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events calendar: Deserto etico

mostra di scultura contemporanea

it Matera: Complesso Rupestre Residence San Giorgio Recinto Paradiso 14 → Google™ Maps
Saturday June 30, 2007 - Saturday September 22, 2007

artist: Angelo Palumbo

Deserto eticoPresso il circolo culturale “la Scaletta”, in via sette dolori, 10 avra’ luogo la presentazione dell’allestimento di scultura contemporanea “deserto etico”.

Sono tre gli artisti che hanno dato vita al progetto: Giulio Orioli, Angelo Palumbo e Piero Ragone. Insieme hanno installato 15 opere
nel complesso rupestre di San Giorgio, per la prima volta restituito alla fruizione del pubblico dopo i lavori di recupero.

All’inaugurazione, interverranno Nicola Rizzi, presidente del circolo culturale “la Scaletta”, Franco Palumbo, responsabile artistico dello stesso sodalizio, la professoressa Mariadelaide Cuozzo docente di storia dell’arte contemporanea dell’Universita’ di Basilicata e Alessandra Antodaro per il residence San Giorgio, sponsor dell’iniziativa.

“Deserto Etico”, in collaborazione con “la Scaletta”, ha il patrocinio del Consiglio Regionale della Basilicata e dell’Assessorato alla cultura della Provincia di Matera.

l’installazione sonora “Metamorfosi” dell’allestimento e’ stata curata da Eustacchio Montemurro di Audionova.
in catalogo l’intervento critico di Mariadelaide Cuozzo e un contributo di Franco Palumbo. Fotografia di Francesco Pentasuglia.

“Deserto Etico” avrà ingresso libero, dalle 10 alle 13 e dalle 18 alle 22.
su appuntamento telefonando al 329/6111995 o 349/7132676.

Un’arte attiva contro la siccità morale

Una parte significativa della ricerca artistica e del pensiero etico-filosofico degli ultimi decenni ha assunto a proprio oggetto alcune problematiche oggi di bruciante attualità, come la rottura degli equilibri degli ecosistemi e la conseguente crisi ambientale (dovute tanto a uno sfruttamento dissennato delle risorse naturali quanto all’immissione nell’ambiente di sostanze non eco-compatibili che provocano alterazioni in tutta la vita organica, compresa quella umana); la non equa distribuzione della ricchezza e lo sfruttamento, da parte dei paesi economicamente avanzati, di quelli meno sviluppati; le nuove conquiste della scienza e della medicina, dalla manipolazione genetica a una sempre crescente contaminazione fra tecnologia e organismo umano, che materializza entità cyborg e che riguarda, in un più lato senso culturale, anche l’ormai compiuta ibridazione tra unificanti modelli mediatici e identità psicologiche e antropologiche.
Tanto l’arte quanto la filosofia avvertono, dunque, la necessità di una riflessione aggiornata su tali aspetti della società post-moderna e globalizzata; riflessione che se da un lato sfocia nelle nuove direzioni indicate dall’etica “applicata” (che vanno dalla bioetica all’etica ecologico-ambientale, fino all’etica degli affari: tutte aree strutturalmente interconnesse), dall’altro sostanzia, in arte, un rinnovato interesse per il presente, che può manifestarsi nella duplice direzione di una registrazione e assunzione più o meno spassionata del dato reale o di uno slancio utopico che ritrova la strada tracciata da quelle avanguardie del ‘900 che per prime hanno programmaticamente sancito il principio della coincidenza fra creazione artistica e azione “etica” sulla società.
Su tale versante engagé della ricerca artistica contemporanea si va a collocare questa mostra, che riunisce tre artisti intorno ad un tema, ampio quanto si conviene ad un’operazione che intenda sfuggire al pericolo della didascalicità, ma riferito certamente, in primis, a quegli aspetti problematici del presente sui quali ci siamo appena soffermati, che vengono affrontati in una prospettiva etica chiaramente esplicitata fin dal titolo.
Giulio Orioli, Angelo Palumbo e Piero Ragone, pur nella comunanza di intenti che qui esprimono e nonostante le affinità che li legano, differiscono l’uno dall’altro per formazione, percorso culturale, scelte linguistiche, formali, tecniche, e, last but not least, anche per le diverse sfumature di senso che in quest’occasione particolare è possibile rintracciare nel loro rapportarsi al tema prescelto. Riconoscere tutto ciò consente di interpretare anche il significato dell’allestimento stesso della mostra, concepito in modo che le opere dei tre artisti entrino fra loro in rapporto dialettico, attraverso nuclei espositivi che le associano studiatamente le une alle altre. La mostra è così un dialogo in atto, che sollecita la facoltà critica del pubblico.
E dunque, se Orioli e Ragone procedono, ognuno a suo modo, a un continuo passaggio di scala dalla dimensione individuale a quella storica e sociale, attraverso una riflessione che guarda anche alla sfera psichica dell’uomo contemporaneo, interiormente lacerato fino alla scissione, Palumbo ribalta decisamente il discorso dall’interno all’esterno, proiettandolo completamente nel problematico orizzonte sociale, politico ed economico odierno.

