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...ARTE E DINTORNI...

equilibriarte.org : Andrea Latina : blog : category: Racconti

LINDA

Anni addietro, imberbe ed ancora privo di nozioni geografiche e di vita, feci una delle scoperte più sensazionali della vita: il sesso! Vediamo adesso di ricostruire un po’ la storia… Un giorno, un mio amico di vecchia data mi venne a trovare a casa: "Francesco" mi disse "devo raccontarti cosa mi è successo ieri sera!" "Avanti, raccontami…" "Ho fatto l'amore con una ragazza, Carla." Ed io, con mirabile freddezza: "Ah, si, e come vi siete conosciuti?" "Ci siamo incontrati casualmente ad una festa di compleanno e poi… dopo un'oretta di conversazione ci siamo allontanati, ci siamo spogliati e abbiamo fatto l'amore in piedi, appoggiati ad un albero." Per qualche decina di minuti continuò a raccontarmi i particolari della storia, poi mi disse che doveva tornare a casa. Lo accompagnai alla porta e, dopo che uscì, la richiusi appoggiandomi ad essa. Restai così per qualche minuto, a riflettere. Andai in cucina, aprii il frigorifero e mi versai un bicchiere d'acqua fresca. Mi sedetti e, fissando il bicchiere colmo davanti a me, pensai a ciò che era successo ad Enzo. Non riuscivo a capacitarmi come ad una persona più giovane di me, anagraficamente parlando, succedesse qualcosa del genere, quando io ancora non avevo neanche assaporato un semplice bacio. Forse era da imputare all'incidente occorsomi qualche anno prima, dal quale ne ero uscito vivo per miracolo, che mi aveva fatto tagliare quasi tutti i ponti con il mondo. Le donne, che per diversi anni, non avevano mai rappresentato qualcosa di importante, erano entrate adesso prepotentemente nella mia vita. Qualche settimana dopo, in occasione della festa della donna, mi trovavo in discoteca e, in un momento di relax, vicino a me si sedette Linda, la migliore amica di Carla. Mi feci offrire una sigaretta e, pur nel frastuono della musica, ci mettemmo a discutere dell'ambiente che ci stava intorno. Mi domandò: "Ti piace questa musica?" "Non tanto." Risposi io. "Che cosa ascolti, allora?" "In questo periodo ascolto molto i Cure." "Bene, anche a me piacciono. Perché non facciamo una richiesta al dee-jay?" "Va bene!" Appoggiai la sigaretta sul portacenere e avvicinai un tovagliolo, sul quale scrivemmo il nome del gruppo, quindi ci alzammo e andammo verso la cabina del dee-jay. Sollevai Linda per la vita e lei si mise a sventolare il tovagliolo in direzione del figuro che manipolava piatti e mixer, ma non ricevemmo nessuna risposta… Mentre tornavamo al tavolo mi venne in mente il verso di una canzone degli Smiths, Panic, che si adattava perfettamente alla situazione: "Hang the blessed DJ". Ci sedemmo nuovamente al tavolo e Linda, con molto disappunto, mi disse: "Se fossi io la proprietaria di una discoteca, metterei tutt'altro tipo di musica e inviterei un sacco di belle persone…" Le scroccai un’altra sigaretta e, timidamente, le domandai: "Mi inviteresti?" E lei: "Saresti uno dei primi!". Mi sentii importante. Dopo un po’, si alzò, mi salutò e andò via… Qualche giorno dopo ci incontrammo con Enzo e venni a sapere che Linda gli aveva chiesto se io potessi prestarle qualche album dei Cure. Ne rimasi molto colpito, poiché Linda per me era qualcosa di irraggiungibile, una ragazza più grande di me per la quale anche una semplice amicizia mi avrebbe reso felicissimo. Figuriamoci, quindi, averci una storia! Una possibilità remota… fino al quel momento. Passai diverso tempo a pensare come contattarla, ma la mia naturale timidezza (o, per meglio dire, delicatezza) fece sì che il solo pensiero mi mise in un profondo stato di soggezione. Un giorno mi trovavo al parco con alcuni amici, a tracannare birra mista a qualche compressa di roipnol. La nostra tranquillità, però, durò poco. Eravamo stati circondati da una scolaresca rumorosa e rompiballe. I bambini erano accompagnati dagli insegnanti e da qualche genitore che non si curavano minimamente del fastidio che i piccoli diavoli potevano arrecare agli altri. Dopo qualche minuto di sopportazione studiai attentamente la situazione e, poco dopo, mi si presentò un’occasione per vendicarmi. Avevo adocchiato un bambino che cercava di salire su un albero e, poco lontano da lui, quella che probabilmente doveva essere sua madre. Facendo finta di non essermi accorto della presenza di lei mi rivolsi alla piccola peste: “Ehi, tu! Lo sai che non si sale sugli alberi? A casa non ti hanno insegnato l’educazione?” Con la coda dell’occhio seguivo le possibili reazioni della presunta madre… che non tardarono ad arrivare. Ferita nell’orgoglio si avvicinò al suo pargoletto e gli mollò un sonoro ceffone che fece ammutolire tutti gli altri bambini presenti. Mi misi a sghignazzare in silenzio. Tornato a casa, i miei ormoni sessuali presero il sopravvento e decisi di telefonarle… Andai a prendere l'elenco telefonico e lo sfogliai in cerca del suo nome, ma davanti mi si presentò una lista interminabili di cognomi uguali. Provai a telefonare al primo… occupato. Al secondo… suonava, ma non rispondeva nessuno. Al terzo, qualcuno sollevò la cornetta. "Pronto? Buongiorno, sono Francesco, c'è Linda?" "Si, Francesco, sono io." "Ciao, puoi venire a casa mia?" e riattaccai senza dare una spiegazione. Scesi in bagno e, ancora sotto effetto dell'alcool e dell'additivo, feci una doccia. Risalii in camera e aspettai che lei arrivasse. Dopo circa un quarto d'ora sentii suonare il campanello e andai ad aprirle. Mi trovò in boxer e maglietta con i capelli ancora gocciolanti, ma non me ne curai e la feci accomodare nella mia camera. Ci mettemmo a parlare di diversi argomenti e le feci vedere le cose che scrivevo e che disegnavo. "Mi piace il tuo mondo." Mi disse. "Anche a me piace il tuo." Le risposi. Si sdraiò sul letto, e io seguii la scena come una moviola. "Hai mai fatto l'amore con una ragazza?" "No, non ancora." Il mio imbarazzo era palese e lei lasciò cadere l'argomento. Dopo qualche altro minuto di silenzio, le diedi i dischi e andò via. Più tardi, dopo essermi ripreso, maledissi me stesso per l'occasione che mi ero lasciato sfuggire. Il suo intento era chiaro ed io ero stato un perfetto imbecille. La sera, come consuetudine, uscii di casa e mi diressi verso il parco, dove si ritrovava tutta la gente. Mi incontrai con degli amici, prendemmo delle birre e ci mettemmo a parlare. All'improvviso, qualcuno mi levò la bottiglia dalle mani: era lei, Linda. Se la portò alle labbra e, guardandomi, ne sorseggiò un po’. Tutto si svolse nel più totale silenzio. Mi prese per mano ed entrammo nel parco, rifugiandoci in uno dei recessi più oscuri. Si sedette su una panchina e mi fece cenno di sedermi sopra di lei. Restai così, fermo, per parecchi minuti, nel più profondo