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arte e filosofia

qualche riflessione filosofica sul fare arte oggi e sull' arte in generale.

equilibriarte.org : Ciro D' Alessio : blog : Sul Concetto

Sul Concetto

Sul concetto

Io ho il sospetto che la feticizzazione del “concetto” da parte di molti artisti contemporanei dipenda da una scarsa conoscenza dello stesso. Chi se ne intende di concetti, sa che sono una cosa molto relativa, uno strumento molto imperfetto che noi uomini abbiamo escogitato per cercare di comunicare tra noi e dominare la sovrabbondante ricchezza del mondo; ed a chi verrebbe in mente di far derivare il valore di un opera d’ arte da qualcosa di così problematico e debole come il concetto?
L’ epoca in cui Hegel pensava che il Concetto fosse assoluto e fosse il reale stesso, è abbondantemente e fortunatamente alle nostre spalle; oggi ormai è rimasta solo una sparuta categoria di persone che divinizzano il concetto; gli artisti contemporanei, che ritengono che l’ essenza dell’ opera non risieda nella unicità del opera in quanto “synolon” di materia e forma, ma nella idea che presumono ci stia dietro.
Ma una volta detto che l’ essenza di una cosa è il concetto, ci si deve concentrare sull’ aspetto essenziale ed abbandonare quello inessenziale; occorre sbarazzarsi della realizzazione della opera e concentrarsi solo sul concetto, occorre che l’ artista diventi filosofo.
Ed il filosofo non si accontenterà di analizzare vari concetti particolari, ma per sua natura, vorrà interrogarsi sul concetto in quanto tale.
Cerchiamo dunque di approfondire un po’ il concetto in quanto tale e di capire perché, dopo Hegel, la filosofia contemporanea è quasi tutta una reazione contro lo strapotere ed il predominio del concetto e perché invece, quasi due storie divergenti, l’ arte contemporanea non fa che richiamarsi sempre più al concetto.

Forse perché i filosofi, a differenza degli artisti, hanno esperito sulla propria pelle cosa significa il dominio del concetto e dunque hanno imparato a reagire ed a produrre anticorpi? la filosofia Hegeliana è stata una specie di esperienza totalitaria che ha prodotto come reazione una resistenza ed una specie di monito “mai più l’ assolutismo del concetto”?
Ovviamente Hegel non è stato il solo a parlare di Concetto, lo hanno fatto quasi tutti i filosofi a partire da Socrate, che , stando a quel che ci dice Aristotele, ne fu lo scopritore. Né è tutta Hegeliana l’ idea che il concetto sia il vero reale, e dunque ciò che nono rientra nel concetto faccia parte di un universo subordinato di fatti accidentali, transeunti, quasi irreali; questa era un idea già di Platone.
Tuttavia pigliamo Hegel come paradigamatico in quanto possiamo considerarlo il punto d’ arrivo di tutta una tradizione del pensiero occidentale che si apre appunto con Platone, l’ idealismo, che si caratterizza per la tendenza a dare il primato ontologico all’ idea, al concetto, allo spirito, e misconoscere che esistano realtà indipendenti da esse se non in via subordinata, apparente o accidentale. Con Hegel l’ idealismo arriva ad un punto tale di coerenza ed autoconsapevolezza, che la filosofia che segue non può che soccombervi o criticarlo alla radice e criticare con esso tutte le tendenza idealistiche precedenti e successive. Tutta la filosofia successiva ad Hegel può essere letta come una reazione ed una decostruzione al suo sistema dell’ idealismo assoluto; e non solo i suoi più immediati critici ( Schopenauer, Kierkegaard, Feuerbach, Marx) ma anche Nietzsche, Freud e quasi tutta la filosofia continentale del novecento ( Heidegger in primis con tutto il peso che il suo pensiero ha avuto su quasi tutti i pensatori contemporanei e successivi) sono incomprensibili nella loro polemica antiidealistica se non compresi in chiave anti-hegeliana.
Ora sintetizzare la filosofia hegeliana è assolutamente impossibile; una cosa però si può dire, essa è attraversata da principio a fine dall’ esigenza di prender le distanze dalla mera vita naturale; ciò che caratterizza la vita del concetto è che essa riesce a superare quelli che sono i limiti propri della vita naturale.
Ciò che caratterizza la vita naturale è essenzialmente la sua mortalità; questo Hegel lo dice, dicendo che la vita naturale ha una negazione esterna. La vita dello spirito, invece, (è questa la grande manovra della dialettica hegeliana) ha la sua negazione al suo interno; ma essendole la negazione qualcosa di interno, è una negazione superabile, non più insuperabile come per la vita naturale.
Insomma lo spirito può negare la propria negazione, e vivere così in eterno, sfuggire alla morte.
Ma negare la propria negazione significa anche negare che vi sia qualcosa di esterno. La fenomenologia dello spirito può essere letta come la storia del grande sforzo che lo spirito fa per portare la negazione dall’ esterno all’ interno di essa, e quindi per negare che esista un effettiva esteriorità allo spirito, un esteriorità capace di metterlo in discussione e negarlo. Quando lo spirito raggiunge questo stadio esso diventa assoluto, in quanto nulla di esterno può ormai negarlo, la negazione, da fatto reale ed esterno ( morte, dolore, etc…) è divenuto un fatto ideale, logico, interno allo spirito, che presone consapevolezza, la scaccia via con una negazione della negazione.

Ora la critica che il giovane Marx, sulla scia di Feuerbach, muoveva ad Hegel era questa; la negazione non può diventare interna, perché il reale non è riducibile al pensiero, dunque, per superare la negazione reale esterna, occorre piuttosto lavorare sul terreno del reale, che non su quello dello spirito; occorre che la negazione teorica diventi negazione pratica, e non viceversa, come in Hegel.

Anche tutti gli altri critici di Hegel insisteranno su questo punto; non v’ è altro modo di evitare il riassorbimento nello spirito assoluto, o concetto assoluto, che insistere sull’ irriducibilità del reale allo spirito ed al concetto; vedi Kierkegaard, con l’ iiriducibilità dell’ individuo alla ragione, vedi Nietzsche con l’ irriducibilità del dolore reale al senso, dell’ dionisiaco all’ apollineo, vedi Heidegger coll’ irriducibilità del dasein a soggetto, cioè del momento preteoretico a quello teoretico.

Secondo Hegel, la pittura non era che concetto, spirito inconsapevole, che si rappresentava sotto forma di immagine, ma era destinata a trasformarsi tutta in filosofia, non appena fattasi consapevole. Questa concezione, attraverso la mediazione di Giovanni Gentile, ha avuto funeste influenze anche sul nostro sistema scolastico, e spiega lo spazio limitato riservato all’ arte figurativa e la tendenza a trattarla o come mero documento storico, testimonianza di un epoca, o come pensiero inconsapevole, o illustrazione di pensiero.
Questo perché nel sistema hegeliano no v’ è spazio per qualcosa che sia diverso dal concetto, non v’ è dunque una vera autonomia del fare artistico rispetto a quello filosofico, ma vi è piuttosto una sottomissione del primo al secondo. Non sorprende che noi, usciti tutti da questa scuola, siamo inclini a pensare all’ oggetto d’ arte figurativa, o come documento storico, o come illustrazione di pensiero, visto che non siamo stati educati a pensarlo per quello che in realtà è; un oggetto estetico, che può essere documento, ma nella sua essenza non è tale; che può suggerire dei pensieri ed illustrarli, ma nella sua essenza non è pensiero. Nella sua essenza è “immagine incarnata”; qualcosa, cioè, che non è né pensiero, né sensibilità, né pura forma, né pura materia, ma qualcosa che sta tra i due ed in qualche modo li sintetizza; la storia dell’ arte non dovrebbe essere che la storia delle immagini concretizzate dagli uomini..
Perché vi sia spazio per l’ autonomia dell’ arte bisogna ammettere che esistano delle realtà irriducibili alla ragione ed al concetto; innanzitutto un reale sensibile irriducibile al concetto, in secondo luogo una facoltà umana di rapportarsi al reale sensibile, di comunicarlo, ed anche di produrlo, senza dover passare per i concetti più astratti; la facoltà dell’ immaginazione.


E’ significativo, che un filosofo come Benedetto Croce, che pur aveva abbracciato l’ idealismo Hegeliano, si vide però costretto ad introdurvi una “riforma” proprio per vedervi garantita l’ autonomia del momento estetico rispetto a quello teoretico; introdusse il concetto di distinto, e distinse la sfera estetica ( che riguarda non solo l’ arte e la sensibilità ma anche il linguaggio, data l’ identità di intuizione ed espressione) da quella teoretica; che può essere visto come uno stratagemma, tutto interno all’ idealismo, per ammettere l’ irriducibilità del reale sensibile alla ragione! Per poter così sfuggire, insomma, alla morte dell’ arte profetizzata dal maestro Hegel.

