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Maria Cecilia Camozzi

Art & Photography Lab

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E Hirst vince la sfida: asta da record

Battuti per 10,3 milioni di sterline il «Vitello d'oro» e per quasi 10 milioni lo squalo in formaldeide
E Hirst vince la sfida: asta da record
Dopo aver venduto la metà dei 56 lotti di ieri, la casa d'aste ha dichiarato di aver già centrato l'obiettivo previsto

LONDRA — Animali immersi in formaldeide, enormi collage di farfalle, gli immancabili pois colorati: non poteva che trattarsi di Damien Hirst, di scena alla casa d'aste Sotheby's in veste inedita. Stanco di lasciare tra il 40 e il 60% dei proventi delle sue opere a galleristi, l'artista — fautore e protagonista della rivoluzione che negli anni '90 ha visto emergere il movimento dei Young British Artists — ha deciso di fare da sé e vendere direttamente al pubblico.

Una scommessa: 223 opere all'incanto proprio il giorno in cui, gioco del destino, Lehman Brothers è fallita gettando nell'incertezza i mercati mondiali. Hirst aveva visto giusto. La prima sessione del-l'asta, ieri sera a Londra, ha superato i pronostici. Il vitello dorato, un bue in formaldeide con corna e zoccoli di oro massiccio, è stato acquistato per conto di un cliente da Bruno Vinciguerra, capo della filiale newyorkese di Sotheby's, per 10,3 milioni di sterline (13 milioni di euro). Un record per un Damien Hirst all'asta. The Kingdom, uno squalo tigre trattato allo stesso modo, è stato venduto per 9,6 milioni di sterline (12 milioni di euro), quasi il doppio rispetto alle stime dagli esperti. Memories of Moments with you, scultura in acciaio, vetro e diamanti, è stata battuta per 2,6 milioni di sterline. Complessivamente l'asta — tre tra ieri e oggi le sessioni — sembra destinata a oltrepassare la soglia dei 65 milioni di sterline (82 milioni di euro).


Se è vero che i nuovi collezionisti sono banchieri e gestori di fondi, se è vero che il mondo dell'arte e quello della finanza vivono in tandem, allora ieri da Sotheby's c'era finanza di altro livello. I direttori della casa d'aste tireranno un sospiro di sollievo. Da una parte l'interesse per la vendita aveva lasciato immaginare un successo (più di 21.000 persone hanno varcato i portoni di New Bond Street per visionare le opere d'arte). Dall'altra l'iniziativa costituiva un esperimento rischioso: Hirst ha una presenza massiccia sul mercato. Nei magazzini di White Cube, la galleria alla quale l'artista si è appoggiato dopo la rottura con Charles Saatchi, ci sono 210 opere invendute, tra cui il teschio tempestato di diamanti acquistato da un consorzio l'anno scorso per 83 milioni di euro. La settimana scorsa, così, le azioni di Sotheby's sono scese del 9%, una flessione del 40% rispetto all'anno scorso.


I primi risultati dell'asta hanno dato nuova vita al titolo, che ha acquistato il 2% nonostante il clima. Hirst, invece, rischiava solo la reputazione. Grazie alla relazione speciale instaurata con Sotheby's nel 2004 con la vendita dei cimeli artistici esibiti nel ristorante Pharmacy, poi chiuso, la casa d'aste non ha preteso da Hirst alcuna percentuale. Al netto delle tasse d'acquisizione, i proventi, in pratica, andranno puliti puliti nelle sue tasche. A chi lo ha accusato di essere troppo attaccato al soldo, Hirst ha risposto che l'idea di vendere è nata dalla necessità di liberarsi di opere che, pur se realizzate assieme a 180 assistenti negli ultimi due anni, appartengono al «periodo giovanile». «È giunto il momento di occuparmi di altro, non farò più, ad esempio, collage di farfalle. Questo è un modo di voltare pagina». A 43 anni, sottolinea, sa di non essere immortale. Ha bisogno di rinnovarsi. L'aspetto commerciale è importante, precisa. «Il fatto che queste opere abbiano un loro valore sul mercato le fa sembrare particolarmente vive. L'importante è che siano sempre i soldi a inseguire l'arte, e non il contrario».

Paola De Carolis
16 settembre 2008

www.corriere.it

El Mes de la Fotografía Flamenca, en septiembre

La muestra, que arrancará el próximo día 11, figura en el programa de actividades paralelas de la XV Bienal de Flamenco y pretende crear una nueva marca cultural

22.agosto.2008 - El Museo del Baile Flamenco inaugurará el próximo 11 de septiembre la primera edición del Mes de Fotografía Flamenca (MFF), realizada junto a la Asociación para el Fomento del Flamenco y enmarcada dentro de la XV Bienal de Flamenco de Sevilla, que contará con un elenco de 45 fotógrafos procedentes de seis países. Esta iniciativa pretende convertirse en una nueva marca cultural en la capital andaluza.

Así, hasta el 10 de octubre un total de 15 galerías abrirán sus puertas a una muestra que pretende configurar una red cultural expositiva entre los múltiples espacios artísticos de la ciudad. Por el momento, se ha confirmado la participación de salas como Galería Carmen Carmona, Galería Félix Gómez, Galería el Fotómata, Galería Concha Pedrosa, Galería Nuevo Arte, Galería Weber, Studio Hache, Carbonería, club Arte Vivo, Museo del Carruaje, las Naves del Barranco, Universidad de Sevilla, FNAC y el Museo del Baile Flamenco. También se inscribe en el MFF la exposición de Rubén Afanador, producida por la propia Bienal.

Uno de los propósitos que persigue el Museo del Baile Flamenco con el Mes de la Fotografía Flamenca, explica Kurt Grötsch, director del museo y de la iniciativa hispalense, "es brindarle a los interesados en este arte la posibilidad de conocer de primera mano las interpretaciones y los sentimientos de fotógrafos de todo el mundo a la hora de captar un momento único". Se trata, continúa, de "generar una vivencia flamenca visual e intensa, ya que el conjunto de las exposiciones explora tanto la expresividad del objeto, las manifestaciones artísticas del flamenco y de su gente, como las potencialidades del medio fotográfico".

Así pues, el valor del MFF radica en su selección. El jurado formado para esta ocasión ha buscado la originalidad y la creatividad de entre más de 90 fotógrafos internacionales que se presentaron a la convocatoria del MFF. El proyecto no sólamente integra a artistas ya reconocidos y con una larga trayectoria en el campo de la fotografía, sino también a profesionales noveles. En esta iniciativa participan la ganadora del Certamen de Jóvenes Creadores del Ayuntamiento de Madrid, María Cañas; el ganador del Premio de la Cátedra de Flamenco de Jerez, Enrique Taviel de Andrade, y artistas con trayectorias de más de 30 años en relación a la fotografía flamenca, como es el caso de José Vicente Resino, Fernando Suárez y el alemán Guenther Bauer, entre otros. Además, también contará con la presencia de artistas internacionalmente conocidos como es el caso de Lena Herzog (Rusia), Michelle Chaplow (Estados Unidos), y Giuseppe Martino y Maria Cecilia Camozzi (Italia). Se prevé cerrar la selección de fotógrafos a finales del mes de agosto.
Al margen de las muestras individuales, tendrán lugar exposiciones colectivas como El Planète Andalucía y sus fotógrafos del Flamenco, organizado por Planète Andalucía (París); El Flamenco visto por ojos alemanes, gestionado por parte del Museo del Baile Flamenco; e Igualmente visualmente: fotógrafas del flamenco, una exhibición dedicada a fotógrafas de flamenco.

Asimismo, el Mes de la Fotografía Flamenca cuenta con la colaboración de Caja Madrid, IKEA, Bienal de Flamenco de Sevilla, Fnac, ICAS, Consorcio de Turismo de Sevilla, Universidad de Sevilla y el Consulado General de Alemania.

www.huelvainformacion.es
www.sevillapress.com/noticia/12276.html
digital24horas.com/
infoutrera.es/node/1008

Estate da cani, meno abbandoni... in diecimila raccolti dalla strada

L'Aidaa: "160mila animali ricoverati nei canili in tutta Italia"
Strutture al collasso. Coi nuovi randagi più rischio di incidenti

ROMA - L'immagine di Fido, abbandonato sul ciglio della strada dai padroni in viaggio verso le vacanze, stringe il cuore. Incoraggia sapere che rispetto alla scorsa estate gli abbandoni sembrano essere in calo, ma si tratta sempre di cifre altissime: sono almeno 10mila i cani raccolti e salvati dopo essere stati "scaricati" in queste ultime settimane su strade e autostrade italiane. L'allarme dall'Aidaa (Associazione difesa animali ed ambiente), punta il dito anche sulle strutture: secondo l'associazione animalista in questi giorni i canili italiani sono al collasso. Troppi gli ospiti a quattro zampe rimasti senza casa: non meno di 160 mila.

La buona notizia. La novità è che nel mese di luglio e nelle prime settimane di agosto gli abbandoni di cani e gatti appaiono in leggero calo. Ma non è sufficiente. La situazione dei canili, secondo l'associazione, è critica nelle regioni del centro-sud come Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, seguite da Lazio e Abruzzo, "dove - sottolinea l'Aidaa - è difficilissimo trovare un posto libero nei canili pubblici e nei rifugi gestiti dalle associazioni". Va un po' meglio al nord, dove comunque sono vicini al tutto esaurito i canili di Piemonte, Liguria, Veneto e Lombardia. Situazione altrettanto grave nei ricoveri per i gatti, dove spesso sono ospitati il doppio degli animali che la struttura può seguire.

Rischio incidenti. "La situazione è al collasso nella maggior parte dei canili italiani dove in alcuni casi sono presenti quasi il doppio dei cani che possono essere ospitati - spiega Lorenzo Croce presidente nazionale Aidaa - il rischio vero è che i cani rimangano in strada andando ad aumentare il già alto numero di randagi che secondo i dati delle anagrafi regionali superano complessivamente in tutta Italia quota 440.000". "Invitiamo tutti a non abbandonare gli animali - aggiunge il presidente Aidaa - anche perché possono essere fonte di gravi incidenti stradali: al nostro sportello animali dal 27 luglio sono arrivate oltre 30 segnalazioni di incidenti stradali provocati da animali, sei dei quali con feriti, in questo mese di agosto". E conclude: "Anche le autorità preposte facciano il loro dovere aumentando i posti nei canili e garantendo spazi adeguati in spiagge e località turistiche".

L'iniziativa. Continua l'iniziativa "Io l'ho visto", lanciata da Aidaa e Pronto Fido di Radio Montecarlo , che dal 17 luglio al 13 agosto ha raccolto oltre 450 segnalazioni di animali abbandonati. Gli sms possono essere inviati al numero 3341051030. L'Aidaa ha inoltre denunciato a piede libero 15 automobilisti che stavano abbandonando i propri cani nelle aree di sosta.