disagio. Mi disse che forse era meglio invertire le nostre rispettive posizioni, e così fece. Ora, di fronte a me, seduta sulle mie gambe, avevo quest'essere meraviglioso che tanto aveva sconvolto i miei fiocchetti di cromosomi adolescenziali. Mi si avvicinò con il viso e iniziò a strusciarlo contro il mio, poi fu la volta delle labbra, morbide come i petali di un fiore e, infine, le lingue… che iniziarono a dialogare in un linguaggio muto e ancestrale. Iniziammo a spogliarci lentamente e, man mano si andava avanti, i movimenti si facevano meno impacciati, più fluidi. Era tutto scritto nel Dna. Le accarezzai i seni, le toccai la punta dei capezzoli che, nel frattempo, le si erano inturgiditi e continuai a baciarla, lungamente e con dolcezza. Le sue mani esperte aprirono la porta dei sensi al mio corpo, che continuava a vibrare come un diapason, finché mi fece scivolare dentro di sé. La sensazione iniziale, di dolore, fu ben presto smorzata dalle infinite sfumature che il sesso di una donna riesce a comunicare. Forse è il desiderio incestuoso di ripercorrere le tappe fino all'utero materno alla ricerca del tepore amniotico, forse è la percezione che ha l'uomo del Paradiso, oppure di ciò che cerca il junkie quando si fa scorrere l'eroina dentro le vene. Dopo un po’ raggiungemmo l'orgasmo e in quel preciso momento capii cos'è il motore delle civiltà e il perché la razza umana si moltiplicherà giorno dopo giorno, senza fine. La terra stessa e tutto l'universo è un immenso utero che ci porta a sondarne le profondità più nascoste e inaccessibili alla ricerca del significato della vita. La scienza, la religione, la filosofia sono tutte puttanate. L'unica cosa che ha veramente importanza è il sesso… fatto con amore. Mentre eravamo ancora uniti, dal vialetto adiacente il posto che avevamo scelto, passò il guardiano del parco con l'automobile e, assorto in chissà quali pensieri, non fece caso a noi. "Francesco," fece lei "sai che già ti avevo notato oltre un anno fa, quando ad un concerto pogavate con Enzo…" "Vero?" le dissi. "Si, e quando ti sei appeso alla struttura che sorreggeva le luci, ci mancava poco che mi colpissi con un calcio." Ci mettemmo a ridere entrambi. Lo facemmo un'altra volta… poi ci rivestimmo e andammo via. Arrivato a casa, andai in camera mia e misi mano ai libri per ripassare gli argomenti che avrei dovuto presentare l'indomani agli esami. Ogni tanto avvicinavo le dita al naso per sentire il profumo del suo sesso, ancora presente sia nel mio corpo, sia nella mia mente. Mandai a cagare i libri e mi addormentai. L'indomani, durante l'interrogazione in lingue straniere, scoprii che l'unica lingua che aveva lasciato un segno indelebile era stata quella di Linda, il resto non aveva importanza…La successiva interrogazione, quella d'italiano, mi lasciò inebetito di fronte alla prof che, come se avesse capito che qualcosa non andava, mi invitò ad andare fuori a prendere un po’ d'aria. Uscii dalla classe e, a piccoli passi, attraversai il corridoio per arrivare finalmente al cortile che, con il verde degli alberi, avrebbe dovuto farmi rilassare. Accesi una sigaretta e aspirai una boccata di fumo. Mi sentii chiamare. Era la voce di Linda che, in quel preciso momento, si trovava a transitare da quelle parti: "Ciao, Francesco, come vanno gli esami?" "Benissimo!" le risposi, con tono ironico. "Stupendo, ci vediamo stasera, allora." Ci salutammo e rientrai in classe, ancora più sconvolto di prima. Tuttavia, completai gli esami senza problemi. La sera mi incontrai con Linda, Enzo e Carla. Andammo in un bar e ordinammo delle tequila bum bum. Discutemmo dello svolgimento dei miei esami e di come passare il resto della serata. Altro giro di tequila. Linda mi appariva più bella del giorno prima, con i capelli raccolti in una lunga treccia e il vestitino blu notte. Prima di andarcene via prendemmo dell'altra tequila. Salimmo nella fiat 500 di Linda e ci dirigemmo verso il parco. Attraversammo una strada piena di detriti per lavori di manutenzione e ci divertimmo un sacco, tra sgommate e sbandate a destra e sinistra. Dopo un po’ arrivammo al parco ma, nella confusione generata dalle tre dosi di tequila, durante una marcia indietro, l'automobile andò a finire sopra un'altra. Scendemmo, Io ed Enzo, per controllare i danni e vedemmo parte del cofano ammaccata. La sistemammo a pugni. Il parco era già chiuso, quindi scavalcammo il muro di cinta e ci dirigemmo verso un prato, al cui centro stava un piazzetta rotonda, dove ci sistemammo. Ci spogliammo e iniziammo a fare l'amore, a pochi passi di distanza gli uni dagli altri. Alle luci dell'alba, rincasammo. La mattina, dopo gli eccessi della sera appena trascorsa, mi alzai abbastanza frastornato e andai a presentarmi al primo giorno di lavoro, in un laboratorio di analisi cliniche. Il lavoro di per sé era abbastanza piacevole, dovevo inserire i dati di accettazione dei pazienti nel computer, pausa di circa un'ora e mezza, inserire i risultati delle analisi e farli stampare. L'unica rottura di palle erano i pazienti stessi che, molto spesso, si presentavano davanti in tre o quattro e pretendevano di essere seguiti contemporaneamente. Ma anche i dottori, con quell'accozzaglia di geroglifici che vedevo stampigliati nelle ricette e di cui, a fatica, riuscivo a decifrarne qualcuno. Dopo che la massa delle persone andò via arrivò una vecchietta solitaria che mi scambiò per chissà chi: ero con gli occhi puntati verso la tastiera, quando mi sentii chiamare dalla suddetta: "Signorina, mi scusi…" Alzai la testa: "Come? Signorina?" E la vecchietta, tentando di riprendersi: "Madonna! Mi scusi, Signora." Ed io: "Signora, guardi che sono un ragazzo. Capisco che ho il codino e l'orecchino ma, se osserva bene, ho anche una barba folta." La vecchietta non seppe come scusarsi. Durante la pausa, mi arrivò una telefonata di Linda: "Ciao, come va il primo giorno di lavoro?" "Mah, tutto bene, a parte qualche maleducato e qualche vecchietta un po’ rincoglionita." E le raccontai dell'episodio. Rise per un bel po’ di tempo. Decidemmo di vederci alla fine dell'orario di lavoro. Passai il resto della mattinata ad inserire dati nel computer… Azo 0,31… Gli 0,86… Sid 173… Got 19… Gpt 19…Bit… Bif … ecc. Alla fine, feci stampare il tutto. Verso l'una e mezza passò a prendermi lei e andammo in un posto isolato, vicino la strada panoramica. Fermammo la fiat 500 vicino ad un albero e, dopo aver ribaltato i sedili anteriori, ci trasferimmo sul divanetto posteriore. Iniziammo a fare l'amore in maniera selvaggia, sotto il sole a picco e, in breve, i nostri corpi si trasformarono in una massa liquefatta che scese lentamente dal divanetto al pavimento, fino a filtrare fuori dall'auto e infiltrarsi negli interstizi del terreno, inumidendolo e