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Marciscono i fiori: vieni, è ora di cambiare il vaso

Le donne di Klimt e il viola di Innocenzo

equilibriarte.org : Domenico de Musso : blog

A mia madre

Quando nacqui, uscii fuori
tutto giallo, mi hai detto,
perché tardavo a nascere
(sono nato con due giorni di ritardo)
e dentro di te, ventenne ebbra di vita, ho ingerito placenta,
pezzi di noi;
e così mi bendarono,
mi hai raccontato ancora,
e mi esposero alla potente luce di una lampada,
che mi avrebbe liberato, evaporandoli,
dai velenosi effetti di quell’equivoco pasto.

Ancora oggi,
quando sento di nascere,
alzo lo sguardo
alla mia luna di itterizia.

(Mimmo de Musso)

Debole raccontino in versi, di colore nero

Sentii una voce.
Un flebile sussurro, in verità, ma in tutto simile ad una voce umana,
da qualche parte nell’oscurità attorno a me.
Poi, di nuovo, svenni. Nuovamente sveglio,
avvertii confusi rumori, frammenti di
affaccendamenti ammassati, di
un rimestar di destini, di
schiocchi di imperativi perentori impastati dal caldo. Il caldo, anche.
E, ancora, venni meno.
La prima spada di luce
dopo non ricordavo più quanto tempo
ferì il mio occhio ancora protetto dalla palpebra.
Non osai aprirlo.
Volli parlare: avevo le labbra serrate.
Volli schermarmi dal raggio: avevo i polsi indissolubili dalla schiena.
Tutto quello che il mio corpo riuscì a compiere
in quel pretenzioso accanimento
fu una sorta di sbuffo nasale.
A quel punto una sommessa risata traballò con la luce.
Poi, il bagliore svanì. Ma lì presso di me potevo scorgere dei respiri.
Un lezzo di marcio arrivava alle mie narici.
Dopodiché, più nulla.
Quando rinvenni, la testa mi pulsava ferocemente.
Ero debole, debolissimo, franto da una stanchezza
che sembrava durare da prima che fui nato.
Sulla guancia destra percepivo il contatto
di una superficie scabrosa.
Il buio,
lo sentivo trapanarmi le orecchie.
Non sapevo più
se tenevo gli occhi chiusi o aperti.
Cercavo di ricordare
qualcosa, anche
il benché minimo scorcio di tempo,
anche il più recente, ma nulla.
Per quanto mi sforzassi di
mettere insieme un ragionamento,
elementare che fosse, non ci
riuscivo.
All’improvviso, captai
qualcosa
che aveva tutta l’aria
di essere un passo.
Lì, a un braccio da me,
qualcuno aveva camminato.
Mugolai. Ancora disteso su di un lato.
Pronto al peggio.
Realizzai che, forse,
un pazzo mi aveva rapito
per un qualche motivo. E stava per ammazzarmi,
forse proprio in quel momento. Sentii
le mie palpebre serrarsi.

Apro gli occhi. Non
ci sei. Non ci sarai.
Il buio, lo sento trapanarmi il cuore.

(Mimmo de Musso)

Ad un nostro viaggio in Tunisia

Ti abito,
casba specchiata di blu e Magreb,
affacciata alle tue ciglia d’imposte cerulee,
crudele come l’albo assolato è crudele alle begonie assetate
e fucsia,
amore.

(Mimmo de Musso)

Impressioni di un quarto d'ora

La sigaretta lussuriosa tra
le mie dita,
il suo prepuzio di cenere.
Le colline, lontananze:
collage di blu e grigi.
Le luci, le case,
note di uno spartito elettrico.
I fari delle auto, occhi di puma,
fuochi fatui a
velocità
sostenute.

La sera è il vento
che aspetta te
insieme a me, e titilla
le cosce agli alberi.
Sotto il cono del lampione color periferia
io sono
la puttana della poesia,
la puttanamiseria
che sbotta sputacchiosa
dai denti
del poetucolo.

Un quarto d’ora è passato,
il tempo di due cazzi fumosi,
un attimo di spleen,
mentre i tuoi sortilegi
faticano a saltar fuori
dal cilindro
magico
di quest’angolo di strada.

Perso
nel semibuio e
nel mio taccuino pieno di notte.

(Mimmo de Musso)


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