Quindi, concludo per il momento, non solo il concetto non può essere l’ essenza dell’ arte, ma l’ essenza dell’ arte risiede in qualcosa che è irriducibile al concetto.

comments

Elisabetta Trevisan 05/12/2008 12:52 PM
bravo ben detto
Danilo Verticelli 05/12/2008 03:43 PM
mettiamola così allora, Ciro.
In questa epoca così complessa (e sempre più complessa) in cui gli inneschi culturali sono multiformi pur se sincronici, forse non è più il tempo delle forme pure o delle forme in quanto tali, per la loro semplicità in acto o semplicemente per la mancanza di concetto che potrebbe derivarne.
Non credo che l'arte possa dissociarsi dal concetto inteso, come già ebbi modo di dire, come manifestazione cosciente di una volontà di comunicare, proprio perché la storia (ma anche la praticità) hanno individuato in altri campi, i diversi modi di fare "immagine" o "forma", chiamandoli con un nome di verso dal fare Arte.
Rischio di ripetere "concetti" già espressi e non voglio tediare, ma credo che la differenza tra uomo cosciente e animale istintivo, stia proprio nella capacità di elaborare "concetti" esterni agli stimoli immediatamente naturali e mediandoli attraverso metafore letterarie, pittoriche, sonore.
Non è bene addentrarsi nei labirinti concettuali delle varie filosofie, ma laddove si dichiara che l'Arte debba essere "autonoma", mi trovo in profondo dissenso, se non mi si dice da che. Perché se l'Arte è operazione di intelletto (come lo è, sennò diventa altro o semplice scazzo)non potrà mai discernersi da ciò che l'intelletto produce e quindi dal concetto. Non come categoria super partes e divina (o spirituale) ma semplicemente come giramento di rotelline nel cervello dell'essere pensante.
L'arte è prodotto umano e il movimento degli arti è prodotto da stimoli cerebrali indotti da un ragionamento più o meno incosnscio che ne determina l'ampiezza e la ragione.
Tutto questo non è quindi "concetto"?
Se tu dipingi un paesaggio non hai dietro quel gesto un'infinità di motivazioni (e quindi di concetti) per le quali alla fine fai quella cosa?
Non solo tutta l'Arte è concetto, ma anche tutta la vita cosciente lo è. Dall'altra parte c'è la Natura come senso animale e istintivo. Potrà produrre "pezzi" originali, ma mai frutto di una ragione di esistere che non sia la lotta dellasopravvivenza. E non basta perché sia Arte.
La vera domanda è: come mai uno che scrive cose così buone e profonde, poi alla fine dipinge paesaggi?
Ciro D' Alessio 05/12/2008 05:34 PM
L' autonomia dell' arte consiste proprio nella sua autonomia dal fare filosofia; se infatti vi è una qualche autonomia, che non vuol dire mancanza di relazione, allora le due facoltà si possono distinguere, ed ha senso parlare di arte, altrimenti, se l' arte non è autonoma, allora è solo una filosofia confusa ed in quanto tale va ripudiata; la cosa più conseguente da fare è quello che hai fatto tu, cioè abbandonare i pennelli e le tele e darsi solo alla ricerca filosofica;. del resto era proprio questo che profetizzava Hegel. La tua coerenza è encomiabile.
Il motivo per cui io dipingo paesaggi è che ritengo, invece, che esista e sia solida un' autonomia del fare pittorico rispetto al fare del concetto: concetto non è una qualsiasi operazione della mente, ma è quel particolare modo di rapportarsi al mondo per cui una molteplicità percepità viene ricondotta ad un unità più semplice e comunicabile poi indipendentemente dalla percezione.
Ora il nostro rapportari al mondo si riduce a questo? All' attività teorica del concetto?
Se questo fosse vero noi saremmo dei perenni scienziati, sempre in atteggiamento teorico, ma, invece e per fortuna, non è così.
L' attività teorica è solo una delle tante attività umane, cioè solo uno dei tanti modi che abbiamo di rapportarci al mondo.
Ed è un modo particolarmente artificioso e derivato, che di fatto si è sviluppato in epoca molto tardiva nel corso della storia umana e solo, in pratica, in occidente.
Ritengo dunque che la pittura sia irriducibile all' attività del concetto e ritengo inoltre che questa irriducibilità della pittura al concetto dipenda dall' irriducibilità del momento sensibile a quello prettamente intellettuale; il mio espormi ad un paesaggio, e le influenze che il paesaggio ha su di me, non possono essere ridotte ad un discorso linguistico-concettuale, sono qualcosa di più ineffabile, se vogliamo di più primitivo ed elementare, e cerco di esprimerle con un mezzo diverso, che ha un più intimo contatto con la materia e la luce, che non i concetti. Queste sensazioni che si provano di fronte ad un paesaggio o di fronte a qualsiasi cosa, sia essa reale o immaginaria, ma potrbbe essere addirittura un concetto, ( io potrei, cioè, ispirarmi perfino ad un concetto, perché questo produce in me delle sensazioni che voglio esprimere, ma anche in tal caso la pittura mantiene la sua autonomia dal concetto, perché non è illustrazione del concetto, ma rappresentazione per immagine del mio reagire emotivo ad esso), non sono per nulla meno degne o meno interessanti dei concetti; anzi, sono dei vissuti concreti ed autentici; degli Erlebnis, qualcosa che mi appartiene nel profondo, che è mio e che quando viene espresso esprime il mio intimo vissuto, mentre il concetto è un universale astratto ed impersonale, esprimendo il quale io metto da parte tutta la mia personalità, per farmi puro e disincarnato; esprimendo concetti non esprimo nulla della mia miità, perché il concetto, per definizione, sorvola sull' irriducibilità del particolare.

Questi "vissuti" sono molto più autentici ed interessanti, secondo me, dei lavori concettuali; quando cerco concetti vado a leggermi i filosofi o i sociologi, ma quando, stanco di stare in un mondo astratto di concetti, visto che non sono spirito disincarnato ma essere vivente con desideri, bisogni, speranze e passioni, ho voglia di riprendere contatto con gli aspetti concreti e sensibili dell' esistenza, voglio il "vissuto" nelle opere d' arte, e non ancora dei riferimenti impalliditi, confusi ed incerti ai concetti.
Monica Lume 05/12/2008 06:41 PM
Ciao Danilo e ciao Ciro.
Molto interessante questa disquisizione.
Mi sono completamente ritrovata in questa definizione di Ciro.
Già qualche giorno fa in un altro forum avevo fatto una specifica sul significato e sulle differenze che attribuivo, in quel mio intervento, alle parole "concetto", "pensiero", "idea", "immagine".
Mi par di comprendere che l'idea, come energia del pensiero, si può incanalare o nell'espressione concettuale, diventando filosofia, o letteratura, comunque parola, oppure nell'espressione immaginale, che scavalca il concetto e arriva dritta dritta a esprimere un segno, a incarnarsi in un timbro cromatico, in una forma: ed è l'espressione pittorica (ma qualsiasi arte visiva)
Non è che questa espressione immaginale non sia pensiero, anzi... ma sicuramente non è concetto.
Il pensiero o si fa concetto o si fa immagine.

Il concettuale storicizzato ha cercato di esprimere per immagine il concetto, ma non ha potuto fare altro che "scriverlo", integrandolo con appropriati interventi cromatici e di segni, ma sempre di parole si tratta.
Danilo Verticelli 05/12/2008 06:53 PM
appunto, per me il "concetto" è qualsiasi attività cosciente della mente. Quindi anche l'emozione, che è istinto cosciente in quanto riconduce a ricordi, memorie, rappresentazioni, percezioni comunque reali pur se astratte, è riconducibile (secondo me ovvio) al concetto di "concetto". Ma senza andare troppo a fondo (in fondo io ho smesso di dipingere per abbracciare l'arte digitale o di media diversi) nel periodare filosofico, tu affermi di vivere stancamente in un mondo "astratto" di concetti. Io invece affermo di vivere in un "mondo reale di concetti, pur se astratti". Insomma, qualsiasi rappresentazione logica, pur riduttiva di una percezione molteplice (appunto la tua definizione di concetto)e semplificata nel riassunto concettuale, è comunque un fatto legato alla volontà di comunicare (ricordi la mia definizione di Arte?) qualcosa. Senza comunicazione non esiste concetto (sarebbe un concetto inespresso, in e allora non necessiterebbe di ridursi e semplificarsi per spiegare se stesso), non esiste attività che abbia comunque per finalità o la logica o l'emozione, o l'espressione o l'istinto. Tutto è concetto perché si riferisce pur sempre a sistemi interpretativi codificati (compresi quelli emotivi dei tuoi paesaggi) che per loro stessa essenza hanno il compito di "ridurre" le infinità di combinazioni logiche o istintive a fenomeni percepibili (senza i quali l'Arte non esisterebbe).
Quando tu ti stanchi della filosofia e ti rifugi nell'emozione, quando tu vivi il tuo intimo, altro non fai che adoperare forme diverse di concettualità che tu ritieni astratta e fuorviante mentre io ritengo concreta ed onnipresente. Non posso accettare la definizione di categoria "impersonale", se dedicata al "concetto". Perché mai? Ci sono concetti universali come ci sono concetti personali, omogenei o particolari. Un concetto è una sintesi di un ragionamento, ma non è detto (come nel nostro caso) che il "concettare" su qualcosa porti inequivocabilmente ad un medesimo risultato semplificante e impersonale, anzi.
Un paesaggio perchénon ha un concetto dietro? Non è forse quello di "rappresentare un paesaggio o un'emozione"? O forsenon è quello di "donare un'emozione" o "descrivere una realtà"? Non sono anche questi "concetti" base del fare Arte?
Non vorrei che ci arrotolassimo su definizioni auliche e filosofiche del termine che, ribadisco, per me significa solo l'avere una ragione pensata nel fare qualcosa, considerando che anche (o soprattutto) un'emozione è ragione "pensata" proprio perché frutto del rapporto tra percettori sensibili del corpo e significato memorizzato nel cervello relativo a quegli stimoli......
Monica Lume 05/12/2008 06:55 PM
Invece secondo me ti sbagli Ciro, nell'affermare l'autonomia dell'arte dal pensiero.
Questo non è vero.
Se per pensiero intendiamo l'attività della mente (che comprende anche, ma non solo, la funzione concettuale e quella immaginale) bè, devo dirti che tutto l'agire umano, tutte le attività sia fisiologiche che psicologiche, che intellettuali, che artistiche, fanno appunto capo alla mente, al cervello. E quindi al pensiero.
La pretesa autonomia si tradurrebbe in un'arte acefala. Cosa peraltro impossibile.
Monica Lume 05/12/2008 06:58 PM
Come dice danilo, per dipingere devi guardare, vedere, percepire, alzare il braccio, prendere il pennello con la mano, e avere una adeguata rispondenza fra impulso e gesto: quindi anche solo per pennellare su un quadro fai riferimento alla mente, che coordina l'intenzione, l'idea, con il suo movimento di attuazione.