nutrendolo di sostanza organica. Il giorno dopo, sabato, ci organizzammo per fare un falò in spiaggia e, di primo pomeriggio, Io ed Enzo, andammo a fare compere al supermercato. Quando andammo a pagare, la cassiera, vedendo il carrello della spesa pieno di birra e superalcolici vari, ci guardò con occhio torvo. Non riusciva a collegare i nostri visi di angioletti al contenuto del carrello, anche sforzandosi. La sera ci radunammo in piazza e, dopo che arrivarono tutti, partimmo alla volta del mare. L'inizio della serata lo passammo a raccogliere piante secche e legni che servivano ad alimentare il falò. Eravamo un gruppo ben nutrito di circa quindici persone che si dividevano equamente i compiti per la riuscita del divertimento comune. Con Linda ci allontanammo qualche minuto per farle fare un giro panoramico sulle mie spalle e, non appena tornammo, trovammo tutti quanti disposti in circolo attorno al fuoco che ardeva e sprizzava scintille. Ci sedemmo anche noi e iniziammo a scolarci le prime bottiglie di birra. Chissà chi, aveva anche portato un bottiglione da cinque litri di whiskey. Qualcuno si alzò dal gruppo e si diresse verso una tenda che distava circa trenta metri da noi. Tornò qualche minuto dopo con due coppie di tedeschi che avevano accettato l'invito ad unirsi a noi. Facemmo rapidi saluti e li invitammo a sedersi. Rollammo quattro o cinque canne e iniziammo a farle girare, innaffiando il tutto con grandi bevute di birra e whiskey. I nostri discorsi si concentrarono sul significato dell’amicizia, sulla capacità di condividere le proprie esperienze con le altre persone per cercare di dare un significato alle nostre stesse esistenze, al nostro stare insieme. I tedeschi ci guardavano e annuivano… con loro il discorso era su un altro piano, più gestuale, basato sulle espressioni del viso e degli occhi. Il discorso andò scemando a poco a poco, si dissolse negli arabeschi tracciati dalla resina della marijuana. Con Linda ci alzammo e ci allontanammo per andare a fare un bagno. Ci spogliammo e lentamente il mare inghiottì i nostri corpi. Ci baciammo e ci accarezzammo lungamente prima di fare l'amore cullati dalle onde. Quando, alla fine, uscimmo dall'acqua e tornammo al circolo attorno al fuoco, notammo che tutto era cambiato: i tedeschi erano scomparsi insieme alla loro tenda (abbiamo saputo poi che qualcuno del gruppo, con maniere poco delicate, ci aveva provato con le ragazze teutoniche, che si erano alzate ed erano andate via imprecando) e il resto dei ragazzi, chi più chi meno, stava vomitando. Svuotai il resto della bottigliona di whiskey sulla sabbia per non lasciare che qualcuno si facesse ancora più male e misi la borsa di Linda a tracolla per evitare che, nel trambusto, si perdesse. Aiutai una persona a vomitare, ficcandole le dita in bocca, e la seguii anch’io subito dopo. Cercammo di raccogliere tutte le nostre cose e l'immondizia, spegnemmo il fuoco e andammo via. La serata non era finita nel migliore dei modi… L’indomani ricevetti una telefonata, era Linda. “Francesco, ma cos’è successo ieri sera?” “Perché?” risposi. “Stamattina ho trovato la mia borsa piena di vomito, cazzo!” Non seppi come scusarmi… sicuramente ero stato io a centrare il bersaglio la sera prima. “Fa niente, comunque… ne ho appena comprata un’altra.” “Okay,” dissi io “stasera che facciamo?” “Io e Carla abbiamo una sorpresa per te ed Enzo… passo a prenderti io, ciao.” Riattaccò. Il resto della giornata lo passai tra casa e il parco. La sera, passò a prendermi Linda. Ci salutammo e salii in auto. “Allora, cos’è questa sorpresa?” “Tu sei sempre così curioso! Aspetta e vedrai…” “Va bene, attenderò.” Dopo qualche chilometro arrivammo a casa di Carla. Scendemmo dall’auto e Linda aprì la porta. Salimmo le scale ed entrammo dentro. Trovammo Enzo che aspettava sul letto, in compagnia di un bicchiere di vino e dell’ottimo jazz. Mi sedetti accanto a lui e Linda si dileguò. “Enzo,” dissi io “che stanno combinando?” “Boh, ne so quanto te.” Mi avvicinò il suo bicchiere e ne sorseggiai un po’. “Ma sono normali tutte e due?” “No, sono molto peggio di noi.” E ridemmo. Prendemmo dell’altro vino e scambiammo le nostre opinioni riguardo la sera del falò… avevamo le lacrime agli occhi ormai per le risate. Sentimmo aprire la porta e la luce si spense. Linda si avvicinò a me e iniziò a spogliarmi… Carla penso fece lo stesso con Enzo. La sentii prendermi le braccia e passarmi qualcosa attorno ai polsi. “State tranquilli, stasera ci divertiremo…” dissero tutte e due con le voci leggermente sfalsate. Fece lo stesso con le caviglie. Enzo si rivolse a me: “Wow! Che bella sorpresa!” “Eh, già!” gli risposi. Ma la sorpresa non era quella. Dopo che fui impacchettato a dovere sentii il corpo di Linda sedersi e sdraiarsi sopra il mio. Ma la consistenza dei suoi seni era diversa e i capelli erano inequivocabilmente quelli di Carla! “Ehi, che succede qui?” feci io. “Già, che sorpresa è?” disse Enzo. Linda rise. “Zitto, sciocchino.” Mi fece eco Carla. E iniziò a lambirmi il collo per poi passare rapidamente ad invadermi la bocca con la sua lingua esperta e sensuale. Dall’altro lato del letto penso stesse accadendo qualcosa di molto simile ma non me ne curai. Ero diventato anche io complice. Prese il mio sesso tra le mani e lo fece scomparire dentro di sé con violenza. Mi sentii assalito da spasmi di voluttà incredibili. Mi liberò prima i piedi, poi le mani. La afferrai per i glutei con tutta la forza che avevo e la tirai verso di me ripetutamente. Carla era una bella donna e anche verso di lei provavo una forte attrazione. La musica jazz era cessata ma la stanza adesso era invasa da una sinfonia di gemiti e di sospiri, odore di sudore e di sesso. Ci aggrovigliammo tutta la notte… io, lei, Linda ed Enzo. Un continuo trascendere l’amicizia, l’amore, il sesso. Il giorno dopo telefonai ad Enzo: “Enzo, stanotte è stato magnifico! Non trovi?” “Uhm… si… certo… ma…” “Che hai? Qualcosa che non va?” “…France…” “Dimmi, ti ascolto…” “…oggi ho telefonato a Carla. Non c’era. E’ partita per l’Inghilterra…” “Ma scherzi? Dai, non farmi ridere!” “…France… non è tutto…” “Sentiamo, che altro c’è?” “…è partita anche Linda con lei…” “Vabbè… ci sentiamo più tardi magari… certi giochi di primo mattino lo sai che non mi piacciono…” “…ok… ciao Francesco.” “Ciao.” Appena misi giù il telefono rimasi un attimo a pensare al suo tono di voce… non mi piaceva. Lo conoscevo da troppo tempo, ormai.” Sollevai la cornetta e digitai il numero di Linda. Rispose sua madre. “Buongiorno signora, sono un amico di Linda. E’ in casa?” “No, è partita stamattina per l’Inghilterra.” “Per l’Inghilterra? A fare che?” “A lavorare lì, insieme alla sua amica Carla.” Misi giù il telefono, senza salutare. Di pomeriggio ci vedemmo con Enzo. Ci guardammo fissi e iniziammo a ridere. (scritto sempre una decina di anni fa)

