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equilibriarte.org : Carmen Auletta : blog

racconto autobiografico n. 10

racconto autobiografico n. 10

Quando ero ragazza dicevano che ero molto bella, c'era da crederci, perché me lo dicevano tutti, però avevo problemi a deambulare a causa della poleomelite che mi aveva colpita da piccola.

Nonostante ciò,avevo tanti corteggiatori e mio fratello per difendermi dai mali
intenzionati, mi disse che tutti gli uomini che mi venivano dietro,venivano
solo per prendersi gioco di una come me. La cosa mi colpì a tal punto, che
chiunque veniva a corteggiarmi, io lo rifiutavo a priori.

Non sai quanto
però mi metteva tristezza questa cosa, pensavo sempre che l'amore era una
cosa proibita per me, e la paura mi fregava più di tutto. Non avrei mai
permesso ad un uomo di prendersi gioco di me. Il fatto era che tra i tanti
poteva essercene qualcuno sincero, ma se non davo a nessuno la possibilità
di continuare a conoscermi, come lo avrei saputo se era sincero o no? Questo
era il mio dilemma.

Con mio marito, è stato diverso, perché lui non si
presentava come un corteggiatore, anzi, ci dimostravamo la nostra antipatia
reciproca. Lui ce l'aveva con le donne ed io ce l'avevo con gli uomini.
Passavamo ore e ore a discutere e nessuno voleva mai dare ragione all'altro.
Però quando eravamo separati, io che dicevo di detestarlo mi sorprendevo a
pensare continuamente alle cose che diceva quando era con me, non ci
crederai, ma quando lui non c'era, quei litigi mi mancavano in modo
pazzesco.

Poiché io ero fortemente orgogliosa, cercavo di non far trapelare
questa mia debolezza, avevo paura, come al solito, che se lui avesse
scoperto i miei veri sentimenti, si sarebbe preso gioco di me. Poi, mi
accorsi che quando io non c'ero, lui soffriva, diceva che non poteva fare a
meno dei nostri litigi che lo incitavano a riflettere.

Un po' alla volta, si
scrostava un po' della sua corteccia e sotto quella corteccia scoprivo il suo
essere tenero. Ma la mia paura, ora che ero fortemente innamorata di lui, si
era fatta ancora più forte. Così mi nascondevo, non mi facevo trovare, mi
negavo. Un giorno si presentò una mia amica a casa dicendo che lui si era
confidato con lei riguardo a me, che non riusciva a sopportare la mia
assenza, che senza di me non era in grado più neanche di lavorare. Quando me
lo disse la mia amica ne fui felice, ma ovviamente aspettavo che lui me lo
dicesse di persona, alla mia amica non dissi che anche io ci tenevo per lui.


Non ci crederai, poverino, quattro volte mi ha fatto la dichiarazione ed io
avevo paura a dirgli di si. Alla fine sono crollata, dovevo sconfiggere
quella maledetta paura che m'imprigionava. Nello stesso anno ci sposammo ed
ora abbiamo due belle figlie che sono il nostro orgoglio.



Vattene!!

Vavattenn!!






Nunn’e capito can nun te voglio?

Nun tiene manco nu poco e’orgoglio?

.

T’aggio trattat semp malament

E tu, faje ancora fint’e nient?

.

E stampelle so’ addeventate bastoni

ma cu te….. o stess nun funziona.

.

Diceme tu, comm t’aggia piglià

o vuò capè che ccà tu nun può stà?

.

Aggio provato a te suppurtà,

ma nun ci’a faccio senza’a libertà.

.

Ma cu vuliss, ca io facess na pazzia?

Ma tu vuoi proprio a ‘rruina mia?

.

No, nun t’a dong sta soddisfazione,

neanche si me fai mille istigazioni.

.

Aggio capito, vuò vedè chi è chiù forte?

Ma o ssaje ca cu mme tu rischi’a morte?

.

Te crediv ‘e essere onnipotente,

e capito ca nun può fa cchiù niente?

.

E fatt’ a buffona con la tua certezza,

e mo te ne vai… cara mia TRISTEZZA!

Carmen Auletta

racconto autobiografico n. 11

All’età di 15 anni ero una ragazza graziosa e spensierata. Mi
piaceva portare i capelli lunghi e sciolti. Avevo visto al cinema una bella attrice
americana con le trecce larghe che impersonava una donna indiana, quelle trecce mi
colpirono tanto che decisi di farmele anche io. Brunetta già lo ero,
gli occhi erano grandi e belli proprio come quelli che aveva l'attrice , mi mancavano solo le trecce!

Quando uscivo di casa, i giovanotti mi ammiravano come sempre, qualcuno, con lo sguardo da
pesce lesso, credendo di fare colpo su di me mi passava accanto e mi sussurrava: “Sei carina lo sai?” , qualche altro giovanotto dai modi più rozzi,
alzava la voce vicino ai compagni apposta per farsi sentire mentre
gridava nel gergo napoletano :“Wuè….bell’è sta guagliona?”

Ovviamente io proseguivo oltre senza guardare né a destra e né a sinistra, non mi facevo di
certo intimidire dai modi di fare dei ragazzi che per mettersi in mostra davanti ad una ragazza
carina, dicevano cretinate di ogni genere, confesso che la cosa mi divertiva molto e mi lusingava anche, ovviamente stavo ben attenta a non farlo vedere mentre ero tutta intenta ad entrare nel personaggio della giovane attrice americana travestita da indiana.

