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arte e filosofia

qualche riflessione filosofica sul fare arte oggi e sull' arte in generale.

equilibriarte.org : Ciro D' Alessio : blog : a proposito del fare arte con le cose vere e non con le immagini

a proposito del fare arte con le cose vere e non con le immagini

A proposito della tendenza a fare arte con le cose e non con le rappresentazioni.
Pare che un artista tedesco abbia preparato una camera della morte per ospitare una performans in cui un malato terminale, volontario, termina. Vi linko l' articolo in inglese;

www.theartnewspaper.com/article.asp?id=7889

ed uno in italiano

blog.panorama.it/cultura [...] rsona-morente/

Si tratta di un esito prevedibile e previsto, vista la mala piega presa a fare arte con la realtà e non con immagini.
Non ci si poteva limitare ad usare scatole e lattine, era inevitabile che prima o poi si volessero trattare i temi della vita e della morte e dunque ad usare la materia viva e morta.

Io credo che questi esiti, visto che ne sono gli esiti coerenti, debbano mettere in discussione tutta la tendenza dell' arte contemporanea a voler rompere il piano della rappresentazione.

comments

Elena Zanella 06/08/2008 10:38 AM
contraria sicuramente........ :-(
Giovanni Manzo 06/08/2008 12:43 PM
Azz questa mi mancava...dopo quell' infame messicano ...cmq non e' possibile mettere in discussione gli esiti di qualsiasi arte , significherebbe mettere dei limiti alla ricerca , alla cultura e quindi all' arte .Spesso l' arte fa a cazzotti con l' etica .
Giovanni Manzo 06/08/2008 12:43 PM
ehmmm scusate le ripetizioni ...
Ciro D' Alessio 06/08/2008 12:46 PM
e chi vuole mettere limiti, maestro! dico solo che chi va per questi mari...
Giovanni Manzo 06/08/2008 12:50 PM
Maro' ho letto la cosa del cinese che in una performance massacra un gatto vivo ...che infame ...che pezzo di merda...non foss' altro per il fatto che non e' possibile fare ste cose senza il consenso del soggetto ...
p.s. e' la societa' che sta andando per questi mari ...l' arte e' figlia dell' attuale decadimento globale .
Ciro D' Alessio 06/08/2008 12:51 PM
Ormai quel nostro amico che voleva mettere gli elettrodi in testa alle persone non ci fa più paura! E' rimasto un poco indietro! hehehehehe
In bocca al lupo per la mostra, ipermaestro, e grazie per aver prestato attenzione al mio umile blog!
Giovanni Manzo 06/08/2008 12:55 PM
Segui il link in italiano che hai segnalato nel messaggio iniziale . Grazie dell' augurio .Infatti a lui pensavo e non sono tanto convinto che sia indietro...purtroppo.
Monica Lume 06/08/2008 03:09 PM
ma che pessoncina pebbene!
Danilo Verticelli 06/08/2008 03:17 PM
L'Arte è espressione (delle proprie cose) e comunicazione (delle stesse).
Ognuno la fa con ciò che ritiene più opportuno.
Tutto questo niente ha a che vedere col giudizio etico che invece occorre dare su certe tristezze.
Ma la danza è Arte?
La letteratura è Arte?
La musica è Arte?
La scultura, pittura, sono Arte?
Se si (come è, si) la permutazione di essi non è comunque Arte?
Monica Lume 06/08/2008 03:20 PM
Vedi, Ciro, per me (tu sai come la penso) non è tanto questione di rompere il piano della rappresentazione, quanto di rompere le palle alle persone e agli animali.
Queste performance (figlie dell'azionismo di Nitsch) non hanno nulla di artistico.
Cominciasse la stampa specializzata a non occuparsene!
E cominciassero a sentire un vero, silenzioso ma eloquente disprezzo della gente e delle istituzioni.
Cosa farebbero? Continuerebbero per stessi, quando nessuno li vuole più?
Vittorio Losito 06/08/2008 03:22 PM
ormai la parola "artista" sta assumendo un significato sinistro !
quanto all'arte ... è una specie di fantasma evocato a sproposito ...
Ciro D' Alessio 06/08/2008 03:27 PM
il fatto è che se io scelgo si usare la scrittura o la pittura, o la musica, o la danza, non faccio male a nessuno, qualsiasi cosa rappresenti.
Le parole, i suoni, i colori, si possono manipolare senza limiti etici; la realtà no, soprattutto quando si ha a che fare con esseri viventi!
L' arte era giustamente libera da vincoli etici finché si muoveva sul terreno della rappresentazione, ma ora che si muove sul terreno della realtà non può più rivendicare la sua autonomia dall' etica.


Ciro D' Alessio 06/08/2008 03:31 PM
Quando mi chiedono se sono un artista, rispondo sempre che sono solo un pittore (aspirante).
Da oggi tanto più!
Monica Lume 06/08/2008 03:33 PM
Ciro D' Alessio 06/08/2008 03:45 PM
Letto, perfettamente d' accordo sui contenuti ed anche i toni della tua risposta! ( ma allora già sapevi di questo tizio della camera da morte?)

