events calendar: Orazio D'Emanuele
La materia del Caos oltre il paesaggio a cura di Nicolò D'Alessandro Testimonianze di Piero Carbone, Giovanni Compagnino, Giuseppina Radice, Antonio Vitale.
Palermo:
Il Giardino delle Muse via G. da Verrazzano, 10 → Google™ Maps
Sunday November 18, 2007 - Saturday December 15, 2007
curated by: Nicolò D'Alessandro
La materia del Caos oltre il paesaggio
a cura di Nicolò D'Alessandro
Che D’Emanuele evolva il suo discorso narrativo lungo direzioni lontane da un modulo tradizionale, ancorato a suggestioni di impianto naturalistico, è definitivamente chiarito sin da certe opere del 2000 nelle quali già è possibile verificare l’abbandono di un certo modo di concepire la pittura, con un controllo grammaticale ed espressivo più intenso e sicuro. Affidandosi definitivamente ad una pittura del fare che ascolta le seduzioni della materia, ma senza abbandonarvisi del tutto.
Nulla è statico nell’opera di Orazio D’Emanuele. Non è estranea la materia del caos, la materia dell’anarchia, la materia dell’aria, la materia della leggerezza. Luminosità improvvise, rarefazioni portano, insite sulla ruvidezza dei fogli di cellulosa, le tracce rappresentate della natura stravolta e dei suoi frammenti: ne avverti il nitore dell’aria, la luce rappresa nell’opacità della carta, ne avverti, soprattutto, il fortissimo rapporto quasi viscerale con la terra, con la fiorente vegetazione. Tutto ciò avviene attraverso una pittura “intimista” connotata da un senso compositivo equilibrato che a tratti si innamora del vuoto del bianco e del vigore del nero, a volte da campiture attraversate da zone quasi monocrome. É il colore che agisce, depauperato, ridotto quasi a monocromo: ieri nei bianchi luminosi, oggi nei neri sottrattivi della luce. Questi lucori, ottenuti da D’Emanuele, stupefatti d’aria e di acque, le acquoree distese del mare etneo dominate dalle variazioni di blu, dal cobalto all’azzurro, dal ciano al violetto, passando per tutte le docili e leggere variegature del celeste, sembrano riandare, nella maturità, a certa pittura analitica degli anni Settanta in Italia. Ed il tempo raccontato, descritto, è impresso definitivamente nelle stratificazioni delle carte a mano, umide di colore, ordinatamente distese una sull’altra, per raccontare. Ed è così che nelle sue grandi costruzioni coloristiche, la pittura diviene più essenziale; afferma un’idea di spazialità veloce, di accelerazione.
LA CURIOSITÀ PER LA MATERIA, NELLA STAGIONE ATTUALE
Negli ultimi anni, facendo propria la carica espressiva di un Vlaminck per il quale la pittura istintiva è un atto quasi fisico, una necessità vitale, Orazio D’Emanuele, in una continua ricerca tecnica e stilistica, esprimendosi in numerosi cicli pittorici a volte ripresi e rimeditati, a distanza di decenni, lavora più frequentemente sulle grandi dimensioni, prendendo sempre più le distanze dalle iniziali prove figurative e successivamente espressioniste (Kandinskijane), rivolgendosi ad un uso più mentale ed allusivo. Pratica, come avviene in quasi tutta la ricerca contemporanea della post avanguardia, la verità leonardesca della “pittura cosa mentale”.
Le sue composizioni non hanno ormai da molto tempo un centro e lo spazio prospettico tradizionale e la memoria di esso è stata completamente azzerata. Attinge, pertanto, dal dettaglio per condurci in un gioco rappresentativo tra la superfice del quadro (lo spazio) e la dimensione inventata e fluttuante del frammento (la pittura). Ogni elemento diventa così il centro e l’occhio può osservare l’opera in ogni direzione. Tenta di dare visibilità alla realtà immaginata. E diventa, la sua pittura, ‘memoria e territorio’ di allusioni coloristiche e simboli, in definitiva natura inventata. Un sistema rappresentativo che spazia disinvolto tra costruzioni di sintesi ed allusioni, tra il microcosmo e il macrocosmo, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Ed è come se ci volesse narrare, quasi in un atteggiamento di contenuta religiosità e di attesa, non già della “ricerca” di un senso logico della pittura ma di un silenzio interiorizzato e reso comunicante che trascende il senso. Vive con convinta partecipazione, il senso della nostalgia e dell’attesa.
D’Emanuele modula, tra toni e tonalità, una superfice di atmosfere sfruttando con perizia i ritmi dell’evanescenza, dell’inconsistenza del colore, dell’inafferrabile, dell’ineffabile delle tonalità accennate.