Niente cani sul litorale. Molti vacanzieri cercano di giustificare l'abbandono degli animali da compagnia perché sono diverse le strutture balneari che non permettono l'ingresso in spiaggia agli amici a quattro zampe. Come il comune di Lerici, in Liguria. Fino 30 settembre il sindaco ha vietato l'accesso ai cani lungo tutta la scogliera del territorio, dalle 7,30 della mattina fino alle otto di sera. Il sindaco Emanuele Fresco ha firmato l'ordinanza con la quale vorrebbe tutelare la salvaguardia dell'igiene, della sicurezza e della quiete pubblica.

(14 agosto 2008)
www.repubblica.it

Ecco dove vanno a finire i nostri rifiuti elettronici

5 agosto 2008 - In Europa non si sa dove va a finire il 75% dei rifiuti tecnologici, nonostante la recente entrata in vigore della nuove norme europee sullo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE). Un’idea della destinazione di questi prodotti se l’è fatta Greenpeace che in un rapporto denuncia un’alta contaminazione di alcuni siti del Ghana proprio come conseguenza della errata gestione di vecche tv, monitor, computer, ecc.

Secondo l’associazione l’origine di questi rifiuti elettronici è anche europea: Germania, Corea, Svizzera, Olanda e Italia. In partenza sono “beni di seconda mano”, in arrivo rifiuti da cui ricavare metalli da vendere come il rame e l’alluminio. La cosa più grave è che ad occuparsi dello smaltimento sono bambini e ragazzi tra gli 11 e i 18 anni che, senza alcuna protezione, provvedono a smontare e a fondere i prodotti.

In particolare, Greenpeace ha condotto alcune analisi in due siti del Ghana: al mercato di Abogbloshie nella capitale Accra e in un cantiere della città di Korforidua, a nord della capitale. Piombo, cadmio, antimonio sono stati rilevati nei suoli dove i rifiuti vengono bruciati a cielo aperto fino a cento volte superiore alla normale concentrazione . Riscontrati anche cloro, bromo e diossine.

Già con il rapporto “Toxic-Tech: non nel nostro cortile“, Greenpeace aveva lanciato l’allarme sulla sconosciuta via percorsa dai rifiuti elettronici. Il documento parlava di una percentuale pari al 75% per l’Europa e di oltre l’80 % per gli Stati Uniti.

Quando decidiamo di cambiare il nostro computer, un frigorifero, una tv preoccupiamoci che venga rispettata la normativa. Non abbandoniamo questi prodotti per strada e non affidiamoci alla buona volontà di qualche conoscente dei dintorni che si offre di smaltire il rifiuto al nostro posto. Ricordiamoci che lo smaltimento dovrà effettuarsi presso le isole ecologiche oppure direttamente tramite il rivenditore dal quale abbiamo comprato il nuovo prodotto.

www.Greenpeace.it
(foto: Greenpeace)

Il padrone è in carcere e Lola si ammala di depressione

La storiella potrebbe essere un tantino da libro Cuore e invece è una storia semplice quanto vera, commovente (almeno per me) quanto edificante. Lei si chiama Lola ed è una boxer di 11 anni, quindi già molto anziana per lo standard di vita media di questa razza. Lui invece è un giovane di 41 anni di cui non importa il nome, mentre importa dove abita. Dietro le sbarre, in una cella del carcere di Livorno, esattamente l'istituto le Sughere.

Leggo la notizia sul quotidianoIl Tirreno che la riporta con dovizia di particolari. Da quando l'uomo è stato obbligato a trasferirsi da casa sua, nella nuova "abitazione", Lola ha cominciato a diventare sempre più triste, cosa che noi veterinari vediamo di frequente, senza per questo volere antropomorfizzare troppo gli animali, quando un cane o un gatto si ritrovano soli perché una persona anziana è finita in ospedale o, peggio ancora, è defunta.

La depressione non è un fenomeno esclusivo dell'uomo, come qualcuno crede, ma può colpire anche i cani e meno frequentemente i gatti, visto che anche loro hanno un cervello, una loro psicologia e neuroni che dialogano attraverso neurotrasmettitori, quali serotonina, dopamina, acetilcolina eccetera.

Il giovane detenuto aveva un grande affetto per Lola e ha pregato la madre di farla visitare attentamente dal veterinario, il quale ha capito che non c'era nessuna malattia organica a renderla così prostrata, ma solo un vero e proprio caso di depressione da distacco di affetto.

"Stringimi Lola, accarezzamela, dille che mi aspetti, che non l'ho abbandonata" scriveva regolarmente alla fine delle lettere inviate alla madre. Per Lola c'era sempre un pensiero. Presa, ancora una volta carta e penna, l'uomo ha scritto alla direttrice del carcere, chiedendo di poter incontrare il proprio cane.

La direttrice, evidentemente dotata di notevole sensibilità, ha subito risposto positivamente all'originale richiesta e, qualche giorno dopo, Lola ha varcato la soglia del penitenziario e si è fatta accompagnare docilmente dalle guardie carcerarie nel cortile del carcere, dove era previsto avvenisse l'incontro. Mentre annusava l'ambiente nuovo, Lola ha sentito la voce del suo padrone che la chiamava. La guardia ha lasciato il guinzaglio e i due si sono trovati a correre per il cortile, fino a quando Lola ha tentato di saltargli in braccio. Lui si è buttato a terra e lei lo ha sommerso di leccate e di guaiti gioiosi, poi ha divorato quello che lui le aveva portato dalla mensa.

Ed ecco le lacrime che solcano il volto di un uomo che ha sbagliato nella vita e forse saranno proprio questi incontri con il suo cane a rendergli l'equilibrio mentale perso in un attimo di rabbia. Dicono che alcuni vecchi detenuti per reati gravi avessero gli occhi rossi, quando l'incontro è finito. Anche una guardia, avvezza a tutto, aveva gli occhi umidi. Di certo la direttrice ha dimostrato che anche in carcere si può piangere di gioia.

Oscar Grazioli

Le ultime parole famose...

FA LO SCIOPERO DELLA FAME, MA ACCANTO GLI CUCINANO CANEDERLI

BOLZANO - E' come il supplizio di Tantalo uno sciopero della fame intrapreso dal presidente del consiglio regionale del Trentino Alto Adige Franz Pahl che protesta contro una rana in croce esposta al Museion di Bolzano: accanto a lui è stata infatti organizzata una distribuzione pubblica di canederli.

Pahl - esponente dell'ala dura, cattolica e tradizionalista della Svp - protesta contro un'opera de tedesco Martin Kippenberger: una rana crocifissa, al centro di molte polemiche. Per Pahl l'opera è inopportuna per molte ragioni, non ultimo - ha detto - il fatto che nei prossimi giorni è in arriva il Papa per una vacanza in Alto Adige. A rendere davvero difficile l'iniziativa dell'esponente politico ci hanno pensato una coppia di cabarettisti locali che davanti a Pahl confezionano i tipici gnocchi tirolesi di pane e speck e li distribuiscono ai passanti "in nome della libertà dell'arte".

ANSA

MAI PIÙ ANIMALI SFRUTTATI IN NOME DELL'ARTE

MAI PIÙ ANIMALI SFRUTTATI IN NOME DELL'ARTE

Ci sono giunti aggiornamenti in merito alla vicenda di Guillermo Vargas, lo "peudoartista" del Costa Rica che aveva messo in mostra un cane randagio e denutrito, legato in un angolo di una galleria d'arte in Nicaragua, senza cibo e senza acqua e l'aveva lasciato morire di stenti.

L'OIPA per prima, era intervenuta direttamente al momento del fatto, lanciando un appello internazionale, per protestare verso coloro che avevano permesso la morte del cane Nativity all'interno del museo, in quanto non esistendo adeguate leggi per la protezione degli animali, nessuna sanzione fu emessa contro l'autore di questo atto di crudeltà.
Oltre 3 milioni di persone da tutto il mondo durante questi mesi hanno espresso la propria indignazione verso quella che non può essere certo considerata un'opera d'arte.
La vicenda ebbe inizio quando Vargas pagò dei bambini affinché catturassero un cane randagio per poi utilizzarlo come "opera d'arte", che consisteva appunto nel guardare l'agonia e la sofferenza fino alla morte. Ai visitatori era stato vietato di portare cibo ed acqua e chiunque cercava di avvicinarsi per accudire l'animale veniva allontanato in malo modo. Sopra il cane morente, una scritta fatta di croccantini con la frase: "Eres lo que lees" (Sei quello che leggi).
Secondo Vargas lo scopo era quello di testimoniare l'indifferenza dell'essere umano nei confronti di altri esseri viventi.
In un'intervista rilasciata a la 'Nación', Vargas dichiarò: "Lo scopo del lavoro non era causare sofferenza alla povera innocente creatura, bensì illustrare un problema. Nella mia città natale, San Josè, Costa Rica, decine di migliaia di randagi muoiono di fame e malattia e nessuno dedica loro attenzioni. Ora, se pubblicamente mostri una di queste creature morte di fame, come nel caso di Nativity, ciò crea un ritorno che evidenzia una grande ipocrisia in tutti noi. Nativity era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada".
Il cane, secondo quanto aveva riferito Leonor Gonzalez, editore del supplemento culturale di 'La Prensa' in Nicaragua, sarebbe morto il giorno seguente a quello in cui sono state scattate le foto.
L'artista in seguito fu scelto per rappresentare il suo Paese nella "Biennale Centroamericana 2008" che si terrà in Honduras nel Novembre 2008.

Le Associazioni protezioniste in Honduras stanno tenendo sotto controlla la situazione, monitorando da vicino la preparazione della Biennale che si terrà a novembre e assicurano che non ci saranno ulteriori casi di cani chiusi in musei.

L'OIPA ha ricevuto conferma da contatti locali che gli organizzatori della Biennale hanno acconsentito di bandire l'artista dalla galleria. Inoltre gli organizzatori hanno dichiarato che includeranno nuove regole per i partecipanti alla Biennale: sarà vietato maltrattare gli animali, e questa è la nostra più grande vittoria. La notizia dell'esclusione di Vargas dalla Biennale ci è stata inoltre confermata da Hollywood Office of The HSUS nella persona del Senior Director.

Ancora una volta, grazie alla partecipazione di un piccolo esercito di persone da ogni parte del mondo, siamo riusciti a fare la differenza: con l'introduzione di nuove norme, non sarà mai più possibile abusare di un animale in nome dell'arte. L'OIPA plaude la decisione della Biennale per la decisione di introdurre nuove regole per impedire che simili eventi spiacevoli possano ripetersi.

Il nostro auspicio ora è che la Biennale 2008 sarà un momento per mostrare l'arte e il bello. I nostri migliori auguri vanno agli artisti che saranno presenti e che hanno appoggiato pienamente la causa animalista e le nostre richieste.

Paola Ghidotti
OIPA International Campaigns Director

La truffa dei banditi della tavola

Un imprenditore siciliano "riciclava" scarti di produzione
Tornavano sugli scaffali sotto forma di altri prodotti caseari

La truffa dei banditi della tavola
rivendevano formaggio avariato
di PAOLO BERIZZI

CREMONA - Nel formaggio avariato e putrefatto c'era di tutto. Vermi, escrementi di topi, residui di plastica tritata, pezzi di ferro. Muffe, inchiostro. Era merce che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece i banditi della tavola la riciclavano. La lavoravano come prodotto "buono", di prima qualità.