Monica Lume 06/08/2008 03:56 PM
Si, la notizia apparse su exibart un paio di mesi fa.
Ma io l'ho letta appena.
Ho deciso di non dedicare neppure un minimo pensiero o considerazione verso tutte quelle "cose d'arte" che violano la sacralità della vita e della morte.
Monica Lume 06/08/2008 03:56 PM
apparve, pardon
Danilo Verticelli 06/08/2008 04:09 PM
Quandomai l'Arte è stata "etica"? Michelangiolo forse era etico quando faceva l'uccello ai santi ed alle anime del Giudizio?
Caravaggio era etico quando faceva la madonna con le unghie sporche?
Picasso era etico quando scomponeva un viso in mille sfaccettature?
Warhol era etico quando riproduceva le vittime delle scatolette di tonno? Bosch era etico quando disegnava i suoi mostriciattoli con gli oggetti nel culo? Lo era forse Brunelleschi quando realizzava la sua cupola a Firenze enromemente fuori scala rispetto al contesto circostante? Quale etica era richiesta in ogni tempo?
Se quel malato terminale vuole collaborare a richiamare l'attenzione sul problema (irrisolto) dei malati terminali attraverso qualcosa che rimarrà comunque documentato (e quindi darà forse un senso finale alla sua Vita ed alla sua Morte), che male c'è?
Non è l'Arte che viola la sacralità della vita e della morte, ma l'uomo. E la viola ogni momento che contribuisce a danneggiare il mondo con le proprie azioni ed i propri pensieri. Dio lo chiamò libero arbitrio.
Lasciamo che l'Arte sia libero arbitrio, ma lasciamo l'Arte libera di accogliere ciascun arbitrio. Sarà poi l'umanità a decretarne l'aristicità o meno del gesto.
A meno che non si pensi che Arte sia solo far pittura. In tal caso anche io ne sono escluso.
Mi dovrò dare alla critica?
L'etica non riguarda l'Arte, riguarda solo le persone ed i costumi. L'etica cambia
Giovanni Manzo 06/08/2008 04:12 PM
Brava Monica :-)
Ciro D' Alessio 06/08/2008 04:18 PM
Danilo, l' etica riguarda l' agire umano. Se gli artisti decidono di agire e non solo di immaginare, allora incappano nell' etica!
Così come vi incappano gli scienziati, quando manipolano per poter studiare, etc.
Poi su cosa sia etica si può discutere; l' esibizione dell' uccello o le unghie sporche, sono cose che ormai con l' etica non hanno nulla a che fare, ma la vita e la morte forse ancora si.
Monica Lume 06/08/2008 04:19 PM
Danilo, ogni umanità che si rispetti, determina, attraverso un ordinamento giuridico, un'etica dominante, un'etica di riferimento per arginare la barbarie e orientare l'uomo verso situazioni creative e non distruttive.
L'artista è sicuramente libero, ma l'artista è un uomo, soggetto, come tutti gli uiomini all'ordinamento giuridico che, guarda caso, penalizza l'omicidio.
Non comprendo, quindi, come mai un artista possa sopprimere una vita, si arroghi un potere divino, quando il più delle volte pesca addirittura nel sub-umano.
Il libero arbitrio presuppone sempre, però, una presa di responsabilità.
Quale sfasamento è mai questo che annulla ogni conseguenza e ogni rispondenza delle proprie azioni?

Monica Lume 06/08/2008 04:23 PM
Ti smebra giusto che l'artista si possa avvalere di una qualche immunità che lo esonerino dalle responsabilità del proprio agire?
Allora, a quel punto, diventa tutto lecito. E' lecito che ci sia la mafia (libero arbitrio), è lecito che un marito accoltelli la moglie per un nonnulla (libero arbitrio), è lecito che un vecchio depravato violenti bambini (libero arbitrio).
Il libero arbitrio non è un diritto, ma è la conquista di uno spirito che ha vinto su tutte le devianze e su tutte le perversioni!!!!
Danilo Verticelli 06/08/2008 04:28 PM
Esatto, assumendosi la responsabilità di ciò che fa, ma non presupponendo a priori che ciò che fa sia antietico. Non avremmo avuto molti capolavori "discussi" del passato se fossero stati dietro all'etica del tempo.
Non credo che l'artista sopprima una vita. nel caso del malato terminale la documenta. La vita finirebbe altrimenti.
Nel caso del cane non sappiamo bene come è andata e quindi non possiamo giudicare.
La nostra etica è differente da quella di altri popoli, dove la morte è molto più naturale e contemplata di quanto si faccia noi, così ossessionati dalla sopravvivenza e dalla sicurezza e dal vivere a tutti i costi.
Non credo che in Africa freghi niente a nessuno se qualche figlio muore, visto che continuano a metterli al mondo nonostante non abbiano mezzi di sussistenza. Non credo che in Cina ci sia un rispetto per la vita così alto visto che i bambini vengono via mente i genitori continuano a stare lì o viceversa i bimbi rimangono con i nonni per anni e anni. In queste culture dove sta il limite etico?
Non sono civili? La vita è inviolabile?
La vita va rispettata, non procurata, ma prima occorre entrare nella mente delle persone e nei loro usi. Poi è ovvio che tali situazioni siano paradossali e attirino molta più pubblicità di un ritratto. Ma se la gente ne parla è anche perché forse i ritratti non hanno più niente da dire....
Danilo Verticelli 06/08/2008 04:31 PM
e cmq il libero arbitrio è la possibilità di fare ciò che si vuole. la Legge (umana o divina) poi ne regola le conseguenze. Io voglio essere libero di fare un attentato e poi di farmi l'ergastolo. Non voglio che sofisticati sistemi di sicurezza mi controllino ilDNA, l'occhio e le dita delle mani prima di prendere un aereo. E' più umano crepare che vivere sottomessi al controllo iperprotettivo. Che vita è? Obbligati a vivere e pagare le rate...... meglio morire.
Vittorio Losito 06/08/2008 04:50 PM
scusa Danilo,trovo in Babele Arte:
"Oltre il “barcode”
La ricostruzione necessaria di un’etica in arte