A volte il colore, nel suo quadro, è l’assoluto protagonista, altre volte è il suo esatto contrario. Come se cercasse l’espressione più credibile e pertinente della verità rappresentabile. Mi riferisco soprattutto ad alcune esperienze di quadri neri o bleu intensissimi quasi rinunciatari della luce, portate sino alle estreme conseguenze, che riaffermano comunque il principio condiviso che l’estetica della pittura nasce dalla pittura stessa. E dunque dai suoi quadri la luce, lo spazio, il silenzio, il colore, il mistero, tutto concorre a significare, dal profondo, l’ordine nuovo che movimenta le immagini in una mitizzazione del simbolo, aggiungendosi come voce e speranza al significato del vivere e all’inquietudine dell’esistenza quotidiana. Lo spazio dipinto può essere soltanto quello d’una apertura sul tetto di un casolare in rovina, ricostruita giorno dopo giorno a Carrubba, luogo molto amato dal pittore, costruzione immersa nella campagna, vicino a Riposto dove si scorge uno squarcio di cielo tra i grandi alberi; o quello d’una stanza chiusa ed ombrosa della stalla restaurata e trasformata in una cucina con il camino e il fumo alle pareti, di un muro corroso dalle sue muffe o i penduli garofani d’aria dell’Etna che fanno l’amore con i limoni, i cespugli di lavanda, il rosmarino ed il vento che restituisce nelle sue tele con un leggero ondulare di segni.
Immerso nel suo silenzio interiore coltivato in questo luogo esemplare, può così condursi verso una dimensione magicamente lirica, l’estensione determinata da una visione ben strutturata e da una riflessione che lo sprona ad intessere questo personale atteggiamento naturalistico.
La curiosità per la materia, nella stagione attuale del pittore, è rivolta alla lava, elemento per lui consueto e naturale, alla sabbia finemente macinata e mescolata ad un legante che diventa struttura dell’immagine, forma portante e percezione tattile. Mi ritrovo allora di fronte a superfici cariche di colore affidate alla mutevolezza della materia caotica ed informe delle sabbie.
Nei lavori di maggiore formato l’artista diventa essenziale, quasi austero ed assorto, rinuncia in parte alla sua collaudata gestualità, a quell’universo dei segni conosciuto, delegato ad una scrittura graffita ed impercettibile, non fondamentale e punta ad una nuova definizione plastica, mentale, trasparente e improbabile, di continue terrose trasparenze tonali dagli esiti imprevedibili nelle prossime opere a venire. Si avverte, in queste ultime ricerche, dove esplicita l’ansia della scoperta, lo stupore di un nuovo risultato, la distanza che l’artista postula fra sé e una cultura d’immagine post-informale. Ed è questo quanto traspare nei suoi ultimi lavori: una ricerca pittorica che trae alimento dalla sconfinata passione per la natura ma che inventa ulteriori spazi, su retrostanti piani sfondati, che agisce sottotraccia negli impasti leggeri di idee e segni, di pensieri e aerei cromatismi. Dipinge, insomma, ancora la natura che si fa coscienza, desiderio, grido di liberazione ma continua a raccontare avventure e silenzi che sentiamo vivere dentro la nostra memoria più nascosta.
Imprevedibili percorsi di riflessioni coloristiche moltiplicano, amplificano inedite energie maturate negli anni. Ed il gesto libero, frutto di pensieri più rarefatti appare come definitivamene svincolato delle trascorse stagioni ed esperienze, diviene più controllato e più maturo, se non più problematico.
Molto recentemente discutevamo di degrado, dei problemi che rendono sempre più precaria e problematica la nostra esistenza. Mi diceva D’Emanuele che questi argomenti vorrebbe affrontarli in nuove tematiche pittoriche. Vorrebbe contribuire al dibattito con il suo mestiere di pittore. Vorrebbe raccontarlo, il degrado, attraverso elementi figurativi emblematici del nostro tempo: muri screpolati, case fatiscenti, opere pubbliche abbandonate o mai terminate, monumenti imbrattati dai writers.
Con queste esigenze d’impegno civile evoca, inconsciamente, ai miei occhi, le ombre come problemi irrisolti che si annidano negli angoli bui della notte nelle campagne di Carrubba e sogna, come salvezza, l’estensione del cielo dalla finestra in alto, dove la luce della luna irrompe per frantumarne la compattezza e che l’artista sapientemente sfuma sulla tela come il contorno di un ricordo.
A Carrubba, straordinario luogo di riflessione, nel suo nuovo studio, immerso in uno smisurato limoneto dove, discreti e vigili, vegetano i misteriosi e bellissimi garofani d’aria, piante senza radici sospese con cordicelle ai rami degli alberi, c’è un altro grande quadro in lavorazione. Orazio ha costruito prima il telaio, come abitualmente fa, ha steso la tela a trama larga, l’ha preparata opportunamente con il gesso acrilico. La grande composizione, quasi uno scenario desertico di sabbie e sassi, un’archeologia immaginaria dai significati sfuggenti ed allusivi, la rappresentazione dell’eterno divenire, sarà pronta puntualmente per la sua mostra personale nell’accogliente e prestigioso complesso Guglielmo II di Monreale.
(Testo tratto dalla monografia: La materia del Caos oltre il paesaggio
Orazio D'Emanuele, Angelo Mazzotta Editore, Castelvetrano Selinunte, 2007)
Event reported by Nicolò D'Alessandro