Quegli scarti, nella filiera della contraffazione, (ri) diventavano fette per toast, formaggio fuso, formaggio grattugiato, mozzarelle, provola, stracchino, gorgonzola. Materia "genuina" - nelle celle frigorifere c'erano fettine datate 1980! - ripulita, mischiata e pronta per le nostre tavole. Venduta in Italia e in Europa. In alcuni casi, rivenduta a quelle stesse aziende - multinazionali, marchi importanti, grosse centrali del latte - che anziché smaltire regolarmente i prodotti ormai immangiabili li piazzavano, - senza spendere un centesimo ma guadagnandoci - a quattro imprese con sede a Cremona, Novara, Biella e Woringen (Germania).

Tutte riconducibili a un imprenditore siciliano. Era lui il punto di riferimento di marchi come: Galbani, Granarolo, Cademartori, Brescialat, Medeghini, Igor, Centrale del Latte di Firenze. E ancora: Frescolat, Euroformaggi, Mauri, Prealpi, e altre multinazionali europee, in particolare austriache, tedesche e inglesi. E' quello che si legge nell'ordinanza del pm cremonese Francesco Messina. Un giro da decine di milioni di euro. Una bomba ecologica per la salute dei consumatori.

Le indagini - ancora aperte - iniziano due anni fa. A novembre del 2006 gli uomini della Guardia di Finanza di Cremona fermano un tir a Castelleone: dal cassone esce un odore nauseabondo. C'è del formaggio semilavorato, in evidente stato di putrefazione. Il carico è partito dalla Tradel di Casalbuttano ed è diretto alla Megal di Vicolungo (Novara). Le due aziende sono di Domenico Russo, 46 anni, originario di Partinico e residente a Oleggio. E' lui l'uomo chiave attorno al quale ruota l'inchiesta. E' lui il dominus di una triangolazione che comprende, oltre a Tradel e Megal, un terzo stabilimento con sede a Massazza, Biella, e una filiale tedesca. Tradel raccoglie, sconfeziona e inizia la lavorazione. Megal miscela e confeziona. A Casalbuttano i finanzieri trovano roba che a vederla fa venire i conati. Prodotti caseari coperti da muffe, scaduti, decomposti e, peggio ancora, con tracce di escrementi di roditori. Ci sono residui - visibili a occhio nudo - degli involucri degli imballi macinati. Dunque plastica. Persino schegge di ferro fuoriuscite dai macchinari. La vera specialità della azienda è il "recupero" di mozzarelle ritirate dal mercato e stoccate per settimane sulle ribalte delle ditte fornitrici, di croste di gorgonzola, di sottilette composte con burro adulterato, di formaggi provenienti da black out elettrici di un anno prima. "Una cosa disgustosa - racconta Mauro Santonastaso, comandante delle fiamme gialle di Cremona -. Ancor più disgustoso - aggiunge il capitano Agostino Brigante - , è il sistema commerciale che abbiamo scoperto".

Non possono ancora immaginare, gli investigatori, che quello stabilimento dove si miscela prodotto avariato con altro prodotto pronto è lo snodo di una vera e propria filiera europea del riciclaggio. Mettono sotto controllo i telefoni. Scoprono che i pirati della contraffazione sono "coperti" dal servizio di prevenzione veterinaria dell'Asl di Cremona (omessa vigilanza, ispezioni preannunciate; denunciati e sospesi il direttore, Riccardo Crotti, e due tecnici).

Dalle intercettazioni emerge la totale assenza di scrupoli da parte degli indagati: "La merce che stiamo lavorando, come tu sai, è totalmente scaduta... ", dice Luciano Bosio, il responsabile dello stabilimento della Tradel, al suo capo (Domenico Russo). Che gli risponde: "Saranno cazzi suoi... " (delle aziende fornitrici, in questo caso Brescialat e Centrale del Latte di Firenze, ndr). Il formaggio comprato e messo in lavorazione è definito - senza mezzi termini - "merda". Ma non importa, "... perché se la merce ha dei difetti. .. io poi aggiusto, pulisco, metto a posto... questo rimane un discorso fra me e te... " (Russo a un imprenditore campano, si tratta la vendita di sottilette "scadute un anno e mezzo prima"). Nell'ordinanza (decine le persone indagate e denunciate: rappresentanti legali, responsabili degli stabilimenti, impiegati, altre se ne aggiungeranno presto) compaiono i nomi delle aziende per le quali il pm Francesco Messina configura "precise responsabilità".

Perché, "a vario titolo e al fine di trarre un ingiusto profitto patrimoniale, hanno concorso nella adulterazione e nella contraffazione di sostanze alimentari lattiero-casearie rendendole pericolose per la salute pubblica". Il marchio maggiormente coinvolto - spiegano gli investigatori - è Galbani, controllato dal gruppo Lactalis Italia che controlla anche Big srl. "Sono loro i principali fornitori della Tradel. Anche clienti", si legge nell'ordinanza. Per i magistrati il sistema di riciclaggio della merce si basa proprio sui legami commerciali tra le aziende fornitrici e la Tradel. Con consistenti vantaggi reciproci. Un business enorme: 11 mila tonnellate di merce lavorata in due anni. Finita sugli scaffali dei discount e dei negozi di tutta Europa. Tremila le tonnellate vendute in nero. E gli operai e gli impiegati? Erano consapevoli. Lo hanno messo a verbale. Domanda a un'amministrativa: "Ha mai riferito a qualcuno che la merce era scaduta o con i vermi?". Risposta: "No, tutti lo sapevano".

(4 luglio 2008)
www.repubblica.it



NB.
Si trattava di merce che doveva essere smaltita, destinata ad uso zootecnico. E invece i banditi della tavola la riciclavano. La lavoravano come prodotto "buono", di prima qualità.

Non è bastato scatenare l'encefalite spongiforme nei bovini grazie ad un'alimentazione sbagliata?
Il fatto di "destinare ad uso zootecnico" trasforma cibo avariato in qualcosa di buono e legale perché dato agli animali? Il rispetto per le normative nei confronti degli animali dove sono finite? Difficile anche pensare che gli animali "nutriti" in tal modo non possano essere in buona salute.
Meno male che sono vegana!

Milano al centro di un traffico di falsi d'autore

Milano al centro di un traffico di falsi d'autore:
sette arresti negli Usa, venti indagati in Italia


MILANO (5 luglio) - Un traffico di opere d'arte grafica, dipinti e sculture contraffatti di maestri moderni e contemporanei, esemplari venduti in tutto il mondo, soprattutto sul sito internet eBay, è al centro di un'inchiesta avviata lo scorso autunno dalla Dda milanese in collaborazione con l' Fbi e la polizia spagnola. Fino ad ora sono sette le persone arrestate, tutte negli Stati Uniti.

Sette arresti negli Stati Uniti. Sul fronte statunitense sono sette le persone arrestate fino ad ora: si tratta di quattro cittadini statunitensi e tre europei, due dei quali italiani, accusati a vario titolo di truffa e frode postale. Il dipartimento di giustizia dell'Illinois ha scoperto un complesso sistema di frodi realizzato dalla banda di falsari, in particolare tramite eBay, ai danni di circa 80 mila persone. Il gruppo, grazie ai complici inseriti nel mondo dell'arte, era riuscito a smerciare opere contraffatte per 5 milioni di dollari (circa 3,1 milioni di euro) negli Stati Uniti, Canada, Australia, Europa e Giappone. L'altro troncone riguarda due persone, una delle quali è un mercante d'arte di New York. In caso di condanna, gli imputati rischiano una pena massima di 20 anni di carcere e una multa fino a 250 mila dollari.

La parte italiana dell'inchiesta. Sul fronte italiano, invece, le indagini, coordinate dal pm Rossana Penna e condotte dai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio artistico e culturale di Monza, hanno portato finora al sequestro di numerose opere false tra Lombardia, Lazio, Toscana e Alto Adige. Gli indagati sono una ventina, 15 dei quali accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico transnazionale di opere d'arte e di altri reati. Tra gli indagati, per il pm ha depositato la richiesta di arresto al tribunale del Riesame, anche il pittore milanese Renato Volpini.

I promotori delle truffe, secondo gli inquirenti, sono Elio Bonfiglioli e Oswald Aulestia Bach, originario di Barcellona, entrambi già al centro di indagini in Usa (in Italia sono già stati incriminati) e in Spagna. I due, che sono stati rinviati a giudizio insieme a altre quattro persone, avrebbero commissionato le opere d'arte a pittori e stampatori, in particolare di Milano e Firenze.

Le opere, grazie a galleristi e mercanti d'arte compiacenti, venivano esportate a San Paolo del Brasile, San Francisco, Chigago, Miami, Barcellona, Monaco e in altre città. I falsi Mirò, Picasso, Botero, Chagall, Fontana, Manzoni e così via venivano venduti ad appassionati o collezionisti ignari di aver acquistato a caro prezzo, un falso.

La falsa firma di Mirò. Lo scorso 3 novembre, come hanno documentato gli investigatori, Elio Bonfiglioli, uno dei personaggi principali coinvolti nella vicenda, dopo essere uscito dall'abitazione del pittore Renato Volpini con sottobraccio un rotolo di carta, si incontrò in una via semicentrale di Milano con Oswald Aulestia Bach. Bonfiglioli, in mezzo alla strada e seminascosto solo dalle auto posteggiate «srotolava il rotolo che aveva con sé», mentre Aulestia «con in mano un lapis, apponeva una firma in calce sui diversi fogli» che componevano lo stesso rotolo, appoggiandosi sul vetro della macchina usata da Bonfiglioli per presentarsi all'appuntamento. Bonfiglioli aveva poi riposto il rotolo nella propria autovettura dopo aver consegnato, però, qualche foglio ad Aulestia. In base a quanto appurato le opere d'arte grafiche contraffatte, così come la firma falsa apposta, erano del grande pittore catalano Joan Mirò.

Le tecniche di restauro. Eccole, le curiose pratiche di restauro dei falsi: quando le opere contraffatte perdevano il colore bisognava laccarle, quando invece erano raggrinzite si poteva ricorre a qualche colpo di ferro da stiro e, se erano macchiate, bastava spruzzare un po' di Viava. Per invecchiare le etichette con il numero progressivo della tiratura bastava invece un po' di thè E'quento emerso dalle intercettazioni telefoniche della Procura milanese.

Le cornici di Ikea. Per le cornici si passava all'Ikea dove, tra i tanti modelli, era facile trovare qualche spunto da copiare. Elio Bonfiglioli, uno dei principali indagati, il 5 novembre dell'anno scorso, parlando al telefono, spiega alla sua interlocutrice che era stato fermato alla dogana dell'aeroporto JFK di New York: «Mi hanno aperto la valigia, hanno preso le grafiche per domandarmi che sono che non sono...'che son poster' gli faccio in regalo...». Il 20 marzo di quest'anno Oswald Aulestia Bach, un altro indagato, conversando con Bonfiglioli gli spiega: «Ieri sono andato...questo pomeriggio...all'Ikea... (parola incomprensibile) quando sono ritornato da lui... passato per l'Ikea per vedere le cornici etc, etc...martedì mi metto al lavoro per farli questi pezzi».

www.ilmessaggero.it

The Golden Calf: Damien Hirst e l'arte che fa discutere

20 giugno 2008 - Come per il caso del cane di Vargas ci andiamo cauti, ma non sembrano esserci particolari smentite. L’ultima fatica di Damien Hirst si chiama “The Golden Calf“: una vasca di formaldeide nella quale trova posto un toro, o meglio il suo cadavere. Hirst ha posto una corona d’oro sulla testa del toro e ha dipinto le corna, sempre in oro.