(dal catalogo della personale in programma dal 10 novembre a Pescara)"
che nesso ha con quello che sostieni qui ?
Danilo Verticelli 06/08/2008 04:57 PM
il nesso sta semplicemente nel fatto che l'Arte non ha etica, mentre le cose che vengono fatte possono averne.
Mi rendo conto che sembra una contraddizione ma non la è.
L'Arte non è una categoria morale, è un contenitore. All'interno del quale ci si muove con o senza etica.
Quel titolo comunque non l'ho scelto io.
Io facco cose che parlano di etica. Credo di essere uno dei pochi al mondo a farlo così esplicitamente. Ho la mia etica
Personale, ovvio. Una sezione di essa dice che antepongo la libertà di fare del male (del bene è ovvio) al limite preventivo di impedirmi di farne. La schiavitù del controllo non può essere anteposta alla libertà del vivere. Il male è una parte del bene.
Di questo si può parlare nell'Arte. Di etica certo.
Ma l'Arte non ha etica...
Vittorio Losito 06/08/2008 05:36 PM
ovviamente l'arte non è una categoria morale,
ma considerarla un contenitore significa almeno due cose:
-che l'arte è neutrale in quanto tale
-che l'arte è riducibile a comunicazione
siamo in ogni caso sul versante strumentale...
che vuol dire intendere l'arte come veicolo di qualcos'altro che arte non è e che la utilizza.
Il senso cognitivo di ciò che si considera artistico non è riducibile alla psicologia, alla sociologia,alle frammentazioni poetiche, a
discorsi empirici.
Bisogna guardare all'arte come un pensiero che usa un linguaggio che ha nell'immagine e nel suo valore simbolico il suo centro focale.
L'opera esiste quando si rifrange , è accolta, desiderata o indesiderata, nella coscienza comune.L'opera c'è se c'è (lato sensu) lo spettatore.Nell'opera ci sorprende il fatto
"che è fatta" perché apre un mondo a partire dal quale cambia radicalmente ogni prospettiva sul mondo. Quindi un'opera d'arte non affida il suo senso ad un "messaggio" di cui è contenitore : nell'opera d'arte il rilievo semiotico è accettabile e plausibile ma non dominante...dominante è il rilievo dell'astanza.La qualità rappresenta quello che ha di essenziale l'opera d'arte.L'arte è realtà
senza esistenza, realtà pura.Riconoscere un'opera come opera d'arte significa estrapolarla dal contesto del mondo della vita,
significa verificare l'epoché in atto che in essa si mostra.E l'opera d'arte non può darsi che in una coscienza.
Monica Lume 06/08/2008 08:59 PM
Dal momento in cui l'arte è un linguaggio significante, implicitamente è una categoria morale.
Esente, però, da moralismo.
Elisabetta Trevisan 06/08/2008 10:02 PM
mi rifiuto di guardarlo...niente klick
Ciro D' Alessio 06/08/2008 11:48 PM
Sono sostanzialmente d'accordo con quanto scrive Vittorio. Anche se penso che il termine coscienza, riferito all' arte, possa essere accettabile solo se inteso in senso molto ampio, e non solo come coscienza teorica, o autocoscienza. All' arte appartiene un momento preteoretico ed aconcenttuale che richiede un allargamento del concetto di coscienza, o forse la sua sostituzione con altro termine.
Luca Mesini 06/08/2008 11:59 PM
mi interessano le vostre disquisizioni su l'Arte, come appezzo sempre il motivo critico dell'intervento bloggistico di Ciro. Penso che l'arte sia un sentimento nobile, che abbia a che fare con la vita piuttosto che la morte e come praticamente moltissimi strumenti (nobili) sia “depravata“ o, se preferiamo, “derprivata“ di quel che l'è.

L'arte è un riportare - oppure un Togliere - in materia, una percezione del vissuto, tentandone bellezza (che si tratti della nuova interpretazione della deposizione di Gesù Cristo o che valga alla rappresentazione dell'età della fanciullezza, dell'amore, della speranza oppure della vecchiaia).

Arte è questione di sensibilità ed anche capacità di dare testimonio al mondo qualcosa di coerente - con la bellezza - al mondo che verrà. Quindi c'è arte inutile, che nessuno ricorderà (se non una società che è consimilare con l'inutile) e poi c'è l'arte che vale il nome che si porta: quell'arte non fa rumore, di quell'arte a nessuno importa - è un dono naturale che appartiene a chi la sa ascoltare, e non si perde neanche a venirci a raccontare che non ci sono né bandiere e né parole, a starcela a indicare.