Monica Lume 05/12/2008 07:04 PM
Ciro, se ti va dai una letta a questo interessante e sintetico articolo:

cronologia.leonardo.it/cerv01.htm

Poi certo, sono d'accordo che l'arte è espressione personale e risposta emozionale.
Ma sempre attività di pensiero si tratta
Ciro D' Alessio 05/12/2008 07:51 PM
Autonomia dell' arte dal pensiero, Monica, non significa arte che non pensa, ma arte che ha la sua essenza in qualcosa di distinto dal pensiero.
Mentre dipingeva le sue ninfee, Monet non spegneva certo il cervello, ma dava fondo a tutte le sue potenzialità, e tuttavia le ninfee non sono l' illustrazione di un pensiero, ma semmai sforzo del pensiero, e dell' immaginazione di rappresentare ciò che le eccede. Mentre altre opere, tipo le stanze vuote o una luce al neon messa di traverso in un angolo che ho visto in qualche museo, chiaramente non sono altro che il tentativo di illustrare un pensiero, pensiero dunque che rimane in se stesso ed esprime se stesso senza sforzarsi di rapportarsi a ciò che lo eccede ( che è il mondo sensibile irriducibile ad esso).

Non si tratta di questioni terminologiche, caro Danilo, ma di questione di definizione dell' essenza; di andare a fondo col concetto di arte.
Non è indifferente stabilire se l' essenza dell' arte sia il concetto oppure no; dalla posizione che si prende in merito dipendono le carriere degli artisti, le politiche culturali dei paesi, etc. Ora siamo ancora in una fase dove è predominante una concezione concettuale dell' arte, ma potrebbe non essere così in un prossimo futuro, e cmq nostro compito non è adequarci ai pensieri dominanti, ma pensare con le nostre teste.
Ad ogni modo ora ti poingo una domanda; se l' essenza dell' arte è l' illustrazione, per immagini, di un concetto, mi dici in cosa un lavoro di un artista si distingue da un grafico di uno scienziato? Entrambe sono immagini dietro le quali c' è un pensiero, enytrambe hanno significato, entrambe sono colorate, etc.

Vincent self deleted member 05/12/2008 07:57 PM
Dato che il possibile oggi,
è stato ridotto a cio' che è ammesso
come possibile, un artista deve prendersi
la responsabilità di
cio' che non fa.
Ciro D' Alessio 05/12/2008 08:01 PM
Io per arte concettuale intendo quell' idea dell' arte, formulata da Sol Le witt, secondo cui l' idea che precede la realizzazione dell' opera, sia l' essenza dell' opera, e non l' opera in carne ed ossa, per così dire.
E' questa concezione che critico, e che vedo come erede dell' hegelismo.
Poi che ogni attività umana passi per il cervello, su questo non ci piove.
Ciro D' Alessio 05/12/2008 08:10 PM
Tra l' altro invito a notare come la concezione di Sol Le Witt apra la strada alla produzione di arte in serie, e riduca la produzione dell' oggetto d' arte alla stregua della produzione di un qualsiasi oggetto industriale.
L' arte concettuale si installa nella scissione tra ideazione e realizzazione, tipica della nostra società, di cui ha assorbito le logiche e verso le quali ha perso potenziale critico.
Monica Lume 05/12/2008 08:19 PM
Ahhhh ma allora tu ti stai chiedendo se l'essenza della cosa espressa nel quadro corrisponde al concetto oppure no!
Essenza=concetto?
Monica Lume 05/12/2008 08:25 PM
Riguardo a quello che dici che dalla definizione di arte che ne dà l'artista, dipenda il futuro di una pittura piuttosto che un'altra. ohh quanto ti sbagli!
L'arte è espressione laterale di un'evoluzione complessiva, dei processi mentali, idealitivi, volitivi, evolutivi di un'intera umanità.
Non c'entra nulla il singolo volere di ogni singolo artista, che si limita a realizzare la propria produzione artistica.
E' poi la storia a decretare, in sintonia con tutto il resto (ecco perché l'arte non è affatto autonoma, lo è mai stata mai lo sarà) quale arte è significativa a esprimere l'impianto immaginale della società.
L'Arte va di pari passo con tutto il resto
Ciro D' Alessio 05/12/2008 08:35 PM
Monica, non intendevo dire quello che hai capito.
Dico solo che non è una cosa indifferente stabilire se l' essenza, ( ciò che ci permette di distinguere una cosa da un altra)sia nel concetto, o in qualcosa di diverso dal conectto. E questo è importante non tanto per l' artista che fa l' opera, ma quanto per coloro cui essa è destinata e cghe la valuta.
Se penso che l' arte non sia essenzialemnte concetto, non considererò opere d' arte le luci al neon messe in un angolo, se invece penso che sia concetto, non considererò opere d' arte le sinfonie di Mahler. Non si tratta di questioni terminologiche, ma di decidere cos' è arte. E' ovvio che poi non è mai il singolo artista il singolo critico o storico a sancire cos' è arte e cosa no, ma ogni singolo ha il dovere di farsi la sua idea, pena l' incoerenza e l' accettazione acritica di tutto quello che le "istituzioni" ci presentano!
Vincent self deleted member 05/12/2008 08:39 PM
dato che ai nostri giorni non ci sono più concessi dubbi, dovremo abituarci a cambiare continuamente certezze.
Ciro D' Alessio 05/12/2008 08:40 PM
Vincent, molto interessante quanto scrivi! Oggi è signigficativa la scelta non solo di chi non fà arte figurativa, ma anche di chi sceglie, consapevolemente e criticamente, di non fare arte infromale!

Vincent self deleted member 05/12/2008 08:43 PM
Buongiorno Ciro,

non volevo intervenire direttamente,
ma sto' seguendo il vostro
discorso -interessante-

e non ho resistito "di dire qualcosa"

cmq mi piace

Vincent
Liroi - 05/12/2008 08:47 PM
Sembra proprio che quest'arte non si faccia acchiappare..qui e là non si sa. Ciao Ciro, è proprio in questa ineffabilità, in questa impossibilità di stringere l'acqua tra le mani che (forse) c'è arte. E' un duello in cui tu sei solo e i nemici molti, un colpo qui, un colpo lì, flessibile e rapido sulle gambe. Morire è reale o concettuale ?


Ciro D' Alessio 05/12/2008 09:02 PM
Morire è assolutamente reale! Anzi, è proprio di fronte all' ipossibilità di ridurre a la morte che il concetto si arena, scopre la sua impotenza, ed è costretto ad ammettere che la realtà lo eccede! Cmq grazie dell' intervento Leroi!
Ciro D' Alessio 05/12/2008 09:05 PM
Grazie Vincent, le tue frasi sono brevi, ma dense di significato!
Monica Lume 05/12/2008 09:11 PM
Morire è assolutamente reale.
ceramente la morte che si percepisce dal di fuori è vedere un corpo che cessa di vivere.
Ma tu sai cosa succede quando si muore?
pensavo a un film che esplicita proprio tale questione, anche se in forma estrema, Matrix.
Soprattutto Matrix e Matrix reloaded.
Secondo questa ipotesi, neppure tanto strana, morire è un fatto concettuale.
Vincent self deleted member 05/12/2008 09:18 PM
grazie Ciro,

cmq è bello vedere che -ancora-
qualcuno parla di "arte"

complimenti a tutti voi :-)
Ciro D' Alessio 05/12/2008 09:21 PM
Sarebbe interessante approfondire meglio questa idea Monica.
Nella mia interpretazione dell' hegelismo è proprio di questo che si tratta; hegel cerca di fare della morte, che è una negazione reale ed esterna dell' individuo che muore, un qualcosa di ideale ed interno allo spirito, una negazione logica. Questo del resto è il meccanismo non solo della filosofia idealistica, ma anche di molte religioni che spesso non sono altro che un tentativo di negare la realtà alla morte, immaginando vite ultraterrene o reincarnazioni.
E' proprio la realtà insopportabile della morte che spesso spinge al disprezzo della natura, perché la si vede irrimediabilemnte consegnata alla morte, e l' apprezzamenteo invece per le opere dello spirito, che sopravvivono alla morte dell' individuo che le ha partorite.

Ciro D' Alessio 05/12/2008 09:51 PM
Il merito è tutto dei miei ottimi interlocutori; Monica, Danilo, Vittorio, Antonella, Elisabetta, Antonio, etc!
Anche quando c' è dissenso, c' è rispetto e cerchiamo di concentrarci sulle questioni pittosto che sulla discussione fine a se stessa!
Antonella Iurilli Duhamel 05/12/2008 09:55 PM
Il tuo intervento pone in evidenza il rapporto tra arte e scienza e quanto la filosofia moderna sia in avanti rispetto all’arte che ancora divinizza i concetti.
Molta cosiddetta ’arte moderna’ non tiene neanche in buon conto la fisica moderna e neanche la psicologia moderna.
Moltissimi critici non hanno nessuna preparazione in questi campi e anche molti artisti.
Quello che tu chiami l’autonomia dal concetto mi fa pensare al mare dei sentimenti che può essere solo in minima parte filtrato catalogato e analizzato dalla mente sebbene tutta la mente si arroghi costantemente controllo e potere e superiorità.