L’uso degli animali nell’arte non è una novità, ma lascia sempre strascichi di polemiche. E’ giusto togliere la vita ad un animale solo per l’arte? L’arte è sopra a tutto, sempre?

da www.ecoblog.it

Un pensiero per riflettere...

Quando una signora ultracentenaria morì, sotto il suo letto furono trovate due casse che, una volta aperte, risultarono piene di medicine.

C’era in una cassa una lettera che diceva:

"Ogni volta che mi sono ammalata sono sempre andata dai medici ed ho sempre pagato le visite perché anche i medici devono campare. Con le ricette che mi davano ho sempre comprato le medicine perché anche i farmacisti devono campare. Le medicine non le ho mai prese perché anche io avevo il diritto di campare".

Chiaro il concetto, vero?

BIENNALE COSTARICA BANDISCE VARGAS, IL PSEUDOARTISTA DEL CANE

BIENNALE COSTARICA BANDISCE VARGAS, IL PSEUDOARTISTA DEL CANE
Informazione dall'Oipa

5 maggio 2008 - Ci sono giunti aggiornamenti in merito alla vicenda di Guillermo Vargas, lo “peudoartista” del Costa Rica che aveva messo in mostra un cane randagio e denutrito, legato in un angolo di una galleria d’arte in Nicaragua, senza cibo e senza acqua e l’aveva lasciato morire di stenti.
L’OIPA ha ricevuto conferma da contatti locali che gli organizzatori della Biennale hanno acconsentito di bandire l’artista dalla galleria. Inoltre gli organizzatori hanno dichiarato che includeranno nuove regole per i partecipanti alla Biennale: sarà vietato maltrattare gli animali.
L’OIPA plaude la decisione della Biennale per la decisione di introdurre nuove regole per impedire che simili eventi spiacevoli possano ripetersi. Il nostro auspicio ora è che la Biennale 2008 sarà un momento per mostrare l’arte e il bello. I nostri migliori auguri vanno agli artisti che saranno presenti e che hanno appoggiato pienamente la causa animalista e le nostre richieste.

Barcellona: Gaudì? Un «palazzinaro»

Il cantiere della Sagrada Familia non vanta concessioni edilizie ne' autorizzazioni

MADRID – È il più bell’esempio di abuso edilizio, in corso da 125 anni sotto gli occhi di tutti, e iscritto nel registro del patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Nessuna licenza, nessun pezzo di carta lo legittimano, ma il cantiere ultracentenario della Sagrada Familia, probabilmente il monumento più celebre di Barcellona, non corre rischi: niente sigilli in arrivo, né esose sanzioni retroattive. Gaudì è un caso a parte. Lo sa anche l’assessore comunale all’Urbanistica, il socialista Ramón García Bragado, che pure ha sollevato il caso burocratico.

Nella lunga vertenza che oppone il municipio al Patronato della Sagrada Familia per il tunnel della linea ferroviaria ad alta velocità previsto proprio a due passi dalla basilica, l’assessore ha ricordato che l’opera firmata da Gaudì non ha le carte in regola, poiché non possiede uno straccio di concessione edilizia, «come è richiesto invece a qualunque costruttore pubblico o privato». Né il Comune ha mai autorizzato gli architetti, eredi del genio modernista catalano, a invadere con le loro colonne il marciapiede limitrofo della calle Majorca.

Il presidente del Patronato, Joan Rigol, ha preso gelidamente sul serio le rimostranze comunali e, piccato, ha ricordato che, ai tempi di Gaudì, la competenza amministrativa spettava a Sant Martì de Provençals, all’epoca ancora non unita a Barcellona: i lavori dunque iniziarono in perfetta legalità e, non avendo gli uffici della capitale catalana obiettato nulla finora, un secolo di silenzio-assenso può essere considerato più che sufficiente dai costruttori. La bega, come immagina razionalmente Rigol, resterà senza seguito e le implicite minacce comunali non fanno arretrare il Patronato, che continuerà a opporsi al tunnel dei treni superveloci almeno finché non sarà garantita dai periti la sicurezza del tempio. Che, abusivo o no, è stato ampiamente condonato dal giudizio dell’Arte.

Elisabetta Rosaspina

09 aprile 2008
www.corriere.it

Cita, dal Guinness all'autobiografia

È sopravvissuta a Johnny Weissmuller e Maureen O’Sullivan
Cita, dal Guinness all'autobiografia
Lo scimpanzé più famoso del cinema, a 76 anni suonati, vive in California, tra pittura e passeggiate in spiaggia


LONDRA - Ricordate Cita, la scimmia più famosa al mondo nonché compagna (cinematografica) di Tarzan in una cinquantina di film? A 76 anni suonati (venne trovato in Africa che era un neonato nell’aprile del 1932), questo scimpanzé maschio, entrato nel Guinness dei Primati come il più anziano esemplare vivente della sua specie, è ancora una gran bellezza e da una decina di anni si sta godendo la meritata pensione nell’assolata Palm Springs, in California, in un centro specializzato, dove si diletta a dipingere (i suoi quadri astratti, con tanto di certificato di autenticità, vengono venduti a 75 sterline, pari a 94 euro, e il denaro ricavato serve per il suo mantenimento), suonare il pianoforte e passeggiare sulla spiaggia. Non solo. Da tempo si dice che stia scrivendo la sua autobiografia, intitolata «Me, Cheeta», e a quanto pare il volume dovrebbe essere dato alle stampe in autunno, anche se la rivista Esquire ne ha annunciato la pubblicazione di alcuni estratti per il prossimo mese.

SVOLTA SALUTISTA - Il libro, opera naturalmente di un ghostwriter le cui generalità sono top-secret, racconterà la carriera del longevo scimpanzé in quel di Hollywood (la prima apparizione davanti alla macchina da presa fu nel 1934 per «Tarzan e la compagna», l’ultima nel 1967 per «Il favoloso Dottor Dolitte») e le sue esperienze al fianco di Johnny Weissmuller, senza dubbio il Tarzan più celebre della storia del cinema, ma ci sarà spazio anche per la sua svolta salutista (tutto il contrario dello stile di vita precedente, a base di birra e sigarette) che gli ha permesso di sopravvivere sia a Weissmuller (che morì a 79 anni nel 1984) che a Maureen O’Sullivan (la Jane più famosa del mondo della celluloide, scomparsa nel 1998 all’età di 87 anni). Ma se volete conoscere in anteprima gli originali pensieri del mondo Cita, il Daily Mail ne pubblica oggi un assaggio, per gentile concessione dell’Esquire.

LONGEVITA’ - «Molti scimpanzé si ritirano quando hanno appena dieci anni, perché non vogliono fare quello che viene detto loro. Ma io non volevo finire in un laboratorio con un elettrodo attaccato in fronte».

HOLLYWOOD - «Non posso negare che mi sarebbe piaciuto avere una stella sulla "Walk of Fame", ma ho avuto comunque una carriera ricca e ogni giorno è una benedizione».

LA PITTURA - «Il mondo dell’arte mi ha dato credito con il genere "Ape-stract", ma io preferisco suonare il pianoforte».

STILE DI VITA - «Adesso i miei unici vizi sono gli hamburger e la Coca Cola senza caffeina. Per il resto, faccio scorpacciate di frutta fresca, verdura e cibo per scimmie».

JOHNNY WEISSMULLER - «Il caro, vecchio Johnny era molto più caratterizzato di quanto fossi io. Ricordo che eravamo entrambi in lizza per il ruolo di Terry in "On the Waterfront" ("Fronte del porto") e il direttore del cast disse a Johnny che stava sprecando il suo tempo. Io ricevetti una chiamata, ma poi non se ne fece più nulla. Lui se ne andò per fondare una società di piscine, ma nuotare non ha mai fatto al caso mio».

Simona Marchetti
29 marzo 2008
www.corriere.it

Situazione tibetana

Centinaia le vittime
Il Dalai Lama annuncia: "Pronto a dimettermi"

Non sono piaciute al Dalai Lama le parole del primo ministro cinese Wen Ciab, in particolare l'accusa di essere lui l'istigatore di quanto sta accadendo in questi giorni in Tibet. Per questo il leader spirituale dei buddisti, a sopresa, annuncia: "Sono pronto a dimettermi, se la situazione degenera e diventa incotrollabile. La dichiarazione è arrivata durante un incontro con la stampa a Dharamsala, in India, sede del parlamento tibetano in esilio. Intanto, la tensione a Lhasa resta altissima.

Il Times: è caccia all'uomo - A meno di 24 ore dall'ultimatum posto ai "ribelli", nella regione sono in corso dei veri e propri rastrellamenti a tappeto e decine di prigionieri tibetani, ammanettati e con la testa fasciata che sfilano su autocarri militari per le strade. A darne notizia di quanto sta accadendo in queste ore è il Times. Stando a quanto riferito da alcuni testimoni citati dal quotidiano britannico, quattro autocarri con a bordo circa 40 persone, perlopiù giovani uomini e donne tibetani, hanno percorso le principali strade della città, mentre gli altoparlanti rilanciavano l'appello alla resa a quanti hanno partecipato alle proteste di venerdì scorso. A giudicare dai racconti e dalle poche immagini trasmesse in questi giorni, la tensione resta dunque altissima, così come resta incerto il numero delle vittime degli scontri.

In atto perquisizioni a tappeto - Gli stessi testimoni hanno riferito di perquisizioni casa per casa, con i militari che hanno controllato i documenti di identità e l'atto di residenza, portando via quanti ne sono risultati sprovvisti. Lunedì, il governatore del Tibet, Champa Phuntsok, ha ribadito davanti al Parlamento cinese che le autorità agiranno con severità verso i responsabili delle proteste: "Nessun paese consentirebbe a questi delinquenti o criminali di sfuggire alla giustizia e la Cina non fa eccezione".