L'arte non è - oggi - dove l'uomo la va a cercare, mi spiace. La trovano, piuttosto, quei che non la cercano: se hanno occhi per guardare et orecchie per sentire. Vi invito, pertanto, ad avere massima cura del Vostro giardino - il sorriso dell'uomo più semplice, sarà il regalo più grande - se capiterà qualcuno a sorridere di cuore, quando inquilino del Vostro castello gli avrete potuto - senza fare rumore - fargli il regalo più bello...
Danilo Verticelli 06/09/2008 09:23 AM
La riflessione di Luca, nonché quella di Vittorio, è validissima e condivisibile sul livello teorico.
Io non do' ricette universali. Dico la mia.

mettiamola giù così allora:
io faccio cose che non so e non mi interessa che siano a priori definite Arte. Comunque esse siano, parto dal prsupposto che l'Arte sia il contenitore di esperienze di tipo comunicativo il cui unico fine è di comunicare se stesse e non un altro messaggio.
Non dico che sono fini a se stesse. NO. ma che comunicano se stesse. Un manifesto pubblicitario non è Arte perché ha il fine di fare pubblicità e non di comunicare semplicemente ciò che vi è raffigurato (fosse anche la relativa emozione, il suono, il messaggio, ciò che vi pare).
E' indubbio che qualsiasi emozione e qualsiasi sensazione "astante" siano altro che riflessi elettrici di sinapsi e di collegamenti "a qualche bit" del nostro cervello.
Non esiste idea romantica della sede di sentimenti nel cuore o altrove. In questo caso, ciò che si prova, giustamente, nell'astanza, è il risultato dei miliardi di connessioni sinaptiche che nel corso della nostra vita sono accdute nel nostro cervello. Siamo macchine. pensanti. Astanti. Ma siamo in fondo macchine. La nostra profondità non sta in una coscienza depositata in qualche mondo astruso (io sono cattolico, preciso)ma nel maggior numero di contatti che le cellule del cervello hanno sviluppato nel corso degli anni. ovviamente esistono predisposizioni genetiche, DNA eridatari, ma è proprio il DNA a dire che ciò che proviamo è ciò che siamo.
Allora, all'interno dell'esistere Arte, ciò che si fa può essere arte o no, non importa, ma ciò che si fa può avere una sua etica o non averla. Ma, secondo me, l'Arte non può avere strumenti di comunicazione predisposti (non posso essere d'accordo sul fatto che l'Arte abbia nell'immagine il suo valore focale, chiedetelo ad un cieco. Sarebbe una classificazione impropria e di parte), assumere posizioni morali ed etiche preordinate.

Per il nazismo, era etico uccidere gli ebrei ed antietico non farlo. In quel caso la loro Arte avrebbe avuto tale inclinazione se concordassimo sul fatto che l'Arte (con la A maiuscola) debba avere la propria Etica o Morale. L'Arte è l'Arte. All'interno di essa, e senza mai sapere se ciò che si fa è arte o no, ci sono i risvolti umani, compresi quelli malvagi o brutti. L'Uomo cerca di rimuovere il malvagio ed il brutto e non so perché. Forse l'Arte deve testimoniare non il Reale ma solo un ipotetico e fantasioso mondo del bello?
ma bello e brutto esistono se esite il proprio reciproco. L'alternativa è l'appiattimento. Ovvero ciò che è stato fatto nei regimi comunisti. Quale Arte è venuta fuori dalla concezione etica marxista? Quale Arte testimonia il fatto che si possa pensare all'Arte come possessrice di un'Etica, qualunque essa sia? nessuna. Non c'è niente di interessante di Sovietico o Cinese degli ultimi cinquanta anni.
Svincolare l'Arte da aggettivazioni morali vuol dire garantire la libertà di espressione, pur pagando pegno alle brutture dell'umanità che però esistono, e come tali hanno diritto di essere testimoniate.
Monica, perché se l'Arte è linguaggio significante allora è categoria morale? L'Arte annovera la possibilità che qualcuno faccia arte significante, come altri non ne fanno affatto, essendo la loro opers priva di significati. Il significante è la conseguenza appunto del fatto che l'Arte è neutrale e che essa sia comunicazione.