I concetti non equivalgono necessariamente alle emozioni, sono solo un punto di possibile riferimento una sorta di faro in mezzo al mare di certo utile ma estremamente limitato .

Il punto è se molte emozioni possono essere ricondotte a concetti , se ti guardi intorno nel mondo dell’arte ma anche nel modo in cui la gente si esprime molto difficilmente trovi parole concetti discorsi che ti conducano ad una immagine, e ancor meno ad una emozione, io credo che il bisogno di impressionare apparire sia divenuto più forte del bisogno di comunicare incontrarsi .

L’arte moderna è piena di ideee ma manca di vita, di emozione di calore di visione e sicuramente di spirito, ci sottomettiamo, l’accettiamo come se avesse un gran valore ma siamo solo assoggettati perché qualcuno che abbiamo ritenuto più intelligente del nostro sentire ce lo ha imposto.

Tu rivendichi la vitalità dell’arte il suo svincolo da quelle griglie concettuali che la disumanizzano e la alienano.

Vincent self deleted member 05/12/2008 09:55 PM
L'ho osservato Ciro,

per quello ho detto
"complimenti a tutti voi"

io non parlo tanto,

ma osservo.....

ottima serata Ciro
Ciro D' Alessio 05/12/2008 10:25 PM
Ciao Antonella, hai afferrato esattamente quanto intendevo esprimere ed è inutile dire che concordo pienamente con le tue posizioni!
Greazie per essere intervenuta con la tua parola chiara, pacata ed, almeno per me, convincente!
Monica Lume 05/12/2008 10:47 PM
Però Ciro, perdonami, ma tutte le questioni che tu stai ponendo sull'arte, sono per l'appunto quelle briglie da cui poi tu cerchi di liberarti.
Probabilmente a te serve (proprio perché sei continuamente correlato al pensiero logico concettuale della filosofia) uno sfogo, una evasione da quelle strettoie concettuali, e le cerchi, giustamente, nella pittura.
Cerchi quei colori che possano allietarti, quelle trasposizioni di situazioni semplici della vita che ti riportano coi piedi per terra, in un mondo vero di cui tu cerchi "l'essenza migliore".
Capisco la tua esigenza di semplice e benefico realismo e non te la contesto affatto, anzi!
L'arte ha e ha avuto anche importanti funzioni di sovvertimento e liberazione, non dimentichiamocelo!
Ciro D' Alessio 05/12/2008 10:54 PM
Monica, non posso dire che hai torto!
Le strettoie concettuali della filosofia, sono, però, quanto ad aridità, molto simili alle astrattezze burocratiche ed impersonali del mondo in cui viviamo, quindi spero che la funzione "terapeutica" e catartica che l' arte ha per me, possa valere anche per altri.
Monica Lume 05/12/2008 11:07 PM
Sì, ma vedi, ognuno ha i suoi patimenti e le sue liberazioni.
Per me, ad esempio, è massimamente liberatoria la pittura gestuale, o o quella cromatica.
Non sarebbe affatto liberatoria una pittura come la tua, dove, ad esempio, sarei costretta a soggiacere a una serie di regole, di tecniche, di codici espressivi.
Nell'informale puro ci si riappropria degli elementi primordiali, coi i quali si può giocare all'infinito, senza obblighi di alcun tipo, al limite neppure quello concettuale, ma anche quello formale, figurativo.
Ma questo è un fatto mio personale. Ripeto, ognuno attua quell'arte in cui trova liberazione e sollievo. Oppure ricerca, sperimentazione... Dipende
Monica Lume 05/12/2008 11:11 PM
"ma anche quello formale, figurativo"

ho sbagliato, mi correggo:
"ma neanche quello formale, figurativo"
Ciro D' Alessio 05/12/2008 11:19 PM
Si è vero Monica, però il bello dell' arte figurativa, è che le regole pesano solo all' inizio, poi, man mano che ne diventi padrone, le dimentichi, e cominci a fare pittura gestuale, pur producendo figure.
Cmq sono differenze che dipnedono dalla diverse personalità e dai diversi bisogni.
Io ho provato a fare delle opere puramente gestuali, ma non ci ho provo molto gusto, non so spiegarmi bene perché!
Monica Lume 05/12/2008 11:24 PM
Certo, è un fatto di personale predisposizioni, in cui confluiscono molte attitudini e scelte.
Comunque ribadisco, il mondo dell'arte, in questo senso, è libero e l'artista può davvero fare quello che gli pare.
Luca Mesini 05/13/2008 01:12 AM
Vorrei che prendeste un uomo burbero e quasi orrendo, gigantesco con un petto che sono due armadi fulvi di peli e che il suo enorme labbro inferiore stesse sopra quello superiore, e che i denti gli uscissero di fuori, e su quella testa pelata con due orecchie a punta solo qualche cespuglio come d'una spiaggia assoltata fra le dune - e nei suoi due metri e ottanta, vestito da vichingo che non si cura delle bende da 4 mesi tanto sono stracci... lo mettessimo di fronte - a un essere piccolino, un bellissimo pulcino elfico, alto come una spanna, con la faccia pallida come la panna, con due occhi intimoriti ma pieni di umanità e di passione - vuoti dalla crocifissione dell'esistenza e dalla penitenza dell'adulto guerriero.

L'omaccione guarderebbe là sotto alzando due folte sopracciglia e il suo occhio meravigliato quasi a liberarsi in un pianto da orco innamorato... gli farebbe sbavare un suono da orco strozzato all'interno di una caverna e la spada gli cadrebbe di mano...

E sotto tutto questo vorrei scrivere: la diversità che è necessaria.

L'arte credo che sia “togliere“ - e quando finalmente nella semplicità, “vivere” (per quanto bene noi non si sappia come).

Non esiste forma né di vita né di arte che non sia il giuoco fra due elementi complementari - per questo il passaggio di una balena nel mare è Arte di esistere, e noi possiamo somigliarli solo quando in fondo, con pochi gesti sappiamo ricongiungerci a quesi sacrosanti equilibri animali che fanno da concerto a Madre natura su questa terra. Vi è più arte nella povertà e nel viso che pare il contrario... - e se siam capaci di ripetere quel gesto - ben venga de l'arte, la sua semplicità che altro da sé nulla cerca di varcare nuovo il pretesto - di esistere.

Per questo l'arte è fragile - e tutti noi bisogna... “insistere“.
Antonella Iurilli Duhamel 05/13/2008 09:00 AM
sono d'accordo con te Monica "il mondo dell'arte, in questo senso, è libero e l'artista può davvero fare quello che gli pare"

tuttavia dal momento che forse tutti siamo d'accordo sul fatto che fare arte equivale a comunicare, dobbiamo ammettere che ci sono modi di comuncare genuini e profondi ed altri manipolativi e superficiali, tra questi a mio avviso insrirei molta arte concettuale.

Pwe r questo ho molto più rispetto per il simbolismo, il simbolo al contrario del concetto è la massima forma di energia tradotta dal segno, il concetto è spesso è il massimo numero di parole che spesso supportano il nulla il vuoto.
A mio avviso allostato attuale delle cose l'arte e l'uomo in generale necessita di una forte cura ricostituente di vitalità, e sono d'accordo anche con Luca:
Per questo l'arte è fragile - e tutti noi bisogna... “insistere“.
ciao Buona giornata a tutti
Danilo Verticelli 05/13/2008 11:04 AM
No, sulla strada del definizionismo non vi seguo.
L'Arte, per il solo fatto che esiste in quanto tale, è espressione e comunicazione. Espressione di "qualunque" cosa e "comunicazione" in qualunque modo.
Punto e basta.
Io non ho detto che il concetto è l'essenza dell'opera d'arte. Ho detto che non esiste l'Arte senza un "qualche" concetto dietro e che per concetto accetto anche la definizione di idea "rielaborata" (e quindi concettuata) che deve comunque esserci dietro ad un gesto cosciente, sia pur quello di alzare un braccio e colare il colore dal barattolo.
Non esiste alla fine distinzione tra arte figurativa o concettuale, perché entrambe sono espressioni di modi diversi di utilizzare il pensiero. Il quale, come ho detto, deve per forza di cose ricondursi a schemi logici e razionali propri di codici e schemi culturali. nessuno di noi "pensa" in aramaico. Dopo un lungo soggiorno all'estero ci potrà capitare di sognare in lingua locale, ma alla resa dei conti quando pensiamo lo facciamo in italiano. Se ci facciamo caso, i nostri pensieri altro non sono che racconti silenziosi nella nostra lingua. Le preghiere silenziose sono fatte in italiano (e non in ebraico, ma Dio è magnanimo e capisce...). Le immagini pensate sono in qualche modo pensate (e non potrebbe essere altrimenti) secondo forme e colori a noi già noti. Si assembla. Mai si crea.
Allora, pensare che in un qualche modo si possa essere fuori dalla concettualità secondo me è impossibile.
Pensare che l'essenza di un'opera d'arte sia "solo" l'idea e non l'opera è dislocante. ma accettabile se svincoliamo l'Arte dalla sua componente artigiana. E qui mi rendo conto che investo un gran numero di artisti classici cui la produzione dell'esemplare unico è l'unico scopo e ragione di fare Arte.
Diversi modi di vedere. Per me Arte è il risultato finale, e non come ci arrivo.
Forse ciò può essere parametrizzato in una scala di valori che incide sul prezzo dell'oggetto. Ma non credo sia il tempo di lavoro o l'abilità tecnica a detrminare la liceità "artistica" di un'opera.
Io ad esempio, lavorando ormai al pc, lascio alla macchina tutta la fase della rappresentazione finale (stampa) intervenendo sui materiali di base e sulla creazione dell'immagine. Ne posso fare multipli. Certo. Accontento più persone (si fa per dire). Varrà senz'altro di meno del mirabile lavoro di ogni amanuense. Ma non è un problema.
Ho i miei motivi (concettuali ovvio) per farlo. E non credo che una cosa così (vedi ad esempio "Gomorra" nella mia collezione) non possa essere considerata un qualcosa d'Arte.
Alla fine, e chissà perché, quando si producono serie di soggetti o oggetti, ci si sente sempre insoddisfatti. Forse perché attribuiamo troppa importanza alla fase materica del fare arte e meno alla fase concettuale. Se si ha un'idea in cui si crede, comunque la si voglia affermare (e rappresentare) non ci si stanca di essa.
Ci si stanca degli olii e dei pennelli, dei colori e delle tele. Ma le convinzioni non ci stancano.....

