Elena Isolani
www.equilibriarte.org/elenaisolaniartist
member since August 22, 2007
bio
Sono nata a Verona in Italia, l’11 febbraio 1981.
Vivo e lavoro a Verona, dove frequento l'ultimo anno dell'Accademia di Belle Arti G.B.Cignaroli, con indirizzo pittura.
E sono Alice nel paese delle Meraviglie
Recensione di Andrea Polati (marzo 2007)
Elena Isolani dimostra di aver intrapreso da qualche tempo un valido percorso creativo, caratterizzato da un’indiscutibile sensibilità introspettiva che trova espressione all’interno di un repertorio consolidato di forme e colori, un mosaico di testimonianze primarie di una memoria stratificata, nella forte carica energetica e immediata suggestione emotiva che sanno trasmettere, alla stregua di un trasognante paesaggio dell’animo interiore.
La sua pittura si affida ad una sapiente strutturazione di forme astratte, una sorta di architettura organica che asseconda figure a tutto tondo, di fatto trasgredendo la razionalità della geometria, che se da una parte elimina ogni insidia e pericolosità delle sagome rigide, riesce d’altra parte ad infondere una sensazione di tenera morbidezza e ariosa lievità, sebbene queste figure fantasiose siano rese quasi oggettive nella loro rilevante presenza visiva.
I lavori di Elena Isolani, lungi da una statica contemplazione delle cose, già da un primo sguardo rivelano una dialettica tutta interna all’opera tra spazi vuoti e spazi pieni, una tensione tra “dentro” e “fuori”; anche se i contorni appaiono relativamente nitidi e ben delineati, la materia emana una forte carica di energia, che riverbera dolcemente lo sfondo opaco di efflorescenze luminose.
L’artista interviene direttamente anche all’interno di masse critiche della materia creando alcune turbolenze, complicando quindi le forme stesse di quei corpi di gomma: la materia allora si organizza nella rigorosa superficie bidimensionale della tela così da trovare una condizione di stabile equilibrio, come guidata da un principio armonico superiore o per effetto di un interno metabolismo cellulare. Non a caso il parallelo con la microbiologia regge molto bene se proviamo ad immaginare quei corpi come protozoi, amebe, batteri o altri microrganismi che emergono leggeri dal liquido di coltura nel bel mezzo di un esperimento in vitro, ingranditi da potenti microscopi e resi e-videnti nello sfondo dai vivaci liquidi di colorazione chimica.
La sua è una ricerca pittorica consapevole delle proprie potenzialità espressive, capace di fondare una poetica originale dove la componente psicologica che sembra caratterizzare l’essere intrinseco delle sue strutture astratto-concrete, si visualizza in un calibrato gioco cromatico, costituito dalla giustapposizione di vaste campiture di colori accesi ma delicatamente sfumati, che commentano (come già notato) il carattere energetico di una costruzione che tende ad essere intima più che interessata a compiacimenti esteriori, che pure non mancano.
Per quanto concerne la meditata struttura compositiva e il particolare timbro cromatico, per nulla affidati alla casualità del gesto artistico, Elena Isolani rivela una diretta ascendenza informale, in particolare l’espressionismo astratto del versante newyorkese di Barnet Newman o Mark Rothko, che in un secondo momento ha trovato dei buoni eredi in Kenneth Noland e Morris Louis.
Andrea Polati
Commento personale (marzo 2007)
Questi quadri fanno parte di una serie che è nata spontaneamente durante il mio percorso pittorico, che ho approfondito perché la sentivo particolarmente, e che sto portando avanti tuttora.
Sono sempre stata molto legata al disegno e alla forma, da cui spesso ho cercato di “liberarmi”, ma a cui sono sempre tornata più convinta di prima. E credo sia proprio la FORMA il perno attorno al quale ruota la mia pittura, o perlomeno quella più recente.
Non riesco a concepire un quadro come una finestra su qualcosa che continua al di fuori di essa, le figure dei miei quadri sono chiuse, iniziano e finiscono all’interno della tela, e non c’è il bisogno di sporgersi oltre il davanzale per vedere come proseguono le forme.
Ma se non c’è questo tipo di mistero, c’è invece un’altra parte del quadro che non si vede e che si può solo immaginare, che non è oltre i limiti della tela, ma è determinata dalla tridimensionalità delle forme. Esse infatti sono dipinte come se fossero delle sculture, delle figure a tutto tondo, e per questo motivo si può immaginare una loro parte retrostante, come nella foto di una statua. Sono forme astratte, ma che sono aggrappate alla realtà da questa loro corporeità. E sono i colori, con le luci e le ombre (non sempre del tutto verosimili) a conferire loro quell’aspetto plastico, quella morbidezza che le fa sembrare quasi gommose.
C’è poi un altro aspetto importante di queste figure: il fatto che esse siano semi-divise, che stiano come per separarsi in due parti, come se fossero pezzi di creta che stanno venendo tagliati con lo spago. La forma non è mai intera: è separata in più parti, o sta per esserlo, oppure e interrotta da un’apertura, e questo genera movimento e tensione in quella che altrimenti sarebbe una forma serenamente statica.