Vittorio, cosa altro è l'Arte se non il fatto che tu vuoi "comunicare" ciò che hai in mente (nel cuore usando un termine improprio) attraverso uno strumento?
Non bisogna avere paura della parola "comunicazione". I sentimenti si comunicano. Gli strumenti di comunicazione sono diversi. Ma la sostanza è che chi fa Arte, cerca di esplicitare ciò che ha dentro attraverso strumenti sensibili.
Non trovo affatto contraddizione tra questa definizione e ciò che dici tu dopo....
Monica Lume 06/10/2008 09:48 AM
In sostanza io penso che la differenza sta proprio in questo.
L'arte non agita direttamente, ma scritta, disegnata, dipinta, fotografata, scolpita, è l'atto pensato, immaginato, espresso, comunicato.
In questo esprimersi c'è sì un livello di responsabilità sul contenuto, ma questo fa parte del libero pensiero. Come dice Danilo, non può essere determinato a priori.
Non può essere censurato, manipolato, strumentalizzato.
Esiste come diritto alla libera espressione di qualunque cosa di.
Anzi, l'arte è proprio il luogo adatto all'indagine e alla conoscenza non violenta degli aspetti più difficili, degradanti e tragici dell'essere umano.
Alla loro catarsi e risoluzione.
Nel campo dell'arte agita, invece subentrano altri ordini di valori sia contenutistici, sia formali, sia, soprattutto riferiti all'agire, all'azione prodotta.
L'agire con elementi reali e vivi è significante tanto quanto, se non di più, il semplice narrarne sul piano traslato della tela o delle pagine di un libro; ma porta in, in aggiunta, il peso karmico dell'azione.
Perciò non è possibile, nell'azionismo artistico, separare il valore artistico da quello etico.
Quindi, Ciro, non è la generica rottura del piano della rappresentazione il male.
Il male è il contenuto di quell'azione che nel suo svolgersi lede fattivamente in qualsiasi misura il diritto altrui alla vita o la sua dignità.
Il cinema, per esempio, è etico fintantoché è finzione scenica, in cui si può anche mimare un omicidio. Ma nel momento in cui l'omicidio avviene davvero, quell'azione non è più artistica ma criminale. Decade da un livello di espressività artistica di un libero pensatore, al livello di azione criminosa di un fottutissimo criminale.
Non si può fare confusione.
Monica Lume 06/10/2008 10:00 AM
Danilo, Atto significante è equivalente a categoria morale.
Ripeto non moralistica ma morale, nella sua accezione di determinazione e configurazione di un contenuto, di un senso, di un suggerimento, un'ispirazione, un qualcosa diverso dal nulla.
Danilo Verticelli 06/10/2008 10:27 AM
Si, d'accordo con te.
Credo però si stia viaggiando su rotte diverse (meno con te, Monica) proprio per impostazione, e mi spiego.
Il giudizio "etico" appartiene alla cultura del momento e su questo credo non ci piova. L'Arte agìta incorre in tale giudizio in quanto, va bene, significante, portatrice di una qualcosa diverso dal nulla.
Nel momento in cui l'Arte viene "agìta", secondo me, però decade il senso dell'Arte stessa perché da ente neutrale (quale deve essere e credo che su questo si sia di nuovo tutti d'accordo) l'Arte diventa manipolazione del fare (o agire o pensare, insomma attività in genere) e quindi entra nella sfera dell'opinabile e definitivamente del giudicabile. Tutto corretto e tutto chiaro.

Io sto parlando dell'Arte come ente e non dell'Arte come prassi. Il "fare" in Arte è soggetto a giudizio etico, come il non-fare.
L'Arte, come insieme di questi atti e non-atti, non può invece sottostare ad alcun giudizio in quanto deve poterli contenere entrambi.
In sostanza, non è l'Arte a uccidere il cane, ma l'agire dell'artista secondo la propria morale e etica, che seguono quella della cultura in cui è cresciuto.
In questo senso tutto è possibile, ma non si può dire che l'Arte (ente) deve essere etica, che abbia una missione preordinata, che deve avere delle regole e dei paletti, dei criteri e delle norme.
L'Arte non ha un fine.Il fine lo danno i singoli artisti.
Monica Lume 06/10/2008 10:38 AM
Non è questione di mettere paletti o norme di attuazione.
E' questione di significati impliciti.
Implicito è che l'arte non sia criminale, altrimenti non è arte.
vedi, la prassi è compresa nell'ente.
Ogni ente ha i propri riferimenti, i propri riti, i propri elementi significanti.
Ogni ente genera la proria prassi.
Non esiste un ente che si orienta in un modo ma agisce nel suo opposto.
Esiste, invece, un ente che, nel suo esprimersi in prassi, comprenda, come significanti e come espressioni di significanti, di simboli, i più svariati aspetti di una stessa cosa, anche contraddittori se vuoi, ma sempre nella coerenza fra simbolo e significante.
Non so se mi sono spiegata.

Monica Lume 06/10/2008 10:59 AM
E qui rilevo una differenza, ad esempio, fra azione cinematografica e azione documentaria.
Il regista che mette in scena un fatto criminoso, con attori che recitano, che simulano il crimine, è un artista.
Vi è a monte l'ente Arte e la prassi di attuazione è rigorosamente artistica, cioè rigorosamente traslante su un piano non reale una determinata azione.
Il regista che ha filmato, ad esempio ebrei morenti in un campo di concentramento ha costruito un documento, una trasposizione su pellicola di fatti accaduti davvero, ma non determinati da lui stesso.
Quindi vige un'estraneità del regista alla determinazione del fatto, causato da altri.
L'artisticità di questo filmato interviene solo nella fase del montaggio, nella scelta di associarvi musiche, di evidenziare alcuni particolari o sopprimerne altri.
Non è "non etico" un documentario che filma una morte vera avvenuta per volonta di altri, ma lo sarebbe stato qualora il regista avesse preteso la morte reale dell'attore, per estreme esigenze realistiche di copione.

Anni fa Oliviero Toscani fotografò un malato di Aids morente e lo utilizzò come campagna pubblicitaria del marchio Benetton.
E' arte, secondo te?