Liroi - 05/13/2008 12:38 PM
Ciao A tutti, volevo riprendere il discorso di ieri. Sono d'accordo con danilo..qualche straccio di concetto c'è sempre credo.
Credo che la morte sia anche reale ma non solo. La morte esiste anche in quanto concettualizzata, idealizzata (magari in negativo..una brutta morte , magari in positivo..la morte eroica..).
Inoltre la morte può avvenire e non essere "reale". Ho sognato di morire ed era così reale che io, gran bestemmiatore, piangevo lacrimevole un padre nostro.
Dirai..ma un sogno non è reale...e allora innamorarsi è sogno o realtà..
Io credo inoltre che occorre fare una diistinzione tra concetto e progetto. Nell' arte concettuale (chiamiamola così), l'artista progetta l'opera...non applica un solo concetto..ma coordina una serie diversa di concetti-idee in una unità più o meno coerente. Guarda un colore nel barattolo..un giallo e pensa che cos'è..se è un concetto o reale..è tutti e due e quindi qualcosa oltre il colore stesso ? ciao ciro..
La pittura trascende queste blande dicotomizzazioni dell'esistente, è una sintesi, una zona demilitarizzata del pensiero, palestra della follia.


Danilo Verticelli 05/13/2008 02:21 PM
p.s.: Antonella, perché dici che l'arte concettuale sia in qualche modo espressione "superficiale"? Sembrerebbe che fosse proprio il contrario invece, no?
Oppure ti riferisci ad ampie schiere di "artisti" che con la scusa del "concettuale" mettono due sassi nel mezzo di una stanza e basta? In quel caso si tratta di mistificazione dell'arte, oppure si tratta di approfondire il perché di quei sassi per poi decidere se mandare in culo quell'artista o applaudirlo. Sul manipolativo invece non potrei che essere favorevole ad esso. Tutti manipoliamo cose ed oggetti (reali o nelle nostre menti) già conosciuti o comunque esistenti. Quando dipingiamo non manipoliamo forse colori e pennelli e materiali? Quando facciamo collage non manipoliamo forme e figure? Quando facciamo arte povera non manipoliamo forse materiali esistenti e naturali? Non è forse dalla manipolazione che nascono le statue?

Perché allora continuiamo sempre a cercare di difendere "certi" tipi di fare Arte (come si vede su alcuni forum di questo sito veramente scandalosi) a danno di altri, invece di accettare il fatto che nella vita si scelgono forme e tecniche e motivazioni pur diverse che alla fine convergono comunque nella "comunicazione" del pensiero artistico (emotivo, concettuale, figurativo, paesaggistico, ecc, ecc, ecc)?
Antonella Iurilli Duhamel 05/13/2008 03:28 PM
esatto mi riferisco a quella grande schiera di artisti che con la scusa del "concettuale" mettono due sassi nel mezzo di una stanza e basta...
non sono contraria alla capacità di un'artista di decodificare il proprio messaggio e renderlo ulteriormente esplicito,di attribuirgli significato, non disprezzo la sua sua capacità di analisi, tutt'altro... ci sono stati anche in passato artisti con un grande cervello basti pernsare a Degas.
Altrettanto non ho nulla contro la specificità del medium, ciò che conta è la comunicazione forse non mi sono spiegata bene, infatti apprezzo il tuo lavoro anche se non usi pennelli.

Per ciò che mi riguarda credo che si possa
anche dipingere con le dita e fare qualcosa di valido e significativo.
Sono solo diffidente nei confronti di certe vuote espressioni che vengono interpretate fino alla nausea nel tentativo di montarle come fosse panna con lo scopo di farci credere che gli abiti dell'imperatore sono sontuosi mentre è nudo come un verme.

Sono contraria alla crescente attitudine a non integrare ma a consumare passivamente tutto, come polli di batteria,verso la tendenza a non volere impiegare energia a spacciare la depressione e l'assenza di significato per vita o grande arte.
per loro fortuna gli artisti si possono si avvalere di moltissimi mezzi compreso concetti teorie abilità tecnica, visione interiore,poesia cultura tutto ciò può arrichhire un uomo sarà funzionale alla sua espressione e quindi alla pienezza della sua arte.






Danilo Verticelli 05/13/2008 04:22 PM
...il problema non sono gli artisti veramente depressi che, purtroppo per loro, esercitano la loro "creatività" in quel modo così assurdo, ma i critici ed i curatori che ne esaltano le gesta per motivi di moda, interesse, intellettualismo snob, politica, e tutto quello che sappiamo. Mercato.
Oggi vige la ricerca del "nuovo" a tutti i costi e tale ricerca comporta strumenti tecnici sempre più costosi. certamente validi e innovativi, ma preda solo di sponsorizzazioni o Fondazioni che seguono indicazioni da pochi critici prezzolati.
Io stesso, come sai, per le mie cose, mi posso muovere ormai solo se sponsorizzato (ma il pennello l'ho usato sempre...)eppure non usolaser, megascreen, ologrammi (l'arte deldomani, cari miei). C'è chi lo fa e in parte lo invidio. Ciro potrebbe modellare un paesaggio di monnezza e bambini in tridimensionale, che con il movimento intorno si modifica, magari reagendo alle endorfine emanate secondo gli umori di chi assiste....
Anche questa sarà arte. Meno praticabile ma altrettanto valida.
E poi, diciamoci la verità, se mi dessero una stanza del Rivoli, e mi pagassero solo per mettere due sassi nel mezzo del pavimento, beh...proprio non saprei come fare per rifiutare... eheheheh
:-D
Ciro D' Alessio 05/14/2008 09:07 AM
Grazie Danilo, Antonella, Luca e Liroi, per aver continuato il Blog in mia assenza.

Diciamo che nessuno mette in discussione che vi sia del pensiero dietro ogni opera; il problema dell’ arte concettuale è la pretesa che il pensiero sia il momento fondamentale e che dunque l’ altro momento, quello dell’esecuzione, sia mera esecuzione artigiana; questa idea la esprimi con chiarezza anche tu, Danilo, ed è proprio questa la questione sulla quale divergiamo.
Il momento esecutivo non sta fuori dall’ arte, ma dentro, ed è proprio quello il momento più propriamente artistico, secondo me. Moranti non sta nella storia dell’ arte perché ad un certo punto ha avuto l’ idea di dipingere delle bottiglie, ma perché le ha dipinte in un certo modo, mentre Lucio Fontana sta nella storia dell’ arte perché ha avuto l’ idea di fare dei tagli alle tele, e non certo per il modo in cui li ha fatti; i tagli particolari realizzati da Fontana sono del tutto insignificanti e valgono solo come esemplificazione della sua idea; in questa prospettiva la realtà sensibile è del tutto subordinata al Concetto, in sintonia con una concezione veneranda ma a mio avviso assolutamente criticabile del rapporto realtà-idea. Analogamente il lavoro materiale, secondo l’ ottica di Fontana, è del tutto subordinato a quello ideale; si riproduce anche in arte una scissione tra lavoro intellettuale e lavoro materiale che caratterizza a fondo la nostra società. Ma l’ arte non dovrebbe essere il luogo dove si mettono in discussione gli assetti, gli epistemi e le pratiche diffuse nella società? Contro questa concezione, io faccio valere quella caldeggiata da uomini come Kant, Schiller, Goethe, Marx, secondo cui l’ arte, in una società sempre più caratterizzata dalla divisione del lavoro, e quindi dalla scissione delle facoltà umane, è l’ unico luogo, ormai, dove le facoltà si possono riconciliare, l’ unico luogo dove un uomo può esercitare in maniera onnilaterale ed armonicamente tutte le sue potenzialità; sia razionale, che fisiche, che sentimentali, etc.
Questa pratica artistica non è affatto inadeguata all’ epoca in cui viviamo; l’ arte non ha il dovere di adeguarsi piattamente, ma di rapportarsi dialetticamente al mondo in cui sorge, di reagire ad esso. Una pratica artistica, come quella della pittura, con la centralità del momento pratico-manulae, è la pratica più confacente ad un mondo dove tale facoltà umana è sempre più ignorata e squalificata.

