qualche riflessione filosofica sul fare arte oggi e sull' arte in generale.
Monday May 12, 2008
Sul concetto
Io ho il sospetto che la feticizzazione del “concetto” da parte di molti artisti contemporanei dipenda da una scarsa conoscenza dello stesso. Chi se ne intende di concetti, sa che sono una cosa molto relativa, uno strumento molto imperfetto che noi uomini abbiamo escogitato per cercare di comunicare tra noi e dominare la sovrabbondante ricchezza del mondo; ed a chi verrebbe in mente di far derivare il valore di un opera d’ arte da qualcosa di così problematico e debole come il concetto?
L’ epoca in cui Hegel pensava che il Concetto fosse assoluto e fosse il reale stesso, è abbondantemente e fortunatamente alle nostre spalle; oggi ormai è rimasta solo una sparuta categoria di persone che divinizzano il concetto; gli artisti contemporanei, che ritengono che l’ essenza dell’ opera non risieda nella unicità del opera in quanto “synolon” di materia e forma, ma nella idea che presumono ci stia dietro.
Ma una volta detto che l’ essenza di una cosa è il concetto, ci si deve concentrare sull’ aspetto essenziale ed abbandonare quello inessenziale; occorre sbarazzarsi della realizzazione della opera e concentrarsi solo sul concetto, occorre che l’ artista diventi filosofo.
Ed il filosofo non si accontenterà di analizzare vari concetti particolari, ma per sua natura, vorrà interrogarsi sul concetto in quanto tale.
Cerchiamo dunque di approfondire un po’ il concetto in quanto tale e di capire perché, dopo Hegel, la filosofia contemporanea è quasi tutta una reazione contro lo strapotere ed il predominio del concetto e perché invece, quasi due storie divergenti, l’ arte contemporanea non fa che richiamarsi sempre più al concetto.
Forse perché i filosofi, a differenza degli artisti, hanno esperito sulla propria pelle cosa significa il dominio del concetto e dunque hanno imparato a reagire ed a produrre anticorpi? la filosofia Hegeliana è stata una specie di esperienza totalitaria che ha prodotto come reazione una resistenza ed una specie di monito “mai più l’ assolutismo del concetto”?
Ovviamente Hegel non è stato il solo a parlare di Concetto, lo hanno fatto quasi tutti i filosofi a partire da Socrate, che , stando a quel che ci dice Aristotele, ne fu lo scopritore. Né è tutta Hegeliana l’ idea che il concetto sia il vero reale, e dunque ciò che nono rientra nel concetto faccia parte di un universo subordinato di fatti accidentali, transeunti, quasi irreali; questa era un idea già di Platone.
Tuttavia pigliamo Hegel come paradigamatico in quanto possiamo considerarlo il punto d’ arrivo di tutta una tradizione del pensiero occidentale che si apre appunto con Platone, l’ idealismo, che si caratterizza per la tendenza a dare il primato ontologico all’ idea, al concetto, allo spirito, e misconoscere che esistano realtà indipendenti da esse se non in via subordinata, apparente o accidentale. Con Hegel l’ idealismo arriva ad un punto tale di coerenza ed autoconsapevolezza, che la filosofia che segue non può che soccombervi o criticarlo alla radice e criticare con esso tutte le tendenza idealistiche precedenti e successive. Tutta la filosofia successiva ad Hegel può essere letta come una reazione ed una decostruzione al suo sistema dell’ idealismo assoluto; e non solo i suoi più immediati critici ( Schopenauer, Kierkegaard, Feuerbach, Marx) ma anche Nietzsche, Freud e quasi tutta la filosofia continentale del novecento ( Heidegger in primis con tutto il peso che il suo pensiero ha avuto su quasi tutti i pensatori contemporanei e successivi) sono incomprensibili nella loro polemica antiidealistica se non compresi in chiave anti-hegeliana.
Ora sintetizzare la filosofia hegeliana è assolutamente impossibile; una cosa però si può dire, essa è attraversata da principio a fine dall’ esigenza di prender le distanze dalla mera vita naturale; ciò che caratterizza la vita del concetto è che essa riesce a superare quelli che sono i limiti propri della vita naturale.
Ciò che caratterizza la vita naturale è essenzialmente la sua mortalità; questo Hegel lo dice, dicendo che la vita naturale ha una negazione esterna. La vita dello spirito, invece, (è questa la grande manovra della dialettica hegeliana) ha la sua negazione al suo interno; ma essendole la negazione qualcosa di interno, è una negazione superabile, non più insuperabile come per la vita naturale.
Insomma lo spirito può negare la propria negazione, e vivere così in eterno, sfuggire alla morte.