NADIA

NADIA Un giorno, mentre percorrevo una via in automobile, da lontano intravidi due ragazze che passeggiavano. Più avanzavo, più la mia attenzione era calamitata dal grazioso culetto di una di loro. Era, con certezza, il più bel culo che avessi visto fino a quel momento, graziosamente incorniciato dal vestitino rosa attillato che la ragazza indossava. Anche il resto non era da meno: aveva un corpo minuto e longilineo, modellato finemente, come dalle mani di un raffinato scultore, e i capelli colore zenzero. Me ne innamorai all'istante e una voglia di possederla invase completamente il mio essere... ma come fare? Nello stesso istante in cui posi la domanda, distante una ventina di metri da loro, vidi una mia cugina e mi fermai per chiederle se volesse un passaggio osservando, nel frattempo, le due ragazze da vicino e cercare di trovare un modo, un qualcosa che mi permettesse di conoscerle. Aprii lo sportello: "Ciao, Lidia, vuoi un passaggio?" Lei esitò un attimo e poi: "Sì, ti ringrazio, ne avevo proprio bisogno." E, continuando: "Ah! Aspetta che faccio salire anche due mie amiche." Trasalii. Erano proprio loro le due amiche? Non potevo crederci! Nel lasso di tempo in cui turbinarono mille idee, salì la prima. "Ciao, io sono Laura." Ed io, ripresomi un po’: "Piacere, io sono Fulvio." Subito dopo fu la volta di lei, il mio piccolo angelo. Mentre saliva, una vampata di calore mi avvolse: nel tentativo di accomodarsi sul sedile posteriore, accanto alla sua amica, tra le gambe splendidamente tornite, fecero capolino delle mutandine chiare, in pizzo. Rimasi senza fiato, come paralizzato. Chissà quali bellezze vi si celavano dietro. Sollevai gli occhi, preso da un’irrefrenabile curiosità, e la guardai in viso. La sensazione che provai era indescrivibile, inenarrabile. Era bellissima, come una Dea. Lei, con gesto delicato, mi porse la sua minuscola mano ed io, quasi tremante, avvicinai la mia. "Io sono Nadia", mi disse. Non so cosa le risposi. I miei occhi erano rimasti irretiti dal languore dei suoi, così come il mio cuore. Mi girai, con il volto ancora inebetito, verso il parabrezza e riavviai l’automobile. Percorsi solamente qualche centinaio di metri, ma sembravano chilometri. Il tempo sembrava aver smesso di fluire. I miei pensieri erano in lei, tutto il resto non aveva più importanza. Improvvisamente davanti ad un bar, mi dissero di fermarmi e così, dopo rapidi saluti misti al ringraziamento per il passaggio, ci congedammo. Il ritorno al mondo reale fu così repentino che, seguendole con la coda dell’occhio mentre entravano nel locale, mi fiondai velocemente verso la casa di un mio amico. Non appena arrivai nei pressi dell’abitazione, scesi dall’auto e mi precipitai verso il citofono, suonando con insistenza. Dopo qualche secondo mi rispose lui. "Cristiano, scendi in fretta che ho una sorpresa da farti vedere." Aspettai in auto che scendesse e, nervosamente, controllavo sul quadrante dell’orologio i secondi che scorrevano impetuosi. Non appena scorsi la sua figura sull’uscio della porta, gli feci cenno di sbrigarsi. Salì in macchina e partimmo. Nel breve tratto di strada, in maniera confusa cercai di spiegargli cos’era successo e lui, nel suo solito stile, si mise a sogghignare. Fermai l’auto davanti al bar, scendemmo ed entrammo. Con sommo piacere notai che erano ancora là, anche se mancava mia cugina. Ci avvicinammo a loro e lei, non appena scorse la mia presenza, mi accolse con un sorriso, un po’ tenero, un po’ malizioso. "Come mai qui?" "Non so, volevo solamente scambiare quattro chiacchiere con te" le risposi. "Ah! Benissimo." Ordinai un bloody Mary. "E tu, Nadia, come mai ti trovi qua?" "Siamo in vacanza. Veniamo da Novara e Laura è qui per fare visita ai suoi genitori." Mentre si parlava, con gli occhi catturavo avidamente qualunque movimento delle sue dolci labbra, osservavo le lentiggini che le impreziosivano il piccolo naso e le gote; immaginavo di stringerla tra le mie braccia, di accarezzarle ogni più piccola parte del corpo, di scoprire ogni recesso del suo essere. Nadia, Nadia, Nadia! Con un pizzico di curiosità le domandai: "Ma a Novara cosa fate?" "Siamo insegnanti," mi rispose "io insegno inglese, Laura italiano." Cazzo, pensai, non le davo più di diciannove anni! In realtà, allora, quanti ne aveva? La mia curiosità rimase, purtroppo, inappagata; dopo qualche altro minuto di ordinaria conversazione, Cristiano ed io le salutammo e ce ne andammo. In macchina ci fissammo negli occhi e Cristiano annuì. Era proprio un bel culo! Quel giorno, a casa, mangiai poco. La mia mente era occupata dall’immagine di quella donna. Solo lei aveva importanza. Andai a letto, dovevo riflettere un pò. Dopo aver chiuso gli occhi, un mondo di riferimenti onirici mi avvolse: cieli che si gonfiarono di voluttà per poi sgonfiarsi e rigonfiarsi nuovamente; figure di corpi appena accennate che, sospinte da una brezza lieve e umida, danzarono, cantando l’estasi dei sensi, rapite da una musica misteriosa e sensuale; e, al centro, dopo che le tenebre allentarono la loro fredda morsa sulle colline, e la luce, spazzando via le gocce di rugiada che impreziosivano le case cineree, iniziò ad illuminare timidamente la città di marmo, avvolta dai veli dell’alba, da una carrozza scintillante d’oro e di seta scese una donna. Con passi simili a delicati consensi, si diresse verso un bambino che splendeva e gli domandò: "Cosa fai qui, immerso nella tua luce?" "Aspettavo te, Dea immortale…" il bambino rispose. Allora la donna lo prese per mano e, lasciando alle loro spalle il ricordo dei crimini del tempo, sorridendo lo portò via con sé. Era la Dea dell’Amore. Mi svegliai improvvisamente e, ancora ebbro di quel sogno, mi alzai. Mi convinsi che forse l’unica cosa che potessi veramente fare era di parlare con mia cugina. Andai a trovarla e fui accolto con la solita gentilezza che la distingueva. Mi fece accomodare nel salotto e lì iniziammo a parlare. "Lidia," dissi io "non trovo le parole per spiegarti quello che mi è successo ma… vorrei che tu mi dessi una mano, che mi parlassi di Nadia. Non so neppure quanti anni abbia!" Mia cugina, intuendo ciò che attraversava la mia mente, mi rispose: "Mi dispiace, Fulvio, ma lascia perdere Nadia. Ha ventisei anni, se lo vuoi sapere, e sta già insieme ad un uomo." Rimasi senza fiato. No, non potevo crederci. Ventisei anni! E, soprattutto non potevo accettare che ci fosse qualcun altro che la accarezzava, che possedeva il suo corpo. Fui preso da un’immensa gelosia e da un’indicibile tristezza. Quel salotto, che fino a qualche attimo prima traboccava di luce e di calore, diventò tetro e freddo. Avevo voglia di scappare via. "Fulvio," mi disse Lidia "domani