Vi è tutta una componente “inconscia” del fare arte che viene lasciata da parte nel momento puramente ideativo, ma che tuttavia si riversa nell’ opera nella fase di esecuzione; questo perché i nostri movimenti, la scelta dei colori, gli accostamenti tonali, etc, non li padroneggiamo completamente, ma una parte di essi sono espressione di una parte di noi che non padroneggiamo e che è altamente significativa. Togli all’ arte quest’aspetto e le avrai tolto quanto vi ha di più interessante, di più vivo e vero!
Vero infatti, non è il concetto, che è solo una funzione mentale, ma il vivente concreto, che non si lascia ridurre a concetto, ma che tuttavia può tentare comunque esprimersi, ed anche educarsi con l’ arte.
Difatto dietro un opera di Morandi vediamo tutto un mondo della vita; vediamo una ricerca di armonia, un bisogno di equilibrio, una melanconia nei toni, un’ autunnalità dei colori, una pennellata leggera, rispettosa di quello che vi sta sotto, dei contorni tenui, delle figure che non stanno mai in contrasto con lo sfondo, eppure se ne distinguono; di Morandi, senza averlo mai conosciuto, e senza saperne la biografia, ne sentiamo quasi il carattere, il sentire, la timidezza, la riservatezza; vediamo, insomma, un uomo concreto che vive la sua epoca, foss' anche mettendosi da parte. In Fontana vediamo un idea, magari una volontà di andare al di là della tela, una scontentezza della tela, dunque della pittura, ma cosa vediamo dell’ uomo Fontana? Potremmo immaginare un carattere titanico, un Ulisse che vuole oltrepassare le colonne d’ Ercole, se non fosse che, quel po’ di realizzazione che c’ è nelle sue opere, tradisce un animo tutt’altro che titanico;.i suoi tagli sono così timidi, così piccoli, così precisi, così metodicamente ripetuti ad intervalli regolari, così meticolosamente fatti su tele colorate…
Io Fontana lo vedo più in quello che ha realizzato materialmente e nel modo in cui l' ha fatto, che nella idea che ci stava dietro; è la realizzazione che esprime l' uomo ed il suo mondo, non l' idea pura ed astratta.


Ciro D' Alessio 05/14/2008 09:13 AM
Molto interessante il tuo intervento Luca.
Anche io amo le differenze; se insisto su di un aspetto dell' arte, è solo perché oggi lo vedo trascurato e bistrattato... non certo perché lo vorrei come unico elemento!
Ciro D' Alessio 05/14/2008 09:18 AM
Molto interessante quanto scrivi, Antonella.
Sarebbe bello aprire un blog sulla differenza tra Simbolo e Concetto! Certo non sarà facile, visto che , se sul Concetto le opinioni sono già discordanti, su cosa sia Simbolo, lo sono ancora di più!
Danilo Verticelli 05/14/2008 09:50 AM
Vedi, io non affermo che l'Arte debba staccarsi dalla esecuzione artigiana. Dico che a me non importa nulla se Morandi ha fatto le bottigliein quel modo perché "in quel momento" gli andava di farle così. Viceversa mi interessa se lui aveva un motivo ben preciso per farle così e se la parte artigianale del suo lavoro era guidata da tale intenzione.
Nel primo caso le sue bottiglie sono solo un'espressione decorativa. Legittima ma insignificante se non a fini decorativi appunto. Nel secondo caso diventano invece un'espressione artistica e quindi da valutarsi in modo relativo.
Fontana è molto concetto e poco lavoro. Ok. Ma non possiamo negare che il suo lavoro abbia molto più apporto cerebrale di quanto non ce ne metta Bacon (mio preferito) quando riproduce una delle sue tante fotografie e ci aggiunge qualche altro soggetto "così, perché pensavo ci stesse bene...". Fontana esprime la caratteristica umana dei avere facoltà di ragionamento. Morandi, esprime la caratteristica animale di fare qualcosa "come gli va" e senza un perché (si fa per dire eh).
Personalmente non me ne frega nulla di come fa le cose lui o Caravaggio, se non hanno un motivo dietro che li spinge a far ciò in quel modo. Ci sonoillustratori moderni molto più bravi di loro (Rockwell ad esempio). Perché dovrei perdermi dietro a due bottiglie riprodotte anche male?

Provoco....
Ciro D' Alessio 05/14/2008 10:10 AM
Si si, accetto al provocazione!
Ed a me cosa me ne dovrebbe importare di un ideaa sconclusionata, impacciata e non approfondita, espressa in maniera inappropriata tipo quelle di Fontana!
Io non sono contro le idee, ma vorrei che le idee venissero espresse in in maniera adeguata,che venissero approfondite e discusse, non solamente sbandierate!
Mentre mi importa molto delle bottiglie dipinte, visto che vi vedo espressa vita ed umanità dietro!
Ovviamente anch' io provoco!
Ciro D' Alessio 05/14/2008 10:19 AM
PS.Un qualsiasi studente di liceo ha idee più profonde e complesse della maggior parte degli artisti concettuali! E che vuol dire che le bottiglie di Morandi non sono dipinte bene! La grandezza della pittura non si valuta dal grado di somiglianza analogica!
Appunto per questo l' arte non è artigianato!
Perché non v' è una regola tecnica preestabilita adeguandosi alla quale sia garantito il risultato!
Ma la regola si crea con l'opera stessa, ed ogni opera ha la sua regola irriducibile!

Ciro D' Alessio 05/14/2008 10:37 AM
Insomma trovo che l' idea della rottura della rappresentazione, sia espressa, discussa ed approfondita, ad esempio, in maniera mirabile in Hgel, nella sua polemica contro l' intelletto astratto e rappresentativo di Kant.
Oppure in maniera diversa, ma altrettanto profonda, in Heidegger, nella sua polemica contro la metafisica occidentale caratterizzata appunto dalla rappresentazione, e quindi dal coppia, soggetto-oggetto.
Ma in Fontana cosa rimane di tutti i risvolti concettuali di tale questione? In Fontana vi è solo un allusione ad un idea, tra l' altro un allusione molto approssimativa, tant' è che lui ebbe bisogno di spiegare a parole quanto intendeva dire, perché è ovvio che l' opera di per non era in grado di esprimerlo, visto che i concetti non nascono dalle cose, ma siamo noi che le imponiamo ad esse.

Se vi interessano le idee andate a cercarle nei filosofi, così come se vi interessa la matematica la andate a chiederla ai matematici e non certo agli artisti!
Se non vi piace la pittura, e chi non ama né Caravaggio, né Morandi, non ama la pittura, lasiatela in pace, ma non tentate di violentarne la natura per adeguarla a voi!
Anche tutto questo è detto in tono provocatorio e senza ombra di polemica!
;-)
Luca Mesini 05/14/2008 11:26 AM
Sì Ciro - in realtà è pure necessaria la dialettica sull'argomento per esteso, per una ragione, in effetti molto semplice (che tu constati in pieno): sei dialettica nella dialettica in atto. Risulta interessante capire come a volte, una pietrolina gettata nella quiete del lago faccia tanti cerchi concentrici e poi si riallinei con la quiete del lago - se il lago è la dialettica, un intervento diverso - la pietruzza che canta una filastrocca - potrebbe smuovere l'attenzione intorpiditasi nel centro di quel lago - e aprire qualche arcano nella sommovimentazione di altri cerchi concentrici, altri centri sui quali diffondere l'interesse compiuto di qualcuno.
Il dialogo filosofico a volte rischia di ragionare sull'acqua calda (senza nessun riferimento diretto al lago di cui prima...). Se la natura dell'uomo è data dal suo esistere e se l'adulto ha delle afferenze cerebrali e di spontaneismo diverse dal bambino e dall'anziano, è più facile entrare nei reali participi dell'arte in un bambino e in un anziano, due figure che apparentemente senza congiunzione ma per altri versi... non contendono al dialogo della dialettica in corso - solitamente tributato sempre agli adulti operativi.

Con questo vorrei ricollegarmi ad una definizione importante: come ho sempre pensato che un uomo politico potrebbe fare molto solo se avesse, vicina consigliera una donna, credo che ogni presupposto logico per mantenere alto il tenore di un argomento dovrebbe avere dei presupposti in nucere: quei presupposti sono il fascino e la chiarezza del dialogo.
Se sapremo far comprendere la ragione del nesso di quello che stiamo dicendo pure a un bambino e a un anziano, fascinando una colf e un direttore scientifico di una collana editoriale della einaudi o un commerciale del sole 24ore - riuniremo in rosa 5 persone che di fronte al talento della virtuosità del loro esistere non hanno in seno differenze: sono uguali, incoronati al senso della giornata dall'alba al tramonto per ragioni, versi e consapevolezze diverse - ma tutti e tre possono capire.

Laddove non si capisce io credo che non ci sia niente da capire - e il giuoco della sorte completa il suo servizio solo dove la mente elucubra e della logica di un certo dettato preferisce soffrire piuttosto che offrire all'intendere comune una verità palese.
Di fronte a cose non chiare sono tutti concordi: sono semplicemente cose non chiare. Il taglio di una tela è molto chiaro - ma per quello che è: un taglio su una tela: solo un adulto consenziente pago della sua apertura mentale fra virgolette (di fatto, talento a dividere piuttosto che unire) può trovarci il suo kubo di rubik sul quale distillare il proprio ego centrico.

Forse Ciro la natura complessa del discorso che in questa tribuna si è così appassionatamente ardito è dato dalle differenze sociali e di casta - dalle differenze che appunto, come sotteso nel mio primo intervento, dividono - e non da quelle che invece, complementari, uniscono. E concludo ricollegandomi alla natura del gesto che avevo iniziato: è l'uomo adulto che divide - mentre il bambino, la donna e l'anziano - unisce. Quindi l'adulto deve riavvicinarsi al bambino, alla donna e all'anziano - e dal quella complementarietà, fare Arte - il che vuol die: aprire il cuore.
Perché la complementarietà “apre“ mentre la dialettica de la filosofia invettata su i pilastri dei divisori competenti (gli adulti cosenzienti, patroni della dialettica in auge), chiude.
Non è apertura e chiusura al dialogo - pittosto stante alle vie di fatto per cui, chiuso non vedi - aperto invece sì.

