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Oltre Gomorra

Vi segnalo la pubblicazione sul sito Oltregomorra

staging.oltregomorra.com/

della mia opera "Gomorra"

staging.oltregomorra.com [...] 34/148/163



il sito è ancora in elaborazione (NdR)

ArtVerona

myartistic.blogspot.com/ [...] tml#comments

vedi anche mio post precedente

Arslife

Leggo l'editoriale e Paolo Manazza mi pubblica il commento allo stesso.

www.arslife.com/paginali [...] riale_28_10_2008.htm

La Spiritualità della Merce (non siete obbligati a leggerlo tutto)

Leggendo il buon libro di La Valle “ Se questo è un Dio”, in uno dei primi capitoli l’autore affronta il problema della spiritualità nella storia dell’umanità e ne evidenzia il fatto che proprio nell’ultimo secolo l’argomento spiritualità ha ricevuto un notevole calo di attenzione, sostituito dalla filosofia del consumo, molto più pragmatica e superficiale. Queste riflessioni mi hanno spinto a scrivere quanto segue, proponendo significati, “derive” del termine e nondimeno un’ipotesi tanto fantastica quanto suggestiva di ritorno della spiritualità all’interno dei sistemi economici ormai consolidati.

[...]
Non si tratta quindi di concepire la parola “spirituale” come categorica di eventi o stati iperumani. Troppe volte si è legato questo termine a pratiche religiose immaginando l’essenza del fuori Vita, dell’altrove, come rappresentabile solo ed unicamente con esso, lo spirito, e racchiudendo in esso ogni interrogativo e quindi ogni risposta irrisolta a tali domande epocali.

In sostanza, lo spirito e la spiritualità non sono, o non lo sono sempre, prodotti finiti di un’entità superiore o esterna o laterale ma possono essere concepiti come la predisposizione umana ad accogliere quegli atteggiamenti che elevano il vivere da mera funzione animale a prodotto dell’intelletto umano.

Esistono vari tipi di spiritualità, ed uno di essi è proprio la capacità di svolgere un compito con la coscienza di dover fare il massimo e nella maniera migliore.
C’è chi chiama questa proprietà: etica. Chi deontologia. Ma entrambi questi termini sono connaturati a “sistemi sociali” e non alla natura stessa del “fare”.
Esistono etiche diverse a seconda delle culture. Esistono deontologie diverse a seconda dei regolamenti e delle professioni. A parità di azione.
Esistono perciò strutture sociali, e non per questo disprezzabili o limitate, che regolano lo svolgimento delle nostre azioni e ne determinano la qualità del risultato.

No.

Esiste altro, e questo “altro” è la spiritualità. La capacità insita in ciascuno di noi, più o meno nascosta, più o meno ricercata, di dare una valenza superiore a ciò che facciamo. Superiore al mero significato materiale di ciò che abbiamo prodotto.
E’ una capacità intrinseca dell’Uomo e non dettata dalle contingenze culturali. E’ una qualità, indubbiamente, e lo è universale.

Potremmo arrivare a ipotizzare “spiritualità” anche negli alieni, nonché in ogni individuo cosciente dell’Universo. Il risultato non cambierebbe rispetto al nostro: ognuno di noi o di loro avrebbe dato un “senso” più compiuto al proprio agire, il senso di appartenenza ad una armonia (energia?) universale dalla quale proveniamo ed alla quale ritorneremo.

Non parlo di un’aldilà cristiano in particolare.

Parlo di un altrove perfettamente ignoto nelle sue forme ma sufficientemente allettante per le sue attese.
La spiritualità nelle azioni (e quindi nei prodotti di esse) può allora pensarsi come la continuità che lega la nostra esistenza umana tra il non essere ancora ed il non esserlo più. Una forma di energia immota che ci pervade nonostante i tanti tentativi di laicizzazione dei comportamenti o ancora peggio, di impoverimento dei significati degli stessi.
Una forma di energia propria anche dei grandi rivoluzionari atei ed agnostici. Un implicita affermazione, quindi un ossimoro, di esistenza di un’entità (energia o altro) differente dallo stato umano, proprio in coloro che con enorme spirito dedicato hanno professato l’opposto, l’ateismo, la laicità, l’inesistenza, l’umano o la morte di Dio.

Ed ogni sforzo, ogni massima energia profusa nell’affermare la negazione di uno spirito come refuso inspiegabile dell’esistenza umanizzata, ogni briciola di quello sforzo componeva invece il concetto ben chiaro di spiritualità nell’agire, ovvero la piena partecipazione di se stessi oltre ogni quantità misurabile di “prodotto” (intellettuale o no).
Non è sbagliato quindi, nell’ottica di quanto scritto, pensare di affermare che personaggi perfettamente agnostici o completamente anticlericali come Marx, Hegel, Nietzsche, per non parlare di Stalin, Hitler, Mao, che qualche danno alla storia lo hanno fatto, nel loro agire hanno profuso una loro spiritualità, certamente perversa, certamente preda di masse inconsapevoli e di momenti particolari, ma non una mera applicazione della propria esistenza allo scorrere quotidiano delle cose e delle azioni.