puoi, comunque, accompagnare Nadia e Laura a fare un giro per il paese, se ti va." Col cazzo, pensai io. Figuriamoci, il giro turistico! "No, Lidia, grazie lo stesso. Vorrei approfittarne, invece, visto che Nadia insegna inglese, per farle leggere una poesia che ho scritto in quella lingua e, nell’eventualità ce ne fossero, di correggerne gli errori". Le lasciai il foglio e me ne andai. La sera, andai in un cinema, per cercare di distogliere i miei pensieri da lei. Mi sedetti verso le ultime file, lontano. Il pavimento era sporco di sputi e di mozziconi di sigarette. Davanti a me, nell’oscurità, da lì a poco sarebbe iniziato il vero, triste spettacolo: decine di anziani bavosi e con gli occhi annacquati, ubriachi delle fattezze di quei giovani corpi, che danzavano proiettati sullo schermo bianco, avrebbero mollemente tirato fuori i loro cazzi avvizziti dai pantaloni e iniziato una lotta furibonda contro gli stessi per fare uscire, stremati, gocce di stanco piacere a ricordo della loro passata felicità, o della loro grande tristezza (…). Mi alzai e mi diressi verso l’uscita. La serata era finita lì. Accesi una sigaretta e la fumai lentamente, fino a casa. L’indomani mi alzai un po’ stordito. Quella notte non avevo affatto dormito bene. Mi alzai in fretta e preparai la colazione. Dopo circa un’ora, andai a fare un giro in bicicletta. Una delle cose più fastidiose dell’estate è la miriade di moscerini e schifezze varie che si spiaccicano, come kamikaze, sui vestiti. Passò così un’altra ora, tra imprecazioni varie e pensieri, finché non vidi lei, Nadia. Camminava insieme a Laura lungo un viale alberato, che si estendeva per qualche centinaio di metri. Mi avvicinai. "Ciao Nadia, ciao Laura, fate il giro turistico?" "Si, Fulvio, stiamo girando per il paese ad ammirare l’architettura barocca. A proposito volevo ringraziarti per la poesia, è davvero molto bella, l’ho apprezzata molto." Alle sue parole risposi, naturalmente, con un sorriso, uno di quei grandi sorrisi da carta patinata. E lei, continuando, "Ti ho scritto una lettera, l’ho lasciata a casa di Lidia." La ringraziai e salutai entrambe, lasciando che continuassero il loro giro. Di pomeriggio andai da mia cugina, a ritirare la lettera. Avevo bisogno di un posto tranquillo dove poter leggere con tranquillità, così posteggiai nell’ampio spazio adiacente la villa comunale. Aprii la busta. Dentro, ripiegati con cura, c’erano due fogli di carta colore rosa scuro, abbastanza spessi. Iniziai a leggere. Erano scritti in inglese: "Era un caldo, caldo giorno di luglio… Dolce Fulvio, mi sono svegliata nel bel mezzo della notte. Avevo deciso di non risponderti. Ma non potevo. Le tue parole mi hanno messa in agitazione. La forza dei tuoi sentimenti mi ha toccata dentro, profondamente. Io sono te. Sento quello che senti tu. Hai risvegliato la parte adolescente di me stessa, quella che aspetta sempre l’arrivo di un nuovo amore. Sei una profonda, delicata, forte piccola anima. Così piena di forza. Riesco ad immaginare l’incendio che senti dentro. La tua poesia è magica. Le parole fluiscono facilmente fuori dalla tua immaginazione. Una doccia dorata, un fresco ruscello di montagna. Tu possiedi entusiasmo, sincerità, spontaneità. Questo è il tuo potere. Non lasciare che la tua forza si perda tra la quotidianità e la tristezza. Rifletti e, soprattutto, purifica i sensi, senti, gusta, ascolta la musica della vita. Con amore. In mezzo ai profumi di questa ‘estate indiana’, osserva questo languido paesaggio. Non senti quest’odore di felicità nell’aria? Non riescono a rallegrarti la vita o l’amore? Hai mai letto Dylan Thomas, William Blake, John Keats, Gibran, Tagore, Allen Ginsberg, Virginia Woolf? Hai mai ascoltato le canzoni di Billie Holiday? Loro sono grandi cantori della vita. Ascolta le loro canzoni con i tuoi amici. Non ti ho ancora risposto, vero? Tu stai aspettando qualcos’altro. Ascolta, non cercarmi. Se noi ci dovessimo rincontrare, ci incontreremo come abbiamo fatto questa mattina. Io non sono l’unica che ha il potere di risvegliare e scuotere la tua anima. Tutte le donne possono. Tu hai apprezzato solamente la piccola goccia di essenza femminile che ho emanato. Se ti piaccio io, puoi amare tutte le donne. Amale allora, amale allora veramente e in maniera gentile. Dimentica ogni cosa e lasciati sciogliere nei loro corpi. Cerca la verità e la felicità nei loro occhi. Sii te stesso, indipendente. Non lasciare che le altre persone interferiscano con la tua vita e le tue scelte. Sii un ribelle contro questo mondo infelice senza amore. Qualcosa di grande ti sta per accadere. Presto. Non senti qualcosa di selvaggio nell’aria? La tua bocca, occhi, orecchie sono aperti e attenti. Aspetta. Nessuna rabbia. Nessuna tristezza. Abbi fede e apri il tuo cuore. E tutto il corpo. Mi hai fatto un grande regalo. L’emozione e il piacere hanno liberato la mia mente dall’ansia. Siamo amici per sempre e teniamo questo piccolo segreto in fondo alle nostre anime. Amore, Nadia Non smettere di studiare e scrivere. Sei davvero molto bravo. Ciao, Nadia P.S. Ho tenuto la tua poesia. Hai un’altra copia? Spero di si." La rilessi per ben due volte. Ero felicissimo che mi avesse scritto. Nel contenuto c’era, però, qualcosa che non andava: diceva tanto e, allo stesso tempo, niente. Nei giorni seguenti, armato di una grande volontà, cercai di sezionare, di studiare, di leggere con estrema attenzione ogni più piccola cosa si potesse celare tra le righe di quella lettera. Avevo l’impressione che anche lei mi cercasse, che avesse voglia di me anche se, probabilmente, l’idea le suscitava forse un certo timore. E non poteva essere diversamente: aveva un uomo che l’amava, un lavoro e una vita altrove e, di conseguenza, non poteva permettersi di rischiare tutto per un diciannovenne. Ma non riuscivo a capire comunque. Nadia mi sembrava una persona molto estroversa, libera, disinibita. Non penso che un’avventura estiva potesse procurarle questo grande turbamento. Ma allora cosa stava accadendo realmente? Si stava forse innamorando di me e ne aveva paura? Si, forse era questa la risposta, la più plausibile, almeno. Decisi di telefonarle. Il luogo dove lei villeggiava distava una trentina di chilometri e dunque ricorsi nuovamente a mia cugina per farmi dare il numero telefonico della casa dei genitori di Laura. L’indomani le telefonai. Mi rispose la madre di Laura: "Pronto?" "Buongiorno signora, cerco Nadia, è in casa? Sono un amico." "Si, attenda un attimo che gliela passo." "La ringrazio per la gentilezza, arrivederci." "Arrivederci a lei." E posò la cornetta accanto al telefono. Passarono circa trenta secondi prima che lei rispondesse. "Pronto?" disse lei con voce di velluto e piena di curiosità. "Ciao Nadia, sono Fulvio, come stai?" "Fulvio! Che