events calendar: Bruno Maran - City of the war
Mostar Sarajevo Srebrenica... solo alcune delle tappe toccate da Bruno Maran nel suo reportage
Trieste:
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Wednesday October 17, 2007 - Friday November 16, 2007
Mostar Sarajevo Srebrenica (di Bruno Maran)
Sono le tre tappe del cammino della rievocazione che si percorre a dieci anni dalla fine del più terribile conflitto combattuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.
Appena si arriva a Mostar si percepisce che la guerra è come fosse appena terminata e, oltre ai 10.000 morti, gli inutili scontri interetnici hanno sancito solo la definitiva divisione della città in due parti: i croati da una parte della Neretva, i mussulmani dall’altra. Ciò che nella notte risalta, oltre al povero Stari Most ricostruito, ma senza più la sua anima secolare, è la battaglia, tra campanili e minareti, per la palma della più alta costruzione, oltre all’incombente croce illuminata che, dalle colline dove le artiglierie sparavano sulla città, sovrasta ora la città, a ribadire che siamo in un’Erzegovina a sovranità limitata.
Non diverso è l’ingresso in Sarajevo, quando, percorrendo la tristemente nota ”Sniper Alley”, risaltano i palazzi allegramente ricostruiti con abbondanza di vetri e la sagoma incombente e funerea del Palazzo del Governo: carcassa completamente svuotata, troppo costoso l’abbattimento, troppo devastata per essere rimessa in uso.
L’impatto con questo immenso rudere e con altri evidenti tracce dell’assedio sono forti, compensato solo in parte dalla vivacità della Baščaršija, lo storico quartiere dei commerci, vigilato dai minareti e dalle moschee eleganti, perfettamente restaurate.
Ma Sarajevo è vita che non ha mai voluto fermarsi, nemmeno nei momenti più duri; è monito che ancora una volta si è ferocemente sparato e ucciso in Europa e, dopo i massacri nazisti, ancora una volta si sono perseguitati popoli per la loro religione o per la loro appartenenza etnica. Siamo nella Gerusalemme d’Europa dove moschee, chiese e sinagoghe quasi si toccano tra loro. Ma Sarajevo sono gli immensi bianchi cimiteri, angoscianti per la ripetizione delle date di morte, incombenti ovunque, oggi inseriti nella vita quotidiana della città, ieri estremo momento di negazione della convivenza tra i popoli, simbolo di un’aggressione feroce e indiscriminata che non rispettava nemmeno i morti.
Ma Sarajevo è la sua gente, meravigliosa, che ha saputo riprendere a vivere dopo essere morta ogni giorno per mille giorni.
Il cammino della rievocazione esce da Sarajevo e, guardando la Miliačka dalle acque scure, va verso le foreste di Pale, l’auto-nominata capitale di un’auto-nominata repubblica serba di Bosnia, da dove i registi del massacro bosniaco dirigevano le loro sequenze di morte: alla fine l’unico risultato evidente sono le scritte oggi solo in cirillico.
Ma la via crucis nella Bosnia del 2005 comprende ancora una tappa difficile. Dopo aver percorso paesaggi montani, pinete immacolate, pascoli verdi e mandrie allo stato brado, ad un tratto le case distrutte si intensificano e sulla strada compare un’indicazione che da sola rappresenta il più grande massacro contro i civili dal ’45 in Europa: Srebrenica.
Prima di arrivare alla città simbolo del martirio dei mussulmani, subito dopo Bratunac, si incontra una fabbrica parzialmente abbandonata e una distesa di tombe: il mausoleo di Potočari. Testimonianza del massacro del 1995, dove, solo da poco e solo per pochi, riposano le vittime della carneficina compiuta da bande di serbi accecati dall’odio etnico. Qui l’impatto è durissimo, forse è più forte che altrove. L’eccidio consumato, se prima aleggiava tra cronaca e storia, ora diviene realtà tangibile. Qui, tra i cippi verdi tutti uguali a rincorrersi, il tempo sembra essersi fermato e si rivive l’angoscia di quei giorni, e forte sorge un interrogativo cui nessuno forse saprà dare una risposta: perché?
Perché Mostar, Sarajevo, Goradze, Omarska, Tuzla sono le tappe terribili di una collana di massacri, di torture, di devastazioni, ma su tutto l’interrogativo rimane, pesante per le conseguenze, atroce per la mancanza di risposta: oggi come domani.
Bruno Maran è nato a Padova ove vive e lavora. ha iniziato a fotografare nel 1969, occupandosi di rallies automobilistici, ha lavorato nel campo della fotografia pubblicitaria, per arrivare dopo anni di abbandono alla fotografia sociale e alla street photography..
Fotografa prevalentemente in bianco e nero, alternando l’uso del colore per ricerche cromatiche, da cui le raccolte Riflessi e Cromatismi
Dal 2002 è fotoreporter dell’agenzia Stampa Alternativa.
Nel 2004 fonda, con altri fotografi, il Gruppo Controluce.
Event reported by Ezio Turus
