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Random event: Marica Bisacchi: materia e colore - Sogliano al Rubicone (FC)

dreavilheadtz

Ivan Favale

www.equilibriarte.org/dreavilheadtz
artist
member since September 18, 2007

bio

Il suo logos,
velata trasfigurazione sintomatica,
intima affezione segnaletica.
Sillogismo ignobile, il raggiro delle tracce umane. Orme ataviche, virulente postille dell’incontinenza svolgente nell’ex-istere: a librare in voli i petali cromati di un qualche-qualunque-qualsivoglia quid; avvinghiati, forse ancora, alla materna corolla della significazione legittimante; a sciogliere le anime albine verso la catarsi attributiva, loro.
E’un’irrecuperabile dialettica che sottende alla cosmesi dell’ex-perire antropico, nel baratto degli idiomi plurisensoriali dove poliglotte res parlanti e fulgenti prismi sottostanno al vagito risultante, equivalente, nascente.
E’ un eccipiente irrilevante il lessico del verbo suo e, la carne non di rado è consistenza concettuale che la mano può voler degustare ungendosi di tattili sentori.
Sigilliamo le maliziose palpebre e dispieghiamo gli ingenui sensori dissenzienti, per assaggiare altro oltre a quell’altro sapore che stimare si vuole. Come se gli occhi volgessero i loro occhi oltre siepi di possibilità percettive per insinuarsi in tessuti ad un tempo infrangibili e valicabili, al primo sguardo tangibili e dopo un istante diafani, liquidi o appena flebili. Come se le scintille epidermiche urtassero contro una teoretica velleità delle ipotesi emergenti, presagendo derivazioni straniere e orientali alle narici occidentali, quanto il chiasmo afono eppure borioso del misterioso senso che oltre il segno si vuole ci sia.
Ed è il trasporto dell’ermeneuta incline allo scavo archeologico, che muove intrusioni e indiscrezioni di là dal dato già dato, oltre la fruizione immediata e non mediata dal dubbio che assume postura interrogativa di un punto di domanda o ancora, dal criticismo minatore che osa scalpellare sotto pareti mai troppo limpide.
Occorrono occhi avulsi dalla trascendenza, bulbi che vadano piratando corpulente scie di materia, terra, cromo, pietra, magma, grumi, gromma, sfregi, spigoli, irruenze, incongruenze, crepe, grinze di corpo che siamo e non di essenza che cerchiamo.
Quel che vedi e null’altro resta del crine operatore che ha imbrattato soffitti di carta e letti di tela originando, germinando, proliferando, popolando questo mondo di alterità distinte, prolungamenti del proprio fervore, piegamenti del genio nomade e stanco delle solite membra sue. Quel che vedi e null’altro dell’essere che decide col suo segno di fare arte, con l’avvento irripetibile di ciò che approda alla rappresentazione come germoglio più o meno incisivo dell’estro genitore.
Materia non designa sostanza sottostante o costituente. Materia è l’immateriale che prende corpo fuori dal proprio corpo, oltrepassando l’involucro fisico ipotecato da se stesso. Punto senza ubicazione ravvisabile, distesa che si estende oltre sé come possibilità dell’indefinito dalla fine dell’individuato.
E guarda questa sagoma, seguine con punta di naso, pedissequamente, bordi, curve e rette che la stagliano sul mondo. Abbandonala, con punta d’indice e spingila nel baratro, dove sai che il suo peso può affondare; non temere la sua fine. Cosa resta della caduta di un uomo, oltre la traccia che si propaga come vapore d’acqua di tulipani viola, se non la possibilità che esso ha in sé, quella che non sa di avere e quella che accidentalmente acquista o conquista nel caso, nell’estensione delle sue vocazioni, delle pendenze e delle sporgenze.
Proiettare immagini arcane di abissi intimi o soltanto visioni plastiche del quotidiano scorrere. Gettare fuori da sé, le forme dell’intuizione vivida per far sorgere in astri evanescenti i segni della matrice propulsiva che si dona, si vende e si svende alla mano o, viene strappata e scagliata sullo spettacolo icastico del nulla. Del nulla icastico, per nulla icastico se è una nuova generazione, un dono che ruba ma che ricrea il suo furto con menzogne e calunnie del genio, dell’estro, del capriccio e del vizio dell’ego-centrico artista che proclama ancora ergo sum nel suo fare e operare e riporsi ai tuoi occhi. Sono Io, ma sono anche questo e sono anche altro. Siamo monadi e infinite concessioni al fato, siamo sfinite sfere dell’incessante rotolare sul tutto che ci declina in troppi tempi. Siamo dispiegamenti impercettibili e infinitesimali, reiterati e irregolari a-ritmici del dato che inauguriamo ad ogni amplesso tra l’ispirazione e l’effetto artistico.

M.F.D'A.