piacere sentirti, una vera sorpresa! Stai bene?" "Io si," risposi "tu, invece?" "Beh, oggi sono andata a mare e mi sono divertita tantissimo. L’acqua era molto calda e ho passato la maggior parte del tempo tra le onde." Cercai di immaginare il suo corpo senza vestiti addosso, accarezzato dai flutti del mare e dai raggi solari. Che invidia! "Niente, volevo solamente dirti che ho apprezzato molto la tua lettera e che mi piacerebbe rivederti per discorrere un po’ con te." "Davvero?" fece lei "Anche a me piacerebbe rivederti." "Ottimo. Se per te va bene, ci potremmo vedere domani." le risposi "Va bene, ci vediamo domani sotto le arcate comunali intorno alle quindici." "Okay, Nadia, a domani. Ti saluto" "Grazie per la telefonata, ciao." Riattaccammo entrambi. La sera, impaziente per il giorno dopo, uscii con gli amici. Passammo la ‘tipica’ serata estiva tra pub e bar, bevendo ogni tipo di bevanda alcolica ci capitasse a tiro. Si beveva e si scherzava, fino a quando arrivavamo a berci anche il cervello. Alla fine della serata, come al solito, rientravamo a casa barcollanti. Iniziava così la complessa cerimonia della svestizione: prima la maglietta; poi, le scarpe; infine, tra difficili prove di equilibrismo –in cui a volte si finiva stramazzati a terra- andavano via anche i pantaloni. Finalmente mi potevo sdraiare sul letto, pronto a combattere contro l’insopportabile calura estiva e l’incessante ronzio di qualche zanzara. Quella notte, complice l’alcool, riuscii tuttavia a dormire bene. L’indomani mi svegliai alle prime luci dell’alba, frastornato. Decisi di riaddormentarmi. Intorno a mezzogiorno mi risvegliai e mi alzai. Mi vestii lentamente e andai a mangiare. Mancavano circa due ore all’appuntamento con Nadia e Laura: cosa fare nel frattempo? Continuai la lettura de ‘L’isola’ di Aldous Huxley, un libro allucinante e allucinato, che avevo interrotto da quando avevo conosciuto lei. Dopo circa un’ora e mezza di lettura, mi avviai verso il luogo prescelto. Aspettai qualche decina di minuti, nei pressi delle arcate comunali, il loro arrivo. Finalmente, da dietro una colonna, fece capolino un volto conosciuto: era lei. Indossava una camicetta di seta color pesca e dei pantaloncini da ciclista neri. Le accolsi in maniera molto calorosa e le invitai a prendere qualcosa al bar. Io e Laura consumammo in loco. Nadia, invece, volle consumare il suo drink fuori, per strada. Alla fine, aprì la borsetta e vi ripose il bicchiere. Si giustificò dicendo che voleva serbare un ricordo di quella giornata. Le donne (…). Proposi di andare a casa mia, per far vedere loro la mia ben nutrita biblioteca. Accettarono con piacere. Durante il tragitto facemmo discorsi un po’ banali, di quelli che solitamente si fanno per far passare il tempo. Dopo aver percorso qualche centinaio di metri arrivammo a casa e le feci entrare; salimmo le scale che portavano alla mia stanza, al secondo piano, e le feci accomodare. Rimasero sorprese dal disordine che regnava lì dentro: libri, fogli di carta e riviste sparse tutt’intorno. (Mi domando sempre in che termini si parla d’ordine e di disordine. Cosa si cela dietro la parola ordine? E la parola disordine? Ho sempre pensato che l’ordine non è altro che un disordine razionale; il disordine è, invece, un ordine irrazionale.) Dopo l’iniziale spiazzamento, le due rimasero affascinate dall’incredibile quantità di libri che tappezzavano, interamente, le pareti della stanza e ogni più piccolo interstizio disponibile. Erano disposti ordinatamente per autore e cronologia; e l’assortimento era quanto di più eterogeneo si potesse immaginare: Baudelaire, Nietzsche, Kafka, Goethe, Wilde, Marx, Freud, Shopenhauer, Bukowski, Rimbaud, Verlaine, Pasolini, Poe, Sartre, Kerouac, Strindberg, Lovecraft, Kierkegaard, Miller, Joyce, Brecht, Apollinaire, -il già citato- Huxley e decine di altri autori. Leggere, rappresentava il cibo per la mia mente e il mio spirito e non potevo assolutamente farne a meno. Discutemmo di letteratura per un bel po’, specialmente con Laura, e sottoposi alla loro attenzione le poesie che avevo scritto negli anni precedenti. Furono molto apprezzate. Fu lì che Nadia estrasse due libri dalla borsetta e me li porse. Un regalo, disse. Il primo, di Carlo M.Cipolla, ‘Allegro, ma non troppo’; il secondo, di Anais Nin, ‘A spy in the house of love’, in edizione inglese. Ricambiai il suo regalo con un libro di poesie del cantante dei Doors, Jim Morrison, che a lei piacevano molto. Fummo entrambi soddisfatti dei reciproci regali. Laura, nel frattempo, ci comunicò l’intenzione di volere andare a fare, da sola, una visita alle chiese che si trovavano lì intorno. Si trattava, certamente, di un’abile mossa che aveva architettato per lasciarci soli. La ringraziai in silenzio. La accompagnai alla porta e le augurai una buona passeggiata. Risalii in fretta nella stanza dove Nadia aspettava e la trovai seduta sul mio letto che leggeva. Mi avvicinai e sedetti alla sua sinistra. Per circa venti minuti restammo in totale silenzio, interrotto di tanto in tanto da qualche fugace sguardo. Era un silenzio greve, denso, nervoso. Stava per accadere qualcosa. In quel tripudio di emozioni, mi decisi di parlarle: "Non possiamo permetterci di lasciar perdere tutto, lo sai bene." Ma lei continuava nel suo ostinato silenzio e i suoi occhi, in breve, si inumidirono e lasciarono scorrere delle perle, giù per le gote, che al loro passaggio sembrava lasciassero solchi profondi. Di fronte a ciò che stava accadendo, rimasi sconcertato: una bella donna il cui viso viene attraversato da lacrime acquista sempre, agli occhi di colui che la contempla, un grande fascino, una grande potenza. Provai anche un grande senso di pena: stava soffrendo! Con gesto gentile provai ad accarezzarle il capo, dolcemente, ma non provocai in lei nessuna reazione. Le dissi allora che avevo voglia di baciarla. Non ebbi nemmeno tempo di rendermi conto di cosa stesse accadendo che mi trovai sdraiato sul letto, spinto dal corpo di lei come da una forza sovrumana; sembrava essere posseduta da qualche oscuro demone che avevo risvegliato con quelle parole. Il braccio sinistro mi era rimasto intrappolato, dolorante, sotto la schiena, ma non riuscii a pronunciare nemmeno una sillaba: le sue labbra si erano saldate alle mie e le nostre lingue avevano iniziato a rincorrersi, ad intrecciarsi, a giocare in maniera frenetica e voluttuosa, fino allo spasimo. Finalmente riuscii a liberarmi il braccio sinistro e, sebbene ancora dolorante, le strinsi i glutei con decisione e la spinsi verso di me. Le sbottonai la camicetta di seta e il reggiseno: aveva i seni piccoli, ma splendidamente modellati. Li accarezzai entrambi con le mani e ci giocai così per un po’; li sfiorai con le labbra, con la lingua, con gli occhi. Ci