Danilo Verticelli 06/10/2008 12:57 PM
No. Semplicemente perché, tornando alla mia definizione di Arte, lo scopo del'azione era finalizzato ad altro e non alla comunicazione del "malato" (per farla breve).
Era infatti pubblicità alla Benetton. Diverso sarebbe stato se non ci fosse stato il marchio Benetton.
Il fatto di traslare un qualcosa dal suo ambiente naturale (uomo, malato, casa, vita, ospedale...) a fatto esposto, graficizzato, rappresentato, ingrandito (mirabili gli ingrandimenti di Oldenburg a tal proposito) sposta l'agire da fatto pubblicitario a fatto artistico. Ovviamente discutibilissimo (come è infatti stato), ma del tutto legittimo.
Il documentario ha infatti lo scopo di "documentare" e non lo scopo di traslare le scene girate in un'altra dimensione che è quella della comunicazione di idee attraverso un media. Non ci sono idee in un documentario se non quella di "documentare" e l'apporto dell'operatore è minimo se non nella scelta dei documenti e nel loro montaggio.
Vedi che alla fine è pur necessaria la "metafora" perché un fatto si distingua dal semplice agire finalizzato ad altro?!
La morte dello sfortunato (ma volontario) attore è probabile che non sia arte, se tale azione vuole ascendere (o discendere) ad altro. Come le palline di quel cretino a Roma, il cui scopo era solo quello di attirare l'attenzione, pubblicità insomma.
L'atto artistico non ha altri scopi che se stesso. Deve essere compreso in se stesso, senza rimandi. Deve parlare da. Ma è anche probabile che, come da sempre i pittori hanno usato belle modelle per i loro quadri, quell'artista voglia usare un modello vivente (morente) per il suo quadro, che si esplica semplicemente attraverso una tecnica e tecnologia differente dal dipingere stesso.
Lucian Freud non aveva forse dipinto le stesse debolezze utilizzando modelli debilitati o vecchi? Che differenza c'è?
All'opposto di Dorian Gray ove il quadro invecchia mentre Dorian resta giovane, in Freud e nell'artista in questione il modello andrà a morire (come sempre) mentre il ritratto rimarrà uno still (life? death?)di quella vita. nel caso dell'artista tedesco, rimarranno cristallizzati in ogni frame sia la vita ultima che la morte del modello. Che male c'è? Che differenza c'è nel ritrarre un morente invece che un paesaggio o una pianta? tabù? La morte è tabù?

L'etica di cui parlo è quella però corrente e non l'applicazione della parola tencicamente al concetto Arte. L'etica è "quella cosa buona", in contrapposizione a "ciò che non va fatto". O almeno mi sembra che qui questo si cerchi di intendere.
Tu parli di etica come di "meccanica" della corrispondenza di un'azione al principio ispiratore. E sono d'accordo con te.
Bisogna però sempre intendersi su cosa si dice.
Non concordo sul fatto che l'Arte ha implicit comportamenti (tra cui quelli non criminali) sennò non è arte.
Come ho già detto, l'aggettivazione (buono, cattivo, giusto, criminale, ecc) è figlia del costume e della cultura vigente e particolare. Ciò che è criminale per me non lo è per un cinese, magari.
Ecco perché è necessario, se vogliamo considerare l'Arte un ente universale e neutro, quindi libero (dote fondamentale dell'arte), non applicarvi mai aggettivazioni qualitative di parte, ma solo quelle che ne conservano la neutralità. Appunto: libera, neutra, universale. Doti a-qualitative che ne tramandano l'attualità in ogni epoca.
Ciro D' Alessio 06/10/2008 04:53 PM
"L'agire con elementi reali e vivi è significante tanto quanto, se non di più, il semplice narrarne sul piano traslato della tela o delle pagine di un libro; ma porta in sé, in aggiunta, il peso karmico dell'azione.
Perciò non è possibile, nell'azionismo artistico, separare il valore artistico da quello etico.
Quindi, Ciro, non è la generica rottura del piano della rappresentazione il male.
Il male è il contenuto di quell'azione che nel suo svolgersi lede fattivamente in qualsiasi misura il diritto altrui alla vita o la sua dignità."
Si Monica, sono d' accordo con questo intervento.
Non intendevo dire che la rottura della rappresentazione è male di per, ma indubbiamente essa ha aperto la via ad un modo di fare arte che non può più appellarsi all' autonomia dalla morale come invece poteva l' arte rappresenattiva.

Ciro D' Alessio 06/10/2008 05:14 PM
"In questo senso tutto è possibile, ma non si può dire che l'Arte (ente) deve essere etica, che abbia una missione preordinata, che deve avere delle regole e dei paletti, dei criteri e delle norme."

L' arte in qunato ricerca è assolutissimamente libera, ed anzi, essa spesso è tanto più proficua, quanto più tratta questioni eticamente scottanti. Ma l' azione, sia essa fatta per fini artistici o per fini scientifici, o per qualsiasi altro fine, è sottoposta all' etica, quale che sia.
Gli artisti che fanno performances, non vogliono fare arte in quanto "opera" ma in quanto "evento", e dunque agiscono; la loro arte si risolve tutta nel momento dell' agire.

Di cosa sia l' etica, poi si può discutere all' infinito; i nostri filosofi lo stanno facendo da duemilaecinquecento anni senza aver trovato ancora pace.
Una cosa è certa, l' etica non è solo agire in riferimento e nel rispetto di alcuni principi o leggi o costumi.
Le ricerche etiche più interessanti sono quelle in cui si tratta di regolare il proprio agire in assenza assoluta di leggi o norme che ci possano dire come fare.
Cioè, accanto alle abbastanza elementari etiche dei principi, ci sono le etiche della responsabilità; dove tu non agisci regolandoti su di una norma, ma valuti quali possono essere le conseguenze delle tue azioni in un determinatoi contesto, ed in base a tali valutazioni agisci.