Le accuse al Dalai Lama - Secondo il primo ministro di Pechino, Wen Jiab, sarebbe appunto lui il responsabile della reazione delle forze di sicurezza della Repubblica Popolare: "Ci sono ampia evidenza e prove abbondanti che dimostrano come gli incidenti siano stati organizzati, premeditati, diretti e incitati dalla cricca del Dalai Lama", ha denunciato Wen Jiabao, nel corso di una conferenza stampa. "Tutto questo", ha incalzato Wen, "ha dimostrato a maggior ragione che non sono altro che menzogne le ripetute pretese della cricca del Dalai Lama, secondo cui essi non perseguono l'indipendenza bensi' il dialogo pacifico". "Le accuse al governo cinese, di essere coinvolto nel cosiddetto genocidio culturale, non sono altro che bugie", ha rincarato la dose Wen.
Il leader buddista aveva parlato di "genocidio culturale" - Dall'esilio di Dharmasala, la cittadina nel nord dell'India dove riparò nel 1959, nei giorni scorsi, Il Dalai Lama aveva pubblicamente denunciato appunto il genocidio culturale perpetrato dalla Cina nella sua patria, dove la popolazione autoctona è diventata numericamente inferiore agli immigrati han, la princiale etnia cinese, e relegata di fatto ai margini della vita economica e sociale. A detta del premier di Pechino i disordini in Tibet hanno smascherato i due volti del Dalai Lama, insignito nell'89 del premio Nobel per la Pace. "Occorre tenere conto non soltanto di quello che dice il Dalai Lama, ma anche di quello che fa", ha tagliato corto Wen.

Pechino potrebbe aprire ai giornalisti - Intanto, rispondendo alle accuse di aver isolato il Tibet negandovi l'accesso ai giornalisti stranieri, malgrado l'impegno a una maggiore apertura verso la libera informazione assunto dalla Cina nel farsi carico di ospitare i Giochi Olimpici di Pechino 2008, il primo ministro cinese Wen Jiabao ha ipotizzato la possibilità che i rappresentanti dei mass media esteri siano ammessi nella regione himalayana, dove le proteste di piazza hanno provocato una durissima repressione. "Prenderemo certamente in considerazione la possibilità di allestire l'ingresso in Tibet per i media stranieri", ha dichiarato Wen ai giornalisti, ma senza specificare quando ciò in concreto avverrà. Il premier ha quindi tenuto a sottolineare che a Lhasa, capitale tibetana, la situazione sta ritornando alla normalità.

Tiscali news

Kipasso, il pittore che disegna dormendo

Gallese 33enne di giorno fa l'infermiere, di notte fa capolavori in stato di trance pagati migliaia di euro

LONDRA - Infermiere di giorno, artista sonnambulo la notte: questa l’incredibile doppia vita del 33enne gallese Lee Hadwin, detto Kipasso, capace di creare autentiche opere d’arte di cui, però, al risveglio non ricorda assolutamente nulla, usando una semplice matita a carboncino e un pezzo di carta. Lui stesso è il primo a rimanere sconcertato dal suo sorprendente talento, soprattutto considerato il fatto che, durante il giorno, il suo interesse per qualunque forma artistica è praticamente pari allo zero. «E’ una sensazione davvero straordinaria quella di svegliarsi la mattina e di ritrovarsi circondato da decine di disegni che non ricordo assolutamente di avere fatto – ha raccontato Kipasso al Daily Mail – e spesso sono veramente stupito da quello che ho prodotto. Ma l’aspetto più strano di tutta questa storia è che se io cerco di prendere in mano una matita mentre sono sveglio, non riesco nemmeno a fare un banale schizzo, sono assolutamente negato per questo genere di cose. Mi sembra di essere diventato un fenomeno medico, ma, semplicemente, non sono in grado di spiegare da dove arrivi il mio estro. E’ come se un’altra parte del mio cervello si accendesse quando sono addormentato».

IN UN DOCUMENTARIO TV - Ora Hadwin diventerà protagonista di un documentario tv, nel quale verranno mostrati anche alcuni video che lo immortalano mentre crea i suoi capolavori in stato di trance e che sono già diventati un hit su Youtube, mentre per i responsabili dell’Edinbugh Sleep Centre, famoso per la cura delle persone con disturbi legati al sonno, che lo hanno messo sotto osservazione, il suo sarebbe un «caso assolutamente unico». A quanto si racconta, dopo una mostra organizzata in Galles lo scorso anno e che ha visto un amatore pagare 5mila sterline (pari a 6.500 euro) per una delle opere di Kipasso (si trattava di «Flight of Fancy», che ritraeva due ninfe), le principali gallerie del paese farebbero a gara per poter esporre i suoi lavori.

SCETTICI - Com’era logico attendersi, però, la storia del pittore-sonnambulo ha scatenato più di una perplessità e sono molti gli scettici, convinti di trovarsi di fronte a un geniale burlone. Dal canto suo, Hadwin giura sulla sua buona fede e racconta di aver cominciato a soffrire di sonnambulismo all’età di 4 anni, ma i genitori credevano si trattasse di una normale fase dell’infanzia. Dopo i dieci anni, però, sono iniziate le produzioni artistiche sui muri della sua stanza da letto e una volta ha pure ricoperto di scarabocchi i muri della cucina di un amico, facendo l’imbarazzante scoperta solo il mattino successivo, a colazione. Da quel momento, la sua attività notturna è andata intensificandosi e qualunque tipo di superficie gli capitasse a tiro (tovaglie, giornali vecchi, vestiti e muri) diventava testimone della sua furia creativa in stato di trance. Da qui, la decisione di lasciare gli attrezzi del mestiere (ovvero, album da disegno e carboncini) in giro per casa, e in particolare nel sottoscala, che è il suo luogo preferito per lavorare, in modo da averli sempre a disposizione ogni volta che il lato sonnambulo di Picasso prende il sopravvento.

Simona Marchetti
09 marzo 2008

www.corriere.it

Il segreto del blu

Durante le loro cerimonie votive, i Maya mischiavano indaco e un minerale argilloso, ottenendo il famoso pigmento dalla straordinaria resistenza

Antropologi del Wheaton College, in Illinois, e del Field Museum di Chicago hanno scoperto il sistema usato per ottenere un particolare pigmento, noto come Blu Maya, utilizzato durante i sacrifici celebrati a Chichén Itzá, uno dei principali siti archeologici attribuito alla civiltà precolombiana, che visse presso la penisola messicana dello Yucatán dal 300 al 1.500 d.C. I risultati della ricerca sono pubblicati online su Antiquity British Journal.

Il Blu Maya, usato anche per le decorazioni ceramiche e per la pittura murale, è considerato - fin da da quando fu identificato nel 1931 - una delle più grandi conquiste artistiche e tecnologiche della Mesoamerica, in virtù della sua straordinaria resistenza all’azione del tempo. La sua inusuale stabilità a livello chimico lo rende uno dei pigmenti più resistenti agli agenti atmosferici, alle piogge acide, alla biodegradazione e persino ai solventi chimici moderni, tanto da meritarsi il titolo di pigmento virtualmente indistruttibile.

Come gli archeologi sanno da tempo, queste caratteristiche si possono ottenere grazie a un legame chimico che si forma quando si riscaldano e si mescolano piccole quantità della pianta indaco con il minerale argilloso attapulgite (o paligorskite), la cui struttura interna risulta costituita da lunghi canali. Finora però, non c'erano prove di come il pigmento fosse effettivamente ottenuto in antichità. L’equipe di Chicago, diretta dall’antropologo Dean Arnold, ha ora scoperto che la creazione del colore faceva parte dei rituali presso il Sacro Cenote, un sorta di pozzo naturale in cui indaco, attapulgite e incenso venivano fusi insieme. La chiave per svelare l'enigma è arrivata da un tripode di ceramica, rinvenuto nel 1904 nel Sacro Cenote e depositato nei magazzini del Field Museum dal 1930. I ricercatori hanno infatti esaminato al microscopio elettronico a scansione i frammenti del reperto, che hanno rivelato la composizione del pigmento.

Secondo testimonianze del Cinquecento, venivano tinte di blu le vittime umane prima di essere gettate nel Cenote insieme ad altre offerte di caucciù e di legno, colorate anch’esse. La nuova scoperta dimostra che il pigmento era prodotto proprio nei pressi del Cenote, secondo un “rito” che, a detta degli studiosi, avrebbe avuto un ruolo centrale nella cerimonia. Si è così capita anche l’origine dello strato di melma bluastra, di oltre 4 metri, trovato sul fondo del pozzo quando fu dragato agli inizi del Ventesimo secolo: è ciò che rimane del colore delle offerte e dei corpi delle vittime, depositatosi per decantazione sul fondo. (f.g.)

da www.galileonet.it

APPELLO IN FAVORE DEL CENTRO PER COLIBRÌ DI TRIESTE

Nella puntata della trasmissione TV "Le iene" di venerdì 25 gennaio, hanno intervistato il Direttore del Centro per la salvaguardia dei colibrì di Trieste che li ha chiamati per spiegare che il centro non ha mai ricevuto il finanziamento, già stanziato dal Ministero dell'Ambiente, per poter continuare a sostenersi e pertanto prestissimo gli toglieranno la corrente e saranno costretti a chiudere, con inevitabile morte di tutti i colibrì presenti nel centro (che come è noto hanno bisogno di temperature tropicali per poter vivere).
Le Iene sono andate a parlare col Ministro Pecoraro Scanio che ha assicurato che se ne sarebbe senz’'altro occupato.
Il Direttore del Centro per la salvaguardia dei colibrì chiede l'aiuto di tutti per sollecitare la firma che consentirebbe a questi soldi di arrivare al centro.
www.centrocolibri.com

Invia la lettera di protesta a

info@centrocolibri.com, segreteria.ministro@minambiente.it, pecoraro_a@camera.it

******************

Egregio Signor Ministro,
sono una delle tantissime persone che, avendo visto la puntata de "Le Iene" del 25 gennaio 2008 con in servizio sulla situazione di emergenza nella quale vi trovate ha provato una profonda stretta al cuore per l'imminente morte di tutti quei meraviglioso colibrì a causa del mancato arrivo dei soldi già stanziati dal Ministero dell'Ambiente.
Nell'intervista il Ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio aveva dichiarato che si sarebbe senz'altro attivato per farvi giungere il finanziamento.
Chiedo se vi sono stati riscontri positivi e soprattutto concreti.
Vi ringrazio ed invio cordiali saluti.

Nome
Cognome
Città

M'illumino di meno 2008

Riparte anche quest’anno per il quarto anno consecutivo l’iniziativa “M’illumino di meno”. Con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e di Caterpillar, noto programma di Radio 2, si ripropone all’attenzione del grande pubblico la Giornata di mobilitazione internazionale per il Risparmio Energetico.

Spegnere le luci ed ogni dispositivo elettronico non indispensabile dalle ore 18 del 15 febbraio sarà la dimostrazione che lo spreco di energia non è più parte della nostra cultura quotidiana. Anche in questa edizione le iniziative saranno raccolte e presentate sul sito www.caterueb.rai.it con lo scopo di esser d’esempio per tutti (che siano gesti quotidiani o azioni particolarmente innovative).

Cosa cambia rispetto alle precedenti edizioni? Anche nel 2008 spegneremo le luci in diverse piazze di importanti città italiane, ma sarebbe davvero significativo se almeno il 50% dei comuni (anche il più piccolo d’Italia, Morterone in provincia di Lecco) spegnesse quella della propria piazza o monumento principale.

Ad oggi l’Enel non ha ancora ufficializzato se, come fece l’anno passato, distribuirà gratuitamente oltre 7 milioni di lampadine ad alta efficienza (permettendo il risparmio energetico pari al consumo di una città di 200.000 abitanti).