guardammo e ridemmo scioccamente, come due ragazzini. Ci baciammo di nuovo. La sua bocca era fresca, profumata d’amore. Le accarezzai il sesso, attraverso i pantaloncini da ciclista che ne seguivano il profilo e –come se si trattasse di una zona inesplorata- con le dita cercai di delinearne i contorni geografici. Iniziammo a simulare un amplesso; i nostri corpi erano come fusi l’uno con l’altro, anche se i nostri sessi, con i vestiti addosso, non riuscivano a toccarsi, non potevano toccarsi. Per una buona mezz’ora continuammo così, lei seduta sopra di me, a muoverci incessantemente, con i vestiti che strusciavano l'uno contro l’altro. Infine, il rumore di una porta, che si aprì per poi richiudersi, ci interruppe nel nostro falso amplesso. Io mi alzai dal letto; lei rimase seduta per un po’, con gli occhi ancora illanguiditi dall’amore. Dopo qualche minuto uscimmo, alla ricerca di Laura, e la incontrammo che passeggiava lungo il corso principale; feci visitare loro le strade del paese, con tutte le bellezze architettoniche del Settecento che vi si celavano, e che loro non avevano avuto modo di visitare nel giro precedente; percorremmo il dedalo di strette viuzze alla ricerca –dove una volta si trovava il borgo medievale- dei resti del castello normanno, dimora dei ‘baroni’ del luogo, che venne distrutto dal terremoto del 1693. Alla fine le accompagnai a casa loro. Durante il viaggio, mentre io guidavo, Nadia mi scrisse un messaggio su un piccolo foglio di carta e me lo porse: "Vieni stanotte a casa di Laura e chiamami, io dormo in terrazza." Le avvicinai una mano alle gambe e la accarezzai, ma non appena cercai di accarezzarla un po’ più su, lei mi allontanò bruscamente la mano. Mi scrisse un altro biglietto: "Tesoro mio, stai tranquillo… ci vedremo. Aspettami come io ti aspetto. Sarà più bello." Rinunciai. Dopo circa venti minuti, arrivati a casa di Laura, ci lasciammo e tornai indietro. Arrivato a casa, dopo un po’, squillò il telefono. Era Cristiano. "Ciao Fulvio, hai preparato lo zaino per domani?" "Lo zaino? Domani?" "Ma si, domani dobbiamo partire. L’hai forse dimenticato?" "Cazzo, la vacanza! Nadia mi ha fatto dimenticare tutto." "Nadia? Ma non è la tipa del bar che mi hai fatto vedere qualche giorno fa?" "Si, proprio lei. Poi ti spiego." Ci salutammo e riattaccammo. Con Cristiano, qualche settimana prima, avevamo progettato di passare un po’ di giorni a mare, in campeggio, in qualche posto non frequentato. Avevamo bisogno, come soliti fare, di allontanarci da tutto e da tutti; di liberarci di quello scialbo guscio, che la squallida realtà quotidiana sembrava ci avesse creato attorno. Un bisogno interiore di tracciare l’architettura di una nuova dimensione esistenziale: selvaggia, pura, contemplativa. Un luogo mentale scevro da ogni falsa lusinga che il mondo (in)civilizzato ci offriva giornalmente. (La funzione della società è di inquadrarci e indottrinarci al conformismo: tutto ciò che diverge da esso, viene etichettato come diverso e nocivo e quindi degno di esecrazione. La scuola, il suo strumento preferito, insegna l’obbedienza ed il rispetto, ma verso cosa? Le uniche cose che ha saputo imporci sono state il conformismo, la grettezza , la morale e la religione: censora vitae.) In quei giorni, però, l’arrivo inatteso di Nadia fece sì che quasi scordassi il giorno previsto per la partenza. Il resto della serata -in attesa dell’appuntamento notturno con Nadia- la passai insieme agli amici, nella discoteca all’aperto di un villaggio turistico. Mentre danzavamo selvaggiamente, col sudore che sprizzava da ogni poro della pelle, con la coda dell’occhio seguivo i lenti e flessuosi movimenti delle ragazze; nei loro succinti abiti esprimevano tutta la loro bellezza, messa ancor più in evidenza dall’aspetto ambrato che l’abbronzatura dava alla pelle. Il mio corpo vibrava d’amore ma, tuttavia, ero tranquillo: più tardi avrei appagato quel desiderio mancato nel pomeriggio passato con Nadia e avremmo fatto l’amore tutta la notte, sotto il cielo stellato. Io e lei. Continuai a danzare fino a quando sopraggiunse la stanchezza. Andai a sedere al piccolo chiosco vicino la discoteca e presi una birra alla spina che mandai giù tutta d’un fiato. Nel frattempo arrivò qualcun altro e prendemmo altra birra; accendemmo le sigarette per riempire lo spazio tra un sorso e l’altro. Infine, quando il gruppo fu al completo, qualcuno rollò una canna e la fece passare. Restammo lì, a chiacchierare per circa un’ora. Verso mezzanotte, decisi di andare via. Tornato in paese, mentre percorrevo una curva a tavoletta, persi il controllo dell’automobile. Distrussi altre due auto, la vacanza e l’appuntamento notturno con Nadia. L’indomani, telefonai a Cristiano. "Pronto? Ciao, Cristiano." "Ciao, Fulvio, a che ora passi?" "Non posso passare, ieri sera ho avuto un incidente." Gli raccontai ciò che era successo. Passai tutta la mattina a casa, a riflettere. Di pomeriggio mi telefonò Nadia. Le raccontai dell’accaduto e mi scusai. Ci saremmo visti, comunque, l’indomani mattina. Il resto della giornata lo trascorsi dentro, a leggere e ad ascoltare musica. Il giorno seguente, andai ad aspettarla alla fermata dell’autobus. Arrivò dopo una decina di minuti, scese e mi venne incontro salutandomi, ma solo in maniera verbale. Andammo a fare colazione in un bar e, davanti ai cappuccini, parlammo dell’incidente di due sere prima. Mi tempestò di domande, con un tono di rimprovero; tuttavia, il fatto che non avessi riportato ferite la rasserenò. Dopo un po’ le domandai il perché di quel saluto così freddo, senza colore. Mi scrisse un bigliettino e me lo porse. Sopra, con scrittura minuta e in inchiostro rosso, aveva scritto: "Non posso avvicinarmi perché, altrimenti, ti prendo qui." Cercando di non dare eccessivo peso alle parole che avevo letto, insistetti affinché mi desse una spiegazione. Ritirò il biglietto e vi aggiunse qualcos’altro. Me lo porse nuovamente. Sotto la frase precedente, vi era scritto: "Non posso assolutamente, perché e da troppo tempo che ti aspetto." Non c’era bisogno di aggiungere altro. Pagammo e uscimmo. Il vero problema, adesso, era dove andare: eravamo senza mezzo di trasporto e a casa c’erano i miei vecchi; di mattina, poi, occultarsi era davvero un’impresa. Pensammo, così, di incamminarci verso la zona archeologica dove, nel 664-665 a.C., i corinzi siracusani –settant’anni dopo la fondazione di Siracusa- avevano edificato Akrai, la loro prima colonia. Arrivammo, dopo aver percorso una rapida salita, quasi senza fiato. Nadia, quasi subito, rimase rapita dalla bellezza del piccolo teatro greco e ci dirigemmo verso esso; salimmo nella parte alta, da dove ebbe modo di ammirare l’Etna, il cuore pulsante dell'isola, che si stagliava imponente all’orizzonte. Tra