La spiritualità, se vista nelle conseguenze sulla Vita, conseguenze che trovano il loro filtro nella mente umana e nella follia di questa mente, non sempre ha mostrato il proprio valore positivo, ma la crisalide umana attraverso la quale è costretta a manifestarsi corrompe spesso l’energia che la pervade e le conseguenze sono quelle prima citate.
Se invece interpretata come massimo tentativo dell’Uomo di emanciparsi dallo stato animale da cui proviene non può che esistere come evento positivo.
La Società poi ha fatto sì, specialmente al giorno d’oggi, che certe fughe, ironicamente “spirituali”, di personaggi della storia, non possano più accadere.
Ci rimane un mondo abbastanza vivibile nel quale oggi saremmo veramente liberi di manifestare le nostre qualità e quindi la “spiritualità” dell’agire ma… è proprio in questo mondo nuovo che avviene il più grande decadimento di concezione spirituale delle proprie azioni.

E’ proprio in questo mondo “civile” e civilizzato che per la prima volta nella Storia dell’umanità, l’uomo, divenuto cittadino, spogliatosi quindi di ogni caratteristica naturale per rivestirsi di qualità sociale, l’uomo del diritto e del dovere, rivolge altrove (un altrove ben chiaro però) la propria attenzione e la rende tremendamente particolare, soggett-iva, oggetto-dipendente, negandosi ogni profondità ed ogni mistero di continuità della propria esistenza in nome di un’attualizzazione degli eventi, una vera e propria superficialità dell’agire finalizzata a comporre il circuito produttivo cui è asservito.

“Molto più, quindi, che il marxismo ed il conseguente comunismo (tra l’altro sconfessato nella sua caducità dallo stesso Mato Tse Tung nel 1956) sulla “caduta della spiritualità” ha pesato il consumismo della civiltà delle merci.” Dice La Valle. E non potremmo dargli torto.
In una società asservita allo scambio di merci, in cui ogni scambio però avviene solo tra chi può permetterselo ed il cui fine ultimo è quello di scambiare quanta più merce in quanti più scambi possibili, in questa società post-tutto non è più pensabile di recuperare una spiritualità del vivere in luogo della tirannia del consumo.

Occorre perciò che la spiritualità torni a pervadere quei campi del quotidiano oggi perfettamente laici o agnostici. Ma non per uno spirito di conquista missionario, non per una necessità egemonica legata ad una religione specifica, bensì per una evidente carenza di motivazioni specifiche che ogni mancanza di spiritualità comporta nelle azioni della vita.
Si deve altresì prendere atto che la struttura economica del mondo intero è fondamentalmente la stessa e si basa sull’equazione merce = profitto, nella quale la produzione di merce è l’unica opportunità di emancipazione tra le categorie sociali che compongono il vissuto.
In tale civiltà delle merci, la spiritualità non serve. Il processo produttivo è pressoché meccanico o comunque lo sviluppo, la filiera si direbbe, del prodotto ha caratteristiche altamente ripetitive e prive di ogni necessità di apporto ulteriore di energia che non siano le materie prime stesse (tra cui l’intelletto). Insomma, una monotona ripetizione dello stesso schema (materie prime, manifattura, distribuzione, mercato) nella quale proprio la meccanicità del processo fa sì che ove avvengano turbative in uno qualunque dei momenti della catena, questo si propaghi inevitabilmente sugli altri senza possibilità di fuga.
La meccanicità è ovviamente la negazione della spiritualità. Ma dovendo purtroppo, o per fortuna, ragionare in questo tipo di società economica, all’interno del sistema “merce”, quale argomento di studio può allora essere più diffuso se non la merce stessa?

Se allora il processo di creazione di ogni merce porta con sé una dose di spiritualità (etica, ecologica, di scopo, di ispirazione, creativa), ogni scambio di merce favorirà lo scambio di spiritualità, in essa integrata.
E questo può arricchire, anche inconsapevolmente, lo spirito del consumatore quanto provare a modificare parzialmente l’eticità del mercato.
E’ bello, allora, arrivare a parlare di “spiritualità della merce” e non perché abbia qualcosa a che fare con una religione, ma perché derivata dall’applicazione dello spirito dell’uomo, nelle sue più alte accezioni, al prodotto delle sue azioni, tra cui la merce.

In questo senso ad esempio, l’artigianato di qualità non nasce come merce di scambio tout court, ma ha il fine principale di soddisfare lo spirito, perché esso stesso vive dell’elevazione delle qualità necessarie al suo nutrimento.
Ogni relazione di questo tipo è uno scambio anche spirituale e l’uomo, il consumatore nella fattispecie, non può che accrescersene.
E’ quindi possibile ridisegnare un sistema così meccanicistico come quello produttivo-consumistico in termini di coscienza spirituale del prodotto-merce?
E’ possibile che l’energia “trasversale” che pervade ogni esistenza, riesca a traslarsi pur nell’agire perfettamente agnostico di un processo meccanico?
E’ ipotizzabile che la riscoperta di una spiritualità dell’agire porti di conseguenza ad una spiritualità della merce rendendo meno arido il lavorare del tempo odierno?
E’ quindi lecito pensare che l’applicazione di un modo di fare “spirituale” in ciascuna delle nostre azioni abbia un qualche legame con l’Energia Universale che ci contiene e che questo comporti solo riflessi positivi sia nella fattura del prodotto che nella vita commerciale dello stesso?
Possiamo credere che il prodotto dell’Uomo non sia solo un aggregato di molecole ma porti con sé la coscienza “spirituale” di chi vi ha lavorato in ogni fase?

A queste (ed altre) domande, l’Uomo post-tutto e Nuovo Rinascimentale ha il dovere di rispondere se vuole tornare a riacquisire il ruolo di creatura pensante piuttosto che produttiva, sensibile piuttosto che acquisibile, spirituale piuttosto che commerciale.


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