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arte e filosofia

qualche riflessione filosofica sul fare arte oggi e sull' arte in generale.

equilibriarte.org : Ciro D' Alessio : blog : 2008 : June

Mario Costa "Il sublime tecnologico"

Insisterò ora un po’ su quelli che sono i presupposti teorici esposti nella prima parte del libro, rimandando al prossimo blog l’ approfondimento di quelli che sono i tratti peculiari del “sublime tecnologico”.

Il libro parte da una storia del concetto del sublime.
Nello scrivere questa storia Costa non si mantiene neutrale; egli ha u a sua idea di cosa debba essere sublime e nel tracciarne la storia dice quali autori si sono avvicinati al concetto, quali no. Il primo a parlare del sublime fu l’ anonimo autore greco di età ellenistica, per comodità Longino, del trattato “sul sublime” il quale però, nota Costa con rammarico, legò il sublime al letterario; riteneva cioè che il sublime nascesse dalla lettura di alcuni eccezionali testi letterari. Un idea simile la sostenne colui che nel settecento ritornò sulla questione del sublime Edmond Burke; Burke riteneva che solo al poesia fosse in grado di trattare il sublime, che è un andare al di là del limite, e non le arti figurative che sono arti del limite e della forma per definizione ( ed in effetti l’ arte figurativa settecentesca che Burke aveva davanti poteva essere giudicata tale).
Sia Longino che Burke non si rendono conto che non solo l’ arte figurativa, ma anche la letteratura, in quanto è un arte simbolica anch’ essa, è già limite e forma. L’ essenza del simbolico consisterebbe infatti, secondo Costa, proprio “nel trasformare in “forma”, e dunque in un non-sublime ciò che prima appariva come una sublime “oscurità”, “incertezza” e “confusione”.
(Questa è l’ idea che Costa ha dell’ arte e della letteratura ; un idea molto piccola, un arte che comunica in maniera trasparente, che trasforma tutto in forma definita e chiara, che non lascia nessuno spazio per qualcosa che vada al di là del limite! Questa concezione pregiudica in maniera determinante le sue successive argomentazioni).
Colui che capì che il sublime era qualcosa che non poteva essere contenuto dall’ arte fu Kant; egli infatti ritenne che le arti si possano occupare del bello, che è legato ad una certa armonia delle forma, ma non del sublime, che è una rottura di queste forme, un sentimento che si può provare solo di fronte all’ infinitamente grande della natura.
Essenza del sublime è la sua indicibilità, la sua irriducibilità al simbolo laddove l’ arte si occuperebbe solo del dicibile e del simbolizzabile..

Kant riteneva sublimi ed indicibili fenomeni naturali infinitamente grandi e potenti; sublime era ad esempio l’ eruzione del Vesuvio. Ora, dice Costa, a questo sublime naturale si è andato affiancando col progresso delle tecnologie il sublime tecnologico; di fronte alla grandezza ed alla potenza manifestata da alcuni ritrovati della tecnica moderna l’ uomo si troverebbe in quella stessa situazione di stare di fronte a qualcosa di incontenibile ed indicibile, che produce ebbrezza e perdita dell’ io, in cui si trovava di fronte all’ eruzione del Vesuvio.

Ora a questi concetti di arte e di sublime così singolarmente congegnati, Costa affianca una concezione delle neotecnologie mediatiche, che, più che rifarsi a Mc Luahan, si rifà alle concezioni di Teilhard de Chardin. Costa ritiene che le sue riflessioni sulle tecnologie della comunicazione siano separabili dall’ apparato fortemente mistico del pensiero di Teilhard ed abbiano una validità indipendentemente da esso! ( questa operazione mi pare abbastanza arrischiata, anche se non ho ancora letto direttamente le opere di Teilhard, mi pare che le sue riflessioni sulla tecnica e l’ uomo siano filiazioni dirette delle sue concezioni mistiche sulla natura e sull’universo).
Teilhard prevedeva il costituirsi di un'unica coscienza per l’ umanità del futuro, superiore agli individui, che diventerebbero degli atomi che collaborano allo sviluppo di questo mega-cervello e di cui i nuovi media sarebbero in qualche modo le sinapsi ( quanto misticismo romantico, anzi, medioevale!). Questa sarebbe la dimensione dell’ ultraumano.
Anche Mc Luahn parla dei media come di un estensione dei nostri organi sensoriali, e sottolinea l’ enorme influenza che hanno avuto nel foggiare il pensiero e l’ azione umana nel corso della storia; ma in Mc Luhan non c’ è ombra di misticismo. Egli, da buon americano, rimane fermo alla dimensione dell’ individuo, non ipotizza un sopraindividuo, non si sognerebbe mai di dire che l’ individuo è superato, visto che i media sono tali tra individui, e senza questa dimensione, sarebbero del tutto superflui. Egli, infatti, parla di villaggio globale e non di cervello globale e quando parla dei media come di un tessuto nervoso lo fa in maniera analogica, metaforica, mentre Charden, cui Costa strizza l’ occhio, lo fa in maniera letterale, perché alla base v è la sua necessità mistica di superare gli individui e di dissolverli in un'unica coscienza; inutile dire che dopo il superamento degli individui nel cervello globale, questo stesso cervello si fonderà alla fine con Cristo!( l’ individuo che come la goccia d’ acqua si disperde nel mare dell’ anima divina, avrebbe detto qualche filosofo arabo medioevale).
E’ in base a queste discutibili considerazioni che l’ individuo, e l’ arte in quanto sua espressione, vengono considerati superati da Costa!