Osservando le opere di Orioli in mostra, ci si accorge che in esse i materiali e le loro reciproche combinazioni sono funzionali alla formulazione di proposizioni morali che hanno una forte connotazione filosofica e il cui ricercato ermetismo si traduce, di fatto, in un’apertura più che in una chiusura, cioè nella possibilità, offerta al fruitore, di una lettura plurima del messaggio. Così Orioli non dichiara ma, in modo tanto più perturbante quanto più sottile, suggerisce, evoca, e il suo arcano poiêin non potrebbe contrastare maggiormente con i diktat della scienza positiva nella sua accezione più tecnica, con la sua ansia ordinatrice, catalogatrice, il cui abito razionale può talvolta essere utilizzato per celare gli impulsi irrazionali più perniciosi. Così, da installazioni come Il teatro della tragedia e Le ossa del XX secolo sembra tralucere, per pura forza di suggestione analogica, la memoria storica e ancora attuale delle grandi tragedie moderne, dei macelli perpetrati dall’uomo sull’uomo. Resti ossei quasi assimilati all’inorganico vengono siglati, come si fa con i reperti di scavo, con codici alfanumerici, in una sorta di archeologia degli orrori contemporanei. Tali codici “tecnici” entrano in cortocircuito con un cifrario simbolico di radici antiche, che la storia della cultura ha stratificato nel tempo. Tutte le opere di Orioli qui presentate sono realizzate combinando la prassi scultorea tradizionale con quella dell’assemblaggio e associando a materiali “freddi”, inorganici, come il marmo, il ferro, gli scisti, materiali organici come ossa e gusci di chiocciole, che vengono però a loro volta “raffreddati” caricandoli di un significato simbolico luttuoso, piuttosto che vitale. Al piano storico e fenomenologico si accosta quello psicologico ed esistenziale; in questa chiave può essere interpretata la frequente compresenza, nelle sue opere (ad esempio in Svuotamento), di direttrici spaziali opposte: orizzontalità e verticalità diventano metafora di una condizione umana lacerata fra radicamento terreno e proiezione metafisica e cosmica. Di tale lacerazione, Legami con la terra offre una visuale ulteriore, di grande intensità emotiva: un corpo umano scolpito nel marmo, nobile, classico, levigato, ma significativamente mutilo, appare come schiacciato brutalmente sul piano di terra e ancorato verso il basso da filamenti che lo legano simbolicamente alla materia e alla morte. La lotta fra spirito e materia del neoplatonico Michelangelo, l’iconografia umana frammentaria di Rodin, l’uomo caduto, sconfitto, consumato, di certo neorealismo europeo post-bellico, ma anche la non pacificata visione nietzscheiana dell’uomo come campo di tensione e di scontro fra impulsi opposti: tutto questo e molto altro sembra lampeggiare dietro e dentro le opere di Orioli.