Nella natura diffusa della “divisione“ - della cultura della divisione, avremo sempre e solo persone che dicono la loro - forze egocentriche che censureranno con se stesse il precetto della complementarietà e della concertazione - e la libertà dell'adulto, che è spesso sottesa nella libertà propria di dire falsità e modificare la memoria storica degli eventi semplici perché instillati nella pelle e il dna delle persone, potrà avere più o meno attenzione a seconda del gradiente di volgarità che sensibilizza maggiormente il tessuto sociale fin dove gli diviene quel modo sacrosanto di parlare...

(credo che un bambino non abbia capito un tubo di quello che ho detto - sono in pieno fallo coerenziale). :) ciao Ciro! ... sono io il primo, a quanto pare, a soffrire del piacer di elucubrare!... gasp
Monica Lume 05/14/2008 12:40 PM
Concordo con quanto ha sviluppato Ciro in questi ultimi post.
Vorrei solo aggiungere che questo che tu espliciti, non toglie minimamente una virgola di signiificato all'arte moderna e contemporanea, che propende sul concetto, in quanto una peculiarità artistica non esclude il valore dell'altra.
Sono pitture diverse, come diversi sono i significati che vi fluiscono, come diverse sono le fonti cui attingono, come diverse sono le materie che utlizzano, come diverse sono gli sbocchi estetici che concretizzano.
Ma vedo che, mentre gli artisti contemporanei affezionati a Fontana, Rauchemberg, Le Witt .... non hanno nulla da ridire sulla pittura antica (anzi, la includono in modo preponderante nel loro percorso formativo e continuano ad amarla anche dopo), quelli che invece non accettano la pittura contemporanea (quindi il modo di sentire e esprimere questo mutato sentire) continuano, più o meno agitati, a lanciare strali contro quella.
Questo mi sfugge....
Cosa c'è sotto?
Danilo Verticelli 05/14/2008 02:22 PM
ma perché l'Arte non può essere scoperta? Perché deve essere tutto chiaro e rivelato? Perché deve essere tutto complementare e pacifico? Perché Luca pensa che la "divisione" sia un male? Proprio dalla divisione nascono le particolarità che contraddistinguono il pensare multiplo, la diversità, l'individualità. E proprio da questi elementi che nascono le forme differenti di fare Arte.
Ciò che non capisco, cioè lo capisco ma non riesco a condividerlo, è perché si vuole pensare che l'Arte stia nella semplicità invece che nella complessità o comunque in entrambe le cose liberamente.
Quando Fontana taglia la tela, trasferisce un'idea al fruitore, attraverso un mezzo (la tela e il taglio). Quindi comunica. Quindi fa Arte. Non è necessario che io capisca subito. O forse non sono addottrinato per riuscire a farlo. Me lo spiegherà. Leggerò. Avrò tempo per capire. Chi mi corre dietro? Ho visto. Ho assimilato. Mi documenterò. Capirò. Tornerò a vedere. Cosa c'è di non artistico in tutto questo? o meglio: cosa c'è di diverso dal guardare un'opera del Caravaggio? Il fatto che nel Caravaggio si riconoscono immediatamente forme note (i simboli? Le icone della vita?), qualiuomini, oggetti, animali ed espressioni. Ma chi, dei fruitori normali, conosce la storia del Caravaggio, il perché di certe scelte stilistiche, di certi modelli, della sua concezione antropomorfica del religioso? Pochissimi. Ecco che il taglio si equipara alla tela del maestro, nella necessità (tutta fortunatamente adulta) di approfondire e capire ciò che invece la visione immediata ed infantile (da bambino intendo) non riescono a dare.
L'uno utilizza significanti strani, non usuali nella rappresentazione, forse originali. L'altro utilizza significanti ben noti e normali. Entrambi hanno delle idee a monte dell'opera, idee che alimentano il loro modo di fare Arte. Entrambi possono lasciare a bocca asciutta il fruitore che prima non si sia documentato sul perché di quelle scelte.
Non esiste differenza, come mi sembra dica Monica. Non c'è differenza tra arte concettuale ed arte figurativa. La seconda è apparentemente più immediata ma poi trasporta nella metafora in ragionamenti (anche questi adulti) mai immaginati a prima vista. La prima è più ostica in fase di approccio, ma facilmente comprensibile dopo la relativa spiegazione.
Metodi diversi.
Cosa dovrei capire allora dalla Gioconda? Cosa dovrei capire da una battaglia o da una Madonna? Niente più di quanto essi non dicano. Tecnica e capacità di organizzare una scena (con i relativi modelli). Illustrazioni. Decorazioni di pareti. Complesse, ben fatte, ardite, per carità. Effetti speciali. Cos'altro? E' lì l'Arte? Oppure è la manifestazione cosciente di una capacità di comunicare il proprio pensiero?
Perché, lo ripeto, se un'opera non è comunicazione del pensiero di "quell'artista", a me non me ne importa nulla di vedere come egli interpreta il tema delle bottiglie. Qualunque interpretazione sarebbe dunque valida perché si andrebbe nel campo del gusto personale e non ci sarebbe alcun gesto che differenziasse l'artista dal semplice ricopiatore di forme. Non esisterebbe Arte così e si lascerebbe al fruitore ben poca cosa se non una esercitazione tecnica di un tema qualsiasi.
Cosa del tutto degna e ampiamente diffusa, peraltro anche con un buon mercato.
Evidentemente io ritengo che in assenza di un qualcosa di più della normale riproduzione tecnica di un soggetto, la valenza di Arte possa venir meno.
D'altronde se hanno coniato termini come decorazione, artigianato, design, evidentemente deve pur esserci una differenza con il termine Arte, altrimentinon se ne vedrebbe il motivo. Il senso comune di tale termine, credo, tra le persone non nel settore, è che Arte sia qualcosa "di più", di eccelso, di strano, di non comune. Tanto che quando qualcuno si veste un po' più vistoso, viene comunemente detto: "beh, sembri un artista...". Quel "di più" è appunto la differenza (la differance) tra ciò che è rappresentato e ciò che esso significa. Perché è lì. Perché è così.
Nell'Arte ogni passo deve avere un perché, pur esso emotivo, ma non accetterò mai come opera d'arte un prodotto incosciente. Quelli lasciamoli ai bambini delle elementari.... insieme a tutte le belle cose che riescono a fare (oltre alle mariuolate, eheheh).
Ciro D' Alessio 05/14/2008 03:54 PM
Danilo, quello che hai detto nell' ultimo intervento, sostanzialmente lo condivido.
L' arte è scoperta ricerca ed innovazione; solo che penso che questa ricerca , quest' innovazione debbano essere condotti in quello che è il campo specifico dell' arte in questione; se faccio il musicista la mia ricerca sono nuove sonorità, una nuova tecnica compositiva, e non cose che vanno al di là della musica etc. Se faccio il pittore ed ho deciso di esprimermi con pennelli e tele, la mia ricerca si concentrerà all' interno di questo ambito e sarà essenzialment5e, nuovi accordi cromatici, un nuovo movimento nella pennellata, un nuovo o per lo meno personale modo di costrire le immgini, etc.
Se poi decido di andare al di là della pittura e di esprimermi cmq in immagini, è cmq nel campo della immagini che si concentrerà la mia ricerca, magari col digitale, come fai tu, o con l' oleogramma etc.
Ma in tutti questi casi ogn' uno ricerca nel campo della propria arte, lavorando sui materiali.
Si può anche ricercare con i concetti, posso scegliere di infischiarmene della ricerca del mezzo espressivo, e mettermi a fare ricerca filosofica e poi decidere di esprimerla; ma in tal caso, la mia arte, non sarà che l' illustrazione della mia ricerca filosofica.
L' arte contemporanea non è che non mi piace, come pensa Monica, semplicemente mi rammarico che, avendo rinunciato a fare ricerca sul suo terreno specifico, della pittura, o dell' immagine in generale, si sia messa a ricercare sul terreno del concetto, finendo così per cadere in una posizione subordinata nei confronti del pensiero filosofico (che tra l' altro essa mostra di ignorare nei suoi relai sviluppi e di non volere approfondire). Una posizione di ancillarità molto simile a quella che aveva nel medioevo nei confronti della Teologia, posizione dalla quale l' arte rinascimentale e moderna, con un lungo e faticoso percorso, e puntanto sull' autonomia dell' immagine dal significato, era riuscita ad emanciparsi ed a farsi autonoma e matura.
Parliamo un attimo, a tal proposito, proprio di Caravaggio; le sue scene sono quasi sempre scene religiose, per comprendere pienamente le quali occorrerebbe essere addentrati nelle complessissime e noiosissime questioni di teologia dell' epoca della controriforma; e tuttavia Caravaggio trovò il modo di affrancarsi in qualche modo da questo armamentario concettuale, rappresentando i santi ed i profeti in maniera natruralistica, spostando così l' attenzione ed il fulcro dell' arte, sulla scia di quanto già iniziato dai rinascimentali, dal significato teologico, alla rappresentazione umanistica e naturalistica, rendendo fruibile l' arte anche al di là delle dottrine di cui la si voleva illustrazione.
Caravaggio ce lo godiamo anche senza sapere nulla di teologia, ed anzi, la conoscenza degli apparati teologici non ce lo rende più fruibile, ma ci inquina in qualche modo la fruizione.
Per questo con lui l' arte figurativa diventa autonoma dalla teologia.
Ma l' arte di Fontana è ritornata ad essere Ancella della filosofia, erede della teologia, perché i tagli sono incomprensibili se non accompagnati dalla spiegazione, non v' è una fruizione indipendente, si è persa l' autonomia che la pittura si era tanto faticosamente conquistata dalla sottomissione alla teologia-filosofia.
Ciro D' Alessio 05/14/2008 04:09 PM
Quanto alla questione dell fanciullo e dell' adulto.
La mia posizione sta a metà tra quella di Luca e quella di Danilo; l' arte è sempre fatta da adulti nel pieno possesso delle proprie facoltà, solo che spesso l' adulto, se vuole cogliere degli aspetti dell' esistere, non contaminati dalla banalità del pensare e del sentire quotidiani, deve in qualche modo cercare di far suo il punto di vista dei bambini, e tornare a stupirsi di cose alle quali la mentalità pragmatica dell' adulto non presterebbe la minima attenzione.
Del resto, da questo punto di vista arte e filosofia vanno d' accordo: anche la filosofia, come disse Aristotele, ha inizio quando ci si meraviglia di qualcosa, qunado si comincia a pensare a cose sulle quali il pensiero comune generalmente sorvola e sulle quali invece si soffermano spesso i bambini.
Danilo Verticelli 05/14/2008 04:18 PM
...due o tre cose veloci: hai detto bene, quando dici che in ciascun campo ci si dovrebbe muovere internamente. Ma hai già circoscritto (e perché mai) l'operato ai suddetti "campi". Certo, chi fa pittura non può pretendere di utilizzare la fotografia (ed ecco il perché delle cosiddette sezioni nei concorsi) e chi fa musica dovrebbe pur far rumore con qualcosa che produca vibrazioni. Certo.
Ma noi facciamo Arte, in qualunque modo essa avvenga. Stavamo discutendo di Arte, non di pittura. La pittura è una delle forme espressive del fare Arte. Non l'unica. Forse la più tradizionale data la tecnicità abbastanza elementare del passaggio colore-pennello-supporto. Ma se io faccio Arte, nessuno mi potrà mai impedire di mescolare pittura, scultura, musica, luci, foto, quadri. Anzi. La nuova frontiera del fare arte è proprio la contaminazione. Ma non per moda (oddio, alcuni lo fanno anche per moda) ma perché la complessità (adulta oserei dire) degli stimoli che la società ci dà non riesce più (forse ci riusciva ai tempi del Caravaggio) a contemplare la semplicità del singolo quadro o della singola scultura. D'altronde da sempre nei concerti live l'impianto luci (oggi gli effetti scenici) sono parte integrante del concerto stesso. Quindi intuizioni ormai deja vu.
L'Arte contemporanea ha fatto ricerca su tutto, direi. E non c'è alcun motivo di privilegiare la pittura. L'essere contemporanea vuole appunto dire essersi liberata finalmente da quella ancillarità che citi ed aver potuto sperimentarsi e mettersi in discussione (giacché proprio questo stiamo facendo, mentre Caravaggio sembra essere indiscutibile) su vari piani e livelli. Fontana si è avvicinato di più alla filosofia pur riuscendo in qualche modo a manifestarsi senza scrivere. Kosuth scrive, invece. Boetti mescolava scritte e giochi. Baj ne faceva di tutti i colori.
Caravaggio, come lo conosciamo noi è altrettanto incomprensibile senza spiegazione o senza nozione storica. Ovvero è incomprensibile il perché lui si sforzava a fare le cose come lui avrebbe voluto che fossero colte dai fruitori. Credo che il primo ad incazzarsi di fronte ad una fruizione puramente estetica delle sue opere, sarebbe proprio lui.
Io Caravaggio non me lo godo. Se devo vedere un cavallo guardo la foto di un cavallo. Se devo vedere un vecchio sofferente guardo la foto di un mendicante. Se devo vedere una testa decollata, guardo le foto dell'IRAQ. Abbiamo già tutto in realtà. Di cosa dovrei allora essere interessato da un Caravaggio "solo estetica"? Dalla tecnica? Chissene.
Monica Lume 05/14/2008 04:20 PM
Sì, è vero, non ho approfondito i concetti della filosofia, quella studiata sui libri, quella di altri, ma sono sempre presa dal formularne una mia, legata alla mia esperienza e alla mia coscienza e alla mia conoscenza.
E credo che, per l'Arte, questa disposizione sia importante, non certo una cultura filosofica accademicamente intesa.
E' la disposizione a cogliere nel mondo e nelle persone certi aspetti sottili, certe dinamiche. A coglierle, dico, non solo a studiarle astrattamente sui libri.
Si può essere concettuali, ma anche sentimentali, anche sensuali, anche istintivi...
Quel che conta, nella pittura, è la capacità di individuare e trasporre sulla tela il proprio senso delle cose.
Che in certi periodi può essere pregno di interesse concettuale per le cose, in altri può magari risentire di un coinvolgimento nell'aspetto sensuale delle cose, e via dicendo...