La verità su Monnalisa

16 gennaio 2008 - La Monnalisa di Leonardo al Museo del Louvre a Parigi. L'identità della modella per «La Gioconda», secondo ricercatori dell'Università di Heidelberg, in Germania, è ora definitivamente chiarita: si tratta della fiorentina Lisa Gherardini, moglie del commerciante Francesco del Giocondo. Lo prova un'annotazione trovata dall'ex direttore della sezione manoscritti Martin Schlechter su uno dei primi libri a stampa, scritta di suo pugno dal proprietario Agostino Vespucci nell'ottobre 1503. Finora l'attribuzione era basata su una affermazione dello studioso e artista Andrea Vasari, fatta nel 1550 e quindi quasi 50 anni dopo la realizzazione.

(Ap)

NON FU LA COMETA A GUIDARE I RE MAGI

NEW YORK, 22-12-2007 - I pastori e i Re Magi non furono guidati alla grotta di Betlemme da una cometa ma da un raro allineamento astrologico Sole-Luna-Pianeti, secondo la teoria di un astrofisico americano. Grant Mathews, dell'Università di Notre Dame, in Indiana, ha impiegato due anni di ricerca sulle banche dati della Nasa per arrivare alla conclusione che non fu un evento astronomico spettacolare come una supernova, né una pioggia di meteoriti particolarmente brillante ad annunciare dal cielo la nascita di Gesù raccontata dai Vangeli. La "stella in Oriente" di cui parla l'evangelista Matteo sarebbe stata invece una inconsueta congiunzione astrale avvenuta tra l'anno 2 e l'anno 6, la più plausibile quella che si verificò il 17 aprile del 6 avanti Cristo, quando il Sole, Giove, la Luna e Saturno si allinearono nella costellazione di Ariete, mentre Venere e Marte erano di casa nelle costellazioni vicine.

"I Magi erano astrologi della fede di Zoroastro, l' allineamento dei corpi celesti e soprattutto di Saturno nella casa di Ariete era per loro un segnale inconfondibile della nascita di un uomo straordinariamente potente", ha detto l' astrofisico. Non solo: "La congiunzione astrale - ha detto Mathews al 'Washington Post' - poteva anche essere letta in chiave che questo leader era destinato a morire a una data definita, ed ecco dunque tra i doni dei Magi la presenza della mirra, che serve per imbalsamare i corpi". La teoria di Mathews è una delle tante che dai tempi di Keplero vengono avanzate dagli scienziati del cielo per dare una soluzione razionale al mistero della stella. Ai primi del '600 l'astronomo tedesco aveva suggerito un allineamento astrale di Marte, Giove e Saturno nel sette avanti Cristo come l'evento guida del viaggio dei Magi a Betlemme. Secondo Mathews, questa data non può essere esatta perché Gesù nacque a Betlemme sotto il regno di Erode. Lo storico romano Flavio Giuseppe racconta che Erode morì dopo un'eclisse di Luna prima della Pasqua ebraica. Quattro date sono possibili per questa eclissi: tra il sei avanti Cristo e l'uno dell'era volgare. La stella potrebbe essere apparsa fino a due anni prima. C'é chi ha parlato di una cometa, chi dell'avvistamento di Urano, sconosciuto per quel tempo. Qualche anno fa un celebre astronomo britannico, Patrick Moore, suggerì che la guida dei Magi sarebbero state due meteoriti molto brillanti. Moore aveva considerato "una licenza poetica" dell'evangelista il racconto di Matteo secondo cui la stella si sarebbe fermata sulla grotta dove era nato il Bambino. Impossibile, secondo Mathews, dal momento che di una stella ferma nel cielo parlano anche testi cinesi e coreani a proposito di un evento celeste del quattro avanti Cristo.

ANSA

Le donne e la sensualità secondo Araki

Roma celebra il maestro giapponese
In mostra le fotografie del grande artista spesso contestato per i soggetti "scandalosi" come la serie Bondages, che l'ha reso celebre: donne nude, legate, appese. E serene

SCANDALOSO, provocatorio, dissacrante. Una sensualità, la sua, che non è voyeurismo ma piacevolezza della vita. E che cerca e trova nelle donne, il soggetto più amato. Nobuyoshi Araki è un grande maestro dell'obiettivo. Uno dei fotografi più noti al mondo per la versatilità della sua opera e per l'estrosità del personaggio. Dibattuto, contestato per le sue immagini in cui la donna è vissuta come oggetto di piacere per lo sguardo maschile, Araki in realtà restituisce frammenti della cultura millenaria del suo Paese, il Giappone, fatta di ruoli precisi e ordinamenti predefiniti. "Fotografia - dice - è essere innamorati". Araki Gold è il titolo della mostra in corso a Roma fino al 17 febbraio presso l'Istituto nazionale per la Grafica a Fontana di Trevi: una scelta di opere, in larga parte inedite (molte ordinate ed eseguite per l'occasione) che raccontano il grande artista e la sua necessità di registrare il mondo attraverso l'obiettivo.

Araki Gold è divisa in alcune sezioni. Come Ginza, le immagini scattate negli anni Sessanta nel quartiere di Tokyo. I volti sono quelli dei giapponesi di ogni età impegnati in una difficile ripresa economica dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale. Disperazione ma anche sorrisi sui volti tra la folla nelle strade, siano bambini, manager, giovani o ricche signore in giro per shopping. Quasi a voler dimostrare di essere, nonostante Hiroshima e Nagasaki, vivi e autentici.

A celebrare l'Araki più celebre c'è la sezione Bondages, alla quale il maestro deve la fama mondiale. Le donne in abiti tradizionali nipponici appese con corde a travi, o ad alberi in giardini privati, si mostrano nude in pose che in altri Paesi sarebbero pornografiche. Araki le vede invece come armoniosi "oggetti" domestici, nel recupero di un costume che è una medaglia: una faccia è il predominio del maschio, l'altra la cultura della geisha.

I corpi piegati che pencolano tra giri di corda e nodi davanti a una stampa d'epoca o sui tatami sono episodi di vita quotidiana. Non c'è violenza né compiacimento: nella pornografia occidentale i volti tradirebbero la sofferenza, mentre le modelle di Araki sembrano impegnate in un difficile esercizio ginnico e questo disinnesca l'erotismo, lo attenua a favore di una generica bellezza.

Il richiamo alla tradizione è forte in Noble Series, quindici immagini di nobili famiglie giapponesi che mostrano le proprie ascendenze, in sintonia di spirito con quello che un tempo era l'Impero del Sol Levante. Foto che mostrano, nei particolari, un Giappone che va scomparendo, mentre in quei volti esiste ancora l'antico rigore che ha affascinato il mondo occidentale, con le storie di invincibili samurai.

In Famous People, che raccoglie immagini di personaggi famosi ritratti da Araki nel corso degli ultimi quindici anni, si rivela l'abilità del maestro nell'interpretare lo spirito artistico di chi posa per lui, da Takeshi Kitano a Bjork. Mentre le trenta immagini della serie Families introducono l'aspetto che lega Araki alla gente comune, alla sua città, al bisogno di girare per le strade in cerca di soggetti da fotografare. Splendida la notte di Tokyo che non diventa mai notte in Color Rays, con la città inseguita nelle strade dalle insegne colorate, dai maxischermi pubblicitari, vita che non si ferma.

Come le luci di Tokyo, la vita per Araki è lo scorrere interminabile di immagini. Vive, scatta e, intorno, i suoi assistenti lo ritraggono. Ne scaturisce un lavoro ciclico e senza soste. E' l'Araki più concettuale, a raffica, di questi anni, come dimostrano le altre sezioni, tra cui le cinquemila foto da Polaroid che creano una specie di maiolicato nella sala, più che una esposizione di immagini. Così, in occasione dell'inaugurazione della mostra, la sua modella preferita (e fidanzata) Kaori ha danzato fino a denudarsi completamente mentre lui la seguiva con la sua macchina. Quegli scatti sono diventati, subito dopo, parte della mostra stessa.

(17 dicembre 2007)
www.repubblica.it

d'Amore Si Puo' Morire...

Roma, 7 dic. (Adnkronos Salute) - Morire d'amore si può, eccome. Sembra infatti che ritrovarsi con il cuore spezzato, per una separazione ma soprattutto per la morte del partner, possa aumentare il rischio di decesso di ben cinque volte. A fornire la prova scientifica di ciò che i poeti di tutto il mondo sostengono da secoli, è una revisione di recenti studi sui pericoli del mal d'amore, pubblicata sulla rivista 'The Lancet' e curata dai ricercatori dell'università di Utrecht (Olanda).

A giocare un ruolo di primo piano nel mettere a repentaglio la vita dei 'delusi d'amore' - assicura l'equipe, guidata da Margaret Stroebe - è sia lo stress psicologico provocato dal distacco dal lui o dalla lei adorati, sia l'adozione di stili di vita non sani per 'distrarsi' dalla sofferenza. Se ci si lascia, infatti, per 'stordirsi' è comune darsi all'alcol o al vizio del fumo, e anche alla droga. Con tutti gli effetti negativi di simili comportamenti sulla salute.

E questo vale soprattutto per chi rimane vedovo: secondo una delle ricerche prese in considerazione dagli esperti olandesi, gli uomini corrono un rischio di morte maggiore del 21% quando perdono la moglie, mentre le donne del 17%. Il pericolo sembra raggiungere il culmine a pochi giorni dal tragico evento, mentre decresce col tempo che, si sa, aiuta a dimenticare. Curiosamente, però, i vedovi sono molto più esposti a pensieri e comportamenti suicidi rispetto alle vedove che, evidentemente, hanno dunque più facilità nel rifarsi una vita.

La disperazione è forte anche quando il cuore di una persona viene spezzato a causa della perdita di un figlio: uno studio danese del 2003 mostra infatti che sia i padri che le madri di piccoli deceduti sono più a rischio di suicidio, in maniera inversamente proporzionale all'età del bimbo e in special modo durante i primi 30 giorni di lutto.

Alternative all'albero di Natale: legno e caramelle

Il Lollipop Tree e’ fatto di sbarrette di legno con tre fori. Il foro centrale serve per un perno che tiene insieme il tutto, i fori alle estremità servono per appendere palline, piantare candele o inserire il bastoncino di un lecca lecca. C’è posto per 30 decorazioni.

La confezione e’ piatta (salva-spazio) e le misure, una volta montato, sono di 20 cm di diametro per quasi 40 di altezza. Se volete acquistarlo già pronto, costa 20 dollari e lo vendono per corrispondenza su gardeners.com

Potete facilmente copiare l’idea tagliando una serie di assi in pezzi di lunghezza decrescente. In alternativa potete usare bastoni o radici sbiancate dall’acqua (facili da trovare sulle rive di fiumi o laghi).

www.ecoblog.it

L'arte di Marla, truffa o bimba prodigio?

molti pero' sospettano che i suoi dipinti siano opera del padre
L'arte di Marla, truffa o bimba prodigio?
Usa: critica e pubblico divisi sul caso della Omstead pittrice straordinaria già a 4 anni. Per i suo quadro cifre record

NEW YORK (USA) - Bambina prodigio o vittima di genitori affamati di successo. E’ la domanda che assilla i più famosi esperti d’arte da quando nel 2004 hanno scoperto l’arte di Marla Olmstead, una bambina americana che oggi ha solo 7 anni e che eminenti critici più volte hanno paragonato per la sua precocità ad enfant prodige del passato come Pablo Picasso e Gian Lorenzo Bernini.