a proposito del fare arte con le cose vere e non con le immagini

A proposito della tendenza a fare arte con le cose e non con le rappresentazioni.
Pare che un artista tedesco abbia preparato una camera della morte per ospitare una performans in cui un malato terminale, volontario, termina. Vi linko l' articolo in inglese;

www.theartnewspaper.com/article.asp?id=7889

ed uno in italiano

blog.panorama.it/cultura [...] rsona-morente/

Si tratta di un esito prevedibile e previsto, vista la mala piega presa a fare arte con la realtà e non con immagini.
Non ci si poteva limitare ad usare scatole e lattine, era inevitabile che prima o poi si volessero trattare i temi della vita e della morte e dunque ad usare la materia viva e morta.

Io credo che questi esiti, visto che ne sono gli esiti coerenti, debbano mettere in discussione tutta la tendenza dell' arte contemporanea a voler rompere il piano della rappresentazione.

Arthur C. Danto "La trasfigurazione del banale"

Arthur C. Danto “La trasfigurazione del banale”

Un libro di grande interesse, per tutti coloro che amano l’ arte concettuale e non solo.
Un libro dove più che l’ esposizione di un risultato già acquisito, si fa filosofia in fieri.
E’ un libro di filosofia, di filosofia analitica, quindi abbastanza desueto per i lettori italiani, ma una filosofia analitica consapevole dei limiti della filosofia analitica, quindi aperta a quella regione dell’ “intensionale”, quella regione che ha una densità di significato e di vissuto che non si lascia ridurre ad enunciati e classi analitiche.
La domanda filosofica, coraggiosa, da cui parte il libro è questa; qual’ è l’ essenza dell’ opera d’ arte?
Il libro fu scritto all’ epoca della Pop art, quando nasceva l’ esigenza di distinguere la scatola di Brillo opera d’ arte, da le scatole di Brillo che si trovano al supermercato, ed è in polemica evidente contro le teorie istituzionali dell’ arte diffuse in America all’ epoca , che, ritenendo l’ arte per essenza indefinibile, ritenevano che l’ unico criterio per distinguere le opere d’ arte fosse questo; opere d’ arte sono quelle che vengono ritenute tali dalle istituzioni artistiche, quali musei, gallerie, collezionisti, etc.
E’ proprio il rifiuto di questa tesi, circolare e viziosa che spinge Danto a rimettere al centro la domanda sull’ essenza dell’ arte.
La tesi di Danto è questa; un opera d’ arte appartiene ad una sfera ontologica diversa da quella degli oggetti comuni; nell’ opera d’ arte, infatti, l’ oggetto prodotto non è separabile da tutto il contesto teorico in cui è stato prodotto; l’ essenza dell’ opera d’ arte sarebbe dunque nella suo carattere intenzionale, nel suo essere a-proposito-di-qualcosa, nel concetto consapevole che vi sta dietro.
Dopo mezzo libro di interessantissime argomentazioni, e belle esemplificazioni, Danto arriva proprio a questa conclusione, con la conseguente svalutazione di quella che è la “controparte materiale” ( il “percetto” direbbe Monica Lume) dell’ opera.
Subito dopo, però, l’ autore ( per questo si tratta di filosofia in fieri e non di esposizione ed apologia di posizioni già acquisite) sembra mettere in questione tale assunto; se l’ arte fosse solo nel suo contenuto concettuale, nel suo essere-a-proposito-di, sarebbe veramente arduo distinguere un opera d’ arte da un grafico scientifico.
Ecco che Danto reintroduce, verso la parte finale del libro, che è secondo me la più interessante, concetti quali metafora e stile che mettono in discussione le precedenti acquisizioni e rimettono al centro quella componente immediata e materiale dell’ opera, la controparte materiale.

Per capire appieno questo procedere in parte contraddittorio, che forse più che un difetto è proprio il pregio del libro, è assolutamente illuminante l’ introduzione all’ edizione italiana di Stefano Velotti!


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