Quel giorno mentre camminavo gustando un bel cono gelato, per la prima volta vidi un giovane robusto a dorso nudo girato di spalle, sarebbe meglio dire che era un uomo, poteva avere
i suoi 30 anni. Subito non lo vidi in viso, era girato di spalle mentre lavorava sotto il sole, inchiodava qualcosa su una tavola di legno ed io sentivo il rumore del martello che continuava a battere con ritmo regolare.

Rimasi affascinata da quella immagine, le spalle abbronzate e lucide di sudore, mi offrivano uno spettacolo di una bellezza unica. Ogni alzata di braccio per colpire con il martello metteva in risalto l’armonia di un corpo scultoreo e quei movimenti regolari e decisi, mi parlavano della
potenza e della forza di un uomo. Forse mi soffermai un po’ oltre ad osservare questo incanto ,
con mia sorpresa il giovane robusto si girò e guardandomi dritto negli occhi mi disse:





Me vuò spusà?

Wuè…. Piccerè … me vuò spusà?
Comm? Dici a me?
E si…dico proprio a te, me vuò spusà?
.
Beh….verament…emmm ..si, va bene!
Però mi a fà ‘ apprimm nu bell quartino!
Piccerè…ma tu …rispunn pesant!
.
Embè…tu m’avive viste ch’e trezzell,
che te credive ca io s’eva na nennell?
Wuè…piccerè …ma tu me piace assaje,
.
Me vuò dà nu poco’ e gelato?
Nu poc’e gelato? Ma io l’aggio leccato!
Nunn’è capito che chill’è o sfizio mio!
.
Niente di meno? Che razza di sfizio è!
Si, voglio mettere o vocca mia proprio llà
addò e leccato o gelato c’a vucchella toya.
.
Wuè, ma tu si tropp sfrontato!
So sicura che a te chest te piace e fa!
Embè e che ce stess’ e male…
nunn’è colpa mia si tu si troppa bella!
.
Arricuordate…e ditt che tu me spusavi
però io t’aveva fa nu quartino.
Si l’aggio ditto e allora?
E allora te dico che o quartino è pront già.
----------

Traduzione

Mi vuoi sposare?

Ehi…piccola…mi vuoi sposare?
Come?......dici a me?
E si…dico proprio a te, mi vuoi sposare?
.
Beh…veramente…emmm…si, va bene!
Però mi devi costruire prima una bella casetta!
Ehi piccola…ma tu rispondi pesante!
.
Embè…tu mi avevi visto con le treccine
pensavi che io ero una bambina?
Ehi piccola, tu mi piaci molto!
.
Vuoi darmi un po’ di gelato?
Un po’ di gelato? Ma io l’ho leccato!
E non hai capito che è quello il mio piacere?
.
Niente di meno? Che razza di piacere è?
Si, voglio mettere la bocca proprio là
dove hai leccato con la boccuccia tua
.
Ehi, ma lo sai che sei uno sfacciato?
Sono sicura che a te questo piace fare!
Embè … e che ci sarebbe di male?
Non è colpa mia se tu sei troppo bella!
.
Ricordati che hai detto che mi sposavi,
però prima ti dovevo fare una casetta.
Si, l’ho detto e allora?
E allora ti dico che la casetta è pronta già!

La morte

A mia sorella

Ho voluto dedicare una poesia in vernacolo a mia sorella. Da piccole siamo state in un collegio, eravamo orfane in un modo particolare, nel senso che lo eravamo pur avendo in vita i nostri genitori. La nostra caratteristica era che non dimostravamo mai quello che avevamo dentro e davamo agli altri la sensazione di non avere problemi. Purtroppo quest'anno mia sorella è deceduta per una brutta malattia.
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A mia sorella






Eppur’ a vita comm’è strana!


Quand e vvote pens’a te sorella cara,


ca t’aggio tenuta sempe’ accussì luntana,


a vita cu tte nun putev’essere cchiù amara.


T’arricuorde quand eravamo piccerelle,


senza genitori e chiuse d’int ‘a a chelli mura,


semp’allegre, ce sentevano e cchiù belle,


senza n’ombra e tristezza e senza mai paura.


Ma che tengono di speciale, ce dicevano,


ca so’semp sorridente sti ddoje sore,


mentre’ avessene’a chiagnere, pensavano,


senza soldi, senza casa e senz’ammore?


Solo io te o’ putevano sapé , sorella mia,


quanta malinconia tenevamo dint’o core


ca scacciavano cu’e risate e cu l’allegria


e cantando e ballando a tutte le ore.


E mo stong’ascenn pazz pecché pens’ogni mument


che’ a vita è strana, ma comme se po ffà?


Mo che putiv’essere felice finalment,


a morte t’è venut’a tuzzulià.



























traduzione

A mia sorella


Eppure la vita come è strana!

Quando penso a te sorella cara,

che ti ho tenuta sempre così lontana,

la vita con te, non poteva essere più amara.

Ti ricordi quando eravamo piccoline,

senza genitori, chiuse tra quelle mura,

sempre allegre, credevamo di essere le più belle,

senza un’ombra di tristezza e senza mai paura.

Ma che hanno di speciale, ci dicevano,

che sono sempre sorridenti queste due sorelle,

mentre dovrebbero piangere, pensavano,

senza soldi, senza casa e senza amore?

Solo io e te potevamo sapere, sorella mia,

quanta malinconia avevamo nel cuore,

che scacciavamo con le risate e l’allegria,

cantando e ballando a tutte le ore.

Ed ora, mi sembra di impazzire perché penso in ogni momento

che la vita è strana, ma come si può fare,

ora che potevi essere felice finalmente,

la morte ti è venuta a reclamare.


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