Tuesday May 8, 2007
VENTINOVE ANNI FA veniva ucciso, per mano delle BR, lo statista Aldo Moro.
Grande fu lo sdegno e la commozione! Grandi i titoli e lo spazio che i giornali diedero dell'assassinio.
Ma quella stessa alba, 1000 Km più a Sud, si levava sul "palcoscenico" di un altro
assassinio: sempre lo stesso stato (quello con la minuscola) che per mano della mafia
dilaniava il corpo di un giovane ancora sconosciuto a molti: Peppino Impastato.
Grande fu lo scoramento dei compagni e grande fu la campagna di dilaniazione dell'Idea
(oltre che del corpo pesatato a sangue) di Peppino: "... volle fare un attentato
terroristico ma ha inciampato ed è saltato in aria!"
Questa fu la voce che mandanti ed assassini fecero girare per il Paese. Questa fu la storia che piccoli inquirenti locali e Grandi Inquirenti dello Stato seguirono alla lettera, perseguitando, perquisendo ed interrogando compagni ed amici di Peppino. Questa fu la storia
che in quel lontano giorno, quasi tutti i quotidiani ripeterono tra lo spazio che il corpo di Moro si prendeva su quei fogli, ritagliandosi una piccola segnalazione.
Come se le documentate intimidazioni subite da Peppino, come se i pubblici comizi dove
sputtanava gli sporchi giochi di potere che permettevano ai pochi quello che leggi vietavano a tutti; come se l'impegno di lotta civile e di denuncia non fosse mai esistito!
Ma la famiglia e i compagni reagirono subito: non era terrorismo ma vittima di mafia!
E sempre lo stesso Stato, molti anni e molte battaglie dopo, levava le sue tende da quel diRoma per recarsi 1000Km a Sud, da quella madre ottantenne che con tanta forza di lottare ancora, accoglieva quella proclamazione ufficiale che ora tutti, anche in paese, sapevano:
lo Stato Italiano si scusa, si scusa e dichiara Peppino Impastato vittima della Mafia, e riconosce il depistaggio delle indagini come reato!!!
Sempre lo stesso Stato, in quella stessa Palermo post Mattarella e Dalla Chiesa e Falcone e Borsellino,pochi anni dopo, sentenziava e condannava in quel lontano carcere degli USA dove poi morirà, il mandante di tanto scempio.
Giustizia è fatta! O quasi: chi in quei 29 anni fa oscurò travolgendo la Verità per
perseguire un fine preconcetto, ha continuato a fare carriera.
Se questa storia si conclude quasi con Giustizia, quante storie simili si sono perse per strada. Quante madri non hanno visto lo Stato riconoscere il proprio torto! Quante mogli, quanti figli non hanno mai visto lo Stato accanto a loro. Quante vittime perché questa Sicilia risanasse le piaghe di una lebbra, emanazione di uno stato minuscolo e meschino.
Quante, perché lo Stato Italiano si accorgesse che la mafia non è i panni sporchi da lavarsi nel chiuso della propria Regione. Quanti morti perché tutti potessimo gridare senza paura, come Peppino che "la mafia è una montagna di merda!"
Nella foto l'ultimo comizio di Peppino del giorno prima.Veniva assassinato questa notte di 29 anni fa!
Lu tempu e la storia
Quanta strata,
quantu lacrimi
e quantu sangu ancora, cumpagnu.
La storia zappa a cintimitru
e l'omini hannu li pedi chiummu.
Nun parra l'amarizza
chi mi cummogghia lu cori stanotti,
nè lu scuru supra li muntagni,
ma lu silenziu
di seculi luntani.
E' la puisia
chi tocca lu pusu di la storia:
la vuci risuscitata di maiakovski,
lu chiantu di Hiroshima,
lu lamentu di Garcìa Lorca
fucilatu a lu muru.
Quannu ti pari c'arrivi,
sì a l'accuminzagghia, cumpagnu;
nun t'avviliri di chissu,
segiuta a svacantari
puzzi di duluri,
àvutri vrazza
doppu di tia e di mia virrannu.
A l'ingiustizia c'ammunzedda negghi
e nverni friddi
supra li carni di la terra,
ciusciacci lu focu di lo tu amuri.
Nun ti stancari di scippari spini,
di siminari a l'acqua e a lu ventu;
la storia nun meti a giugno,
nun vinnigna a ottuviru,
havi na sula staciuni:
lu tempu.
Nun t'avviliri, cumpagnu,
si nun ti sacciu diri
quannu lu suli
finisci di siccari
li chiai di la terra.
Ignazio Buttitta - a Carlo Levi
May 8, 2007 11:03 PM [edited: May 8, 2007 11:06 PM]
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Delia Dessì 06/06/2007 05:29 PM
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