Ma negare la propria negazione significa anche negare che vi sia qualcosa di esterno. La fenomenologia dello spirito può essere letta come la storia del grande sforzo che lo spirito fa per portare la negazione dall’ esterno all’ interno di essa, e quindi per negare che esista un effettiva esteriorità allo spirito, un esteriorità capace di metterlo in discussione e negarlo. Quando lo spirito raggiunge questo stadio esso diventa assoluto, in quanto nulla di esterno può ormai negarlo, la negazione, da fatto reale ed esterno ( morte, dolore, etc…) è divenuto un fatto ideale, logico, interno allo spirito, che presone consapevolezza, la scaccia via con una negazione della negazione.
Ora la critica che il giovane Marx, sulla scia di Feuerbach, muoveva ad Hegel era questa; la negazione non può diventare interna, perché il reale non è riducibile al pensiero, dunque, per superare la negazione reale esterna, occorre piuttosto lavorare sul terreno del reale, che non su quello dello spirito; occorre che la negazione teorica diventi negazione pratica, e non viceversa, come in Hegel.
Anche tutti gli altri critici di Hegel insisteranno su questo punto; non v’ è altro modo di evitare il riassorbimento nello spirito assoluto, o concetto assoluto, che insistere sull’ irriducibilità del reale allo spirito ed al concetto; vedi Kierkegaard, con l’ iiriducibilità dell’ individuo alla ragione, vedi Nietzsche con l’ irriducibilità del dolore reale al senso, dell’ dionisiaco all’ apollineo, vedi Heidegger coll’ irriducibilità del dasein a soggetto, cioè del momento preteoretico a quello teoretico.
Secondo Hegel, la pittura non era che concetto, spirito inconsapevole, che si rappresentava sotto forma di immagine, ma era destinata a trasformarsi tutta in filosofia, non appena fattasi consapevole. Questa concezione, attraverso la mediazione di Giovanni Gentile, ha avuto funeste influenze anche sul nostro sistema scolastico, e spiega lo spazio limitato riservato all’ arte figurativa e la tendenza a trattarla o come mero documento storico, testimonianza di un epoca, o come pensiero inconsapevole, o illustrazione di pensiero.
Questo perché nel sistema hegeliano no v’ è spazio per qualcosa che sia diverso dal concetto, non v’ è dunque una vera autonomia del fare artistico rispetto a quello filosofico, ma vi è piuttosto una sottomissione del primo al secondo. Non sorprende che noi, usciti tutti da questa scuola, siamo inclini a pensare all’ oggetto d’ arte figurativa, o come documento storico, o come illustrazione di pensiero, visto che non siamo stati educati a pensarlo per quello che in realtà è; un oggetto estetico, che può essere documento, ma nella sua essenza non è tale; che può suggerire dei pensieri ed illustrarli, ma nella sua essenza non è pensiero. Nella sua essenza è “immagine incarnata”; qualcosa, cioè, che non è né pensiero, né sensibilità, né pura forma, né pura materia, ma qualcosa che sta tra i due ed in qualche modo li sintetizza; la storia dell’ arte non dovrebbe essere che la storia delle immagini concretizzate dagli uomini..
Perché vi sia spazio per l’ autonomia dell’ arte bisogna ammettere che esistano delle realtà irriducibili alla ragione ed al concetto; innanzitutto un reale sensibile irriducibile al concetto, in secondo luogo una facoltà umana di rapportarsi al reale sensibile, di comunicarlo, ed anche di produrlo, senza dover passare per i concetti più astratti; la facoltà dell’ immaginazione.
E’ significativo, che un filosofo come Benedetto Croce, che pur aveva abbracciato l’ idealismo Hegeliano, si vide però costretto ad introdurvi una “riforma” proprio per vedervi garantita l’ autonomia del momento estetico rispetto a quello teoretico; introdusse il concetto di distinto, e distinse la sfera estetica ( che riguarda non solo l’ arte e la sensibilità ma anche il linguaggio, data l’ identità di intuizione ed espressione) da quella teoretica; che può essere visto come uno stratagemma, tutto interno all’ idealismo, per ammettere l’ irriducibilità del reale sensibile alla ragione! Per poter così sfuggire, insomma, alla morte dell’ arte profetizzata dal maestro Hegel.
Quindi, concludo per il momento, non solo il concetto non può essere l’ essenza dell’ arte, ma l’ essenza dell’ arte risiede in qualcosa che è irriducibile al concetto.
May 12, 2008 12:34 PM [edited: May 12, 2008 12:40 PM]
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Elisabetta Trevisan 05/12/2008 12:52 PM
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