Vivo e lavoro a Verona, dove frequento l'ultimo anno dell'Accademia di Belle Arti G.B.Cignaroli, con indirizzo pittura.
E sono Alice nel paese delle Meraviglie
Recensione di Andrea Polati (marzo 2007)
Elena Isolani dimostra di aver intrapreso da qualche tempo un valido percorso creativo, caratterizzato da un’indiscutibile sensibilità introspettiva che trova espressione all’interno di un repertorio consolidato di forme e colori, un mosaico di testimonianze primarie di una memoria stratificata, nella forte carica energetica e immediata suggestione emotiva che sanno trasmettere, alla stregua di un trasognante paesaggio dell’animo interiore.
La sua pittura si affida ad una sapiente strutturazione di forme astratte, una sorta di architettura organica che asseconda figure a tutto tondo, di fatto trasgredendo la razionalità della geometria, che se da una parte elimina ogni insidia e pericolosità delle sagome rigide, riesce d’altra parte ad infondere una sensazione di tenera morbidezza e ariosa lievità, sebbene queste figure fantasiose siano rese quasi oggettive nella loro rilevante presenza visiva.
I lavori di Elena Isolani, lungi da una statica contemplazione delle cose, già da un primo sguardo rivelano una dialettica tutta interna all’opera tra spazi vuoti e spazi pieni, una tensione tra “dentro” e “fuori”; anche se i contorni appaiono relativamente nitidi e ben delineati, la materia emana una forte carica di energia, che riverbera dolcemente lo sfondo opaco di efflorescenze luminose.
L’artista interviene direttamente anche all’interno di masse critiche della materia creando alcune turbolenze, complicando quindi le forme stesse di quei corpi di gomma: la materia allora si organizza nella rigorosa superficie bidimensionale della tela così da trovare una condizione di stabile equilibrio, come guidata da un principio armonico superiore o per effetto di un interno metabolismo cellulare. Non a caso il parallelo con la microbiologia regge molto bene se proviamo ad immaginare quei corpi come protozoi, amebe, batteri o altri microrganismi che emergono leggeri dal liquido di coltura nel bel mezzo di un esperimento in vitro, ingranditi da potenti microscopi e resi e-videnti nello sfondo dai vivaci liquidi di colorazione chimica.
La sua è una ricerca pittorica consapevole delle proprie potenzialità espressive, capace di fondare una poetica originale dove la componente psicologica che sembra caratterizzare l’essere intrinseco delle sue strutture astratto-concrete, si visualizza in un calibrato gioco cromatico, costituito dalla giustapposizione di vaste campiture di colori accesi ma delicatamente sfumati, che commentano (come già notato) il carattere energetico di una costruzione che tende ad essere intima più che interessata a compiacimenti esteriori, che pure non mancano.
Per quanto concerne la meditata struttura compositiva e il particolare timbro cromatico, per nulla affidati alla casualità del gesto artistico, Elena Isolani rivela una diretta ascendenza informale, in particolare l’espressionismo astratto del versante newyorkese di Barnet Newman o Mark Rothko, che in un secondo momento ha trovato dei buoni eredi in Kenneth Noland e Morris Louis.
Andrea Polati
Commento personale (marzo 2007)
Questi quadri fanno parte di una serie che è nata spontaneamente durante il mio percorso pittorico, che ho approfondito perché la sentivo particolarmente, e che sto portando avanti tuttora.
Sono sempre stata molto legata al disegno e alla forma, da cui spesso ho cercato di “liberarmi”, ma a cui sono sempre tornata più convinta di prima. E credo sia proprio la FORMA il perno attorno al quale ruota la mia pittura, o perlomeno quella più recente.
Non riesco a concepire un quadro come una finestra su qualcosa che continua al di fuori di essa, le figure dei miei quadri sono chiuse, iniziano e finiscono all’interno della tela, e non c’è il bisogno di sporgersi oltre il davanzale per vedere come proseguono le forme.
Ma se non c’è questo tipo di mistero, c’è invece un’altra parte del quadro che non si vede e che si può solo immaginare, che non è oltre i limiti della tela, ma è determinata dalla tridimensionalità delle forme. Esse infatti sono dipinte come se fossero delle sculture, delle figure a tutto tondo, e per questo motivo si può immaginare una loro parte retrostante, come nella foto di una statua. Sono forme astratte, ma che sono aggrappate alla realtà da questa loro corporeità. E sono i colori, con le luci e le ombre (non sempre del tutto verosimili) a conferire loro quell’aspetto plastico, quella morbidezza che le fa sembrare quasi gommose.
C’è poi un altro aspetto importante di queste figure: il fatto che esse siano semi-divise, che stiano come per separarsi in due parti, come se fossero pezzi di creta che stanno venendo tagliati con lo spago. La forma non è mai intera: è separata in più parti, o sta per esserlo, oppure e interrotta da un’apertura, e questo genera movimento e tensione in quella che altrimenti sarebbe una forma serenamente statica.