Danilo Verticelli 06/10/2008 06:07 PM
Perché, Ciro, che differenza vuoi trovarci tra "opera" e "azione"? Non sono entrambi due strumenti di comunicazione sensibile di un'idea?
Anche l'opera è soggetta a etica, certo. L'opera è ferma, l'azione no. L'opera dura nel tempo, l'azione muore quando inizia. Materiali e tempi diversi, ma è lo stesso meccanismo.

Ho sempre qualche remora quando mi si parla di etica in assenza di Leggi e norme. L'etica è di per il corretto comportamento relativo a regole fissate. In assenza di regole non può esistere etica, oppure ogni etica è valida.
Ecco perché da sempre si sono cercate di scrivere le Leggi. la valutazione delle conseguenze, è evidente, si deve pur sempre basare su un ordine morale o su categorie morali alle quali far ricorso per valutarsi.
Ogni valutazione presuppone il proprio criterio, ma se c'è un criterio vuol dire che c'è la norma...
Non si scappa, è così naturale e semplice....
Ciro D' Alessio 06/10/2008 07:00 PM
"Io sto parlando dell'Arte come ente e non dell'Arte come prassi. Il "fare" in Arte è soggetto a giudizio etico, come il non-fare.
L'Arte, come insieme di questi atti e non-atti, non può invece sottostare ad alcun giudizio in quanto deve poterli contenere entrambi.
In sostanza, non è l'Arte a uccidere il cane, ma l'agire dell'artista secondo la propria morale e etica, che seguono quella della cultura in cui è cresciuto."

Mi pareva che nel tuo precedente intervento, Danilo, avessi voluto distinguere l' agire del singolo artista, che solo avrebbe a che fare con l' etica, dall' arte, che invece ne sarebbe svincolata.
Ma quando poi l' arte, in quanto performances, si riduce al momento dell' agire?

Quanto al rapporto etica dei principi etica dei valori, ti incollo un estratto preso dal web che sintetizza le posizioni di Max Weber a proprosito, se poi la questtione ti interessa, la possiamo approfondire riferendoci anche ad altri autori.
Il “politeismo dei valori” (espressione che Weber mutua in parte da John Stuart Mill) si declina nell’etica sotto forma del dualismo tra l’etica dei principi (Gesinnungsethik) - anche detta etica delle intenzioni o delle convinzioni - e l’etica della responsabilità (Verantwortungsethik). La prima forma di etica fa riferimento a principi assoluti, che assume a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono: di questo tipo sono, ad esempio, l’etica del religioso, del rivoluzionario o del sindacalista, i quali agiscono sulla base di ben precisi principi, senza porsi il problema delle conseguenze che da essi scaturiranno. Si ha invece l’etica della responsabilità in tutti i casi in cui si bada al rapporto mezzi/fini e alle conseguenze. Senza assumere princìpi assoluti, l’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presenti le conseguenza del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce. Sicché l’etica dei principi e quella della responsabilità sono due etiche opposte e inconciliabili, che fanno capo a due diversi modi di intendere la politica, come nota Weber in Politica come professione: l’etica dei princìpi è, in definitiva, un’etica apolitica, come è testimoniato dal Cristiano che agisce seguendo i suoi principi e senza chiedersi se il suo agire possa trasformare il mondo. Al contrario, l’etica della responsabilità è indissolubilmente connessa alla politica, proprio perché non perde mai di vista (e anzi le assume come guida) le conseguenze dell’agire."
Dal sito www.filosofico.net/weber999.htm

"
Danilo Verticelli 06/11/2008 08:54 AM
Allora, io non contemplo l'etica dei principii, nonostante sia cattolico e praticante. Non è una contraddizione. In fondo pratico per incontrare la Verità (se c'è) con tutti i miei dubbi, ma non abdico ad un'etica dei principii.
L'unica etica che pratico quindi è quella della responsabilità, direttamente rapportata al contesto in cui pratico.
In questo senso, l'Arte è antietica mentre il fare arte può essere anche etico (non è detto).

Per la performance è equivalente al quadro. Cambia solo lo strumento espressivo. Quindi l'Arte non si "riduce" ma si esplica. Rimane Arte=contenitore e arte=agire. L'agire equivale al dipingere o scolpire, ecc.
Monica Lume 06/11/2008 09:26 PM
Sono d'accordo sul fatto che quel filmato non sia arte, e lo sono per le tue stesse ragioni.
Continuo invece a pensare che ci sia differenza fra azionismo artistico e espressione artistica "statica".
Nell'espressione artistica statica (pittura, fotografia, ecc ecc...) vige un diverso rapporto fra immaginazione e espressione.
L'artista che si ferma all'espressione in un certo senso decide di non portare la sua immaginazione sul piano causa-effetto.
E' una scelta precisissima quella del fermo immagine sulla tela e del non spingerla in valenze espressive ulteriori al suo semplice apparire in veste di simbolo, di immagine sintesi.
Nell'azionismo quella sintesi in certa misura disimpegnante, sarà analizzata, esplicata nelle sue dinamiche più realistiche e soggette non più alla semplice espressione critica dell'artista, del suo senso delle cose, ma andrà a costruire una concatenazione di atti, di gesti, di parole che, come gli atti, i gesti, le parole della vita reale, avranno un diverso effetto, produrranno effetti non solo emotivi, ma tangibili.
Ecco perché in questo caso è rilevante, preponderante la qualità di quegli atti, di quei gesti, di quelle parole.

