex, nata a Verbania nel 1982, la cui ricerca estetica è proprio basata sulla manipolazione di soggetti ed oggetti tra loro semanticamente indipendenti, uniti tra loro dal meccanismo che un secolo fa Marinetti aveva definito di «analogie senza fili», legami associativi tra due fatti o oggetti o concetti che chiari all’artista raramente lo sono all’osservatore, al quale è richiesto uno «sforzo immaginativo».

Dorian Rex, erede del surrealismo, nella sua attività creativa utilizza l’automatismo psichico, ossia quel processo che permette all’inconscio, quella parte di noi che emerge durante i sogni, di emergere anche nella veglia, associando libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori e scopi preordinati. E quando per prima è lei a stupirsi di quanto ottenuto, soddisfando il suo furor, la sua febbre di esprimersi, l’opera è compiuta

Questo processo, però, non è figlio di un superficiale e barocco desiderio estetico: nelle sue opere Dorian Rex affronta le principali questioni del nostro essere uomini. La Morte, la Rivelazione, la Profezia, la Redenzione: ogni sua elaborazione si interroga su questi temi.

Confrontarsi con una sua opera, è scrutare i nostri oscuri abissi: gli istinti incerti e primordiali che ci guidano, i nostri sforzi, tanto eroici quanto fallimentari, di incatenarli e sublimarli, il nostro ruolo nel Tempo, con la nostra carne che diverrà terra, da cui nascerà altra vita.

Perché per lei valgono ancora ciò che una volta scrisse Breton

Trasformare il mondo, ha detto Marx, cambiare la vita, ha detto Rimbaud. Queste due parole d’ordine sono per noi una sola

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Alessio Brugnoli - 25/02/2011 - 14:31:12
E il mio primo articolo per il portale InArte

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