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equilibriarte.org : Alessio Sciurpa : blog : category: Desmond Morris

Desmond Morris - Noi e gli animali - estratto IV

“(…) non prima di 10000 anni fa, i nostri antenati cacciatori fecero un piccolo ma decisivo passo avanti. Incominciarono a coltivare la terra. Ciò diede loro, come ulteriore ricchezza, un’eccedenza di cibo che potevano mettere in serbo per il futuro. Il cacciatore stava per essere eclissato da una nuova specializzazione umana: quella dell’agricoltore.
Com’era inevitabile i campi degli agricoltori attirarono ospiti indesiderati: gli erbivori, che ci venivano a pascolare provocando seri danni. Col tempo, tuttavia, gli agricoltori si resero conto che potevano intrappolare quegli animali e sfruttarne il lavoro per coltivare le messi. Li si poteva anche allevare per il latte che producevano e uccidere, se necessario, per ricavarne carne e pelli. I raccolti ora non si limitavano a fornire cibo agli insediamenti umani, ma servivano anche come foraggio per il bestiame; non c’era più alcun bisogno di cacciare: la preda veniva spontaneamente dal predatore dando così inizio alla zootecnia.
(…) Un nuovo Contratto animale prendeva forma: [gli animali] ci offrivano la propria fatica, la carne, il latte e le pelli, e noi davamo loro cibo, asilo e protezione dai predatori.
Questo passaggio dalla caccia all’agricoltura ci costrinse a diventare sedentari. (…)
Sappiamo che è avvenuto questo, ma perché? Cacciare e raccogliere bacche era più facile che dissodare i campi, mietere i cereali, macinarli, lavorarli, e poi nutrire anche gli animali in cattività, invece di lasciarli liberi di cercarsi da sé il cibo e quindi dar loro la caccia e ucciderli. (…)
La risposta è che c’erano già troppe persone: la razza umana stava rivelandosi troppo ben riuscita. Il numero di individui della nostra specie era in costante crescita e in ogni zona di caccia c’erano sempre più bocche da sfamare. Ci riproducevamo così in fretta e occupavamo spazi talmente estesi che la pura e semplice caccia non bastava più a sostenerci. (…)
Nel compiere questo progresso così importante, [agricoltura e allevamento] l’umanità faceva un passo indietro sul piano del comportamento. Da cacciatore audace e ricco d’inventiva, che aveva il tempo di ridere e scherzare negli intervalli tra le partite di caccia, l’uomo si era trasformato in un essere costretto a lavori duri e ingrati. Lo stile di vita ripetitivo dell’antico agricoltore era completamente privo delle emozioni e degli stimoli eccitanti della caccia e lo riportò in una condizione quasi bovina per quanto riguardava l’aspetto comportamentale. (…)
Gli animali non erano gli unici razziatori attratti dagli insediamenti agricoli. Arrivarono tribù nomadi a rubare gli animali domestici (…) il che portò a una curiosa scissione: gli animali che potevano essere raccolti in branco e sospinti da un luogo all’altro divennero il bestiame tipico dei popoli che praticavano la pastorizia, mentre quelli che era difficile spostare furono associati agli agricoltori sedentari. I bovini, le pecore e le capre si potevano spingere dove si voleva, ma i maiali no e vennero odiati dai pastori come simbolo dei loro nemici, gli agricoltori sedentari. Le civiltà che successivamente si svilupparono dalle tribù pastorali nomadi di conseguenza odiarono la carne suina, e i popoli semitici – Ebrei e Musulmani – che discendevano dalle antiche tribù di pastori nomadi la evitano tuttora. Oggi è d’uso fornire una motivazione sanitaria per rifiutarla, ma è solo la razionalizzazione moderna di un’antichissima ostilità fra nomadi e sedentari.
(…) Tenere unito un gregge o una mandria comportava una costante vigilanza, ma evitava l’ingrata fatica di dissodare i campi. Era un contratto vantaggioso sia per l’uomo che per l’animale, formulabile in questi termini: io mi prenderò cura di te e ti consentirò una vita piena, attiva e naturale in cambio del diritto alla fine di mangiarti.”

(estratti da "Noi e gli animali" di D.Morris)