Io dico che non è accettabile, come forma di arte, un azionismo che esplichi un significato violento o amorale o deviato, svolto realisticamente.
E' accettabile solo come azione simulata, non come agire reale.
Quindi sempre di trasposizione deve trattarsi, per essere arte, non di azione reale.

Monica Lume 06/11/2008 10:11 PM
Anche perché l'azione reale polarizza l'attenzione dello spettatore non sul significato (come nell'arte) ma sul fatto, sull'eco prodotto.
Non stimola il pensiero, la riflessione, non puà essere mai metafora di qualcos'altro, ma sempre atto che si consuma nel momento, che stimola una reattività ben diversa da quella che si ha di fronte a un'opera d'arte.
La realtà è una cosa, l'arte è un'altra.
Danilo Verticelli 06/12/2008 09:08 AM
Pensiamo all'azione cinematografica come ad una somma (32/s) di frame, di still frame. Ogni frame viene proiettao su tela e ridipinto, come quell'unico frame "scelto" da Lucian Freud per ciascuno dei suoi soggetti.
Dov'è più la differenza? Nel fatto che Freud "sceglie" e quindi immette la propria volontà artistica mentre l'operatore "si limita" a registrare?
Forse è vero, è così. O forse no. Dipende. Dipende da ciò che "l'operatore/artista" fa.
La sua ripresa ha una logica? E' effettuata con scelte tecniche precise e personali? Ha una identificazione con il suo essere artista?

Diciamo allora che non possiamo escludere l'azionismo dal'Arte a prescindere. Occorre valutare caso per caso.

Poi, per me, ovviamente Arte e Realtà pari sono. Una nell'altra e viceversa. Ma è una conseguenza nel contenitore Arte. Non è una legge. Come in Dorian, dove arte e realtà si scambiano spesso di posto e l'una coinvolge e condiziona l'altra....
Ciro D' Alessio 06/12/2008 10:44 AM
"E' accettabile solo come azione simulata, non come agire reale.
Quindi sempre di trasposizione deve trattarsi, per essere arte, non di azione reale."
Perfettamente d'accordo, Monica!

Ciro D' Alessio 06/12/2008 10:50 AM
"Poi, per me, ovviamente Arte e Realtà pari sono. Una nell'altra e viceversa. Ma è una conseguenza nel contenitore Arte. Non è una legge. Come in Dorian, dove arte e realtà si scambiano spesso di posto e l'una coinvolge e condiziona l'altra...."
Io credo che l' arte è tanto più viva e profonda, quanto più profondi sono i suoi punti di contatto con la realtà; rimane però la distinzione, almeno in linea di primncipio tra le due cose. Come tu stesso Danilo, sostenesti, quando dicesti che una cosa o un fatto della vita quotidiana, quando vengono esposti con volontà artistica, cessano di essere tali per assumere un senso metaforico.

Monica Lume 06/12/2008 11:33 AM
Io non direi che Arte e Realtà siano pari.
Io direi che Arte e Vita si incrociano, si scambiano, si sommano, si fondono, si rapportano continuamente.
L'Arte è contestuale alla Vita, sempre.
Ma la Vita non è la Realtà, o meglio, non solo.
La Realtà è uno sbocco, un prodotto della Vita.
In cui l'arte c'entra, appunto, poco o niente.

Se dò uno schiaffo a una persona nella Realtà, quello schiaffo deriva da una concatenazione di pensieri, atti, fatti insorti nella relazione con quella persona, che probabilmente hanno una ragione, sono conseguenza di qualcos'altro che con la creatività e l'immaginare e il metaforizzare artistico hanno ben poco da spartire.
E' il semplice effetto di una causa, che a sua volta genererà altri atti ad effetto.
Quella azione (ma in generale l'agire analogo) non è artistica, non porta in null'altro che un rapporto di causa-effetto.

Però penso che ci sia un'Arte che nel suo svolgersi come fatto, possa incarnare valenze simboliche e colludere in pieno con gli elementi della Vita.
Per esempio la Land Art o, per citare un esempio recente, l'azione (conclusasi tragicamente, ma per incidenza karmica non certo per sua volontà cosciente) di Pippa Bacca.
In questi casi nell'azionismo vige una forte componente simbolica e metaforica e in più non trattandosi di azioni con risvolto commerciale o con valenze pratiche o con finalità autopromozionali, si fanno espressione di un pathos umano, di una significanza esistenziale e di utopia, e in virtù di queste profonde connessioni con il karma collettivo vengono percepite come artistiche.


Danilo Verticelli 06/13/2008 10:27 AM
Si vabbè, era un sunto. Un aforisma. Voleva dire che per me l'Arte non può esistere ald i fuori di un'utilizzo di significati relativi alla realtà.... almeno per ora.

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