dalla superficie alle profodità
Tuesday September 25, 2007
Immaginiamo di camminare in un campo coltivato. Ci siamo alzati dal banchetto fatto di parenti e amici. Nel casolare si respira allegria, ma il vino ci ha intontiti. O forse ci ha resi più svegli e più riflessivi ad un tempo. Ad un tratto il desiderio di alzarsi. Divincolarsi da certi intrecci di sguardi. Slegarsi dal senso impoltronito delle abitudini civili, sociali e relazionali. Cerchiamo fuori, senza curarci del brivido post-prandiale, alla ricerca di un nuovo legame. Nella natura. Comunemente, quando si andava a scuola, si intendevano per natura l’alberello ed il verde, anche durante le più seccanti lezioni di filosofia. Cartesio: Cartesio è un prato, è una natura e a scuola non si arrivava mai alla fine del programma. I filosofi migliori, le storie migliori, i romanzi migliori non si studiavano per mancanza di tempo. Cartesio si. I maestri del sospetto, Freud, Nietzsche e Marx, no. Questi tre autori indagano sui buchi neri della natura. Le ombre, le immagini dietro agli alberi. Ma torniamo al nostro uomo. Cammina a perdita di orizzonte. Il casolare è ormai lontano. Non case, non oggetti. Solo una dimensionalità alterata, un respirare ed un percepire che sono tutt’uno col nostro pensare, come in un intenso cromatismo di Rothko. La nostra esistenza è un soffio mentale e un alito di esperienze. I solchi nella terra scandiscono il nostro incedere. In queste situazioni il prato, il tappeto di granuli di terra, sono una realtà nuova, percepibile secondo scansioni spaziali e temporali lente. Personali eppure universali. Immaginiamo di inciampare in questa distesa di reale. Cosa cela questo drappo di realtà cartesiana? Nasconde le tracce la cui ispezione è stata avviata dai maestri di cui sopra. C’è un bel quadro di Giuseppe Tarantino, Riscoperta della verità, e con questo centriamo l’argomento del discorso, che ci illustra, se così si può dire, la situazione che stiamo descrivendo. Lo stesso andare al di là dell’esperienza cartesiana. Oltre la superficie, dice il nostro autore. Superficiale non vuol dire negativo. In questo caso, anzi, la negazione è nell’andare oltre. Nell’esondazione. La superficie è la posizione. La tesi. Il dire. La coccinella esplora il nostro dito senza aver paura del baratro. Ispezionare la realtà, averci a che fare, con uno sguardo artistico, vuol dire percorrere il lato visibile ed avere il coraggio di inoltrarsi nella foresta nera dei significati. Transitare dalla superficie all’abisso senza interruzioni di cognizione sensibile. Il senso nuovo che si va ad indagare è una vera e propria direzione. Un “dove stiamo andando?”. L’arte si interroga e lo fa senza colori a volte. Soltanto con tonalità più o meno intense di disgusto verso il guardare stolto di chi cerca una descrizione sterile del patinato. L’arte, invece, è superficie che va toccata e valicata in un processo di familiarizzazione che poi sfiorerà anche gli anfratti, le zone d’ombra. I materiali di Giuseppe Tarantino sono affabili. A volte la realtà, nelle sue opere, subisce delle ammaccature, delle distorsioni, delle influenze, delle pieghe. Il supporto, ad un certo livello artistico, è un campo nel quale si giocano importanti partite di significato. La ricerca si mantiene su fragili equilibri, tanto per rispondere ai detrattori dell’arte concettuale. Qui il senso dinamico del pensiero dell’uomo non si spegne in un tecnicismo freddo ma preserva la sua armonia musicale. La tramatura iconica di Tarantino è accostabile alla elettronica calda dei Depeche Mode e non sottomette il godimento estetico al diktat intellettuale. Lo Spazialismo aveva la sua anima furiosa. Il nostro autore, assimilata la lezione dei maestri, concede di più al gusto dell’osservazione e non ci espone al terrore dell’ignoto. Lo spago svolge un ruolo verificatore. Si insinua tra i reparti, messaggero di quella certa insolenza artistica che va a guardare sotto i tappeti. Le superfici acromatiche sono foriere di ricerche in profondità che l’uomo affronta immergendosi e riemergendo a pelo di senso. Ci si imbatte in significazioni complesse affrontate in semplicità o, al contrario, in argomentazioni limpide sottostratificate da ordinate ramificazioni. Tutto si gioca sul legame (si direbbe, per essere alla moda, “rete”) e sui rimandi che si affacciano ai nostri occhi negli spaghi dell’autore. Oltre la superficie non è la tenebra inquietante ma il possibilismo, l’incontro con un ulteriore modo di spiegare la realtà dell’essere quotidiano. La poesia è imprigionata in certi momenti di Tarantino, ma il momento che chi scrive preferisce è quello dei legami. Splendidi legami. In questo ciclo la realtà è sfibrata e ricomposta a seconda dei tiranti che ci lasciano intravedere discorsi di lacci e grinze dispieganti un alfabeto di pieni e vuoti, passibili di cambiamenti tonali, come per le corde di un’arpa metafisica. Il segno di Giuseppe Tarantino è gentile e prepotente senza che le due cose siano contrapposte. La verità non è unica e i legami sono infiniti. Il dentro e il fuori confinano e non c’è cesura netta tra essi. Questa esperienza stratificata ed in continuo movimento è un manifesto del nodo concettuale. Contemporanea capacità (e dovere) di adattarsi e rinnovarsi di fronte alla mutevole creazione/distruzione della realtà, sia materiale che ideale. Il significato dell’opera di Tarantino è, a mio avviso, nella direzione del raccoglimento e della riflessione, della articolazione condivisa di nuove soluzioni. Mi sembra un modo molto sincero di fare arte e di accostarsi alle voci della natura. L’uomo è fresco, dinamico e dopo aver stretto in mano un pugno di terra, lo porta con sé, nelle proprie tasche. Si incammina verso il casolare. Riabbraccia i propri compagni riconciliato con l’essere, perdendo ciottoli sulle mattonelle di cotto, illuminate di nuova luce.
Ivan Favale
category: Pittura Materica Gestuale Segnica Agita - September 25, 2007 02:20 PM [edited: September 25, 2007 09:41 PM]
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