Desmond Morris - Noi e gli animali - estratto III

“Dai cacciatori della preistoria ai sofisticati abitanti delle città egizie, tutti tenevano in altissima considerazione certi animali, ma soprattutto in quanto totem, simboli, emblemi o entità sacre. Se simboleggiavano qualcosa di buono, erano trattati bene, se qualcosa di cattivo, venivano perseguitati. La distinzione era [però] del tutto arbitraria (…).
[Più tardi] una nuova concezione (…) collocò l’uomo al di sopra di tutte le altre specie. Ora si riteneva che solo lui avesse un’anima. (…) Per i Cristiani, con Dio alla testa del nuovo ordine sociale, gli uomini al centro e gli animali all’ultimo posto, si erano create le premesse che avrebbero portato all’irragionevole persecuzione di tutte le altre specie. Dal momento che gli animali erano visti come bruti senz’anima, non c’era colpa nell’ucciderli. E in realtà, le sacre scritture contenevano istruzioni su come l’uomo avrebbe dovuto comportarsi nei confronti degli altri animali: il nuovo Dio onnipotente gli ordinava di moltiplicarsi e coltivare la terra, mantenendo il dominio su tutte le altre creature. (…) Non si può certo dire che l’affermarsi del cristianesimo sia stato un fatto positivo per gli animali.
E’ curioso che una religione basata sulla bontà e sulla mitezza sia stata la causa di tanta sofferenza per gli animali. (…)
Per dimostrare che la posizione degli uomini è di gran lunga superiore a quella delle altre creature, basta citare il Genesi, dove Dio dice a Noè: . (…)
Partendo da questa premessa, all’interno del pensiero cristiano si sviluppò una tendenza che nei secoli successivi produsse spaventose crudeltà. (…) nonostante l’operato di persone amabili come San Francesco, [il suo] atteggiamento finì col venir (…) sopraffatto dalla necessità di sostenere il ruolo dominante dell’uomo nel mondo. Ciò fu in parte dovuto all’esigenza di giustificare la schiavitù. Se era accettabile trattare certi uomini come esseri inferiori senza diritti, allora come si poteva accordare diritti a mammiferi, uccelli, rettili o pesci? Per le menti medievali era un’idea priva di senso.
Sotto l’influenza degli scritti di Tommaso d’Aquino (XIII secolo) e con l’avvento dell’Inquisizione, la Chiesa cristiana s’imbarco in secoli di tormenti, torture e assassinii santificati. Quasi un milione di persone furono messe a morte per non aver aderito alle rigide regole che limitavano la vita dell’uomo pio. Molte di esse furono accusate di essere streghe, fra le cui colpe c’era quella di avere rapporti con animali che si pensava fossero in combutta col Diavolo. Qualsiasi attività religiosa o pratica superstiziosa che implicasse rapporti con qualsiasi genere di animali veniva considerata il colmo della depravazione. Gli eretici, che sostenevano che gli animali avevano un’anima come gli esseri umani, furono perseguitati senza pietà. (…) Tutti i culti animali furono proibiti e soppressi con estremo rigore. La specie umana si purificava da ogni legame significativo con le altre specie animali. (…)
[Ancora] Alla fine del diciannovesimo secolo, il Dizionario cattolico poteva affermare categoricamente che gli animali . E con sorprendente durezza più avanti si tocca il massimo dell’insensibilità, proclamando che è .
La data di questa affermazione è il 1897. (…) Le vecchie idee sopravvivono nel nostro linguaggio: continuiamo a usare i nomi di animali per insultare; continuiamo a dar la caccia agli animali per svago; continuiamo a torturare i tori fino a farli morire di fronte a gente che paga per questo. L’eredità lasciata dal cristianesimo è dura a svanire. Noi ci sentiamo tuttora esseri superiori con licenza di sfruttare il resto del mondo come ci pare e piace.”

(estratti da "Noi e gli animali" di D.Morris)

Desmond Morris - Noi e gli animali - estratto II

“Per circa un milione di anni i nostri antenati hanno avuto con gli altri animali un rapporto semplice e diretto: cacciavano la preda, evitavano i predatori, allontanavano gli insetti nocivi, combattevano i parassiti. (…)
In questa fase fra l’uomo e gli altri animali vigeva un contratto molto semplice: se la mia pancia è piena e voi non mi arrecate danno, vi lascio in pace. (…)
Sotto questo aspetto ci comportavamo proprio come qualsiasi altra specie di predatori. Dove (…) ci distinguevamo era nell’usare più il cervello piuttosto che la forza muscolare. E’ stato il successo nella caccia che ha modellato la nostra personalità umana. Non solo infatti cacciare ci ha reso più disposti alla cooperazione rispetto ai nostri parenti scimmie, ma siamo anche diventati, per così dire, più bipedi, lasciando libere le nostre mani prensili di dedicarsi a mille nuovi usi. (…)
Dallo stile di vita legato alla caccia nacque un nuovo modello di riproduzione, con l’istaurarsi dei legami di coppia, la scomparsa della stagione degli amori, lo sviluppo di una forte territorialità, la divisione del lavoro e soprattutto la nascita del linguaggio parlato. (…) Tutto questo fu il risultato di un semplice cambiamento nell’alimentazione, quando passammo dalla raccolta di frutti alla caccia. (…)
Quanti si nutrono di vegetali [infatti] non hanno bisogno di cooperare: non sono costretti a circondare una prugna o a sopraffare una bacca per mangiarla. Non devono discutere le tecniche più opportune per arrivare di soppiatto alle spalle di un melo, o intrappolare una noce. Non c’è alcuna necessità pressante di cooperare e comunicare. Per il carnivoro, invece, lo sviluppo di queste abilità riveste un’importanza vitale. Diventare carnivori quindi ha stimolato in noi l’istinto ad aiutarci reciprocamente e a dibattere i problemi comuni. (…)
Le primordiali tribù di cacciatori in cui il maschio portava a casa la carne e la femmina raccoglieva bacche e radici così da creare una semplice ed elementare forma di alimentazione mista, avevano probabilmente ben pochi problemi di nutrizione a parte gli occasionali ma brevi periodi di fame. Noi pensiamo a quei tempi remoti come a epoche di grande squallore e brutalità, ma è probabile che la realtà sia stata ben diversa. (…) E’ stato calcolato che l’intera popolazione umana del Paleolitico era compresa tra 2 e 3 milioni di individui. C’era abbondanza di terra per tutti, la selvaggina era tanta e le possibilità di caccia saranno parse illimitate ai nostri antenati. Deve esser stato bello vivere allora, nonostante le grossolane immagini che ci sono state fornite di quella lontana era di formazione.”