Marla da circa 3 anni dipingerebbe quadri astratti di notevole fattura che le hanno fruttato ben 300.000 dollari. Tuttavia molti esperti mettono in dubbi le capacità prodigiose della piccola e affermano che questi incredibili lavori siano opere di Mark Olmstead, padre di Marla e manager con l'hobby del disegno.

LA STORIA - Secondo la versione raccontata dai genitori, Marla avrebbe cominciato a disegnare insieme a suo padre quando aveva soli tre anni. Velocemente avrebbe cominciato ad amare l’arte e a dipingere ogni giorno. Un amico di famiglia degli Olmstead avrebbe notato la bellezza delle sue opere e avrebbe chiesto ai suoi genitori se poteva esporre le opere della piccola nel suo negozio. Successivamente le opere sarebbero state notate dal pittore Anthony Brunelli, che proprio in quel periodo stava aprendo una galleria d'arte a Binghamton. Brunelli divenne il padrino artistico della piccola e dedicò una ampia sezione della sua nuova "Fine Arts gallery" di Binghamton alle opere di Marla. Presto arrivò il successo anche grazie alle meravigliose recensioni pubblicate sul New York Times che paragonò l'arte di Marla a quella di Wassily Kandinsky e di Jackson Pollock. Nello stesso anno Marla presentò la sua prima mostra ufficiale e da allora i prezzi dei suoi quadri cominciarono a lievitare. Velocemente la piccola diventò la bambina più famosa nell'olimpo artistico partecipando anche a note trasmissioni televisive americane.

DUBBI - Nel 2005 la rete nazionale Cbs per dimostrare le incredibili capacità della piccola, con il consenso dei genitori, installò in casa Olmstead alcune telecamere che dovevano riprendere l'attività quotidiana di Marla. Ma nel documentario trasmesso nella nota trasmissione "60 minutes" non si vide affatto il suo talento pittorico. La psicologa infantile Ellen Winner che seguì il caso di Marla spiegò senza mezzi termini: «Non vi sono prove evidenti del suo prodigio artistico. In questi giorni ho visto solo un'adorabile bambina che disegna come una ragazzina in età prescolare».

NUOVO DOCUMENTARIO - Adesso un nuovo documentario, presentato nell’ottobre del 2007 dal regista Amir Bar-Lev e intitolato "My kid could paint that" (mia figlia avrebbe dipinto questo) esamina la vita di Marla Olmstead all'interno della sua famiglia e i dubbi sulla sua precocità artistica. Il regista sottolinea il rapporto perverso che s’istaura quando s’incontrano arte, famiglia e media e quanto la fama e il successo ricercati dai genitori abbiano oscurato le reali potenzialità artistiche di Marla. Nonostante la pubblicità negativa i quadri della Olmstead continuano ad andare a ruba. Sul suo sito web gli appassionati d'arte si contendono i suoi ultimi lavori. I genitori continuano a insistere sulla genialità artistica della bambina e affermano che la sua bravura è confermata dai video presenti sul sito web dedicato alla sua arte. I dubbi rimangono e tanti psicologi continuano a chiedersi se questi eccessivi clamori abbiano influenzato negativamente l'infanzia di Marla.

Francesco Tortora
02 dicembre 2007

www.corriere.it

Un museo di ghiaccio

Apre a Napoli il primo museo al mondo, permanente, di sculture di ghiaccio. L'inaugurazione dell'Ice art gallery-Ice bar & more si terrà mercoledì 20 novembre alle ore 18.00, in via Denza 6. Patrocinato dal Comune di Napoli, in collaborazione con l'Associazione Erbavoglio, l'Ice art gallery nasce da un progetto del presidente dell'Associazione Italiana Scultori di Ghiaccio, Amelio Mazzella di Regnella. La galleria, dislocata su di una superficie di 120 mq (su due livelli), incapsulati in una enorme cella frigorifera, permetterà agli artisti del ghiaccio, provenienti da tutto il mondo, di poter allestire mostre, creando soggetti, paesaggi e oggetti.

(Ansa)

L'ultima cena... in musica

Leonardo Da Vinci fu anche un "raro sonatore di lira", nonché, com'è noto, un sottile e infaticabile costruttore di enigmi. E' dunque possibile che nel Cenacolo ci sia traccia della competenza musicale del grande artista? L'arte del Rinascimento considera l'universo come un tutto armonico, una musica divina che dona alle cose misura e bellezza. Ma la tesi dimostrata da Giovanni Maria Pala è che nel dipinto vinciano sia nascosta una vera e propria frase musicale, perfettamente strutturata ed eseguibile. Un requiem che accompagna il momento drammatico dell'Ultima Cena. La musica celata è il fedele resoconto di questa straordinaria scoperta: lo svelamento della melodia, del messaggio in ebraico e dei simboli mistici ad essa legati, che Leonardo intese occultare nella sua opera più celebre e dibattuta. Il lettore è invitato a compiere gli stessi passi, a calarsi insieme all'autore nell'emozione della ricerca, che trasformerà le immagini in suoni e i suoni di nuovo in immagini, in un circolo che esprime compiutamente l'universalità del genio leonardesco. Al libro è anche allegato un CD, che, oltre ad esemplificare le varie tappe dello studio, contiene l'esecuzione della misteriosa e struggente musica del Cenacolo.

da www.lamusicacelata.it

Laika

a 50 anni dal lancio restano aperti i dubbi sulla morte della cagnetta usata come cavia dai russi
La misteriosa fine spaziale di Laika
Partì il 3 novembre 1957 a bordo dello Sputnik, destinato a bruciare nell'atmosfera come una meteora


Quando il missile si sollevò dal cosmodromo di Baikonur, sotto la spinta e il fragore dei suoi motori, la cagnetta rinchiusa nella capsula cominciò a guaire penosamente e ad agitarsi nel tentativo di fuggire. Ma la stretta imbracatura che le avvolgeva corpo e zampe le impedì qualunque movimento, se non quello della testa. Poi, nei lunghi minuti in cui i propulsori del missile furono forzati al massimo per vincere la forza di gravità terrestre, l’animale si sentì schiacciato come in una morsa e la frequenza del suo cuore arrivò al limite dell’infarto, passando dagli abituali 100 a 250 battiti ogni minuto. Il terrore non abbandonò la cagnetta nemmeno quando si ritrovò, ormai priva di peso, in orbita attorno alla Terra, fra 200 e 1600 km d’altezza. Solo dopo tre ore di quella straniante condizione la bestia si calmò, ignara della sorte che l’aspettava.

IL VIAGGIO SENZA RITORNO - Cominciò così, il 3 novembre 1957, il viaggio senza ritorno della cagnetta russa Laika, il primo essere vivente ad avere varcato i confini della Terra. Ancora oggi, nel cinquantenario di quell’evento, resta insoluto il mistero su come sia veramente morta Laika: gli esperti continuano a fornire differenti versioni di quel sacrificio programmato, alcune rassicuranti, altre decisamente strazianti. Come pure resta aperto il contenzioso se si trattò di un indispensabile esperimento per aprire all’uomo la via dello spazio, oppure di un’inutile ed esibizionistica crudeltà. Appena un mese prima, il 4 ottobre 1957, l’ex Unione Sovietica aveva sbalordito il mondo collocando in orbita lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale, dimostrando un’insospettata supremazia rispetto agli Stati Uniti nella corsa allo spazio.

I RETROSCENA POLITICI - Stando ai documenti resi pubblici dopo il crollo dell’Urss, il lancio di Laika fu un affrettato fuori programma. Galvanizzato dal successo, il presidente Nikita Kruscev chiese al capo dei programmi spaziali Sergei Korolev di anticipare a qualunque costo il volo orbitale di una cagnetta, previsto per i mesi successivi, in modo da farlo coincidere con il 40.mo anniversario della rivoluzione d’ottobre (7 novembre 1917). «Le procedure consuete dell’ingegneria spaziale furono accantonate – racconta Boris Chertok, il braccio destro di Korolev -. Non ci fu tempo nemmeno di stendere il progetto. La capsula fu costruita in officina sulla base di disegni improvvisati». Lo Sputnik 2 era una capsula a forma di cono, 4 metri di altezza per 2 metri di base, del peso di 500 kg, che sarebbe stata collocata in cima a uno dei missili balistici intercontinentali più potenti dell’epoca, l’R-7. L’abitacolo era dotato di atmosfera artificiale pressurizzata, impianto termoregolatore, e apparati di trasmissione dei parametri vitali della cagnetta. In un certo senso confortevole, ma assolutamente privo di un sistema di recupero: una volta compiuta la sua missione orbitale, era destinato a bruciare nell’atmosfera come una meteora.

LA SCELTA DI LAIKA - Anche il reclutamento della cagnetta fu estemporaneo: accalappiata mentre vagava senza padrone in una via di Mosca, fu selezionata per la sua docilità fra tanti altri compagni di sventura. Laika era una femmina bastarda di circa 3 anni, risultato di incrocio fra un husky siberiano e un terrier. Sopportò con grande pazienza i test attitudinali: le costrizioni della tuta spaziale, gli elettrodi incollati nel petto, la centrifuga per simulare l’accelerazione di gravità durante il lancio. E si guadagnò con onore quel posto nella capsula spaziale dove, secondo fonti della Nasa, fu sigillata per ben tre giorni in attesa del lancio, con le deiezioni che si raccoglievano copiose in un sacchetto. Dopo il terrore del lancio e la ritrovata calma in orbita, Laika fu sentita dai controllori di volo consolarsi mangiando la sua pappa gelatinosa. Ma fu una breve parentesi.

I DUBBI SULLA MORTE DI LAIKA - Qualcosa andò storto nell’impianto di termoregolazione. Invece di mantenersi a 16 gradi, la temperatura schizzò a 41 e la cagnetta riprese a guaire e ad agitarsi. I battiti del suo cuore, poi ritrasmessi da alcune emittenti radiofoniche, diventarono sempre più flebili. Secondo la versione ufficiale dei fatti, trascorse circa 5 ore dall’ingresso in orbita, i controllori di volo applicarono la prevista soluzione della "dolce morte", rendendo disponibile alla cagnetta un’apposita pozione velenosa già pronta in cabina. Ma nell’ottobre del 2002, nel corso di un convegno spaziale a Houston, Texas, Dimitri Malascenkov, uno degli scienziati che partecipò all’impresa, rivelò che la versione dell’eutanasia era una pietosa bugia e che in realtà la cagnetta era morta 5-6 ore dopo il lancio per stress termico. Secondo altre fonti russe (Anatoly Zak, The True Story of Laika the Dog), l’agonia della cagnetta si sarebbe prolungata per ben quattro giorni. Lo Sputnik 2 divenne la bara spaziale di Laika, fino a quando la sua orbita decadde e tutto finì, il 14 aprile 1958, con un’infuocata disintegrazione nell’atmosfera.