Monica Lume 05/14/2008 04:23 PM
Poi riguardo all'ancillarità della pittura nei confronti di altro, bè allora io potrei dire che tu, nella tua pittura, ti fai ancello della realità.
Cioè, dal momento che la pittura è espressione di qualcosa, è sempre e comunque ancella di quel qualcosa.
Che mi dici adesso?
Ciro D' Alessio 05/14/2008 04:28 PM
Bene, Danilo!
Solo che io di Caravaggio non mi godo mica la somiglianza delle sue rappresentazioni!
Mi godo la sua pittura! Difatti come mi godo caravaggio, poi mi godo anche Morandi, dove la somiglianza è molto approssimativa, e mi godo perfino Picasso dove la somiglianza è volutamente messa da parte.
Sono d' accordo che la pittura non sia più ormai la sola arte figurativa, non mi piace, però, l' idea che essa sia "superata", come spesso pensa chi si dedica ad altre forme.
Monica Lume 05/14/2008 04:29 PM
E comunque mi pare che questo discorso non stia portando a nulla.
Nel senso che si pretende dare definizioni univoche e definitive (quindi rigide) di qualcosa che è talmente vasto, comprensivo di tutto, fluido, vario, diversificato che non ha davvero senso un discorso così generico, ottuso, e limitativo.
Comunque vi ringrazio del coinvolgimento.

Ciro D' Alessio 05/14/2008 04:37 PM
Si Monica, nella pittura io sono Ancello della realtà. E questo non mi fa affatto schifo!
hehehehe. Anzi me ne sento onorato!
Il fatto è che anche la filosofuia, non cerca di fare altro che cogliere la realtà; anche il concetto non è che un afferramento del reale o di qualcosa che cmq al reale si riferisce.
Solo che nella pittura, non certamentre nella mia, ma in quella di grandi quali Caravaggio o Morandi, il pittore cerca di rapportarsi alla realtà in maniera autonoma dal concetto.
Mentre l' arte che si rifà al concetto ( dato che i concetti a loro volta non sono che dei riferimentoi al reale) vi si rapporta in maniera mediata da una facoltà diversa, in maniera, dunque, non autonoma.

La realtà è il riferimento di tutto l' agire e di tutto il pensare umano; anche quando gli uomini credono di stare trascendendo il reale, in realtà non stanno facendo altro che reagire ad esso e cercare di rapportarsi ad esso.
Autonomia di una facoltà umana non significa affatto tagliare i ponti col reale, ma avere un rapporto col reale che non è riducibile a quello di un' altra facoltà.
Tagliare i ponti col reale significherebbe autoreferenzialità, non autonomia.

Ciro D' Alessio 05/14/2008 04:47 PM
Forse hai ragione Monica; solo che quì almeno non mi interessa dare una definizione ampia e diluita di arte, per farvi rientrare tutte le sue forme; in questo momento mi interessa capire se l' "essenza" dell' arte è nel concetto oppure no. Questo comporta inevitabilmente un restringimento della definizione, ed il rischio che qualcuno, da una parte o dall' altra sia considerato fuori dall' arte.
In questo momento parlo da persona parziale, che sta dentro la cosa di cui discute, e prende posizione dialetticamente.
Poi so bene che l' arte ha avuto mille menifestazioni e mille aspetti ed è impossibile darene una definizione se non amplissima, ma l' artista, che aspira a fare arte in prima persona, che si accontetasse di una definizione così ampia, si troverebbe veramente disorientato e non saprebbe cosa fare! ( su questa questione ricordi il mio vecchio blog sull' estetica e la poetica?, ora sto facendo poetica, cioè sto cercando di capire, col vostro aiuto, cosa è arte per me, non cosa sia l' arte in generale)

Ciro D' Alessio 05/14/2008 04:54 PM
L' uomo è essenzialemente essere-nel-mondo e tutte le sue facoltà non sono che diversi modi di approcciare il mondo.Ora se l' arte vuole essere autonoma dal concetto, deve rapportarsi al mondo in maniera autonoma, in maniera diversa da quel che fanno i concetti.
I concetti tendono a sussumere il particolare nell' universale, l' arte modrna, dal rinasdcimento agli impressionisti, cerca di non fare questa sussunzione e di rappresentare il particolare in quanto particolare.
L' arte contemporanea, invece, di nuovo comincia a rapportarsi al reale secondo il modello del concetto, cioè ignorando il particolare, o sussumendolo sotto l' universale; considernadolo segno di un idea o di un concetto che lo trascendono, ad esempio.
Monica Lume 05/14/2008 05:00 PM
Ah ecco, adesso ho capito, è tutto chiaro!
Vuoi fare la lavagna di quelli buoni e di quelli cattivi!
Vuoi decidere chi deve essere dentro e chi fuori!
Vuoi creare una categoria di artisti e di non artisti...
Vuoi creare una casta.
Ammazzaò quanto sei presuntuoso.
Mi sà che il più cerebrale qui sei proprio te.
Bè, continuare pure ad arrovellarvi, io vado a dipingere.
Ciao
Ciro D' Alessio 05/14/2008 05:03 PM
Scusami Monica, non volevo farti arrabiare!
Io ho rispetto per il lavoro di tutti, ma ogni tanto devo insistere su di una direzione più determinata, per poter portare avanti il mio lavoro.

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