le scalinate si apriva una stretta galleria che portava al Bouleuterion –il luogo dove nell’antichità si riuniva il senato- e vi entrammo. Nella semioscurità del cunicolo, la afferrai da dietro e la avvicinai a me. Passammo qualche minuto così, a baciarci con violenza e a stringere i nostri corpi, in una sfrenata lussuria che, in quell’atmosfera millenaria, riecheggiava grandi feste dionisiache, colori e suoni che ci avvolgevano in un caldo abbraccio. Eravamo consapevoli, però, che quel posto non poteva offrirci nessuna garanzia; una visita improvvisa di un custode troppo curioso, infatti, ci avrebbe messo in una situazione alquanto imbarazzante. Decidemmo di andarcene verso la ‘strada panoramica’, che si snodava lungo il perimetro della zona archeologica. Camminando, passammo accanto all’Aphrodision, il tempio di Afrodite; ci avrebbe protetto, la Dea dell’amore? Ci guardammo e sorridemmo. Poco distante, dalla roccia che cadeva a strapiombo, si poteva vedere tutta la vallata circostante; guardando in basso, invece, si scorgevano due collinette gemelle, le ‘mammelle di Lamia’ che, nella tradizione popolare, era un mostro femminile dall’aspetto ripugnante che divorava bambini. Continuammo a camminare, diretti verso la ‘Grotta di Senebardo’: un’ampia grotta bizantina scavata nella roccia; fu lì che, abbastanza lontano dalla strada, trovammo un luogo tranquillo, isolato. Ci fermammo. I nostri sensi erano, ormai, al culmine della tensione. Il posto non era certo un salotto, pieno di pietre ed arbusti come si presentava, ma non potevamo fare altrimenti. Ci aspettavamo da troppo tempo. Mi svestii e mi sdraiai a terra, seguendo con la massima attenzione i lenti e regolari movimenti con cui lei denudava la propria bellezza; di fronte a me, il suo corpo statuario si ergeva maestosamente, al pari delle più belle cattedrali gotiche e, davanti a quella splendida visione rimasi inerme, estasiato. Si inginocchiò sopra di me, guardandomi, e , con le mani appoggiate al mio torace, iniziò a muoversi; il suo sesso accarezzò il mio, prima dolcemente, poi –con l’aumentare del piacere- il movimento diventò frenetico, violento ma, tuttavia, non bastò ad eccitarmi: ero troppo nervoso, scomodo e infastidito dal luogo. Lei, nel frattempo, resasi conto della situazione, cercò di minimizzare. Mi accarezzò il viso, le labbra per qualche minuto e disse di non preoccuparmi. Fece scivolare, silenziosamente, il suo corpo sulle mie gambe e avvicinò le labbra al mio sesso che prontamente si destò. Iniziò a giocarci, come una bimba indispettita, fino a quando soddisfò il mio piacere. Io, purtroppo, non riuscii a soddisfare il suo. Ad Afrodite, evidentemente, quel giorno erano venute le mestruazioni! Ci rivestimmo e ci incamminammo verso casa. Malgrado tutto, eravamo contenti; quell’incidente non dipendeva da nessuno. La situazione era avversa ad entrambi. Arrivati a casa, ci sedemmo e mia madre preparò da mangiare. A tavola i nostri sguardi si incrociarono parecchie volte, facendo attenzione, però, a non fare capire niente ai miei vecchi. Alla fine dell’abbondante pasto ci trasferimmo di sopra, in camera mia. Cercai di scusarmi per la cattiva giornata, ma lei si arrabbiò; disse che tutto era da imputare alla totale mancanza di tranquillità. Le diedi ragione. Ci sedemmo sul letto, abbracciati, e ci baciammo a lungo. Lo scambio di effusioni durò per un po’, fino a quando sentimmo qualcuno salire per le scale; rapidamente ci sedemmo in maniera composta, aumentando la distanza tra noi. Era mia madre. Entrò e disse: "Fulvio, stiamo andando fuori paese. Mi raccomando." Poi, voltandosi verso Nadia: "Signorina, la prego di scusarci, abbiamo un appuntamento con un dottore." E lei, cercando di dissimulare un sorriso: "Si figuri, signora, Fulvio è di ottima compagnia…" Mia madre salutò e scese le scale. Con Nadia ci guardammo negli occhi e qualche pensiero impuro ci attraversò l’anima: era arrivato il momento inaspettato, la sorpresa della giornata! Aspettammo, cautamente, che la macchina partisse e iniziammo a spogliarci. Quando finii di levarmi gli abiti di dosso, mi voltai verso il letto; lei stava lì, distesa, con il corpo che ardeva d’amore e le gambe dischiuse, con la passerina vogliosa di accogliermi. Mi chinai verso di lei e iniziai a baciarla: dapprima il collo, poi i seni –che baciai lungamente- quindi, lentamente, iniziai la discesa lasciva. Ogni più piccola parte del corpo potesse farla sussultare, fu toccata dalle mie labbra, lambita con doverosa minuzia. Le baciai le gambe, le caviglie, il dorso dei piedi. Il suo scuro cespuglio di rovi giaceva lì, tra le cosce inumidite di desiderio, che aspettava ancora, impaziente, il mio arrivo; le mie dita, avide di segreti, vi si insinuarono impertinenti e ne sondarono i segreti più reconditi e preziosi. Poi, avvicinai il mio viso al suo sesso –dalla essenza tanto inebriante da rendere misere le più nobili fragranze- e restituii lei il piacere che mi aveva donato nella piccola alcova, tra le pietre e gli arbusti. Venne, tra miagolii e sussulti, e il suo corpo diventò liquido. Dopo qualche minuto mi avvicinai a lei e lasciai che il suo sesso assorbisse il mio, con veemenza. Le sue gambe, strette violentemente contro la mia schiena, mi costrinsero a seguire il profilo del suo corpo. Ci saldammo permanentemente l’uno con l’altro: diventammo una massa di pelle, muscoli ed ossa che si contorceva e mutava forma, incessantemente. Le sue unghie penetrarono più volte nella mia schiena; i nostri gemiti riempirono la stanza, ne impregnarono i muri in profondità. Continuammo così, con le membra gonfie e doloranti per il prolungato sforzo, per quasi tre ore. Alla fine, nel parossismo dell’orgasmo, il suo corpo si tese –come un arco pronto a scoccare una freccia- e si sollevò, trascinando pure il mio; mi inondò di dolce ambrosia e io la seguii subito dopo, invadendo il suo corpo di bianca voluttà che ne imperlò, come gocce di rugiada, anche il pube. Restammo lì, abbracciati, per parecchio tempo. Fissai il soffitto. Che chiavata! Dopo che ci alzammo, andammo a fare la doccia insieme. Era già tardi, e la notte iniziava lentamente a calare il sipario. Ci vestimmo e dissi che sarei andato da qualche amico a farmi prestare una macchina per accompagnarla, ma lei rifiutò: sarebbe andata via a passaggi. Non ci fu verso di convincerla, e così la accompagnai all’uscita del paese. Ci salutammo e mi trasferii poco lontano, in modo da controllare quello che accadeva. Si fermò una macchina. Era una donna. Nadia salì e, poco dopo, l’automobile scomparve nelle tenebre. Tornai a casa. Ci vedemmo qualche giorno dopo per l’ultima volta, poi partì… ed io, tornai alle mie usuali pratiche onanistiche… 1997 (circa)


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