MONDO DIVISO - Cinquant’anni fa il mondo si divise fra coloro che esaltarono l’impresa, incuranti delle sofferenze di Laika, sostenendo che quella era l’unica via per verificare la capacità di un essere evoluto a sopportare le forti sollecitazioni del lancio, seguite dalla repentina e prolungata assenza di gravità; e coloro i quali affermavano che tutte le verifiche potevano essere fatte tranquillamente nei simulatori spaziali a Terra, sia sugli animali sia direttamente sull’uomo. Così, mentre gli animalisti protestavano davanti alle ambasciate sovietiche di tutto il mondo, gli scienziati russi, e poi anche gli americani, continuavano i loro esperimenti spaziali con cavie animali: non solo cani, ma anche scimpanzé, topolini, rane, alcuni dei quali recuperati, altri finiti tragicamente come Laika. Solo di recente, Oleg Gazenko, uno dei superstiti ricercatori che partecipò al tirocinio di Laika, ha fatto una pubblica ammissione di pentimento: «Più tempo passa e più mi rammarico per la nostra scelta. Non era proprio necessaria. Da quella missione non abbiamo imparato tanto da giustificare la tragica fine di quel cane».

Franco Foresta Martin
02 novembre 2007

www.corriere.it

Ospedale a colori e Ambient Experience

Si vede che sono allergica agli ospedali... perché scopro ora che in quello di Parma hanno pensato bene di colorare l'ambiente della sala adibita a risonanza magnetica. Una specie di luogo con suoni e colori che avrebbero il compito di rilassare il paziente che si sottopone alle indagini diagnostiche.
Ambient Experience è un progetto della Philips. Questa soluzione sarebbe stata studiata per massimizzare il comfort del paziente e raggiungere, al tempo stesso, una maggiore precisione delle diagnosi.

Nel sito dell'ospedale scrivono:
"Il progetto è nato e si è sviluppato attorno alla necessità dell'Ospedale di Parma di dotarsi di una nuova Risonanza Magnetica e di ampliare e riunire in un unico luogo l'offerta radiologica. L'obiettivo è affiancare all'innovazione tecnologica l'umanizzazione del servizio, favorendo il rilassamento e la riduzione dell'ansia per i pazienti in attesa dell'esame."
"Anche l'umanizzazione pittorica della sala d'attesa per i bambini fatta da Disney nell'ambito del progetto "Ospedale a colori" è stata realizzata con l'obiettivo di aiutare i piccoli pazienti e i loro famigliari a rilassarsi e a far trascorrere nel modo più rassicurante possibile l'attesa per la risonanza magnetica.

L'iniziativa, partita nel 2004, è nata dalla volontà della Walt Disney Company Italia di applicare la propria creatività e capacità di raccontare storie, aumentando il proprio impegno nel campo del sociale.
Dietro alla scelta dei soggetti Disney c'è un'attenta ricerca: infatti non solo sono adatti a maschi e femmine di varie età, ma sono in grado di ricreare un vero e proprio mondo in grado di aiutare il bambino a superare la paura e il disagio che l'ospedale può suscitare."

Naturalmente mi trovo un po' scettica sul vero scopo della Disney in questa partecipazione e sulle proiezioni alle pareti: come se un paziente avesse voglia di guardare il muro mentre si fa una RM! Forse dovrebbero proiettare qualcosa di più interessante sul soffitto...


Altra forma d'arte? ... dopo il cane arrivano i gatti

Pensavo che le crudeltà in nome dell'arte fossero casi isolati, non così diffuse come sto appurando. Sfogliando alcune foto relative alla 52 Biennale di Venezia ho notato con disgusto la foto di gatti morti appesi a ganci da macelleria. Sul momento ho pensato di essere passata da quel padiglione ed aver rimosso tutto, oppure che il mio amico-guida mi avesse accompagnato altrove ben sapendo di questa mia "sensibilità". Ma poi su Exibart leggo che questo artista belga - Jan Fabre - esponeva le sue schifezze in un'altra sede (e meno male che sui media non hanno usato la foto qui a lato per reclamizzare la sua esposizione!).
Su di lui scrivono:

Jan Fabre, uno degli artisti più significativi in Belgio e sulla scena internazionale, dalla fine degli anni ‘70 si esprime con una vasta gamma di linguaggi che spaziano dalle arti plastiche ai film, dal teatro alla coreografia alla danza, dal disegno alla scultura.

Fabre riesce a passare con agilità da una disciplina all’altra discostandosi dall’archetipo dello “specialista” ormai così tipico nella nostra cultura e ad ottenere, in ciascuna di esse, una tensione sempre alta, indice di qualità e forza teorica e formale del suo percorso artistico. Così egli passa dall’essere disegnatore a creatore di immagini, performer, attore, regista, scenografo ed infine, quindi, artista nel senso più ampio e ancestrale del termine.

In ciascuno dei molteplici ambiti di espressione, Fabre pone al centro della sua ricerca il corpo, inteso come realtà fisica e dimensione mentale. La sua arte riflette la natura umana, necessariamente fragile e mortale, e il desiderio che ciascuno di noi nutre verso il superamento di questa precarietà, attraverso i temi cari alla tradizione fiamminga: la follia, la malattia, la morte, la dolcezza del peccato, la rigenerazione, la forza spirituale.

L’essere umano, la sua precarietà e caducità, è argomento centrale della sua opera, attraverso l’esaltazione del ciclo nascita-vita-morte-rinascita. Fabre considera la morte l’essenza dell’essere in vita, lo spazio di ciò che non è più vivo e a cui l’arte ridona vita. In questo senso il corpo è per l’artista la massima rappresentazione del fluire, del ciclo vitale, di ciò che comincia e finisce per poi ricominciare. Sovente Fabre sviluppa questo concetto di rinascita e superamento dei limiti attraverso l’immagine di insetti che popolano la sua fantasia e il suo lavoro - in particolar modo lo scarabeo, simbolo egizio del dio del Sole - non senza colti riferimenti ai maestri delle vanitas fiamminghe tra il XVI e il XVII secolo. Lo scarabeo diventa paradigma assoluto della trasformazione e della rigenerazione nel mondo della natura e della condizione umana. Questo interesse per il mondo delle scienze e la passione per gli insetti, in particolar modo dei coleotteri, è stata ereditata dal bisnonno, il famoso entomologo Jean-Henri Fabre, ed ha rappresentato un passaggio fondamentale nella formazione dell’artista.

Centrali nella sua opera sono quindi i momenti di passaggio - tra visibile e invisibile, giorno e notte, vita e morte, immanenza e trascendenza - e le figure che li rappresentano e simboleggiano. Con il suo lavoro, Fabre esplora la vita in tutte le sue espressioni e forme.

L’opera di Jan Fabre riunisce i vari aspetti della creazione umana per eccellenza: la scienza, la tecnologia e l’arte. Come uno scienziato raccoglie i dati che determinano l’essenza della sua creazione, la tecnica dona la forma, mentre il risultato è l’espressione artistica che Fabre decide di utilizzare.

Nuova cura per il bronzo

I reperti archeologici, una volta venuti alla luce, si coprono di macchie verdi, fino alla totale corrosione. Una molecola organica, messa a punto dall'Ismn del Consiglio nazionale delle ricerche, bloccando la ‘metastasi’ del male permette di recuperare il manufatto

Una buona notizia per i restauratori. Presto avranno a disposizione un ‘farmaco’ più efficace per sconfiggere il ‘tumore’ del bronzo, la malattia colpisce soprattutto i reperti archeologici. Una volta venuti alla luce, questi si ricoprono di macchie verdastre che in breve tempo polverizzano il manufatto. I ricercatori dell'Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Consiglio nazionale delle ricerche hanno progettato, sintetizzato e validato una molecola organica, la DM02, in grado di arrestare il processo di deperimento. “Il fenomeno di degrado è causato dal cloruro rameoso formatosi all'interno dell'oggetto nel corso dei secoli” spiega Gabriel Maria Ingo dell'Ismn-Cnr. “Finché giace nel terreno, il reperto si trova in una condizione di equilibrio chimico - fisico stabilizzatasi nel corso dei secoli. Dopo il rinvenimento, a contatto dell'ossigeno e dell'umidità, subisce alcune reazioni: il cloruro rameoso si trasforma e genera acido cloridrico che attacca nuovamente il bronzo producendo nuovo cloruro rameoso. Se il processo ciclico non viene bloccato, il bene archeologico subisce una progressiva corrosione, fino alla definitiva distruzione”.

Per trattare questa tipologia di reperti, attualmente, i restauratori usano il benzotriazolo (Bta) che, oltre a non essere sempre efficace, è sospettato di cancerosità. “In questo tipo di trattamento, l'oggetto rinvenuto viene immerso in una soluzione alcolica riscaldata, con sviluppo di vapori tossici. Tant'è che l'Unione Europea”, commenta il ricercatore, “incoraggia la ricerca di nuovi materiali”. Basta invece una piccola quantità di DM02 per avere buoni risultati: l'antidoto viene spalmato con un pennello direttamente sulla parte ‘malata’ a concentrazioni dalle 30 alla 100 volte inferiori a quelle del benzotriazolo; essendo efficace in piccole dosi, la DM02 assicura anche un minor pericolo di tossicità.

“Il nostro obiettivo è realizzare composti efficienti e non pericolosi per l'uomo, che agiscano attraverso meccanismi nanoscopici completamente diversi”, spiega Ingo, “altrimenti c'è il rischio che nel giro di pochi anni ci troviamo ad essere disarmati di fronte al progressivo degrado del patrimonio archeologico. Sulla base di una vasta esperienza acquisita dallo studio del meccanismo di degrado dei bronzi antichi abbiamo modificato una molecola organica, facendo in modo che essa fosse in grado di agganciarsi alla superficie del manufatto e di bloccare la reattività del cloruro rameoso”. Viene così arrestata ‘la metastasi’ delle pericolose macchie verdastre.

I test condotti da Isabella Maria Pierigè, conservatrice della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo, e coordinati da Tilde de Caro e Cristina Ricucci dell'Ismn-Cnr, hanno verificato su alcuni reperti la proprietà ‘curativa’ della DM02. “Nel prosieguo delle attività”, conclude il ricercatore, “si cercherà di incrementare l'efficacia della nuova molecola per l'applicazione anche sugli argenti archeologici, definendo il protocollo di impiego per trasferire la scoperta agli utilizzatori finali”.

Scheda

Data articolo: ottobre 2007
Che cosa: nuova molecola contro il ‘tumore’ dei bronzi antichi
Chi: Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Consiglio nazionale delle ricerche

Per informazioni:

Gabriel Maria Ingo, Istituto per lo studio dei materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr, Roma - Montelibretti
Phone: +39 06/90672336
E-mail: gabriel.ingo@ismn.cnr.it

Ufficio stampa Cnr: Sandra Fiore
Phone: +39 06/49933789-3383
E-mail: sandra.fiore@cnr.it

(foto di andrea vanni)


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