(estratti da "Noi e gli animali" di D.Morris)

Desmond Morris - Noi e gli animali - estratto I

“Presso [le] caverne i nostri progenitori vivevano come cacciatori: cacciatori che rispettavano la loro preda. Avevano buone ragioni per farlo, dato che i bufali selvatici, i mammut, il rinoceronte lanuto e i cinghiali che cacciavano erano avversari formidabili. Le tribù che praticavano la caccia non considerarono mai questi altri animali come esseri inferiori. Anzi, certamente notarono che per molti aspetti – forza muscolare, velocità, udito, olfatto – erano superiori agli uomini. Quando la paura della morte ci portò a concepire una vita ultraterrena, venne naturale dotare i nostri compagni animali della stessa spiritualità che attribuivamo alla nostra specie. Se noi avevamo un’anima, allora l’avevano anche loro.
Ce lo testimoniano le pareti istoriate delle grotte dove i nostri progenitori ci hanno lasciato in eredità qualcosa di sorprendente: le immagini delle loro prede riprodotte con cura e precisione. (…)
Per molti anni si pensò che la motivazione primaria fosse di ordine magico: l’atto stesso di raffigurare un toro vivo sulla parete della grotta avrebbe conferito maggior potere sull’animale. Rappresentare nella caverna qualche uccisione rituale in cui l’immagine veniva simbolicamente colpita a morte avrebbe reso più facile trafiggere il toro nella realtà. (…)
Se si esaminano le immagini con l’occhio dello zoologo, [però] emerge qualcosa di nuovo: gli animali infatti sono accuratamente ritratti non in vita, ma in posizione di morte. L’indizio è nelle zampe (…). La posizione degli zoccoli rivela che il peso degli animali non esercita alcuna pressione su di essi. Sono zampe di animali morti sdraiati sul fianco (…) le pitture sono precisissime raffigurazioni di prede appena uccise eseguite a scopo commemorativo. (…)
Le pitture finite sono monumenti commemorativi (…) e riflettono un enorme rispetto per gli spiriti degli animali uccisi. Erano spiriti che andavano placati custodendo gelosamente le loro immagini nei luoghi più nascosti e sicuri che quei cacciatori primitivi conoscessero. Il corpo della preda sarebbe stato mangiato, le ossa trasformate in utensili e la pelle indossata come vestito, ma l’anima avrebbe continuato ad avere un’ubicazione nella figura dipinta e incisa (…).
E’ significativo che solo le specie più pericolose e imponenti venivano comunemente dipinte. Bovini, cavalli, mammut, rinoceronti, stambecchi, cervi, bisonti e cinghiali selvatici sono gli animali di cui abbiamo testimonianze più frequenti. Quelli più piccoli (…) compaiono molto raramente per non dire mai. Evidentemente non ci facevano abbastanza paura. Le loro piccole anime innocue non meritavano la fatica di placarle.
Questa selettività, che rivela come alcune specie fossero molto rispettate ma altre assai poco, era il punto debole dell’antico Contratto animale, basato sull’idea che gli animali avessero un’anima. Poiché si trattava di un’invenzione della fantasia, era soggetta ai capricci di chi l’aveva inventata. Non c’era una forma di riverenza generalizzata per la vita animale (…). Col passare del tempo questo portò a una curiosa tendenza che vide alcune tribù scegliere certi animali come propri fratelli spirituali, o totem.
Ogni animale totemico divenne oggetto di una tale venerazione che alla fine non fu più possibile dargli la caccia. L’ucciderlo divenne rigorosamente tabù. Ormai era considerato sacro e la sua carne non poteva essere mangiata. (…)
Questo genere di animali totemici era assai diffuso nella società tribale e rappresentò il retroterra su cui si sarebbero poi sviluppate, col nascere delle prime civiltà, forme più complesse di culto degli animali.”

(estratti da "Noi e gli animali" di D.Morris)


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