Se Orioli compone materiali e forme come vocaboli di un discorso concettualmente denso, Ragone, più empiricamente ma altrettanto significativamente, “trova” il senso del proprio lavoro scendendo nel cuore della materia “per via di togliere” (tornando a Michelangelo). Il tufo, un materiale “caldo”, poroso, duttile, ricco di memoria geologica e antropologica, gli consente di rivelare, attraverso il taglio e l’intaglio, tracce organiche antichissime, che l’artista rispetta, con attitudine conservativa, pur caricandole di nuovo valore semantico, che viene fatto emergere “maieuticamente” dalla materia stessa. A differenza del levigato Orioli, Ragone sceglie spesso la superficie scabra, vibrante, che alterna ad aree abrase fino ad essere rese lisce. In un caso come Genesi, l’artista si spinge fino a preservare quasi completamente l’aspetto originario del blocco, intervenendovi minimamente, in una fusione di natura e artificio che diventa quasi spiazzante: la pietra rivela stupefacenti formazioni fossili che si alternano e quasi si confondono con gli interventi dell’artista, il quale vivifica la materia - che appare plasmabile, quasi molle e maternamente “feconda” - tracciando su di essa solchi ondulanti che sembrano accennare a una metamorfosi in atto e cavandovi semisfere, incastonate al pari dei fossili. In quest’opera Ragone attinge a un’affascinante complessità della visione, assecondando, con il proprio intervento, l’articolata struttura della materia, che offre allo sguardo una teoria continua di concavità e convessità, di affacci sulla luce e risucchi d’ombra. Il blocco di tufo sembra così riecheggiare, in scala inferiore, l’andamento spaziale delle cavità rupestri murgiche e le stesse caratteristiche morfologiche del luogo espositivo. La materia in Ragone si fa spesso metafora del corpo vivente e proiezione psico-fisica, come attestano, in questa mostra, le opere Identità celata e Inconscio, che sembrano proporre un’indagine sulla dualità e sull’alternativa fra apparenza e identità profonda. Gli intagli fascianti “vestono”, ma anche costringono, la liscia forma sottostante, che, in particolare in Inconscio, ha una rotondità, una convessità organica e palpitante, in cui si aprono cavità profonde. Se i “legami” in Orioli ancorano l’uomo alla materia e a una tecnologia che ha smarrito il proprio senso, in Ragone essi soffocano l’identità, negano l’individualità, limitano la libertà. Questo nodo problematico si riscontra anche in Medium, allargandosi dal piano psichico individuale a quello sociale. Il “totem” costruito dall’artista (che non a caso è anche giornalista), allude al potere omnipervasivo dell’industria culturale e della comunicazione di massa. Le diversità, simboleggiate dalle differenti textures delle due metà in cui è diviso il fusto del totem, sono costrette da forti legacci a confluire nel mostruoso occhio-monitor unificante, globalizzante, che tutti guardano, ma che in realtà guarda tutti, controllore delle coscienze omologate dal comune vedere.

Le opere qui presentate da Palumbo seguono la direzione di un progetto fortemente orientato in senso comunicativo e operativo, che l’artista ha intrapreso da tempo, mostrando notevole versatilità nelle tecniche sperimentate e nei mezzi utilizzati, scelti anche in virtù del potenziale di penetrazione sociale garantito dalla loro popolarità, come nel caso dell’ipertesto multimediale e del web, nella complessa realizzazione Uomo Nuovo.
Oggetto della riflessione dell’artista è, in questa mostra come altrove, l’innaturale processo di trasformazione al quale l’uomo contemporaneo, varcando ogni limite biologico, sottopone l’ambiente e sé stesso. Con i Fossili futuri Palumbo si fa nuovamente faber, sperimentando, manipolando e assemblando materiali tecnologici e naturali, come il filo zincato, la carta giapponese, resine e polvere di tufo. Differentemente da Ragone, Palumbo non fa emergere la forma dall’esistente, ma modella dal nulla una sorta di natura ex-novo, così come l’uomo, divinità inferior, tende a creare una seconda natura artificiale, cui consegue un’abnorme mutazione della natura “prima”. Dal fossile naturale di Ragone passiamo così al fossile futuro di Palumbo, frutto di una metamorfosi causata dall’uomo. In queste inquietanti, ambiguamente seduttive forme fogliacee o di baccello avvolte su sé stesse, di dimensioni anche imponenti, che pendono dall’alto rigide come stalattiti o sembrano contrarsi, appoggiate al suolo o alla parete, in un ultimo spasimo di vita, l’originaria freschezza organica è rappresa in materia secca, riarsa, che si assimila perfettamente al contesto tufaceo del luogo espositivo. L’artificio umano, che si concretizza metaforicamente nell’anima metallica dei Fossili futuri, blocca e inverte il flusso vitale della natura, i cui lentissimi tempi di trasformazione entrano in una collisione devastante con la repentina azione distruttiva e autodistruttiva dell’uomo. Se il fossile naturale, imprigionato nelle stratificazioni della roccia, è meravigliosa traccia mnemonica di plurimillenari processi naturali, il fossile futuro, agghiacciante larva contorta, porta in sé l’impronta di una catastrofe improvvisa e senza appello. Orioli e Ragone, come abbiamo visto, riconducono e legano la propria interpretazione del presente, rispettivamente, al passato storico e a quello geologico. La prospettiva di Palumbo è invece eminentemente rivolta a denunciare, attraverso l’analisi del presente, il rischio di un apocalittico futuro incombente che, forse, può ancora essere evitato.

Mariadelaide Cuozzo

Event reported by Angelo Palumbo